Lettura popolare XIV TO Anno C (Lc 10,1-12.17-20)

 

 Lettura popolare XIV TO Anno C

Lc 10,1-12.17-20

L’invio dei 72 discepoli

Il messaggio nel contesto

 IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Dopo l’invio dei Dodici, raccontato in 9,1-6, Luca vi aggiunge un secondo invio in missione di 72 discepoli (70 secondo alcuni manoscritti). Come comprendere questo ulteriore invio? Non si tratta di una semplice ripetizione, anzitutto perché tale invio avviene nel corso del viaggio di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme e quando è stato appena menzionato il suo passaggio attraverso la Samaria (cf. 9,51-52). Dunque questo secondo invio ha a che fare con l’annuncio alle genti “pagane” della Samaria e preannunzia la missione ecclesiale fino ai confini del mondo narrata dal libro degli Atti (cf. At 1,8).  Se infatti i Dodici sono inviati da Gesù, anche i 70/72, che rappresentano le nazioni del mondo secondo Gn 10, sono ugualmente mandati, con un incarico accreditato direttamente da Gesù nella sua missione storica, che li abilita a partecipare del ministero apostolico dei Dodici. Non a caso il numero 72 ritorna in un altro possibile sfondo veterotestamentario, quello di Nm 11,24-30, in cui lo spirito profetico di Mosè viene partecipato da altri 70 anziani scelti, più due che non si trovavano nell’accampamento. Viene qui prefigurata la missione universale della Chiesa compiuta non solo dagli apostoli, ma anche da altri discepoli chiamati dopo di loro direttamente da Gesù.

Il contesto di questa chiamata è solenne e regale: Gesù è definito come il Signore e l’atto del designare ha una valenza anche giuridica. Essi vanno a due a due perché le loro parole abbiano un valore di testimonianza (cf. Dt 19,15) e il loro compito è di preparare la venuta del Signore (v.1). Il loro invio è destinato a raccogliere la messe dei popoli, in una sorta di anticipo del giorno definitivo e ultimo del Regno di Dio (cf. Gl 4,13). Non a caso il tempo della Chiesa e dell’annuncio del Vangelo è caratterizzato da Luca come un’era messianica, con la presenza del Signore risorto, che compie la salvezza definitiva. I protagonisti di questo tempo sono i discepoli di Gesù che, con il loro stile di mitezza, vengono paragonati ad agnelli in mezzo a lupi, con le caratteristiche del servo di JHWH, che come agnello fu condotto al macello (v.2, cf. Is 53,7). Essi sono poveri per dipendere totalmente dall’accoglienza di coloro a cui sono inviati (v.4), senza lasciarsi distrarre da parenti, amici o benefattori (“non salutate nessuno lungo la strada”). Il contenuto del loro annuncio è la “pace”, quale frutto dei tempi messianici (cf. Is 52,7), che deve arrivare nelle “case” dove i discepoli sono ospitati (cf. At 16,14s), ricevendo la ricompensa della sussistenza, ma senza approfittarne (cf. v. 7). Dalla casa l’evangelizzatore ha l’opportunità di annunciare il Vangelo nella città (vv. 8-12), attraverso guarigioni e predicazione. Il rifiuto di tale annuncio comporta l’esclusione dalla salvezza definitiva, una sorte più grave di quella subita dalla città di Sodoma nell’AT (v.12, cf. Gn 19,1). Il successo missionario dei discepoli è assicurato, perché la potenza del Regno di Dio è certificato da Gesù stesso, nella forma della guarigione dalle malattie e dagli esorcismi, che testimoniano la caduta di Satana (vv. 17-20 cf. Is 14,12) e la sua sconfitta definitiva. Tuttavia la gioia dei discepoli non è ancorata ai successi pastorali, ma alla loro sicurezza di essere amati da Dio e partecipi del Suo Regno.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti) La mia testimonianza del Vangelo

 

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 10,1-12.17-20 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù è in viaggio per la Samaria, verso Gerusalemme, lì dove si compirà il disegno misterioso di Dio della sua ascensione al Padre. Come comprendo la mia vita? È  un viaggio insieme con Gesù? Verso dove?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Gesù designa altri 72 discepoli. Questa chiamata è solenne e ha un’efficacia “giuridica”. Mi sento anch’io “designato” da Gesù per annunciare il Vangelo?

