Lettura popolare IV Quaresima (Lc 15,1-3.15-32)

 

Lc 15,1-3.15-32

Il Padre misericordioso

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Il contesto di questa sezione di parabole è rappresentato dalla critica che farisei e scribi facevano a Gesù, di mangiare, ossia, di entrare in una profonda comunione, con i peccatori e i pubblicani (cf. 15,1-3). I pubblicani erano per eccellenza peccatori a causa del loro mestiere di esattori delle tasse per conto di una potenza straniera, e perché resi impuri dal loro contatto con i romani. Gesù invece attua fin d’ora quella comunione dei tempi ultimi che sovvertirà le umane aspettative (Lc 13,25-29).

Gesù nel discorso parabolico che segue, rivolto agli scribi e farisei, parlerà di sé e del suo ministero non direttamente, ma sempre in rapporto al mistero di Dio. Il lettore si trova dunque confrontato con gli scribi e i farisei nel suo modo di seguire Gesù e nella concezione di Dio che egli ha.

Il testo liturgico dopo il v. 3 salta le due parabole, della pecora perduta e della dramma smarrita, e si ricollega all’ ultima parabola, quella del “padre misericordioso e dei suoi due figli” al v. 11. In essa il figlio maggiore, che osserva fedelmente La legge che è a servizio del padre corrisponde bene all’immagine del fariseo propria di Luca. Il figlio minore che spende le sostanze del padre con le prostitute e poi si ritrova a lavorare con i porci corrisponde al peccatore che vive nell’impurità dovuta alla lontananza con il Padre.

Se il peccato del figlio minore è più evidente, quello del figlio maggiore sembra esserlo meno, ma in realtà la parabola mostra che così non è. Entrambi partono da una distanza siderale nei confronti del Padre, e se è sicuro che il figlio minore si convertirà alla luce dell’amore del Padre, non altrettanto si può dire di quello maggiore. In effetti di lui non sappiamo come risponderà all’invito del Padre.  Questa modalità di condurre il discorso parabolico rivela che gli interlocutori sono sempre gli scribi e i farisei che si credevano giusti e dunque il discorso al figlio maggiore è rivolto a loro e al lettore. Per il Gesù lucano colui che corre più pericoli non è chi vive nell’aperta ribellione, ma chi presume di essere nel giusto: la sua è una lontananza da Dio più difficile da guarire, perché comporta un inganno maggiore, che si situa sottilmente nelle pieghe della concezione di Dio e della sua giustizia.

Il figlio maggiore è lontano da Dio e la parabola del figlio minore può forse aiutarlo a comprendere la sua attuale lontananza da Dio. Egli ha sempre “pensato” di essere in buon rapporto con il Padre, ma in realtà non lo è “mai” stato fino in fondo, così che questo suo ultimo rifiuto di entrare alla festa organizzata dal Padre per il figlio minore non è una crisi improvvisa nelle relazioni, ma la manifestazione improvvisa di una crisi, di un’incomprensione relazionale esistita da sempre.

Le parole del figlio maggiore lo tradiscono: lui ha sempre “servito” da tanti anni senza mai trasgredire un comando, e in cambio non ha mai ricevuto un capretto. Egli pensa il rapporto con suo “padre” non come un figlio, ma come uno schiavo penserebbe il rapporto con il suo “padrone”. Egli ha vissuto da schiavo nei confronti del Padre, senza comprenderne affatto l’amore e senza capire che, come gli risponderà il Padre: “tutto ciò che è mio è tuo”.  Si tratta di una concezione profondamente immatura della relazione, per la quale egli vale nella misura in cui fa qualcosa per il Padre suo e  dunque ne riceve in cambio. Ciò significa un desiderio nascosto di divertirsi come il figlio minore, ma una sostanziale incapacità di farlo, non per aver conosciuto un amore più grande, ma solo per un attaccamento narcisistico a sé stesso, e alla propria immagine di figlio “bravo”. Quindi il fatto che il Padre abbia dato un capretto al figlio minore implicitamente vuole dire al figlio maggiore che egli vale meno di lui. Il Padre invece vuole fargli capire che egli lo ama per se stesso, per quello che egli è e non perché è bravo a “servirlo”.

