Lettura popolare XXIII TO Anno C

 

 Lettura popolare XXIII TO Anno C

Lc 14,25-35

Imparare a seguire

Il messaggio nel contesto

 

Il testo che la liturgia ritaglia questa domenica si pone a conclusione del discorso di Gesù ai convitati in casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1). Il tema infatti del discorso di Gesù viene riassunto e ricapitolato, con un’affermazione incisiva di Gesù (vv. 26-27) seguita da due spiegazioni in parabole (vv. 28-30.31-33). Si tratta di comprendere bene cosa significa essere discepoli del messia Gesù, colui che ha invitato nel suo banchetto messianico poveri, storpi, zoppi e ciechi e si è umiliato fino alla morte di croce (cf. Lc 14,11.13). L’ambientazione cambia improvvisamente: non siamo più in casa di un capo fariseo ma all’esterno, in viaggio. Inoltre all’élite dei farisei si sostituisce una folla numerosa (v. 25). Con l’utilizzo di questo personaggio, la folla, si può facilmente immaginare che il narratore si rivolga a noi lettori, per attualizzare il discorso di Gesù e trarne alcune conseguenze necessarie per il discepolo di Gesù, di qualunque epoca e cultura.

Se il ministero di annuncio e guarigione esercitato da Gesù ha avuto un certo successo e attratto molta gente, egli non si lascia ingannare né lusingare da un simile seguito: chi andrà fino alla fine con lui non sono certo le folle! È di fronte al compiersi della sua missione nella morte di croce a Gerusalemme che Gesù opera un discernimento sui suoi discepoli. Non a caso nell’espressione «portare la propria croce» si coglie l’eco di una comunità cristiana che cammina sulle orme del proprio maestro, consapevole della radicalità di una scelta che può portare a scontri e distacchi anche nelle relazioni più intime (v.26).  A quel tempo non erano i maestri a scegliere i propri discepoli, ma viceversa erano i discepoli ad andare dai propri maestri, attratti dalla loro fama. E se occasionalmente ciò poteva causare problemi familiari, in ogni caso il discepolo sarebbe stato gratificato da un’ampia considerazione e stima in Israele. Al contrario qui è Gesù a scegliere i propri discepoli, chiedendo loro una sequela radicale, senza garanzie. L’espressione «odiare» il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita deve essere considerata in termini comparativi[1]: non si tratta di provare sentimenti negativi, ma di ordinare questi beni e queste relazioni in una gerarchia di importanza che li pone a servizio del Regno di Dio e della sequela di Gesù.

Noi siamo fatti per servire e adorare Dio nella nostra vita e tutto ciò che abbiamo è un dono che ci orienta a questo fine: la pretesa di Gesù è che il servizio e l’adorazione di Dio si concretizzano nello stare con Lui e seguirLo ogni giorno come suoi discepoli.

La serietà della vocazione cristiana è tutta qui! Gesù lo spiega poi con due parabole, una su un costruttore che vuole edificare una torre (vv. 28-30) e una su di un re che vuole far guerra ad un altro re (vv. 31-32). La prima si concentra sui mezzi necessari per portare a termine il lavoro, la seconda sulle forze in gioco nella battaglia che seguirà. Sembrerebbero orientate a scoraggiare la folla. In realtà intendono garantire la «libertà» nella scelta di essere discepoli e suonano come un avvertimento al lettore: seguire Gesù non è un proposito di anime belle e sdolcinate, ma richiede il coraggio della battaglia e l’intenzione quotidianamente rinnovata di perseverare fino alla fine. Gesù non chiede un’impossibile perfezione, ma la disponibilità a rinunciare a tutto per Lui e a mettere tutto, qualità, carismi, doni, ma anche fragilità e perfino peccati, nelle Sue mani. La vera vittoria del cristiano è una resa, un arrendersi al Suo amore, rinunciando ai propri successi (v. 33).  Il discorso di Gesù si conclude con due versetti sul sale (vv. 34-35) che non si trovano nel testo liturgico, ma che per completezza qui commentiamo: il sale esprime l’alleanza di Dio, eterna e affidabile (cf. 2 Cr 13,5; Lv 2,13). Rimanere nell’alleanza con Dio significa potenziare la propria libertà dalle cose, dalle persone e perfino dalla propria vita, per scegliere di essere Suoi discepoli.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 14,25-35
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Mt 10,37-38; Mc 10,17-31; 2 Cr 13,5;
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,25-35 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del testo evangelico?