-Gesù li invia davanti a se, lì dove stava per recarsi Nel mio impegno in famiglia, sul lavoro o negli aspetti pastorali, sono consapevole di preparare il terreno a Gesù?

-I 72 tornano pieni di gioia. Vivo la gioia dell’annuncio evangelico o mi lascio prendere da varie ansie e affaticamenti?

  • Cosa dicono i personaggi?

-Gesù istruisce i discepoli sullo stile da tenere: essi sono come agnelli in mezzo a lupi. Qual è il mio stile di cristiano nel mondo?

Non portate borsa, né sacca, né sandali: quale povertà di mezzi sperimento nella mia esperienza pastorale? È per me solo un limite o una risorsa spirituale?

-Pace a questa casa: come entro in contatto con la vita delle altre persone? Sono per loro una testimonianza di pace? La nostra comunità comunica la pace o tensioni e fatiche?

Guarite e dite: sperimento il Vangelo come guarigione del cuore e annuncio gioioso?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Vedevo Satana cadere come la folgore: l’annuncio del Vangelo è la sconfitta definitiva del male e l’instaurazione del Regno messianico.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

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la pedagogia di Gesù verso i giovani

 

 

A volte Gesù ci sembra troppo radicale: cosa intende comunicarci quando impedisce al giovane che vuole seguirlo di andare a salutare i propri cari, o andare a seppellire suo padre?

Certamente si tratta di provocazioni che vanno comprese nella loro valenza metaforica, allusiva. Ma ciò non significa che non debbano essere prese sul serio. Due aspetti ritengo sino presenti in queste provocazioni del “maestro” Gesù:

  1. seguendo Gesù noi realizziamo noi stessi e a questo fine sono ordinate tutte le relazioni importanti, anche quelle familiari.
  2. egli ha una stima incondizionata di noi, della nostra capacità di mettere al servizio di Dio tutti i nostri doni e la nostra persona.

La pedagogia di Gesù mette insieme radicalità di valori e obiettivi con una stima incondizionata per la nostra libertà, pur nella consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre fragilità.

Come educare i giovani alla luce di questa pedagogia? Due sono gli atteggiamenti degli adulti oggi, quello del bigottismo che in nome del valore giudica e divide i ragazzi in buoni e cattivi e quello del permissivismo indulgente che rinuncia a proporre con energia il valore per accattivarseli.

Entrambi mancano di un elemento fondamentale, che è invece proprio della pedagogia di Gesù: la stima incondizionata della persona. Incondizionata significa che essa è “donata” e non “meritata”, è cioè data in partenza e come riserva originaria e illimitata a cui un ragazzo può attingere, quando si scontra con il suo limite e con la sua fragilità, di qualsiasi tipo, intellettuale, fisica, psicologica ecc. Il bigottismo non stima e pertanto giudica la persona chiudendola nei suoi atteggiamenti, impedendole ulteriori chance di crescita e stimolando solo chi è già “sulla buona strada”. Nemmeno chi è permissivo è capace di stima, perché la sua rinuncia nasce proprio dal pessimismo nei confronti delle capacità della persona.

Gesù evita entrambi i rischi e propone a tutti, buoni o cattivi, pubblicani o farisei, la stessa esigenza radicale, che egli sa bene essere al di là e al di sopra delle possibilità umane di ciascuno, sia dei buoni che dei cattivi. Egli infatti ha una stima senza limiti nei confronti di ciò che è nel cuore dell’uomo, del desiderio profondo e delle incommensurabili energie di dono che vengono da Dio e che lo rendono capace di superarsi.

Gesù sa che l’uomo è destinato a superare se stesso, grazie al dono dello Spirito Santo e questa stima dell’uomo è il segreto della sua pedagogia. Un giovane che scelga Gesù come maestro non vive nel perenne bisogno di dimostrare qualcosa agli altri, genitori o professori, (i cosiddetti “buoni”…) né nel rifiuto di un’autorità vissuta come esterna e irragionevole (i cosiddetti “cattivi”…) ma è spinto a superarsi dalla stima che Egli ripone in lui, fino a ritrovare se stesso, nella libertà e nella gioia.