In fondo il discorso del Padre è il vero trait d’union tra i due versanti della parabola. Egli con i suoi atti rivolti al figlio minore dice esattamente lo stesso amore che proclama a parole nei confronti del maggiore: “tutto ciò che è mio è tuo”. La sua compassione (lett. Stringersi delle viscere di una madre cf. Lc 7,13) si mostra in una serie di atti eccessivi come correre, gettarsi al collo del figlio, baciarlo senza tener conto che il figlio non gli ha ancora chiesto scusa (cfr. 2 Sam 14,33). Il Padre ama gratuitamente e in modo sovrabbondante, al di là di ogni regola di giustizia umana. Solo a questo punto, alla luce dell’amore del Padre, il figlio fa la sua confessione.

I tre seguenti gesti simbolici: il dono della veste lunga per la festa, l’anello che indica l’autorità e i poteri del Padre e i sandali che indicano l’uomo libero (lo schiavo camminava scalzo), sono tutti segni della ristabilita dignità di figlio. Colui che si rende conto dell’amore del Padre (cfr. Ger 31, 19), gratuito e sovrabbondante, può essere ristabilito nella sua dignità di Figlio. Riuscirà a rendersene conto il Figlio maggiore? Riuscirà il figlio maggiore ad uscire dal suo narcisismo e ad amare il fratello? In fin dei conti la sua salvezza è legata a doppio filo con quella del fratello. Se il minore non avesse sperimentato la gratuità del Padre il maggiore sarebbe stato condannato nella sua pretesa di salvarsi con la sua osservanza della legge, senza possibilità di rendersi conto della sua reale lontananza da Dio. La salvezza del fratello maggiore passa così attraverso la sua decisione di far festa per il minore. Ci si salva nella gioia e non nella recriminazione!

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Le mie recriminazioni nei confronti degli altri e della vita

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 15,1-3.15-32 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
  • Gesù si trova in mezzo a pubblicani e peccatori, che lo ascoltano. Ciò che segue non può che fare riferimento a questa situazione iniziale, che si trova anche in bocca ai farisei e motiva le loro mormorazioni (v.2). Gesù si rivolge dunque proprio ai farisei. Come considero i peccatori? Lo stile di Gesù, che non teme di avvicinare il peccatore, anzi va in cerca di lui, è anche il mio?
  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Il figlio minore parte per un paese lontano e sperpera tutte le sue sostanze. Poi rientra in se stesso. Quali “dispersioni” lontano da Dio nella mia vita? Come sono rientrato in me stesso?

-Il Padre con due figli, quando il figlio minore ritorna, lo vede quando era lontano, ha compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. Questa serie di azioni può sembrare eccessiva, perché è del tutto gratuita e immotivata, su un piano di giustizia retributiva. Come immagino Dio Padre? È uno che “perde la propria dignità” per amore?

-il figlio maggiore si indigna e non vuole entrare. Cosa ritengo assolutamente inaccettabile, un’ingiustizia che lede e offende i miei diritti? Quali sono le mie recriminazioni davanti a Dio?

  • Cosa dicono i personaggi?
  • Il figlio minore afferma di “morire di fame”, a confronto dei servi di suo Padre. Di che cosa ho fame e profonda nostalgia, fino a “morirne”?
  • Il padre afferma, riferendosi al figlio minore: “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Quali sono stati i miei passaggi di “morte” e “resurrezione”?
  • Rivolgendosi al figlio maggiore il padre dice: “Figlio, tu sei sempre con me e quello che è mio è tuo”. Sono capace di gioire e far festa per i doni che Dio fa agli altri, sentendoli come miei?
  • Quale rivelazione è contenuta qui?

-L’amore di Dio è gratuito e per questo contraddice una logica “contabile” tipicamente umana. Sono in grado di condividere questa prospettiva di Dio e di gioire per ogni uomo che si converte a Lui?

