Dispense e tesario sinottici 2016

Dispense 2016 – terza parte

 

tesario 2016

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Lettura popolare VI Pasqua Anno V

 

 

 

 

Lettura popolare VI Pasqua Anno C

Gv 14,23-29

Il dono del Paraclito

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”   ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La solenne affermazione di Gesù al v. 23 costituisce a riposta di Gesù ad una domanda del discepolo Giuda, non l’iscariota (v. 22, escluso dalle scelte della redazione liturgica): «Signore, come avviene che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Il dubbio del discepolo nasce dal contrasto esistente tra l’esperienza della passione, pubblica e universale, e quella della resurrezione, limitata ad un piccolo gruppo di testimoni. Gesù risponde affermando che la sua manifestazione non avviene attraverso una comparsa inequivocabile e spettacolare, magari alla fine del mondo, ma nel presente della fede dei suoi discepoli. La venuta di Gesù è quella che accade nel cuore di colui che lo ama e osserva la sua parola (v. 23), ossia che prolunga in tutta la sua vita quell’amore gratuito e originario che riceve da Dio. Questi è il vero discepolo di Gesù, è colui nel cui cuore si stabilisce il tempio spirituale, la dimora eterna del Padre (cfr. Ez 37,26-27; Zc 2,14).

Come può il lettore del Vangelo di Giovanni, invitato a divenire discepolo di Gesù,  osservare la Sua parola se Egli non è più presente fisicamente con lui (v. 25)? Solo grazie all’invio dello Spirito paraclito che ricorderà tutte le parole di Gesù fino al termine della sua vita pubblica (12,36). Egli infatti è «colui che è chiamato a stare presso» (trad. letterale del termine  «paraclito») i  suoi discepoli per insegnare e far ricordare. Si tratta di due verbi di cui il secondo (far ricordare) serve a chiarire il precedente (insegnare). L’insegnamento del paraclito implica il riferimento alla parola di Gesù, intesa non solo come annuncio orale, ma come l’intera rivelazione che è costituita della sua vita, morte e resurrezione. Il mistero pasquale è precisamente quella verità tutta intera in cui lo Spirito ha il compito di introdurre il discepolo (cfr. 16,13), così da renderlo in grado di interpretare in modo nuovo le parole di Gesù (2,21-22).

Lo Spirito non può che condurre a Gesù, dal momento che è stato inviato dal quello stesso Padre che ha inviato suo Figlio (v. 26; cf. 24), più grande di lui unicamente nel senso che è lui ad inviarlo (v. 28 cf. 13,16). La gioia e la pace del discepolo consistono nel sentire che tutta la rivelazione di Cristo, racchiusa dai verbi andare e ritornare (andare = mistero pasquale e ritornare = venuta alla fine dei tempi v. 28) dipende dal Padre e dalla sua infinita e sovrana magnanimità. Il Padre infatti è per eccellenza colui che ama (cf. v. 23; 15,9) e che invia (v. 24.26), ossia che dona senza riserve la comunione con sé (v. 23).

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)      I miei timori e le mie paure nel cammino della fede

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 14,23-29 (10 minuti)

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

 

  •  Qual è il contesto geografico e temporale del racconto evangelico?

Siamo nel lungo discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima di partire. La sua partenza è infatti imminente (cf. v. 25.28) ed egli intende rassicurarli, cacciare il loro turbamento e dare loro la pace (v.27):egli infatti ritorna nella fede dei suoi discepoli. Percepisco la pace che solo il Signore mi può dare?

  • Chi sono i personaggi, cosa dicono/fanno?

I personaggi sono Gesù, i discepoli, tra cui Giuda (v.22), il Padre e il Paraclito.

-La rivelazione di Gesù si manifesta ai discepoli e non in modo spettacolare a tutto il mondo: quali pretese nutro nei confronti del cammino delle persone e dei frutti visibili del Vangelo?