Preghiamo perché il mondo degli adulti sappia ispirare le proprie strategie educative a questa pedagogia: non giudicare i giovani senza dargli un’ulteriore possibilità e nemmeno comperarli con i mezzucci di questo mondo. Invece aiutiamoli dando loro fiducia, proprio quando percorrono le strade sbagliate della trasgressione e dello scontro con il mondo adulto.  Il giovane infatti è come una rosa che deve essere seminata e innaffiata: all’inizio non si vede nulla se non il gambo, le spine e qualche foglia, poi senza preavviso sboccia nella sua bellezza .

Lettura popolare XIII TO Anno C

 Lettura popolare XIII TO Anno C

Lc 9,51-62

Imparare a seguire Gesù

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Come già in a Nazareth (4,16-30) Gesù è respinto dai Samaritani perché il suo messaggio di salvezza è rivolto altrove, verso Gerusalemme, e rifiuta qualsiasi identificazione etnica o politica. Gesù non accetta di essere strumentalizzato o “usato” da chi vuole farlo “suo”, anzi chiede di entrare nel mistero della sua persona e del disegno del Padre, che si compirà a Gerusalemme con l’ascensione, ossia con la sua salita al cielo, attraverso la passione e la morte.  I discepoli Giacomo e Giovanni non comprendono questo itinerario e devono ancora imparare a seguire Gesù nella sua mitezza di servo umile e obbediente del Padre. Essi infatti propongono iniziative di giustizia troppo umana (v. 54), e legate ad una concezione esclusiva e partigiana dell’appartenenza a Gesù, anche se ispirate al profeta Elia (cf. 2Re 1,10.12.14). Essi non hanno ancora capito che Gesù chiede ai suoi discepoli una radicalità molto maggiore di quella del profeta Elia, anche nello spogliarsi delle proprie sicurezze e appartenenze. Se Elia aveva permesso al suo discepolo Eliseo di salutare quelli di casa (v. 61-62, cf. 1Re 19,20), non così per Gesù. Il Regno di Dio infatti è per lui una priorità assoluta, anche al di sopra delle prescrizioni legali più sacre, come quella di seppellire i morti di casa (v. 59-60, cf. Tb 1,17), e si concretizza nel seguire la Sua persona, come compimento di tutta la Legge. Quest’ultima infatti si compie in Lui, che è al di sopra anche degli affetti più cari e della famiglia naturale rappresentata dalle immagini delle tane delle volpi e dei nidi degli uccelli del cielo (v. 58). Chi decide di rispondere all’invito di Gesù a seguirlo ed essere suo discepolo, pone questa sequela al di sopra di ogni cosa e persona, sapendo che ogni realtà umana, anche le più sacre, sono ordinate al fine di ogni uomo, che è lodare Dio e servirlo nella Sua volontà. Per i discepoli lodare Dio e servirlo significa seguire Gesù e stare con lui, in tutto il suo itinerario, fino ad accogliere la sua passione e la sua morte e sperimentare la potenza della sua resurrezione.

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti) Le priorità della mia vita

 

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 9,51-62 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù è in cammino con decisione verso Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e resurrezione: sono anch’io in cammino con Gesù? Come entro nel mistero della Sua Persona?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

– Gesù prende la ferma decisione (lett. Indurisce la faccia) di andare a Gerusalemme: mi metto nei panni dei discepoli: sento la paura per ciò che attende Gesù a Gerusalemme?

– Gesù invia messaggeri davanti a sé: mi sento inviato da Lui? In quali circostanze e occasioni percepisco più chiaramente questa missione di precederlo?

– I samaritani non vogliono riceverlo: quali ostilità incontra oggi l’annuncio del Vangelo?Come reagisco io?

– Gesù rimprovera i suoi discepoli: interpreto anch’io la mia appartenenza al gruppo ecclesiale o alla comunità cristiana in modo esclusivo, come i discepoli?

  • Cosa dicono i personaggi?

– I discepoli chiedono a Gesù di mandare un fuoco dal cielo e di bruciare i suoi avversari: utilizzo Dio per realizzare una giustizia che risponde solo a pretese umane?

-Gesù dice: “Seguimi”: accolgo questo invito e come?