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

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La pazienza di Dio (Omelia III Quaresima Anno C)

 

 

Quando Mosè viene chiamato da Dio sul monte Oreb, il primo segno della presenza di Dio è un roveto che arde di fuoco ma non si consuma. Dopo aver visto questo segno, Dio comincia a parlare con Mosè e si rivela a lui come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ossia il Dio che appartiene ai padri e che li ha scelti ed amati. Il roveto è il simbolo di quest’amore di Dio, che sceglie l’uomo, lo conduce nel suo cammino, arde in lui e lo purifica ma non lo consuma.  Questo fuoco d’amore ha un nome preciso: misericordia.

Gesù ha voluto mostrare come la misericordia sia in grado di plasmare anche il nostro modo di vedere e giudicare il mondo e la storia. Quando alcuni vanno da Gesù a chiedergli la sua opinione su quei suoi conterranei uccisi da Pilato nel tempio di Gerusalemme, lo fanno per avere da lui una battuta politica, per sapere dove si schiera, se dalla parte dei romani o delle fazioni ribelli degli ebrei.  Gesù non si lascia intrappolare e allarga molto la riflessione, per poter rispondere in modo più generale e profondo. La tendenza umana, di fronte ai disastri naturali o alle problematiche politiche, è quella di trovare sempre un colpevole. Assegnata la causa e messo fuori gioco il colpevole saremo tutti più tranquilli. Se a qualcuno accade una disgrazia, politica o naturale, è in fondo perché aveva qualche colpa, e se non si vede questa colpa, magari era nascosta.

Per Gesù non è così, perché per lui non vi è spiegazione ragionevole al male del mondo, che possa anestetizzarlo ed esorcizzarlo e cercare il colpevole vuol dire rimanere ancora all’interno della spirale del male, senza poterne uscire. La vera strada è quella della misericordia, che è in grado di vedere ulteriori e inaspettate possibilità, proprio lì dove l’uomo vede normalmente una strada senza via d’uscita, un vicolo cieco. Gesù ci educa al giudizio di misericordia, quello che sa aspettare, pazientare, e nel frattempo zappa e concima ogni giorno.

Il proprietario della vigna assume il punto di vista dell’uomo, pronto a giudicare e tagliare. Il vignaiolo invece rappresenta il punto di vista di Dio, che sa pazientare e vedere l’invisibile ma già virtualmente presente nel cuore dell’uomo.  Zappare e concimare significa creare continuamente le condizioni perché il fico possa finalmente produrre frutti di vita e d’amore nel cuore dell’uomo. Solo Dio può vedere prima questi frutti di conversione, e in nome di essi è in grado di penetrare nel cuore e cambiarlo, trasformarlo, ricrearlo. È l’opera della misericordia.

Il giudizio di misericordia deve essere quindi continuamente esercitato, perché trasformi la nostra mentalità. Alcuni esempi? Nell’educare i figli, per avere gli occhi per vedere ciò che Dio fa in loro, senza esasperarli con le proprie aspettative nei loro confronti.  Anche in parrocchia a volte, di fronte a certe difficoltà e incoerenze, alla fatica di portare frutto, a livello personale e comunitario, siamo pronti ad esprimere giudizi. Eppure dovremmo pregare per la nostra parrocchia, per assumere il punto di vista di Dio su di essa, per saper vedere in essa il bene che Dio e solo Dio è in grado di far germogliare. Infine anche nel lavoro e nella politica siamo pronti ad affilare le lame del giudizio, perché magari non vediamo subito i frutti. Ma se i frutti fossero ancora nascosti? Con il nostro giudizio siamo noi a impedire che crescano…

 

Lettura popolare III Quaresima Anno C

Lettura popolare III Quaresima Anno C

 

