Lettura popolare XVIII TO Anno C (Lc 12,13-21)

 

 

 

Lc 12,13-21

Imparare a pregare

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

L’insegnamento di Gesù che è contenuto in questa pericope si trova all’interno di un discorso di Gesù ai discepoli a riguardo dell’annuncio del Vangelo e dei contrasti e opposizioni che esso suscita (cf. 12,4-12.22-32).  Esso nasce dalla domanda di un anonimo personaggio, in mezzo alla folla, che lo interpella come «maestro» e gli chiede di giudicare il suo caso di eredità, in una controversia tra fratelli (v. 13), come già aveva fatto Mosè (cf. Nm 27,8-11) e come facevano comunemente i maestri della Legge anche al tempo di Gesù.  Gesù però si rifiuta di giudicare questi aspetti, perché intende rivelare una dimensione più profonda del giudizio. Egli è certamente un maestro in grado di giudicare, ma il suo giudizio oltrepassa i criteri di una giustizia umana, per accedere ad un livello «profetico» e «rivelato». Egli infatti è il profeta degli ultimi tempi, al pari di Mosè, la cui parola va accolta quale parola di Dio (cf. Dt 18,18).

Gesù va dunque al cuore della questione, con un invito a custodire la coscienza da quella cupidigia che nasce quando si fa consistere la prospettiva di vita (fisica e spirituale) solo sui «beni» (v. 15).  Per far comprendere questo Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco e ci fa accedere alla riflessione profonda di un uomo che ha avuto successo nella vita e a cui gli affari sono andati bene. Di per sé il suo ragionamento è corretto e non sembra essere guidato da cupidigia: si tratta di costruire granai più grandi per contenere e amministrare il patrimonio (v. 18). Il problema risiede piuttosto nel fatto che egli si considera proprietario di quei beni e non semplicemente amministratore: così egli intende godere per sé (v.19), e non far fruttificare il patrimonio per altri. Egli sarebbe arricchito per Dio se solo avesse utilizzato il valore materiale per creare un valore più alto e più vero, la relazione umana e l’amore che circola e cresce tra gli uomini. In modo simile i primi cristiani degli Atti degli Apostoli considerano anzitutto il dono dell’amore nella comunione ecclesiale il valore supremo a cui finalizzare i beni e le proprietà personali (cf. At 5,1-11). L’uomo ricco della parabola dunque non è veramente sapiente (cf. Sir 11,18-19), perché non considera ciò che ha ricevuto come un dono di Dio e dunque pensa che le ricchezze bastino a dargli la vita. Egli è diventato idolatra, perché ha sostituito Dio con la ricchezza e i «beni».

In fondo Gesù, pur non essendo giudice e mediatore in senso umano, lo è in un altro senso, perché mostra di essere il mediatore di «beni» che provengono dal Padre, l’unico che può assicurare il dono della vita. Chi è consapevole di avere questo dono dal Padre, in fondo ha già ricevuto l’eredità, quella che spetta ai figli di Dio, e non ha più bisogno di discutere a riguardo dell’eredità paterna.

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Le mie preoccupazioni concrete e quotidiane

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 12,13-21(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo in un contesto di contrasto con i capi e accusa. Qui emerge l’autorità di Gesù, che non entra nel merito della gestione diretta del potere giudiziario o politico, ma intende far emergere i pensieri profondi della coscienza umana. Il giudizio può essere dato da un punto di vista esteriore e da uno interiore. Come giudico io le situazioni e le persone?

Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Un uomo chiede a Gesù di giudicare la sua eredità. Quale eredità desidero possedere?

-Gesù rifiuta di giudicare una simile questione. Con quali intenzioni e finalità mi rivolgo a Gesù? Come penso che egli entri nella mia vita?

-Anche nella sovrabbondanza, la vita non dipende dai beni. Come giudico e ricerco il benessere materiale?

Cosa dicono i personaggi?

-Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco, che parla con sé stesso. Nei miei pensieri profondi parlo con me stesso o mi rivolgo a Dio?

– Dio risponde: «questa sera ti sarà richiesta la tua vita». Ho considerato il rapporto tra la vita e i beni che possiedo?

-Gesù sollecita ad arricchirsi in Dio. Come e di cosa intendo arricchirmi? Cosa ho paura di perdere?