– Un anonimo discepolo dice a Gesù: “Ti seguirò dovunque tu vada”: sono davvero disponibile a lasciare tutto per Lui?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il discepolo è chiamato a vivere con radicalità la sequela di Gesù. Non è una strada di potere e di appartenenza esclusiva ad una comunità di eletti, ma di povertà e abbandono in Lui, la cui parola diviene più vincolante dei legami di carne. Quali priorità pongo nella mia vita?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Controcorrente. Omelia del matrimonio di Letizia e Luca.

Carissimi Letizia e Luca,

appena siete usciti allo scoperto con la vostra decisione di sposarvi, vi siete resi conto di non suscitare sempre grandi entusiasmi intorno a voi, a volte anzi avete incontrato paure e proiezioni negative, mascherate o con l’ironia di chi fa pesare la sua esperienza di vita (“il primo matrimonio è sempre bello”) o con la falsa preoccupazione di chi dice: “sei davvero sicura/sicuro?”.

Ma voi non dovete crucciarvi di questo, anzi sarà motivo di una maggiore consapevolezza del fatto che oggi il matrimonio è una scelta controcorrente, perché è considerata come la tomba della libertà personale, un limite inaccettabile a trent’anni, magari più comprensibile a quaranta, cinquanta. Certo si può stare insieme-così oggi si pensa- ma sempre preservando una quota di autonomia e di reversibilità, che garantisca la libertà personale.

Vorrei allora su questa questione lasciar parlare il Vangelo che abbiamo ascoltato.  I discepoli sono chiamati a stare in un luogo solitario con Gesù e mentre Lui prega, sperimentano la sua identità di Figlio di Dio e ne vengono essi stessi trasformati, tanto da riconoscerlo come il messia per bocca di Pietro. Come per i discepoli anche per voi la vita matrimoniale è una chiamata a vivere da Figli il vostro stare insieme, lasciandovi trasformare da Lui.

Questa trasformazione vuol dire almeno cinque cose diverse:

  1. Vuol dire comprendere che il vostro stare insieme non è semplicemente il vostro progetto, ma il frutto di un disegno di Dio, che deve compiersi nella vita e che oggi trova il suo sigillo sacramentale. È Lui che oggi prega per voi e garantisce che la vostra scelta e il vostro atto libero di sposarvi avvenga in profonda unione con i desideri del Padre suo.
  2. Vuol dire la capacità di stupirsi continuamente di questo dono, rinnovarlo con un atteggiamento contemplativo, che sa vedere nell’altro un di più che deve sempre scoprire. Come dice la seconda lettura (1 Cor 13), l’amore tutto crede, nel senso che ha fiducia, e accorda un credito all’altro. La fiducia è l’antidoto più potente a tentazioni di possesso e di gelosia. Il matrimonio non è dunque la tomba della libertà ma è il valore aggiunto che potenzia le capacità e i carismi di ciascuno dei due, che si sente oggetto della fiducia senza limiti dell’altro.
  3. Vuol dire saper scusare l’altro. La fiducia infatti dà la possibilità di circoscrivere, integrare e superare insieme i limiti e le difficoltà. Inoltre aiuta a non intrappolare la persona in giudizi inappellabili. Come dice San Paolo (1 Cor 13), l’amore tutto scusa: quando uno ha compiuto un sacrificio per l’altro, possono nascere risentimenti e sensi di colpa, a distanza di tempo. Saper andare oltre, saper scusare, saper comprendere certe vicende in un orizzonte più grande è una risorsa necessaria per una vita felice!
  4. Vuol dire saper accogliere i limiti della nostra vita, senza lasciarsi intrappolare dalla tentazione della noia, della ripetitività, della quotidianità. Quando il volto di chi mi sta accanto è il riflesso di Dio, allora viene vinta ogni tentazione di banalità che spegne il desiderio. L’amore tutto spera e il desiderio riprende vigore, in modo più maturo, più pieno, più bello; anche la sessualità diviene così una vera liturgia dell’amore.
  5. Infine questa trasformazione che da oggi accade in voi vi dona anche la capacità di abbandonarvi al futuro che non conoscete, accogliendo i doni e le prove. Se l’amore tutto sopporta, esso significa saper stare, non spaventarsi, non fuggire, non tornare indietro verso nidi illusori o grembi materni, ma saper rimanere dentro alle difficoltà, riconoscendo le tentazioni e vincendole con la propria libertà riaffermata ogni giorno.