Lc 13,1-9

Portare frutti con pazienza

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il primo episodio storico, che non conosciamo da altre fonti, riguarda l’uccisione da parte di Pilato di ebrei che stavano facendo sacrifici nel tempio. L’atto di Pilato è presentato non solo come un crimine di omicidio, ma anche come un sacrilegio, perché ha versato sangue violando ciò che è korban, ossia sacrificio per Dio. La notizia di “cronaca nera” potrebbe essere riferita a Gesù o per suscitare una sua risposta polemica nei confronti dei Romani e di Pilato -anche perché le vittime erano provenienti dalla Galilea come lui- o per vedere se avrebbe considerato quella morte infame come una punizione di Dio per quei galilei. Gesù non si fa intrappolare in questioni politiche né cade nei soliti pregiudizi di carattere religioso, che vedono operante in ogni male una retribuzione divina dei peccati. Quest’ultimo in particolare è un meccanismo umano di difesa abbastanza universale per cui si identifica la persona più sfortunata come più peccatrice, per scongiurare un destino simile al suo. Gesù invece nega che quei galilei abbiamo “meritato” una sorte del genere e allo stesso tempo invita i suoi interlocutori a considerarsi tutti “degni” di una tale morte. L’immagine di Dio che c’è nella coscienza di Gesù è infatti quella di un Dio grande e buono che “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”(Ez 33, 11). Mentre gli uomini sono tutti degni della morte a causa del loro peccato, Dio vuole solo la loro vita e per questo chiede la conversione, che non è nient’altro che il riconoscere il perdono di Dio e renderlo così operante per la vita. Anche il secondo esempio citato da Gesù, quello della torre di Siloe, a Gerusalemme, è nella stessa linea.

La risposta di Gesù a questo caso di cronaca è completata dalla parabola del fico piantato in una vigna. L’associazione fico/vigna può apparire curiosa, ma bisogna cogliervi il riferimento alle tradizioni profetiche su Israele come vigna (cf. Is 5,1-7), spesso associata al fico (cf. Ger 8,13; Os 9,10; Mi 7,1; cf. anche Mc 11,12-14. 20-25). Il vignaiolo è Gesù, mandato dal proprietario della vigna, il Padre, ad annunciare il Regno di Dio, azione che viene simbolizzata dal concimare e zappare. Dopo tre anni c’è rimasto ormai solo un anno per la conversione, rappresentato dalla predicazione di Gesù e, sottotraccia, dall’annuncio del Vangelo da parte della Chiesa. Ad ogni uomo è concesso l’anno di grazia del Signore (cf. Is 61,2) che è il tempo della sua vita, per convertirsi e credere nel Vangelo di Cristo (cfr. At 2,37-41).

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

La pazienza nei confronti di noi stessi e degli altri

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 13,1-9 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
  • Gesù ha appena parlato del suo desiderio di compiere il suo Battesimo (cf.12,50), che indica la sua morte e resurrezione. Alle folle si rivolge parlando dei segni dei tempi e nella necessità di una conversione: questo ci orienta a comprendere il suo discorso nell’ottica del tempo, della conversione e della pazienza di Dio. Come considero e valorizzo il tempo della mia vita?
  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • Alcuni interrogano Gesù su dei fatti di cronaca “politica”, forse per stimolarlo a prendere posizione pro o contro Pilato. Come vedo il mondo e come giudico le notizie che vi circolano? Sono sballottato di qua e di là e seconda dei venti e delle opinioni o so riflettere più profondamente su ciò che accade?
  • Gesù parla in parabole. Quale sapienza è necessaria per comprendere il tempo in cui vivo e non lasciarmi prendere dallo scoraggiamento?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • Gesù ammonisce gli astanti e li invita a convertirsi, e a non considerarsi esenti da un male che sembra accadere solo agli altri, come conseguenza dei loro peccati. Come comprendere questo invito rivolto a me? Comprendo che è il male-e non Dio-a far male agli uomini e a me e che solo Dio rende possibile il ribaltamento da un male ad un bene più grande?
  • Venne a cercarvi frutti e non ne trovò. Quale reazione di fronte allo spreco di risorse, energie, forze (in famiglia, sul lavoro, in parrocchia) e non vi sono risultati?
  • Di fronte alla proposta di tagliare il fico, il vignaiolo risponde di pazientare ancora un anno, perché egli ha intenzione di zappare e concimare. Sono paziente verso gli altri e verso me stesso? Come alimento e concimo il terreno della mia vita?
  • Quale rivelazione è contenuta qui?
  • Il Dio di misericordia rivelato da Gesù non coincide con il proprietario della vigna, ma con l’umile vignaiolo, che ha la pazienza di zappare e concimare e sa aspettare che i frutti vengano, con la nostra conversione.
  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Gesù trasfigurato sul monte (Lc 9,28-36)

 

 

Lc 9,28-36

Gesù trasfigurato sul monte

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Nel contesto immediato il racconto della trasfigurazione fornisce una risposta a quegli interrogativi e risposte parziali sull’identità di Gesù che percorrono questa sezione del vangelo (cfr. 9,7.18-19).