-Gesù si trova in cammino con le folle numerose. Come considero la partecipazione numerica alla vita della mia parrocchia?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge alle folle:

-se uno viene a me e non mi ama più: dove si colloca per la mia vita questo «di più»?

-e perfino la propria vita: a quale livello pongo il mio cammino di fede? Quali «rinunce» faccio fatica a fare?

-siede prima a calcolare: la mia adesione a Gesù è consapevole e libera? O piuttosto formale, di convenienza e consuetudine? Cosa mi aspetto da Lui?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il cristiano è chiamato a «portare la propria croce» seguendo Gesù nel suo cammino, e affidando a Lui tutte le proprie speranza e preoccupazioni. Come vivo la mia croce, con risentimento, rassegnazioni, depressione? Oppure con la speranza e la forza che vengono da Lui?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

[1] Si veda la traduzione CEI 2008.

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Il terremoto e la città di Dio

amatrice terremoto

Abbiamo davanti agli occhi le immagini di morte e distruzione del terremoto e ci chiediamo dov’è Dio in tutto questo. Si tratta di una punizione di Dio per tutto il male che gli uomini fanno o per l’incuria e l’incompetenza con cui costruiscono le case nelle zone sismiche? Ma se così fosse, perché colpire proprio quella popolazione e non altre? E poi perché incolpare Dio di responsabilità che appartengono prima di tutto agli uomini, all’incuria e all’incompetenza con cui si costruisce in zone sismiche, nonostante le possibilità tecniche e i vincoli di legge?

In realtà il dubbio di una punizione di Dio nasce da una percezione ancestrale della Sua presenza, come di un essere fascinoso e tremendo, capace di scatenare una forza sconosciuta e incontrollabile, che insieme attrae e suscita paura. È la visione del Popolo di Dio sul monte Sinai, dove la nube rivela e nasconde una presenza potente e paurosa, che riempie le orecchie con il suono della tromba e gli occhi con lampi prodigiosi. Non è tuttavia questa, secondo la lettera agli Ebrei, la visione di Dio che avremo al termine della rivelazione: non c’è una montagna rocciosa ma una città, la Gerusalemme celeste, non delle parole scolpite sulla pietra, ma la vita di uomini resi santi, non un popolo impaurito ma un’assemblea festosa.

Questa è la visione di Dio che avremo alla nostra resurrezione, quella di una città in festa, al cui centro vi è colui che è stato stabilito come mediatore della Nuova Alleanza, colui che l’Apocalisse definisce come agnello sgozzato e ritto in piedi. È il Cristo, il messia che è passato attraverso la morte di croce per vivere il dono della resurrezione e diventare così il primogenito tra molti fratelli, di un’umanità radicalmente rinnovata.

Dunque non si tratta più di un Dio che fa paura, perché è una realtà potente e indifferente alle sorti dell’uomo, ma di un Dio talmente vicino a noi da farsi come uno di noi, per ribaltare la logica del potere e della violenza in una logica di amore e di dono. Perché esistono i terremoti, dal punto di vista di Dio, non lo sappiamo, ma sappiamo molto di più, ossia che Dio va preparando qui nel nostro mondo una nuova città, che non potrà mai essere scossa da alcun terremoto, perché ha come fondamento l’amore e il dono.

Lo comprendiamo a partire dal Vangelo: Gesù viene osservato con attenzione dai farisei, che gli sono ostili perché colgono nella sua persona un’autorevolezza che può mettere in discussione il loro potere. In realtà è lui che li osserva, a partire da come si siedono a tavola, per mettere in rilievo le carenze di una costruzione sociale in cui carriera personale e obblighi convenzionali di casta condizionano la vita delle persone e impediscono un autentico progresso. Poi Gesù fa la sua proposta, ribaltando le prospettive umane: invitare poveri, storpi, ciechi e zoppi al pranzo, ossia coloro che secondo il profeta Isaia fanno parte del Regno messianico, proprio in quanto poveri e bisognosi di riscatto. Si tratta di una società radicalmente rinnovata dal potere di colui che si umilia nella croce e per questo verrà esaltato nella resurrezione. Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: non è un comandamento morale, ma il principio di una logica più umana e più vera, quella di chi non pensa alle proprie posizioni, ma a coloro a cui egli può far dono di sé stesso: è la logica dell’amore e del dono.