Ora non potete più tornare indietro, non con il sentimento angoscioso di chi si sente in trappola, ma con la potenza d’amore di un bambino che è uscito dal grembo materno e ora assapora piangendo l’aria aperta e sa che non ritornerà più indietro perché la vita lo aspetta. Ora, come i discepoli che erano soli con Gesù, anche voi siete soli con Lui. Noi preghiamo, vi sosteniamo e facciamo tutto il tifo per voi: ma ora tocca a voi, soli con Lui, sostenuti dalla Sua preghiera, non abbiate paura di compiere quello che il Padre ha da sempre pensato per voi nel Suo eterno Amore.

Carissimi Letizia e Luca, che lo Spirito vi adombri con la sua potenza e vi doni di testimoniare  l’amore dove e come Lui vorrà.

 

Lettura popolare XII TO Anno C Lc 9

 Lettura popolare XII TO Anno C Lc 9

Lc 9,18-24

La confessione messianica di Pietro

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Lc 9, 18 – 24.

18Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». 19Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. 22«Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». 23Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. 24Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà.

 

 

Gesù si trova in preghiera, come in ogni momento importante e di svolta del suo ministero (cfr. 3, 21 – 22; 6, 12 – 15; 9, 28 – 36). Nella preghiera Gesù manifesta la profonda comunione che egli vive con il suo Padre, non in teoria ma nella scelte concrete che è chiamato a fare nella sua vita. Al momento del battesimo Gesù prega e riceve lo Spirito che lo abilita ad iniziare la sua missione. Quando chiama alcuni dei suoi discepoli come dodici apostoli, passa la notte in preghiera. Infine quando si tratta di mostrare la sua gloria sul monte a Pietro, Giacomo e Giovanni, perché essi possano interpretare gli eventi della passione come un cammino necessario verso l’esaltazione, Gesù si mette a pregare sul monte.  In tutti questi momenti Gesù fa un passo in avanti verso il compimento della sua missione e si rivela come il Figlio di Dio nella sua concreta storia di uomo: tutto nasce e si sviluppa nella preghiera.

Anche nel nostro testo Gesù sceglie di compiere un passo decisivo nella sua rivelazione ai discepoli come Cristo di Dio. Proprio la preghiera di Gesù, continuata e silenziosa, induce i discepoli a intuire qualcosa di profondo e straordinario riguardo a Gesù stesso, al mistero della sua persona. Egli infatti li sul monte rivela nella preghiera una comunione intima e unica con il Padre suo ed è per questo che Pietro, affascinato e avvolto dal modo in cui Gesù prega, può esporsi in prima persona e superare d’un tratto le ipotesi della folla a riguardo dell’identità di Gesù. Egli non è semplicemente un profeta come altri, perché il rapporto con Dio che si rivela nella sua preghiera ha qualcosa di assolutamente unico, Egli non può che essere l’Unto di Dio, il messia, colui che appartiene così radicalmente a Dio da essere definito come il Cristo di Dio, il Suo Figlio (cfr. 2, 26).

Tale unicità di Gesù si rivela pienamente nel mistero della sua passione, morte e resurrezione, che egli deve compiere a Gerusalemme. Il termine “deve” (cfr. Lc 24, 25) indica una necessità di natura divina, un disegno del Padre al quale Gesù si sottomette, nonostante esso passi attraverso la sofferenza (cfr. Is 53, 4) e il rigetto da parte del popolo (cfr. Sal 118, 22). Ma al terzo giorno (cfr. Os 6, 2) Gesù risorgerà.

Solo rimanendo in profonda intimità di vita con Gesù noi possiamo entrare nel mistero della sua persona, come hanno fatto i suoi discepoli, pur nell’inevitabile fatica ad accettare la dimensione di sofferenza e morte attraverso la quale Gesù passa volontariamente.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Come prego e come vivo la preghiera

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 9,18-24 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù si trova in un luogo deserto con i discepoli: percepisco Dio nella solitudine?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Gesù prega: mi affascina la preghiera di Gesù? Cosa mi rivela di lui?

-I discepoli stanno con Lui: cosa significa per me stare con Gesù?

 

Cosa dicono i personaggi?

Gesù chiede le opinioni della gente su di lui:come viene oggi considerato Gesù nella cultura attuale?