L’attacco dell’episodio  v. 28; “dopo queste parole”) si ricollega chiaramente al precedente annuncio della passione e all’esigenza di seguire Gesù sulla via della croce (cf. vv. 23-27).  L’intenzione di Gesù è di pregare, in intimità con i suoi discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, sul monte, così come già aveva fatto prima di scegliere i dodici (cf. 6,12). Ad ogni passaggio fondamentale della sua vita Gesù sente il bisogno di pregare, entrando in un rapporto privilegiato con il Padre suo.

Nella preghiera di Gesù, secondo l’evangelista Luca, risplende la gloria della sua intima relazione con il Padre e ciò viene misteriosamente manifestato da un radicale cambiamento di aspetto, che si accompagna allo straordinario sfolgorio delle vesti. Il colore bianco richiama chiaramente sia la divinità che la resurrezione.

Su questo sfondo compaiono in primo piano due uomini che conversano con Gesù, condividendone la gloria. Di essi viene subito specificata l’identità: sono Mosè ed Elia. Mosè rappresenta la Legge ed Elia rappresenta i profeti (cfr. Lc 24,27). Quando Gesù risorto spiegherà ai due discepoli di Emmaus la necessità delle sofferenze del messia per entrare nella gloria, lo farà a partire dalle Scritture, sinteticamente riassunte con la formula “Mosè e i profeti”.  Similmente qui Luca, a differenza degli altri sinottici, ci rivela il contenuto di questo dialogo: essi stavano parlando dell’”esodo” che egli stava per compiere a Gerusalemme. La morte di Gesù in croce, la sua resurrezione dopo tre giorni e infine l’ascensione sono complessivamente considerati sotto la categoria di “esodo”, che letteralmente significa uscita, ma che richiama gli eventi salvifici di Dio nell’Antico Testamento. In questo modo Luca chiarisce che nel mistero Pasquale si compie tutto l’Antico Testamento, tutta la rivelazione di Dio presente nell’evento dell’uscita del popolo dall’Egitto e portata avanti dai profeti con l’attesa del messia.

I discepoli hanno sonno (v. 32) che indica la loro lentezza di cuore nel credere (cfr. Lc 24,25). Da ciò si motiva anche l’intervento di Pietro, che cerca di prolungare, eternizzare questo momento di gloria, incapace di coglierne il significato profondo in relazione al mistero della morte e resurrezione di Gesù a Gerusalemme. Se l’idea di montare tre tende può apparire singolare, in realtà essa si motiva alla luce della festa delle capanne, in cui il popolo di Israele abita nelle capanne in ricordo dell’esperienza dell’Esodo, in cui la tenda di Dio abitava in mezzo a loro nell’accampamento (cfr. Lv 23,42;  Zc 14, 16-19).

Ora Pietro e gli altri due apostoli dovranno imparare a non pretendere di trattenere una gloria che non è in loro potere. Dovranno invece comprendere che questa gloria si compirà con la morte in croce di Gesù e con la sua resurrezione. Dovranno custodire questa immagine e le parole pronunziate voce che esce dalla nube, simbolo della presenza di Dio come sul monte Sinai (cf. Es 24,15-18), anche durante i terribili eventi della passione, quando saranno distaccati dal loro maestro e Signore a causa della sua morte. In particolare dovranno ricordare le parole che la voce di Dio pronuncia, citando la Scrittura (Sal 2,7; Is 42,1), per indicare ai discepoli l’identità di Gesù e invitarli ad ascoltarlo. Lui è il messia eletto, scelto da Dio, che essi devono ascoltare secondo l’indicazione che Mosè aveva già dato molto tempo prima (cf. Dt 18,15). Egli è il Figlio di Dio, nel quale si manifesta l’elezione e l’amore del Padre (cf. Lc 3, 22).