-Gesù afferma: «se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola». Si tratta di un ascolto attivo, di un essere discepoli. Mi ritengo discepolo di Gesù? Come vivo l’adesione alla Sua Parola nella mia vita?

-Il Padre è colui che ama e insieme al Figlio prende dimora nel credente. Come preparo il mio cuore e la mia interiorità ad essere luogo accogliente per ospitare la presenza di Dio?

-il Paraclito vi insegnerà e ricorderà tutto ciò che vi ho detto. Cerco e invoco lo Spirito Santo? Come ne seguo gli impulsi, nelle decisioni concrete della mia vita?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Padre è colui che ama e invia il Figlio e lo Spirito Santo, per la fede del credente (v. 29). Come vivo il mio rapporto con il Padre? Quali difficoltà, dubbi o punti di forza?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min).

 

Lettura popolare V Pasqua Anno C

 Lettura popolare V Pasqua Anno C

Gv 13,31-35

Il comandamento dell’amore

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”   ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù ha appena intinto un boccone e l’ha dato a Giuda, intimandogli di fare subito ciò che deve (13, 26-29). Giuda se ne è andato di notte a tradire il suo maestro (v. 30).  Ormai è giunta l’ora della morte di Gesù che egli ha già descritto come l’ora della sua glorificazione (12,23.28) in cui Gesù sarà innalzato da terra sulla croce, per attirare tutti a sé (12,32-33), avendo vinto definitivamente il principe di questo mondo, Satana (12,31).  Si comprende quindi l’affermazione di esultanza di Gesù a riguardo di quest’ora: “Ora è stato glorificato il figlio dell’uomo e Dio si è glorificato in lui”. Con il tradimento di Giuda inizia a compiersi il mistero della risalita del Figlio dell’uomo al Padre (3,13-14; 6,62) e questo ritorno è definito come una glorificazione non solo del Figlio dell’uomo, ma anche di Dio Padre in lui (vv. 31-32). È Dio Padre, sorgente ultima di ogni agire e di ogni essere, che manifesta la sua gloria nel figlio dell’uomo (v. 32) elevato sulla croce. Ci dovremmo chiedere tuttavia in che senso la croce costituisce una gloria più grande di quella che già il Figlio possiede da sempre con il Padre. La differenza che la croce determina dal punto di vista della glorificazione del Figlio e del Padre è costituita dalla partecipazione di tutti i credenti, attraverso il Figlio alla vita stessa di Dio. Infatti con la croce del Figlio dell’uomo Dio ha deciso di manifestare la sua gloria agli uomini e di attirarli definitivamente alla comunione con sé (12,32). La comunione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro è dunque l’ultima e definitiva manifestazione della gloria e ciò sta per accadere dal momento che si compirà con l’elevazione di Gesù in croce («subito»).

Ora Gesù sta per andarsene e il muro costituito dalla morte costituirà un’innegabile separazione dal mondo e dai discepoli (cf. 7,33;8,21). Essi non possono capire per ora, come già i Giudei, dove egli ritorna, perché non sono in grado di seguirlo. Tuttavia, come un patriarca (cf. Gn 50,24) Gesù vuole lasciare ai discepoli il suo testamento, nella forma di un dono che li renderà capaci di vivere come lui ha vissuto.

Il nuovo comandamento che Gesù dona mentre sta per andarsene e ritornare al Padre con la sua morte, è l’amore reciproco nella forma in cui Gesù lo manifesta sulla croce. È nuovo perché, come la nuova alleanza in Geremia (Ger 31,31-34), il comandamento non è scritto solo esternamente ma proprio nell’intimo del cuore. Dunque non si tratta di un’imitazione esterna di Gesù da parte dei discepoli, che con le loro forze non potrebbero fare nulla, ma di una potenza che verrà loro donata intimamente e che li renderà capaci di vivere come Gesù. Quello stesso amore con cui il Figlio ama i suoi discepoli, fino a morire per loro, rende infatti possibile la comunione dei discepoli di Gesù tra di loro e costituisce un segno di riconoscimento per tutti gli uomini (vv. 34-35). La potenza della croce, di attirare tutti gli uomini a Dio, si manifesta ora grazie alla testimonianza d’amore dei discepoli, gli uni per gli altri. I rapporti di comunione e di amore all’interno della comunità cristiana dovrebbero essere il segno potente di una qualità di vita alta e straordinariamente diversa dalle logiche del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti) La comunità cristiana come luogo di relazioni sempre rinnovate dall’amore?