Quale rivelazione è contenuta qui?

La vera eredità, quella che non viene meno e di cui Gesù è mediatore e giudice, è l’eredità dei figli di Dio. Questa è l’eredità dell’amore che, nella misura in cui è messo in comune e condiviso, non diminuisce ma si moltiplica.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

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Lettura popolare XVII TO Anno C

 Lettura popolare XVII TO Anno C

Lc 11,1-13

Imparare a pregare

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

L’insegnamento di Gesù sulla preghiera nasce da una domanda dei discepoli, che sono coinvolti e trasformati dalla preghiera di Gesù (v. 1). Il particolare, unico, intenso rapporto di Gesù con il Padre suo, così come emerge dalla preghiera, li colpisce al punto da suscitare in loro il desiderio di esserne parte, di lasciarsi trasformare dalla bellezza di questo amore che traspare dalla preghiera di Gesù, per poterlo anche loro, in certo modo, imitare. La loro domanda testimonia la considerazione che hanno di Gesù come di un maestro che può guidarli nella via che conduce a Dio, attraverso la preghiera, come già aveva fatto Giovanni il Battista con i suoi, e come si usava nei movimenti e nella comunità religiose radunate dai maestri giudaici del tempo. Gesù non fa eccezione e insegna loro una preghiera che ha molti punti di contatto con alcune preghiere della tradizione giudaica, come quella delle Diciotto Benedizioni, nella quale Dio viene invocato come Padre nostro (v.2). Sulla bocca di Gesù questo titolo assume però una nota in più, perché diviene il segno della sua identità di Figlio di Dio, che può ora essere partecipata dai suoi discepoli. Non si tratta solo di un Padre del popolo, sovrano ed autorevole, ma anche di un padre misericordioso (cf. Lc 15) che ha a cuore ogni persona, nella sua singolarità e che ciascuno può sentire vicino e presente nella propria vita.   Il suo Regno e la santità del suo nome (v. 3) si manifestano nella remissione del peccato e nella liberazione dalla prova e dal male (v.4), attraverso un amore che nutre quotidianamente, secondo i bisogni di ciascuno.

Attraverso due esempi, tratti dalla vita ordinaria, Gesù paragona il padre a due padri di famiglia umani. Se è un amico a pregare con insistenza, il padre si alzerà anche solo per togliersi il fastidio. Se è un figlio a pregare e chiedere un uovo o un pesce, il padre lo esaudirà certamente. Se questo è dunque vero per un amore imperfetto e limitato come quello umano, quanto più varrà per Dio? E il dono d’amore che Dio fa a tutti coloro che glielo chiedono è lo Spirito Santo.  Esso racchiude ogni bene e ogni dono.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

La mia preghiera

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 11,1-13(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù si trova in un luogo a pregare. Il luogo della preghiera ha un carattere simbolico, si tratta dello spazio creato dalla relazione con il Padre suo. È un luogo abitato dall’amore, dallo Spirito Santo. Quali luoghi, fisici o interiori, mi aiutano a pregare?

Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Gesù finisce di pregare e i discepoli lo interrogano. La loro curiosità nasce dal fascino che Gesù suscita. Quale fascino per la persona di Gesù? Come lo vedo e lo sento?

Cosa dicono i personaggi?

I discepoli chiedono di insegnar loro a pregare. Sono convinto che l’arte della preghiera si può apprendere. Come la sto imparando?

Gesù risponde insegnando il Padre nostro. Avverto nella mia preghiera la presenza del Padre che mi dona tutto ciò di cui ho bisogno (il pane quotidiano o sostanziale)?

Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Ho fiducia che la preghiera ottiene sempre quello che chiede, nelle forme e nei modi che Dio permette? Cosa e come chiedo?

Il Padre vostro darà lo Spirito Santo. Cos’è per me il dono della grazia e dello Spirito Santo? Lo vivo?

 Quale rivelazione è contenuta qui?

La preghiera è un rapporto d’amore con il Padre, nello spazio aperto da Gesù suo Figlio e grazie al dono dello Spirito Santo. La preghiera è partecipazione a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, al Dio trinità!