Appena la nube sparisce, rimane Gesù solo. Quella gloria improvvisamente manifestatasi ai discepoli deve essere riposta esclusivamente in lui, nella sua persona che cammina come uomo, scendendo dal monte, verso Gerusalemme. Seguire lui fino alla sua passione significa rimanere nella comunione con il Padre ed entrare nel compimento definitivo delle Scritture, nella rivelazione di Dio.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

L’esperienza della preghiera

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 9,28-36 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
  • Siamo sul monte in un luogo isolato, che ricorda i monti dell’AT, il Sinai dove JHWH ha donato la Legge al popolo attraverso Mosè, e l’Horeb, dove Elia ha incontrato JHWH non nel fuoco e nel tuono ma nella voce di un silenzio sottile. Anche qui ci aspettiamo che il monte sia un luogo di rivelazione. Quali luoghi hanno caratterizzato il mio incontro con Dio?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • Gesù, salito sul monte, prega. Come immagino la preghiera di Gesù? Mi sento coinvolto e affascinato dal modo in cui Gesù prega? Come prego io?
  • Mentre Gesù prega, il suo volto viene trasfigurato e compaiono Mosè ed Elia. La Parola di Dio mi trasfigura, perché si compiono anche in me le figure della storia della salvezza. Percepisco il mistero della Scrittura nella mia vita?
  • Pietro, Giacomo e Giovanni sono oppressi dal sonno. Non riescono a stare con Gesù, a rimanere con lui, nella sua preghiera. Anche in me forse prevalgono stanchezza e affaticamento, che mi impediscono di vivere pienamente la preghiera?
  • Pietro, Giacomo e Giovanni hanno paura mentre entrano nella nube, che rappresenta la presenza di Dio. Anch’io ho paura di Dio?

 

  • Cosa dicono i personaggi?
  • Gesù, Mosè ed Elia parlano con Gesù del suo esodo, che sta per compiersi a Gerusalemme. La morte di Gesù è per me scandalo o è il mistero di Dio che si compie nella mia vita?
  • Pietro reagisce: «facciamo tre tende». Pietro vuole camminare con Dio, come il popolo di Israele, e costruirgli una tenda. In realtà dovrà capire che per camminare con Dio gli basta seguire Gesù. Come cerco Dio nelle scelte della mia vita? Seguo Gesù o in fondo solo me stesso?
  • La voce dal cielo afferma: «Questi è il Figlio mio, l’eletto. Ascoltatelo!». Come ascolto il Figlio di Dio?Attraverso la Parola, i sacramenti, la preghiera a Maria Sua Madre, la visita al Santissimo Sacramento ecc.?  

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?
  • Gesù rimane solo. Tutta la gloria della rivelazione e della Scrittura si concentra nella sua persona, e nel suo cammino verso Gerusalemme.
  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Gesù ha vinto per noi (Omelia I Quaresima)

 

 

Lo Spirito conduce Gesù dentro alla prova nel deserto. Qui Gesù vive profondamente i bisogni fondamentali dell’uomo, ossia il cibo, la stima, il riconoscimento da parte degli altri, l’essere voluti bene e amati da qualcuno. Il deserto, come luogo della mancanza, è anche il luogo della rivelazione di questi bisogni, così veri e così umani, e, al contempo, il luogo in cui si affaccia la prova spirituale, la tentazione, che sfrutta i bisogni per proporre una illusoria ma spesso affascinante via d’uscita: “se sei figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. Gestisci in proprio il tuo essere figlio di Dio e uomo, soddisfa i tuoi bisogni, perché essi sono diritti e tu puoi trasformare ogni cosa al tuo servizio.