Voi chi dite che io sia?: qual è la mia personale comprensione dell’identità di Gesù?

Pietro dice: tu sei il Cristo di Dio. La radicale appartenenza di Gesù al Padre come Suo Figlio: come entrò in questo mistero?Chi. È il Padre di Gesù per me?

Gesù afferma che il figlio dell’uomo deve soffrire molto. Come interpreto è vivo il mistero della sofferenza del messia Gesù?

Il rifiuto dei capi è il passaggio attraverso cui si compirà il mistero della resurrezione: la resurrezione di Gesù è per me una realtà?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?
  • Il discepolo è chiamato a rinnegare se stesso, prendere la sua croce e seguire Gesù. Qual è la mia croce e la mia resurrezione nel seguire Gesù? Come Chiesa e come popolo di Dio siamo fedeli nel seguire Gesù?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XI TO Anno C (Lc 7,36-8,3)

 

 Lettura popolare XI TO Anno C

Lc 7,36-8,3

La peccatrice perdonata

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

La liturgia unisce l’episodio della donna peccatrice in casa del fariseo Simone (7,36-50) con un breve sommario sulle donne che seguivano Gesù come discepole (8,1-3). La donna peccatrice, divenuta credente, è simbolo della Chiesa stessa, sposa di Cristo, la cui femminilità si manifesta chiaramente per la presenza di tante donne come discepole.

Questo sfondo sponsale emerge dai gesti della donna peccatrice. Sono tutti gesti d’amore: lavare i piedi, per giunta con le lacrime, baciarli e cospargerli di profumo. Nell’AT l’espressione “lavare i piedi” è un eufemismo per indicare l’atto sessuale (cf. 2 Sam 11,8), il profumo che si espande è caratteristica dello sposo del Cantico dei cantici (Ct 1,3), il bacio è la manifestazione dell’amore tra uomo e donna (Ct 1,2). Al fariseo Simone non sfugge il significato di questi gesti, scandaloso in quanto questa donna era una peccatrice di quella città e pertanto comincia a dubitare della qualità profetica di Gesù. Ma Gesù mostra di essere un profeta non solo perché sa benissimo chi è questa donna, ma ancor più perché conosce i pensieri di Simone e a lui si rivolge con un’accusa in forma di parabola, come fanno i profeti nell’AT (2 Sam 12,1-4). Attraverso la parabola il profeta porta l’interlocutore ad un giudizio che poi viene rovesciato su di lui. Secondo la parabola la donna è colei che ama di più perché le è stato condonato di più, mentre Simone ama poco perché gli viene perdonato poco.   Tuttavia Gesù si esprime in modo apparentemente contraddittorio, dicendo: “Le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato” (v. 47). È l’amore della donna a causare il perdono dei peccati o il perdono dei peccati motiva l’amore della donna?

La donna fa parte di quel popolo peccatore che ha riconosciuto la giustizia di Dio con la penitenza chiesta da Giovanni (cf. 7,29). L’iniziativa è di Dio che perdona il peccato (il perdono di Dio viene prima ed è gratuito!), ma al peccatore spetta rendere attivo questo perdono con gesti di conversione. Proprio i gesti d’amore della donna verso Gesù rappresentano la conversione del peccatore nel tempo del Messia/sposo Gesù e questo amore rende attivo e realmente operante il perdono di Dio.

E il fariseo Simone? Non sappiamo come risponderà all’accusa di Gesù, perché Luca vuole che ci identifichiamo con lui. La sua risposta sarà la nostra risposta all’appello profetico di Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Come vivo il perdono di Dio

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 7,38-8,3 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù si presenta nei versetti precedenti come il messia che compie il disegno di Dio preparata da Giovanni il Battista con la sua predicazione penitenziale e il suo battesimo. Se da una parte tutto il popolo, peccatore, ha ricevuto il battesimo ed è entrato nella salvezza messianica, dall’altra i capi e i farisei, non accogliendo Giovanni e il suo battesimo perché si credevano giusti, hanno annullato il disegno di Dio su di loro.

Gesù ora è in casa di un fariseo di nome Simone, che è il vero destinatario dell’azione e delle parole di Gesù. Come i farisei anch’io mi ritengo sostanzialmente giusto?

 

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno e cosa dicono?