Aspettiamo la piena manifestazione di questa nuova città, che sorge dalle rovine di un terremoto ben più grave e duraturo, quello della storia e che ha come cemento inscalfibile la logica dell’amore e del dono. Chi vi farà parte? Non chi costruisce male le case per arricchirsi, ma i poveretti che sono stati ingannati e forse vi hanno perso la vita. Non chi specula sui disastri altrui, ma chi si muove con compassione e solidarietà. Non chi manipola le emozioni della gente per avere più audience, ma chi soffre nel profondo del suo cuore, con pudore e dignità. Non chi scommette su un progresso fatto solo di numeri e soldi, ma chi ha a cuore l’uomo e la sua crescita morale e spirituale. Non chi gestisce il potere per mantenerlo, ma chi, anche se ne è privo, sa affidarsi alla provvidenza e mettere in campo le sue capacità.

“Figlio, quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”

Lettura popolare XXII TO Anno C (Lc 14,1.7-14)

 

 Lettura popolare XXII TO Anno C

Lc 14,1.7-14

La vera saggezza

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il primo versetto della lettura liturgica è un’introduzione tipicamente lucana ad una scena che sta per accadere con l’ingresso improvviso di un malato di idropisia (vv. 2-6) e che la liturgia ritaglia per concentrarsi sul discorso di Gesù nei vv. 7-14.

Gesù si trova in casa di uno dei capi dei farisei, quindi certamente una persona importante e influente. È sabato e Gesù si trova a pranzo. Luca si concentra nel descrivere lo sguardo dei presenti nei confronti di Gesù, uno sguardo indagatore che lascia trasparire una disposizione critica e ostile. D’altra parte Gesù aveva già sollevato il risentimento di questa potente setta giudaica, sempre in occasione di un pranzo (cf. Lc 11,37.53).

Gesù si rivolge prima agli invitati (vv. 7-11) e poi all’ospite (vv. 12-14). Lo fa con l’autorevolezza e la libertà di un padrone di casa, tanto che si può immaginare qui anche il contesto postpasquale del Signore risorto che insegna la logica della croce alla sua comunità radunata insieme per il pasto.

Gesù parte da un’osservazione che appartiene al buon costume nella partecipazione ai banchetti comunitari, ossia quella di non esporsi ai primi posti per evitare la vergogna di dover retrocedere. Tuttavia questa regola di buon senso viene rivestita da Gesù di un significato più profondo, di ordine spirituale, con la conclusione proverbiale del v. 11. Qui Gesù enuncia una massima che sintetizza tutta la storia della salvezza, tutta la rivelazione di JHWH nei riguardi del suo popolo e di tutti i popoli della storia: chi si eleva con orgoglio e alterigia prima o poi subirà l’umiliazione, come il re di Babilonia (cf. Ez 21,31) o come tutti coloro che confidano nella loro forza (cf. 1 Sam 2,4-8). Viceversa chi accoglie con umiltà la situazione in cui si trova, confidando nel Signore, come Giobbe (cf. Gb 22,29) è il vero saggio che conquista il vero onore e la vera ricchezza, che proviene solo da Dio (cf. Pr 29,23; Gc 4,10; 1 Pt 5,6). Questa regola della salvezza è compiuta da Gesù stesso, che non considerò un privilegio l’essere uguale a Dio, ma ha umiliato sé stesso rendendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce e per questo Dio lo ha esaltato (Fil 2,6-11).