È la grande tentazione dell’autosufficienza, che oggi emerge molto chiaramente nel mondo virtuale dei social e su internet. Whatsapp, Facebook, Twitter, Linkedin e tutti i social network, come chat e luoghi di incontro virtuale, sono ambiti in cui ciascuno di noi è invitato a costruirsi un’identità e un profilo tutto suo. Attraverso foto e brevi commenti ciascuno ritiene di controllare la propria immagine di sé di fronte agli altri e rischia di illudersi che la vita stia nell’essere riconosciuto e stimato alla luce di questa immagine.  Tutto si può così costruire “a tavolino”, il proprio profilo relazionale, lavorativo, addirittura la propria identità sessuale. Ci si illude di avere tanti amici, e di poterli cambiare o allontanare con un clic. Tutto è perennemente intercambiabile e non c’è più lo spessore corporeo della relazione umana vera. Questo significa che non c’è più né amore né dolore, ma solo soddisfacimento (apparente) di bisogni.

Nella tentazione di autosufficienza si innesta quella del potere: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo»”. Oggi il nostro idolo, a cui ci prostriamo in adorazione, è l’immagine. Siamo nutriti da immagini, fino a dipendere dalle emozioni che esse generano: paura, ansia, curiosità, morbosità. Esse pretendono di trasmettere informazioni, in realtà troppo spesso veicolano forti risposte emotive (particolarmente attraverso sesso o violenza) per influire sui comportamenti e pensieri di milioni di persone. Anche aziende a scopo benefico sfruttano immagini violente di bambini ridotti allo stremo, per raccogliere fondi. Ma quanti di questi soldi spendono per la pubblicità? Non è forse anche questa una tentazione di “potere” autoreferenziale?

“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.  La prima parola che Dio ha pronunciato è il nostro corpo, che ci mette in una relazione vera con gli altri: esso è il sacramento, ossia il segno reale e lo strumento dell’incontro, dell’amore, della vita, del dono che ci lega agli altri.  La Quaresima è il tempo definito “sacramento” della nostra conversione, in cui ci rendiamo conto, attraverso il digiuno e la carità, che abbiamo un corpo e che questo ci lega agli altri, e possiamo farne dono con il sorriso per accogliere, la stretta di mano per salutare, la pacca sulla spalla per incoraggiare, la carezza per amare, l’abbraccio per consolare.  Un digiuno quaresimale potrebbe essere questo: una faccetta e un cuoricino in meno su Whatsapp e un gesto concreto in più al giorno.

Infine la Parola di Dio è il Vangelo, che ci racconta di Gesù, della sua lotta nel deserto, delle sue parole, del suo amore verso i piccoli e i poveri, dei suoi gesti di guarigione. Lui è la Parola che ci dona la vita, ogni giorno possiamo alimentarci di Lui come del pane quotidiano. Un altro impegno quaresimale potrebbe essere: digiuno dall’uso prolungato di Facebook, dalle immagini, dai video, e donare lo stesso tempo alla lettura e alla meditazione del Vangelo del giorno, per innamorarci di Gesù e pregarlo con le nostre parole. Chiediamogli di entrare nella nostra vita, di trasformarci in Lui, di aiutarci a vivere con fiducia la prova e la fatica, perché Lui ha già vinto per noi.

 

 

Lettura popolare I Quaresima C (Lc 4,1-13)

 

 

Lc 4,1-13

Gesù tentato nel deserto

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù è tentato non nel senso che è spinto a commettere un peccato ma nel senso più radicale che è messo alla prova perché sia verificata la sua fedeltà a Dio. La prova per Gesù non è quindi qualcosa che lo spinga a commettere un male, ma ciò che può manifestare in lui quel che egli è nel profondo di sé stesso, ossia Figlio di Dio. Al contempo questa prova lo abilita al ministero, manifestando la sua superiorità nei confronti dell’Avversario e mostrando che né la sete di potere né l’egocentrismo potranno mai distoglierlo dalla sua missione, che sarà compiuta in perfetta obbedienza alla volontà di Dio.

Gesù torna dal Giordano pieno di quello Spirito Santo che ha appena ricevuto dopo il battesimo, e ora in quello stesso Spirito, che lo riempie fin nell’intimo, si reca nel deserto per quaranta giorni, tentato dal diavolo (v. 2). Egli compie nella sua vita l’esperienza del popolo di Dio nell’esodo, che per quarant’anni cammina nel deserto, luogo di intimità profonda con Dio e insieme di prova di fede (cf. Dt 8,2).