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 13,31-35 (10 minuti)

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

 

  •  Qual è il contesto geografico e temporale del racconto evangelico?

Siamo nel luogo della cena, dove Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli e ha appena consegnato il boccone intinto a Giuda, che è uscito per andare a tradirlo. Era notte, la notte del tradimento, delle forze del male che sembrano soverchiare il bene. Qui Gesù parla di gloria e di amore. Come leggo le delusioni che il tradimento della fiducia e dell’amicizia hanno provocato in me?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa dicono/fanno?

I personaggi sono due, Gesù e i discepoli. È Gesù a parlare.

ora è stato glorificato il figlio dell’uomo. L’attore di questa gloria è Dio Padre ed accade proprio ora al momento del tradimento. Credo della potenza dell’amore del Padre, in grado di vincere ogni tenebra presente nel cuore dell’uomo?

-Dio si glorificherà in lui. Il verbo glorificare ha qui una sfumatura riflessiva (si glorificherà). Infatti la gloria del Figlio è simultaneamente la gloria del Padre. Sono in comunione con Gesù, fino al punto di avvertire il mistero santo della gloria di Dio nella croce? C’è ancora qualcosa che mi spaventa e mi respinge in questo mistero?

Figlioli, ancora per poco sono con voi. Dove io ritorno voi non potete venire. Quali distacchi dolorosi ho vissuto nella mia vita? Sento la parola di Gesù come rivolta a me? Quale desiderio, nostalgia nell’incontro con lui?

-Vi do un comandamento nuovo. Quale novità nella mia vita e nel mio cuore per l’incontro con Gesù?

-Amatevi gli uni gli altri, con l’amore con cui io vi ho amati. Sono consapevole che, dentro le mie fragilità e inconsistenze, agisce lo stesso amore che proviene dalla croce?

-Tutti conosceranno che siete miei discepoli. Come si manifesta la mia appartenenza a Lui?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La Chiesa è il luogo dove l’amore consegnato da Gesù sulla croce è operante e rinnova profondamente i cuori e le relazioni. Come vivo e sperimento il mistero della Chiesa?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min).

L’indulgenza dono del Pastore (Omelia IV Pasqua C)

 

A noi cresciuti per lo più in ambienti urbani, le pecore sembrano tutte uguali. Per il pastore però non è così: lui le conosce una ad una e sa apprezzare e valorizzare le loro differenze. Una cosa simile accade ad un professore di scuola superiore, che ha tante classi: all’inizio fatica a ricordare e distinguere tutti gli studenti, poi però impara a riconoscerli, a chiamarli per nome, ad accompagnarli nei loro limiti, incoraggiarli nelle fatiche e promuoverli nelle loro capacità. Si crea un’intimità, un riconoscimento e un’appartenenza reciproca tra il bravo professore e ognuno dei suoi studenti nelle classi; quando per un qualsiasi motivo l’anno successivo si cambia il professore bravo, tutti sono dispiaciuti e fanno fatica ad adattarsi al nuovo.

Questa intimità si stabilisce tra le pecore e il loro pastore: esse infatti ascoltano la sua voce, la riconoscono come un elemento fondamentale della sua personalità. Ciò che conta non è l’aspetto del pastore, o la sua immagine, ma la sua Parola, che chiede di essere ascoltata, obbedita. Non si tratta di un semplice ascolto di concetti, ma di una prontezza a lasciare che la propria vita sia trasformata e modellata da quella Parola, nel modo di pensare, di vedere e giudicare le cose, e infine nelle scelte e nelle azioni intraprese.