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XVI TO Anno C (Lc 10,38-42)

 

Lc 10,38-42

Marta e Maria

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

La scena di Gesù ospite di Marta e Maria si apre con la descrizione del movimento di Gesù con i discepoli. Tutto accade mentre Gesù sta andando verso Gerusalemme (v. 38): appena entra in un villaggio ecco comparire Marta ad accoglierlo in casa sua (v. 38), con un movimento che sembra ripercorrere l’accoglienza che il buon samaritano aveva fatto all’uomo incappato nei briganti (v. 34).  I discepoli rimangono sullo sfondo e tutto si svolge nelle relazioni tra Gesù e le due sorelle, che vengono descritte con tratti antitetici: da un lato Maria che, seduta ai piedi di Gesù, in atteggiamento discepolare verso il suo maestro (cf. At 22,3), ne ascolta la parola; dall’altro Marta che è distratta per il molto servizio (v. 40). In questa descrizione del narratore emerge già il suo punto di vista sui due diversi comportamenti delle sorelle: per Marta accogliere Gesù significa occupare la scena con il suo servizio; per Maria invece accogliere Gesù ha anzitutto il valore dell’ascolto della sua Parola, come già per le folle (5,1). Ascoltare la parola di Gesù equivale infatti ad ascoltare la Parola di Dio, come il terreno buono (8,15) e i veri familiari di Gesù (8,21) e tutti coloro che sono chiamati a vivere la chiamata alla beatitudine (11,28). Si tratta anche della parola del Vangelo, che genera la fede e ottiene il dono dello Spirito (cf. At 4,4; 8,14; 10,44).

Fin qui tuttavia non vi è alcun rimprovero da parte di Gesù, che interviene solamente dopo l’accusa di Marta, direttamente rivolta a lui. Ella si arrabbia con Gesù (“non t’importa”) e l’eccesso dei pronomi di prima persona (mia sorella mi ha lasciata sola a servire: dille che mi aiuti) suggerisce chi c’è al centro di tutte le sue preoccupazioni: non tanto Gesù ma sé stessa. Ella non è in grado di vedere cosa vi è al cuore della relazione con Gesù e al contempo lascia trasparire una sottile invidia della sorella, nel tentativo di ridurla al proprio controllo. È a questo punto che scatta il rimprovero di Gesù: all’affanno e all’agitazione per molte cose Gesù contrappone l’unica cosa necessaria, che Maria ha scelto, la parte migliore dell’eredità destinata ai figli, ossia la Parola di Dio. Se Gesù chiama Marta per due volte è per ripercorrere il senso della sua vocazione (cf. 1 Sam 3,10), ossia quella chiamata di Dio, ogni volta rinnovata, ad ascoltare la Sua parola, fino a vincere la sordità e il non ascolto da parte dell’uomo.  Il cuore di questo racconto non è dunque mettere in rapporto vita attiva e vita contemplativa come due vocazioni diverse in seno alla comunità cristiana, ma rivelare il mistero dell’accoglienza di Gesù che ogni cristiano deve vivere, per evitare il rischio di una carità interiormente disordinata: ascoltare la Sua Parola, per ricevere l’eredità dei figli di Dio, quella che dura per sempre!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Le ansie e gli affanni di questi giorni

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 10,38-42(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù è in viaggio e il contesto del racconto è la casa in cui Marta lo accoglie. Come accolgo Gesù nella mia casa e nella mia vita? Ne avverto il passaggio?

Chi sono i personaggi, cosa fanno?

-Maria seduta ai piedi di Gesù, ascolta la sua parola:

-Marta è distratta dal molto servizio

Quale dei due atteggiamenti sento globalmente più rappresentativo della mia vita interiore?

Cosa dicono i personaggi?

Marta rimprovera Gesù, che non si cura della sua solitudine nel servire: mi capita di rimproverare Gesù per alcune mie pretese di giustizia?

– Gesù rimprovera a Marta di essere preoccupata e in ansia per molte cose. Mi ritrovo in questo atteggiamento di Marta?

