La pazienza di Dio (Omelia III Quaresima Anno C)

 

 

Quando Mosè viene chiamato da Dio sul monte Oreb, il primo segno della presenza di Dio è un roveto che arde di fuoco ma non si consuma. Dopo aver visto questo segno, Dio comincia a parlare con Mosè e si rivela a lui come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ossia il Dio che appartiene ai padri e che li ha scelti ed amati. Il roveto è il simbolo di quest’amore di Dio, che sceglie l’uomo, lo conduce nel suo cammino, arde in lui e lo purifica ma non lo consuma.  Questo fuoco d’amore ha un nome preciso: misericordia.

Gesù ha voluto mostrare come la misericordia sia in grado di plasmare anche il nostro modo di vedere e giudicare il mondo e la storia. Quando alcuni vanno da Gesù a chiedergli la sua opinione su quei suoi conterranei uccisi da Pilato nel tempio di Gerusalemme, lo fanno per avere da lui una battuta politica, per sapere dove si schiera, se dalla parte dei romani o delle fazioni ribelli degli ebrei.  Gesù non si lascia intrappolare e allarga molto la riflessione, per poter rispondere in modo più generale e profondo. La tendenza umana, di fronte ai disastri naturali o alle problematiche politiche, è quella di trovare sempre un colpevole. Assegnata la causa e messo fuori gioco il colpevole saremo tutti più tranquilli. Se a qualcuno accade una disgrazia, politica o naturale, è in fondo perché aveva qualche colpa, e se non si vede questa colpa, magari era nascosta.

Per Gesù non è così, perché per lui non vi è spiegazione ragionevole al male del mondo, che possa anestetizzarlo ed esorcizzarlo e cercare il colpevole vuol dire rimanere ancora all’interno della spirale del male, senza poterne uscire. La vera strada è quella della misericordia, che è in grado di vedere ulteriori e inaspettate possibilità, proprio lì dove l’uomo vede normalmente una strada senza via d’uscita, un vicolo cieco. Gesù ci educa al giudizio di misericordia, quello che sa aspettare, pazientare, e nel frattempo zappa e concima ogni giorno.

Il proprietario della vigna assume il punto di vista dell’uomo, pronto a giudicare e tagliare. Il vignaiolo invece rappresenta il punto di vista di Dio, che sa pazientare e vedere l’invisibile ma già virtualmente presente nel cuore dell’uomo.  Zappare e concimare significa creare continuamente le condizioni perché il fico possa finalmente produrre frutti di vita e d’amore nel cuore dell’uomo. Solo Dio può vedere prima questi frutti di conversione, e in nome di essi è in grado di penetrare nel cuore e cambiarlo, trasformarlo, ricrearlo. È l’opera della misericordia.

Il giudizio di misericordia deve essere quindi continuamente esercitato, perché trasformi la nostra mentalità. Alcuni esempi? Nell’educare i figli, per avere gli occhi per vedere ciò che Dio fa in loro, senza esasperarli con le proprie aspettative nei loro confronti.  Anche in parrocchia a volte, di fronte a certe difficoltà e incoerenze, alla fatica di portare frutto, a livello personale e comunitario, siamo pronti ad esprimere giudizi. Eppure dovremmo pregare per la nostra parrocchia, per assumere il punto di vista di Dio su di essa, per saper vedere in essa il bene che Dio e solo Dio è in grado di far germogliare. Infine anche nel lavoro e nella politica siamo pronti ad affilare le lame del giudizio, perché magari non vediamo subito i frutti. Ma se i frutti fossero ancora nascosti? Con il nostro giudizio siamo noi a impedire che crescano…

 

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