Se le pecore ascoltano la parola del pastore, questo accade perché il pastore conosce le pecore. Egli non è colpito solo dal loro aspetto esterno, ma sa cogliere i movimenti interiori del loro cuore, i pensieri e i sentimenti, e si rende vicino, prossimo, in un movimento d’amore e di libero possesso.  Il pastore conosce ed ama ciascuna delle sue pecore e per questo suo amore, che arriva fino al dono della vita, la vita per sempre, il gregge non può che rimanere unito e sicuro. Nessuno le può rapire dalla sua mano.  Più il male entra in azione, tenta, mette alla prova, scalfisce e provoca il peccato della pecorella, più il pastore dona la sua vita e fornisce l’opportunità di una più piena, profonda, consapevole intimità con lui.

Siamo nell’anno della misericordia e il papa Francesco ha proposto a tutta la Chiesa di vivere e mettere in atto l’indulgenza plenaria.  Molti si chiedono che cosa sia l’indulgenza, altri ne hanno un’idea un po’ giuridica e forse devozionale. Altri ancora, a causa di questa risonanza esteriore e di alcuni ricordi storici (la vendita delle indulgenze!) finiscono per rifiutarla.  Ma cos’è l’indulgenza e in che cosa si distingue dal perdono del peccato che riceviamo con il sacramento della riconciliazione?

Proprio il Vangelo del buon pastore ci può aiutare a capirlo. Infatti il buon pastore, con il dono della sua vita, non ha solo perdonato il nostro peccato, ma ha anche definitivamente sconfitto e reso inoperante il male che noi avevamo messo in atto con le nostre azioni. Egli lo ha trasformato in un’opportunità per una più profonda unione d’amore con Dio. Ecco l’indulgenza: più scendiamo in profondità nel nostro male e nelle sue conseguenze, in noi e negli altri, più l’indulgenza ci mette in contatto con il dono della vita che il buon pastore fa e che genera tesori di santità nella sua Chiesa. Così questi tesori di santità si riversano su di noi, il male diviene inoperante e anzi costituisce l’occasione per gustare più profondamente la misericordia di Dio, e per diventare più umili, semplici, capaci di abbandonarci a Lui e confidare nella potenza del Suo amore.

Possiamo chiarire e concludere con un esempio: in una coppia, quando da una parte e dall’altra, per qualche motivo, c’è incomprensione, rabbia, ci si allontana. Poi si può avere l’intenzione di perdonare, ma non è così semplice viverla perché sospetto, diffidenza e a volte gelosia sembrano essere ancora in circolo. Se però  interviene da parte di uno dei due il dono di sé, senza riserve né pretese nei confronti dell’altro, allora il cerchio dei sospetti si spezza e il perdono è in grado di disattivare la spirale dell’egoismo e del vicendevole distacco. A questo punto quel male non solo sarà vinto, ma sarà servito per un amore più profondo, realistico,  maturo, che sa accettare i limiti dell’altro, come opportunità di amare in modo più vero.

L’ indulgenza è una straordinaria opportunità di grazia per maturare nell’amore vero, che ci unisce a Dio e ai fratelli, e per ascoltare sempre più la voce del Pastore ed essere sempre più sicuri nelle sue mani, dalle quali nessuno mai ci potrà rapire!  Sperimentiamola quest’anno, per noi e per i nostri cari defunti, visitando le porte sante della nostra Diocesi! Le condizioni sono semplici e vanno vissute senza legalismi, con adesione del cuore, e con fiducia nel mistero di misericordia che è al cuore della Chiesa.