– Alle molte cose Gesù contrappone l’unica cosa necessaria, la parte migliore. Cosa dà unità e senso a tutti i miei vissuti?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

L’eredità del cristiano, la vita eterna, sta nell’accogliere la Parola di Dio, che è Gesù, contro ogni attivismo esteriore. Ne sono convinto o penso che tutto dipenda da me e dal mio impegno?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lo sguardo di Helen (Omelia XV TO Anno C)

Helen Keller privata della vista e dell’udito a 19 mesi poi diverrà scrittrice di successo.  In una passeggiata nel bosco il suo amico non aveva notato nulla di degno di nota. Ella invece afferma: “per me che non riesco a vedere, è incredibile poter trovare centinaia di cose di cui mi interesso con un semplice tocco. Sento la delicata simmetria di una foglia, passo le mie mani con amore sulla pelle liscia di una betulla d’argento, o la ruvida, ispida corteccia di un pino. In primavera tocco i rami degli alberi alla ricerca di una gemma, il primo segno di risveglio della natura dopo il sonno dell’inverno. Sento la deliziosa consistenza vellutata di un fiore…”

Il sacerdote e il levita della parabola raccontata da Gesù al dottore della legge vedono l’uomo incappato dai briganti ma passano oltre. Com’ è il loro sguardo? In cosa si differenzia dallo sguardo del samaritano, che vide ed ebbe compassione?Penso vi sia la stessa differenza che c’è tra lo sguardo della sordocieca Helen Keller e quello del suo amico sano.  Uno sguardo che ha perso l’interesse per la realtà e la capacità di stupirsi non sarà nemmeno più scandalizzato o colpito dal male né sarà più capace di provare compassione.

Lo sguardo del buon samaritano invece è lo sguardo di chi sa cogliere nell’altro il mistero di Dio e un riflesso potente della bellezza e della verità di Dio ed è talmente coinvolgente e contagioso da diventare modello e punto di riferimento per il dottore della legge e per ogni uomo che voglia vivere nell’amore di Dio.

Oggi c’è un grave inquinamento di immagini, che punta a pervertire il nostro sguardo, rendendolo egoista, consumatore e pauroso:

-pubblicità che trasforma ogni cosa in oggetto da possedere più che da contemplare

-pornografia non solo della sessualità, ma anche della violenza. Ai telegiornali fanno vedere i video amatoriali delle stragi, o delle webcam, con le persone che saltano in aria…solo per creare emozioni e scandalo.

Questa esposizione al male può portare ad una chiusura all’altro e ad una sorta di assuefazione e pian piano ad una pericolosa indifferenza, condita da un senso di superiorità morale, come quella del sacerdote e del levita. Come guardo gli stranieri che bussano alla porta? Al semaforo possiamo anche scegliere di non dare i soldi, ma sappiamo guardare in faccia e sorridere ad una persona?

Infine come guardo quelli di casa mia? In modo scontato, perché penso di sapere già tutto di loro e in particolare dei loro difetti? O mi lascio stupire dal loro itinerario, dal mistero che c’è nelle loro persone, e questo mi porterà a vedere anche i loro doni oltre che i loro difetti e a mettermi a servizio di questo disegno di Dio per loro?  Il problema per Gesù non è tanto chi è il mio prossimo, se l’immigrato africano o il mio familiare, ma se io, con il mio sguardo, mi faccio prossimo sia all’immigrato che al mio familiare. è lo sguardo di Gesù, che sa vedere negli uomini la potenzialità di bene che c’è in loro, ed è in grado di liberarla e renderla attiva con il dono della sua vita sulla croce.

Lo sguardo di chi si fa prossimo è quello che sa vedere oltre, sa vedere l’essenziale, perché, come dice il piccolo principe, l’essenziale è invisibile agli occhi.

Lettura popolare XV TO Anno C

 

Lettura popolare XV TO Anno C

Lc 10,25-37

Il buon samaritano

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Non è ancora terminato il dialogo con i suoi discepoli, che entra in scena un dottore della legge e pone una domanda a Gesù, con l’intenzione di metterlo alla prova. Non dobbiamo infatti dimenticare che Gesù sta viaggiando verso Gerusalemme, dove i sacerdoti e i dottori della legge (due funzioni spesso sovrapponibili nella stessa persona) saranno tra i principali responsabili della sua condanna a morte. In questo contesto Gesù si comporta da vero maestro, ribattendo alla domanda del dottore” cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”, con una ulteriore domanda: “Nella Legge cosa è scritto? Come reciti?”. Se l’eredità si riferisce alla condizione del figlio, in questo caso il popolo che è entrato nell’alleanza con il Suo Dio (cf. Es 4,22-23), allora è implicito il riferimento alla recita quotidiana dello shemà Israel, ossia Dt 6,4-5: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.” Nei Vangeli troviamo un’aggiunta: “con tutta la tua mente”, per completare la descrizione dell’uomo: il cuore, centro delle decisioni, l’anima come sede dei sentimenti, la forza come ambito della volontà e infine la mente come organo dell’intelligenza: l’amore verso Dio si esercita con la totalità dell’uomo e delle sue funzioni, nessuna esclusa.