Nella seconda parte della sua esortazione (vv. 12-14) Gesù si rivolge all’ospite e mostra quale dovrebbe essere l’atteggiamento più coerente rispetto al Regno di Dio, che si compirà definitivamente alla resurrezione dei giusti (v.14). Il principio cardine è quello del dono, già espresso da Gesù nel discorso della pianura, come imitazione della liberalità di Dio Padre (cf. 6,35ss.). Se si agisce in un certo modo per averne un contraccambio dai propri pari, si è ancora dentro ad una logica umana, che segue esclusivamente la consuetudine sociale. Se invece si agisce con gratuità verso coloro che non possono contraccambiare, come poveri, storpi, zoppi e ciechi, allora si entra nella logica del Regno di Dio. Queste categorie di persone (cf. 13,21) caratterizzano il Regno di Dio e sono i destinatari della promessa messianica che Gesù compie (cf. Is 35,5-6). Il banchetto che coinvolge questi poveri diviene dunque un anticipo del banchetto escatologico, che Dio prepara per tutti i salvati (cf. Is 26,6-10). Gesù dunque, se da un lato è osservato e messo sotto indagine dai farisei, è tuttavia lui, con il suo sguardo più profondo (cf. v. 7), ad accusarli, perché sono chiusi in loro stessi, nella loro ricerca della carriera e nelle loro convenzioni sociali.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,1.7-14 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto narrativo del testo evangelico?

Gesù si trova a pranzo di sabato da uno dei capi dei farisei. Essi (i farisei) lo scrutano con attenzione. Ma è lo sguardo di Gesù a percepire più profondamente la realtà e i condizionamenti dell’ambiente in cui si trova. Il mio sguardo sugli ambienti umani che frequento è libero e profondo come quello di Gesù? O forse rimane intrappolato nei risentimenti e nei pregiudizi del sentire comune?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge prima agli invitati e poi all’ospite.

Agli invitati racconta la parabola degli invitati alle nozze e li ammonisce:

non sederti nel primo posto: quali ambizioni guidano le mie scelte?

con vergogna riprenderai ad occupare l’ultimo posto/avrai gloria davanti a tutti i convitati: quale vergogna o quale gloria hanno segnato diversi episodi della mia vita? Come il Signore mi sta conducendo dentro le sconfitte e le vittorie della mia vita? Come ho imparato a leggerle?

– Chi si innalza sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato: questi verbi alla voce passiva sottolineano l’azione misteriosa di Dio. Come Dio sta agendo nella mia vita e come collaboro alla sua azione?

All’ospite Gesù da un consiglio molto radicale:

invita poveri, storpi, zoppi e ciechi: verso quali persone mi oriento a condividere i miei doni? Con quale logica?  

 

-Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Regno di Dio che Gesù rivela è caratterizzato da un ribaltamento radicale delle consuetudini e aspettative umane. Sono gli umili, i poveri e gli esclusi a partecipare del dono d’amore che proviene da Dio: è la logica della croce, di colui che è passato attraverso l’umiltà della morte di croce per essere esaltato da Dio.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXI TO Anno C

 

Lettura popolare XXI TO Anno C

 