Lettura popolare IV Pasqua Anno C

Lettura popolare IV Pasqua Anno C

Gv 10,27-30

Gesù buon pastore

 

Il messaggio nel contesto 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”   ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questi versetti ritagliati dalla liturgia fanno parte del grande discorso sul buon pastore e costituiscono un punto culminante della rivelazione che Gesù fa di sé ai suoi interlocutori, in un contesto di crescente ostilità nei suoi confronti (cf. vv. 24.31). La resistenza secolare di Israele al suo Dio si compie nel rifiuto che i giudei oppongono a Gesù, quando egli arriva a chiarire il suo rapporto di totale dipendenza e identificazione con il Padre (v. 30). Tuttavia tale opposizione non compromette il disegno di Dio, perché al rifiuto dei giudei si contrappone l’accoglienza di coloro che Gesù definisce come “le mie pecore”. In un grido di esultanza Gesù afferma che le pecore che gli appartengono sono quelle che ascoltano la voce del pastore. Ascoltare la voce è un’espressione che si riferisce alla capacità che le pecore hanno di riconoscere la voce del loro pastore tra le altre e di seguirla. Fuor di metafora le pecore che appartengono a Gesù, i suoi discepoli, sono in grado di riconoscere la sua voce nel loro intimo e nella loro vita e lo seguono in ciò che egli indica. Quindi l’espressione “ascoltare” non indica solamente una generica esperienza spirituale, ma il movimento di obbedienza del discepolo nei confronti del suo Signore, movimento che arriva a coinvolgere l’intera esistenza.  La conoscenza che il pastore ha delle pecore (cf. v. 14) indica una relazione personale, amorosa, che supera la metafora agreste per descrivere il mistero del rapporto tra Dio e il suo popolo (cf. Is 40,11; Ger 22,2-3; Ez 34,11-16). Si tratta di una conoscenza d’amore, di un reciproco possesso che avvolge anche la relazione tra il Padre e il Figlio (cf. v.15) e che spiega la capacità del Figlio di deporre la sua vita umana per le pecore (cf. v. 15), per donare loro la vita eterna (v. 28). Le pecore sono così inserite saldamente in un circuito di relazioni vitali che dipendono da una potenza originaria e illimitata: il Padre.  Nessuno può strappare le pecore dalla mano del Padre (la mano è espressione della potenza di Dio: cf. Dt 33,3; Is 49,2): come il Figlio, ora circondato dai suoi nemici e in pericolo gravissimo di perdere la sua vita, può confidare nel Padre, dal quale nessuno può strapparlo, così anche le pecore possono confidare nel loro pastore, il Figlio, perché seguendolo potranno poggiare la loro casa sulla roccia del Padre. Infatti Il Figlio e il Padre sono una cosa sola (v. 30). Il movimento d’amore che dal Padre avvolge e assicura il Figlio si prolunga nell’azione del Figlio nei confronti dell’umanità: si tratta di una comunione nell’agire che rivela una radicale comunione d’amore e che è indicata dall’espressione al genere neutro “una cosa sola”. Padre e Figlio non sono una persona sola (altrimenti la particella sarebbe al genere maschile), ma una cosa sola, un’essenza d’amore che si rivela nella loro perfetta comunione d’azione in ciò che riguarda la salvezza delle pecore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)  Come sto vivendo l’intimità con Dio?

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 10,27-30 (10 minuti)

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

 

  •  Qual è il contesto geografico e temporale del racconto evangelico?

Siamo nel tempio di Gerusalemme, nel portico di Salomone e nella festa della dedicazione del tempio. Il contesto ci richiama alla rivelazione di Gesù ad Israele, che tuttavia non verrà accolta dai capi. È in gioco il mistero del diventare discepoli di Gesù. Come mi pongo dinanzi alla fede in Lui? Cosa significa per me essere discepolo?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

I personaggi sono tre, il buon pastore, il Padre e le pecore.

-Io do loro la vita eterna. Il buon pastore si caratterizza per il dono di sé. Egli sulla croce consegna lo Spirito Santo, che è vita eterna. Cosa chiedo a Gesù nella mia preghiera? A quale livello pongo le mie aspettative e cosa cerco?

-Io le conosco. Si tratta di una conoscenza intima ed esistenziale. Sono convinto che il buon pastore mi conosce e mi ama, anche nei lati e aspetti che io non riesco ad accettare di me?