Inoltre solo il Vangelo di Luca riporta l’amore del prossimo (cf. Lv 19,18) collegato allo shemà Israel, come se fossero un unico comandamento, senza separazioni. Esso si trova in bocca al dottore della Legge, come se questa saldatura non fosse una novità portata da Gesù, ma fosse in certo modo ovvia anche per la concezione ebraica del tempo.

Gesù approva questa risposta del dottore (v. 28) e lo invita a mettere in pratica la sua concezione. È a questo punto che il dottore, volendo probabilmente trarsi d’impaccio per aver posto una domanda di cui sapeva già la risposta, prosegue con una questione delicata e controversa: “Chi è il mio prossimo?”. Nella tradizione giudaica il prossimo è in primo luogo colui che condivide il patto di alleanza con Dio, ossia il membro del popolo di Dio. Si possono dunque amare allo stesso modo tutti gli altri uomini, i samaritani e i pagani?

Che questa questione sia intesa dal narratore è provato anche dai personaggi della parabola, che sono tre: un sacerdote e un levita, entrambi membri a pieno titolo del popolo di Israele, e infine un samaritano. Vi è in questa parabola un completo ribaltamento, che sarà esplicitato dalla risposta finale del dottore (v. 37): non solo emerge che il prossimo è un samaritano e non un membro del popolo eletto, ma si ribalta il concetto stesso di prossimo, che non è più il destinatario dell’amore, ma colui che lo esercita. La vera domanda, per Gesù, non sta nel chiedersi chi è il mio prossimo, ma se io mi faccio concretamente prossimo di qualcuno. Il punto di vista della parabola è infatti quello della vittima, di colui che è stato derubato e percosso dai briganti, che non sa come mai il sacerdote e il levita abbiano proseguito lungo la strada (forse per non contaminarsi con il sangue in vista del culto?), ma conosce bene i gesti di compassione del samaritano, che vengono descritti con cura, come se fossero osservati molto da vicino (vv. 34-35). Questi gesti sono il segno concreto della misericordia che il samaritano ha provato verso quest’uomo (vv. 33). Lui è il modello di colui che si fa prossimo ed è una figura di Cristo stesso, che ha pagato di persona, con la sua vita, morte e resurrezione, per curare le piaghe di ogni uomo. L’amore e la misericordia sono più nel fare che nel parlare e il dottore della legge è invitato a non perdere troppo tempo in discussioni teoriche e a comportarsi come il samaritano.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Come vivo la misericordia, la esperimento su di me? La vivo nei confronti degli altri?

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 10,25-37 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Gesù è in viaggio e il contesto della parabola che egli racconta è un dialogo con un dottore della legge sulle condizioni della salvezza, ossia come ereditare la vita eterna. Chi eredita è il figlio e qui c’è in ballo la questione di cosa significa essere figli di Dio…qual è l’eredità che desidero?

  • Chi sono i personaggi della parabola, cosa fanno?

-Il povero viandante viene percosso e lasciato mezzo morto: quali ferite e ingiustizie incontro nel nostro tempo?

-Il sacerdote e il levita vedono e passano oltre: quale indifferenza anche nella mia vita alla condizione altrui?

-Un samaritano vede ed ha compassione: quali persone, contesti e situazioni suscitano la mia empatia profonda e mi sollecitano ad intervenire? Il mio sguardo sull’altro è misericordioso o giudicante?

– Sono importanti le sue azioni: fascia le ferite, versa olio e vino, fa montare sulla sua cavalcatura e si prende cura di lui. Inoltre si impegna a pagare di persona.  Cosa significa per me prendersi cura dell’altro?

  • Cosa dicono i personaggi?

-Il dottore domanda: “chi è il mio prossimo?” Sono anch’io come questo dottore impegnato nello stabilire i confini e i livelli delle mie relazioni con gli altri?