I personaggi sono tre: Gesù, il fariseo Simone e la donna.

-La donna piange, bagna i piedi di lacrime, li asciuga coi capelli, li bacia e li cosparge di profumo. Sono gesti di amore e insieme di conversione profonda. Quali sono i miei gesti d’amore e di pentimento nei confronti di Gesù?

 –Il fariseo Simone giudica Gesù nel suo cuore, perché si lascia toccare da una peccatrice. Se costui fosse un profetaCorro anch’io il rischio di giudicare le persone esteriormente?

-Gesù pronuncia la parabola dei due debitori. In quale dei due debitori preferisco collocarmi?

-Secondo Gesù alla donna “sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato”. La coscienza del mia peccato mi porta allo scoraggiamento oppure a rinnovare ogni giorno la mia relazione d’amore con Dio?

-A chi si perdona poco, ama poco. Vivo con superficialità e formalità il sacramento della confessione?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è il profeta-messia che compie la rivelazione dell’amore e del perdono di Dio a tutta l’umanità. La donna è figura della Chiesa, che è peccatrice e al contempo resa santa dal perdono di Dio. Cosa significa per me essere parte di un popolo santo e peccatore?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

La Parola della compassione (Omelia X TO Anno C)

 

Quando c’è un funerale di una persona conoscente, facciamo fatica a trovare le parole della consolazione e della speranza. Abbiamo timore ad entrare nel cerchio privato della sofferenza familiare, a toccare il dolore.

Gesù invece non ha paura, quando vede il corteo funebre a unirsi ad esso e toccare la bara, che per un ebreo era “cosa impura”.  Gesù tocca il “luogo” della morte, lo condivide e per questo motivo la sua parola è in grado di trasformare la morte e di donare una paradossale e inaspettata resurrezione: “dico a te, alzati”.

Il morto “parla” e la parola come segno di comunicazione e di vita si trasmette alla folla, che proclama la sua fede nel Dio di Israele rivelatosi attraverso Gesù: “Dio ha visitato il suo popolo”. La parola ha vinto la morte ed è diventata lode e rendimento di grazie del popolo. Solo i viventi infatti possono lodare il Signore e noi uomini, viventi, siamo fatti per la sua lode! La Sua parola ci dona le parole vere, capaci di celebrare la bellezza della vita che rinasce.  Come Elia Gesù ha resuscitato un bambino morto, più di Elia Gesù ha compiuto il miracolo solo con la Sua Parola e con essa ha generato le parole di fede del popolo.

Da dove proviene questa parola? Io penso che l’origine di queste parole sia la compassione di Gesù: sentimento di Dio, che prende su di sé il male e la morte dell’uomo e la condivide fino ad assumerne tutte le conseguenze. Sentire compassione vuol dire condividere la situazione dell’altro, i suoi sentimenti, il suo dolore, la sua disperazione. Questo sentimento non ci lacera e non ci indebolisce, perché sappiamo che non la nostra parola, ma la potenza della resurrezione di Gesù è già all’opera.

Se l’attuale comunicazione globale ci porta costantemente a contatto con il male del mondo e proprio per questo ci rende assuefatti e perfino indifferenti al male, la compassione di Gesù ci educa a non rassegnarci, a continuare a indignarci, a confidare in Lui e mettere in atto quello che possiamo fare, nel nostro piccolo.  Anche noi, come parrocchia, possiamo fare qualcosa: la papa Giovanni ad esempio ci ha informato che ci sono adolescenti immigrati che, compiuti i 18 anni, devono uscire dalle case famiglia e stare in strada in attesa di rientrare in un progetto di accoglienza per adulti, rischiando così di diventare facile preda di mondi criminali. Perché non aiutare questi ragazzi come parrocchia, anche attraverso la collaborazione con la papa Giovanni?

La compassione di Gesù comporta un entrare nel lutto del nostro popolo, per la mancanza di futuro, di figli e di giovani e restituire la speranza con parole e gesti di responsabilità. Oggi questo significa anche avere il coraggio di cambiare la società e le istituzioni per vincere privilegi ingiusti e dare più sostegno ai giovani. Oggi in molte città d’Italia ci sono le elezioni: preghiamo perché la nostra società ritorni a scommettere sui giovani e li aiuti e incoraggi concretamente nelle loro scelte.