-Le pecore ascoltano la mia voce. Cosa implica per me ascoltare Gesù? Come leggo ed ascolto la Parola di Dio? Come essa cambia il mio modo di pensare, i miei atteggiamenti e le mie scelte?

-Esse mi seguono. In chi ripongo la mia totale fiducia?

-Non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano: mi sento sicuro nelle mani del buon pastore? La fiducia e l’abbandono nelle sue mani mi proteggono dall’ansia e dall’angoscia?

-Il Padre mio, che me le ha date. Considero la mia fede come un’attrazione misteriosa, opera del Padre? O è piuttosto un insieme di convinzioni a cui sono attaccato?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Io e il Padre siamo una cosa sola. Il mistero di Cristo è senza distinzione il mistero della sua origine dal Padre e della sua comunione di amore e di azione con il Padre, nel quale sono immersi i discepoli. Spesso la Trinità viene considerata solo sotto l’aspetto intellettuale. Ho mai pensato che sotto gli apparenti paradossi della Trinità ci sia il mistero della mia esistenza?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min).

 

Omelia III Pasqua Anno C

 

 

Pietro, insieme con gli altri discepoli, fatica tutta la notte e non pesca nulla. Almeno ha avuto la perseveranza di non smettere subito, dopo le prime ore di lavoro, e di andare fino in fondo, fino al mattino. Se non avesse avuto questa perseveranza, temo che non avrebbe incontrato Gesù all’alba, sulla spiaggia.

Pietro e gli altri discepoli sono tornati indietro, all’antico mestiere di pescatori e devono sperimentare l’insuccesso, il fallimento, il buio della notte senza significato. In questo percorso attraversato fino in fondo, il ribaltamento di ogni aspettativa avviene alla fine, quando obbediscono alla Parola di Gesù.

Se si obbedisce alla parola di Gesù, anche la notte del fallimento e della disillusione si trasforma per loro in un’opportunità.  L’opportunità di credere in una Parola che è in grado di trasformare la morte in vita, di far sovrabbondare il bene e il significato anche dai fallimenti e dalle apparenti situazioni senza via d’uscita.

Anche negli Atti degli Apostoli i discepoli, davanti al sinedrio, in una sproporzione enorme di forze e di influenza politica, obbedendo a Dio piuttosto che agli uomini, trasformano quella situazione di persecuzione senza via d’uscita in un’opportunità di annuncio: “di questi fatti, cioè della resurrezione di Gesù, siamo testimoni noi e lo Spirito Santo”. E se ne vanno lieti di subire oltraggi per il nome di Gesù. La letizia è quella gioia profonda che sgorga dal vivere in Lui ogni situazione negativa della nostra vita, accogliendola come un’opportunità di conformarsi a Lui, di annunciarlo con la propria vita e con le parole.

Dunque i discepoli obbediscono e gettano la rete sul fianco destro, che simbolicamente indica il fianco destro del tempio da cui fuoriescono le acque dove il pesce è abbondantissimo, nella visione del profeta Ezechiele. Non a caso vi si trovano 153 grossi pesci, numero che forse può indicare le dimensioni del Tempio di Gerusalemme.  Dunque è il tempio spirituale del corpo di Cristo che tiene unita la Chiesa e, obbedendo alla Sua Parola, la missione non può non provocare una pesca abbondante.  Il successo di Pietro e dei discepoli è tutto “appeso” alla Parola di Dio e dipende dalla potenza dello Spirito, che essi non sono in grado di orientare o predeterminare. Non è la leadership di Pietro che prende l’iniziativa a determinare il successo, ma l’obbedienza alla Parola.