La prima prova di Satana parte dal bisogno fondamentale di Gesù, che ha fame, per proporre a Gesù una “gestione in proprio” della sua identità di Figlio di Dio, come un potere in grado di autoalimentare la sua umanità. Con la sua risposta, fondata sulla teologia del Deuteronomio: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8, 3), Gesù mette in luce che la sua missione, ricevuta dal Padre, è quella di realizzare la vocazione essenziale dell’uomo, ossia di obbedire a Dio. Essere Figlio vuol dire obbedire al Padre e in quanto uomo significa non ricercare un’egocentrica autosufficenza, ma una radicale dipendenza da Dio.

La seconda prova è innescata da una specie di visione istantanea (v. 5) di tutti i regni del mondo con la gloria umana, ossia il potere politico. Il diavolo afferma di essere colui a cui è stato dato questo potere e di poterlo a suo volta dare a chi vuole. Egli si pone come modello di Figlio, a cui il Figlio di Dio dovrebbe guardare per la sua missione e nello stesso tempo si dichiara capace di donare ciò che solo Dio può dare al suo messia (cf. Sal 2,8; Dan 7,14). Gesù dovrebbe adorarlo come Dio per ottenere subito il regno messianico senza passare per il mistero di morte e resurrezione (cfr. At 2,30-36).  Gesù fa ricorso alla celebre preghiera che il giudeo compie tre volte al giorno, per indicare la sua appartenenza radicale a Dio: “Il Signore tuo Dio adorerai, a lui solo renderai culto (Dt 6,13)”.

La terza prova è una sottile perversione della parola di Dio da parte del diavolo (cf. Sal 91,11-12). Se egli è sempre protetto dal padre suo, lo dovrà manifestare chiedendo al padre interventi di carattere miracoloso. Gesù risponde con un’altra citazione dalla preghiera di Dt 6: “non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa” (Dt 6,16). Li infatti il popolo aveva voluto “costringere” Dio a manifestarsi, esigendo l’acqua da bere (Es 17,1-7). Il ministero di Gesù invece sarà caratterizzato dall’umile obbedienza al progetto di Dio, anche quando alcuni lo solleciteranno a scendere dalla croce per manifestare la sua identità divina (cfr. Lc 23,35-37).

In effetti il diavolo, esaurite le sue tentazioni, potrà tornare alla carica proprio durante la passione, attraverso l’operato dei personaggi che agiscono sotto il suo impulso (cfr. Giuda in Lc 22,3 e i  soldati e i capi sotto la croce in Lc 23,35-37).

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

L’esperienza della tentazione

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 4,1-13 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

-Gesù è guidato dallo Spirito Santo nel deserto . La prova che Gesù vivrà è permessa da Dio, per una manifestazione della sua identità di Figlio di Dio. Sono convinto anch’io che dentro alle prove della vita c’è una provvidenza superiore che mi accompagna?

-Gesù è guidato nel deserto. Dove si trova per me il deserto? È una condizione positiva o negativa?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • Gesù non mangia nulla per quaranta giorni, poi ha fame. Quali sono i bisogni che in questo periodo sento maggiormente?
  • Il diavolo lo tenta. In quali punti di debolezza sento di essere più tentato?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • Il diavolo tenta Gesù a partire dalla sua condizione di Figlio di Dio: “Se tu sei Figlio di Dio”. Vivo la mia fede in modo “consumistico”, come un pretesto per godermi i miei piaceri “spirituali”? Per trasformare le cose e la realtà a mio piacimento?
  • Gesù risponde: “Non di solo pane vivrà l’uomo.” Cosa significa per me essere alimentato dalla Parola di Dio ogni giorno? La Parola entra nella mia vita e modifica la mia mentalità e le mie azioni?
  • “Se ti prostrerai in adorazione davanti a me”.Quali idoli nella mia vita? Quali cose o persone a cui mi prostro e penso di non poter fare a meno?
  • Gettati giù di qui”. Metto alla prova Dio in qualche situazione?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è il Figlio di Dio e con il dono dello Spirito e la forza della Parola di Dio riesce a sconfiggere il tentatore.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.