-Gesù fa rispondere il dottore che il prossimo è colui che ha avuto misericordia. Il prossimo è colui che si fa prossimo: come vivo la fede nelle relazioni concrete? È qualcosa che trasforma la mia vita rendendomi prossimo degli altri?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il samaritano è una figura di Gesù, che paga di persona per ciascuno di noi, con la sua morte e resurrezione. Egli riscatta la nostra povertà e guarisce le nostre ferite materiali, umane e spirituali.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

è l’ora dei laici (Omelia XIV TO Anno C)

 

 

 

È l’ora dei laici.

Se lo dice un prete, può apparire un’affermazione un pò sospetta: non è che il prete in questione intende “promuovere” i laici per sgravarsi lui di molti pesi pastorali e starsene un pò più tranquillo? Oppure con il segreto e gratificante pensiero di formarsi un qualche “esercito” di laici di cui essere “padre spirituale? Ma se il prete che fa questa affermazione, prima di diventare prete, ha avuto anche lui qualche piccola esperienza da laico, credente e impegnato nella pastorale, allora forse possono diminuire i sospetti su di lui. Forse quello che gli preme è aiutare le persone della sua parrocchia a “sentire” la grande dignità del loro essere battezzati e quindi pienamente corresponsabili della missione della Chiesa.

Gesù oltre ai dodici ne ha mandati altri 72 secondo il Vangelo di Luca. Non che i dodici rappresentassero il ministero ordinato e i 72 i laici…affermarlo sarebbe compiere un’affermazione anacronistica. E tuttavia i 72, numero che rappresenta le nazioni del mondo, sono inviati durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme per prolungarne la missione in una chiave di universalità. Gesù vuol raggiungere tutti, ma proprio tutti, senza eccezioni e per questo invia tutte le risorse che ha, tutti i suoi discepoli. Potremmo dire che appena uno diventa davvero suo discepolo…ecco che Gesù lo ha già inviato!

Ed essere suoi discepoli non significa affatto diventare preti…tutti noi, se lo abbiamo incontrato nella nostra vita, siamo suoi discepoli e, come tali, inviati a testimoniarlo in ogni contesto e ambito della nostra vita. Per Gesù è davvero arrivata l’ora dei laici!

Sballottati tra un parroco e l’altro, talvolta disorientati da impostazioni pastorali e ideologiche difficilmente conciliabili, talaltra confusi da conformazioni caratteriali e psicologiche (per non dire umorali…) opposte, i nostri poveri laici fanno come possono…alcune volte litigano apertamente, più spesso tacciono, quasi sempre mormorano. Di solito si dividono in tre gruppi: ci sono i “devoti” che seguono “il loro prete” dovunque vada e piangono perché se ne è andato, gli “individualisti” che si ritirano nel loro guscio e non vogliono più saperne e infine gli “stacanovisti” che comunque vada fissano la loro bandiera sul territorio pastorale di competenza, “perinde ac cadaver”. Per carità, lo diciamo con un pizzico di ironia, ma non senza sentire la fatica e il dramma interiore che molte persone vivono!

E tuttavia non siamo ancora giunti al bandolo della matassa: da dove nasce il dramma? Non credo che nasca dal parroco, chiunque egli sia, più o meno bravo, intelligente, aperto, spirituale ecc. Piuttosto è il dramma di una coscienza cristiana che ancora troppo “delega” al prete quella “responsabilità” di testimonianza cristiana, missione, apertura pastorale agli altri che invece spetta anzitutto al laico. Ed è proprio questa responsabilità dei laici che, se esercitata bene, permette al prete/pastore di compiere il suo mestiere, ossia fare un po’ la sintesi e proporre una via concretamente percorribile per la comunità.

L’atteggiamento del laico non è il sorriso un po’ servile di chi poi mormora dietro le spalle e non ha nemmeno il coraggio di dire chiaramente cosa pensa e cosa desidera. Il cristiano ha il compito di una critica aperta, serena, corresponsabile, in qualche caso anche con toni decisi, se è necessario.

Questo costruisce una comunità: tutto il resto sono chiacchere, vento che passa e non ritorna e soprattutto non gonfia le vele della barca, per farle prendere il largo.