In parrocchia viviamo spesso il rischio di vedere la vita cristiana come un fare: iniziative, campeggi, uscite, feste. Questo è un po’ il tentativo di Pietro, che prende l’iniziativa per andare a pescare, per poi rimanere disilluso e frustrato a causa della mancanza di pesce. E se invece la vita cristiana fosse anzitutto ascolto e obbedienza ad una Parola? Quando Pietro prende l’iniziativa non ottiene nulla, ma se la sua iniziativa sgorga dall’ascolto del risorto, ecco che la rete si riempie di 153 grossi pesci.

Se l’iniziativa nasce solo da noi, essa rimane intrappolata in mezzo al nostro io, alle nostre aspirazioni e bisogni personali, alle frustrazioni che seguono le disillusioni e spesso viene inquinata da sentimenti di rivalsa e orgoglio ferito. Diventiamo perfino incapaci di vedere il bene che già c’è nelle cose che si fanno e vediamo sempre il bicchiere mezzo vuoto. Se invece nasce dall’ascolto della Sua Parola, l’iniziativa porta pace, serenità, comunione e frutti di grazia nel cuore delle persone. E soprattutto la rete che portiamo in spiaggia non si spezza. La comunità si ritrova unita in un legame che è per sempre, quello con Cristo.

Siamo consolati perché la cena l’ha già preparata lui, noi dobbiamo soltanto mettervi un po’del pesce che abbiamo preso, offrire le persone che abbiamo incontrato, le situazioni che abbiamo visitato, perché lui possa entrarvi con il fuoco del suo amore. Nel braciere dove tutto arde, che è l’Eucarestia.

 

 

Lettura popolare III Pasqua Anno C (Gv 21,1-14)

 

Lettura popolare III Pasqua Anno C

 

Gv 21,1-14

Gesù risorto appare per la terza volta

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”  ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il capitolo 21 costituisce l’epilogo di tutto il vangelo di Giovanni e questo primo racconto ne è la prima sezione. Come già a Cana, dove Gesù aveva manifestato la sua gloria (2,11), qui tale rivelazione giunge al suo compimento nel mistero della resurrezione del Signore (cfr. 21,1.14).  Diversamente dalle prime due manifestazioni di Gesù risorto ai suoi (c. 20), qui i discepoli non si trovano chiusi in casa a Gerusalemme ma all’aperto lungo il mare di Galilea. Essi sono tornati al loro antico mestiere di pescatori, come se nulla fosse accaduto e qui faranno esperienza della potenza della resurrezione di Gesù: è come un ritorno all’inizio della loro conoscenza con Gesù quando sono stati chiamati da lui mentre erano intenti a pescare (cf. Lc 5,1-11). Anche in quell’occasione erano rimasti delusi per una pesca andata male durante tutta la notte (cfr. Lc 5,5) e Gesù li aveva invitati a gettare le reti in mare. Per il Vangelo di Giovanni inoltre la notte ha anche un valore simbolico, per indicare il tempo della mancanza di fede o dell’azione del potere delle tenebre (cf. Gv 9,4). All’alba, tempo dell’intervento di Dio (cf. Es 14,24) compare Gesù. Essi non lo riconoscono immediatamente ed egli parte dalla loro mancanza – “Figlioli, non avete nulla da mangiare”? (v. 5) – per indicargli come poterla colmare. Da qui inizia il racconto di miracolo, la pesca sovrabbondante, che ha la funzione di rivelare ai discepoli l’identità del risorto. Egli è colui che può colmare ogni vuoto e saziare ogni fame dell’uomo e al contempo è colui che solo alimenta e rende efficace l’azione evangelizzatrice della Chiesa, simbolicamente rappresentata dalla pesca di Pietro e dei discepoli. Il primo a riconoscerLo – “è il Signore!” (v. 7) – è il discepolo amato, colui che aveva creduto alla resurrezione di Gesù vedendo il sepolcro vuoto e le bende (20,8), perché è il discepolo per eccellenza aperto ad ascoltare il Signore e continuamente ripiegato a percepire ogni movimento del Suo cuore (13,25).  Subito dopo tale esclamazione del discepolo, Pietro si slancia con gioia nel mare, dopo essersi cinto la veste per nuotare meglio (l’accenno al suo essere svestito può anche alludere alla vergogna per il suo rinnegamento). Dopo aver trascinato la rete piena con la barca, gli altri discepoli vedono un fuoco di braci con sopra del pesce insieme a del pane. Gesù ha già preparato il pasto, a cui Pietro e i discepoli contribuiranno con il pesce pescato da loro: nella Chiesa il risultato della missione è già assicurato da Gesù, ma questo non toglie il ruolo di collaboratori dei suoi discepoli. Il simbolismo della rete che non si spezza richiama l’unità della Chiesa garantita dall’autorità di Pietro, capace di attirare a terra la rete senza che si laceri, grazie alla potenza misteriosa del risorto che attira a sé tutti gli uomini (12,32). Egli è l’apostolo che con la sua triplice affermazione di tenerezza e affidando a Lui anche la realtà profonda del suo amore per Gesù (“tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene!” v. 18), ritrova la carità del pastore dopo il suo triplice rinnegamento. Ora la comunione del pasto, realizzata sul pane e sul pesce che Gesù stesso aveva posto, rappresenta la piena riconciliazione e la piena partecipazione dei discepoli al disegno salvifico di Dio che si è compiuto nel corpo di Cristo risorto, tempio dal cui fianco destro (cfr. v. 6) scaturisce l’acqua dello Spirito Santo, dove il pesce vive abbondantissimo (cf. Ez 47,1-12; Gv 19,34).

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti) La notte dell’impegno infruttuoso

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei discepoli.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 21,1-14 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti tempi, luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande (a scopo puramente esemplificativo, cioè non devono essere poste con qualche ordine particolare, ma servono unicamente all’accompagnatore per suggerire ai partecipanti possibili identificazioni interiori):

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo in Galilea, sul mar di Tiberiade. L’itinerario dei discepoli sembra ricominciare daccapo. Sarà un nuovo inizio.

So sperare e credere in un nuovo inizio, proprio quando le circostanze e la vita sembrano riportarmi indietro?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

– I discepoli vanno a pescare ma non prendono nulla tutta la notte. Se tuttavia essi non avessero perserverato fino al mattino, non avrebbero incontrato il risorto. Come interpreto i miei fallimenti? Qual è la mia personale notte? So perseverare nella pesca come i discepoli, anche se non prendo nulla?

All’alba Gesù stette sulla riva e i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù «sta» anche nella mia vita, anche se non lo riconosco. Ne sono consapevole?

-Simon Pietro era svestito si cinse la veste e si gettò in mare.  Nonostante la vergogna per i miei rinnegamenti, e il fatto che sono nudo, mi gettò verso Gesù con entusiasmo?

– Simon Pietro trasse a terra la rete ed essa non si spezzò. Ho fiducia nell’unità della Chiesa, garantita da Cristo, nonostante tutte le mancanze e i peccati degli uomini?

– Gesù prese il pane e lo diede loro. Gesù mi nutre con la potenza della sua resurrezione, nella Parola e nell’Eucarestia. Ne sono consapevole?

  • Cosa dicono i personaggi?

– Gesù chiede ai discepoli: “non avete nulla da mangiare?” e li invita a gettare la rete sul fianco destro. So obbedire alla Parola di Dio e fidarmi del fatto che essa è in grado di superare ogni mia aspettativa, anche nelle situazioni di bisogno?

– Il discepolo amato dice: “è il Signore”. So anch’io riconoscere la sua presenza, in particolare nelle morti/resurrezioni che attraverso nella mia vita?

-Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”.  Qual è il nutrimento principale della mia vita? So offrire le persone che incontro al Signore, nell’Eucarestia?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

I discepoli sono chiamati a vivere la comunione con Cristo risorto, nella Chiesa. Il frutto della missione è assicurato dalla sua Parola e dal suo tempio spirituale costituito dal suo corpo risorto. Nonostante tutte le debolezze della Chiesa, ho fede nella comunione spirituale col risorto?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.