Lc 13,22-30

Chi si salva

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il racconto inizia con un breve sommario in cui si descrive il viaggio di Gesù per città e villaggi, in direzione di Gerusalemme (v. 22). Qui si riprende ciò che era già stato affermato in 9,51, quando Luca ci ha mostrato l’intenzione di Gesù di recarsi a Gerusalemme per compiere lì il mistero di morte e resurrezione, sinteticamente definito da Luca come la sua «ascensione».  Viene però aggiunto un dettaglio importante: il suo insegnamento, che contraddistingue il ministero di Gesù, fin dal suo inizio (cf. Lc 4,15). Un tale solleva una domanda classica negli ambienti giudaici, ossia qual è il numero dei salvati, se sono pochi o molti. Le posizioni al tempo di Gesù potevano essere molto diverse e variare tra coloro che, come le sette esseniche, pensavano che potevano salvarsi solo coloro che appartenevano alla ristretta comunità, o coloro che mantenevano un’apertura possibile per tutte le genti e i popoli, attraverso Israele (v. 23). Gesù evita di entrare in questo dibattito teorico e preferisce rivolgersi direttamente alla coscienza dei suoi interlocutori, esortandoli ad entrare per la porta stretta (v. 24). L’appello alla conversione, che si concretizza in decisioni concrete e immediate è pressante. Gesù non chiarisce quanti sono gli eletti, ma manifesta piuttosto quanti potranno essere gli esclusi: molti. Vi è dunque un ribaltamento radicale di prospettiva rispetto alla domanda posta dall’anonimo interlocutore: non basta appartenere ad una comunità, sia essa Israele o un gruppo di fedeli più ristretto, per essere salvato. Anzi il rischio di credersi salvati, in una piccola cerchia di eletti, è fortissimo: bisogna allora «sforzarsi» per entrare per la porta stretta. In cosa consista questo impegno lo chiarisce Gesù con una parabola sul padrone di casa che, alzatosi, chiude la porta e coloro che rimangono fuori bussano invano e lo supplicano di aprire (vv. 24-26). L’accento di questa parabola è posto sulla comunione di mensa e di parola che gli esclusi hanno goduto insieme a Gesù e che paradossalmente non li salva anzi li condanna. Essi sono infatti «operatori d’iniquità», secondo la formulazione del Salmo (Sal 6,9, v. 27). La preoccupazione del Gesù di Luca è di natura morale: la grazia donata da Dio per l’appartenenza alla comunità è necessaria, ma essa può venire contraddetta e ostacolata da un comportamento contrario da parte dell’uomo. Dunque l’elezione di Israele è importante per la salvezza dell’uomo, perché essa passa attraverso la promessa fatta da Dio ad Abramo, Isacco e Giacobbe, ma non vi sono automatismi esclusivi, anzi tutti gli uomini, a qualunque popolo o cultura appartengano, vi sono chiamati. È quanto afferma Pietro nel suo discorso in casa del centurione Cornelio: «Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34). Il Gesù di Luca vede compiersi fin dal suo ministero questa promessa universale che si trova nei profeti di Israele, come ad esempio in Isaia (cf. Is 25,6-10). Non conta dunque il tempo della chiamata, se prima o dopo, ma la risposta dell’uomo: vi sono infatti alcuni che sono stati chiamati per primi che tuttavia saranno ultimi a causa della loro risposta; e vi sono alcuni chiamati per ultimi, ma che diverranno primi. Tutto è affidato al misterioso rapporto tra la grazia di Dio che salva, e la libertà dell’uomo che accoglie questa salvezza e le consente di operare nella sua vita.

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 13,22-30 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del testo evangelico?

Gesù passa per città e villaggi, in viaggio verso Gerusalemme, insegnando. Come immagino l’insegnamento di Gesù?

  • Cosa dice Gesù in risposta alla domanda dell’anonimo personaggio?

Sforzatevi di entrare per la porta stretta: nella vita spirituale o si va avanti o si torna indietro. Come ritengo che il Signore mi stia stimolando a progredire?

-molti cercheranno di entrare ma non vi riusciranno: c’è un tempo infatti per sforzarsi e c’è un tempo, quello definitivo, in cui non sarà più possibile. Come faccio fruttificare il tempo della mia vita?

Abbiamo mangiato, bevuto con te e hai insegnato nelle nostre piazze: cosa caratterizza il mio essere cristiano e la mia appartenenza a Lui?

Verranno da occidente e da oriente…: quali orizzonti ha aperto il Vangelo alla mia vita? Sono consapevole che il Vangelo, per essere vissuto, va donato?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

La salvezza è universale e rivolta a tutti, anche se passa attraverso una chiamata rivolta per elezione ad un popolo e ad una comunità. La salvezza di chi appartiene ai chiamati passa attraverso il loro rapporto con Cristo e la loro apertura al lavoro universale della grazia, fino ai confini del mondo.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

La porta stretta (Omelia XXI Anno C)

 

Immaginiamoci nella Palestina al tempo di Gesù. Dove avremmo potuto incontrarlo? Non nelle regge dei potenti, come Erode, o nei palazzi del potere romano. Nemmeno nel tempio di Gerusalemme, dove Gesù si recava tre volte l’anno, come gli altri Giudei, ma mescolato in mezzo alla folla.   Dovevamo andare per strada, nei borghi e nelle cittadine che si incontravano procedendo dalla Galilea e dirigendosi verso Gerusalemme.

Lì in mezzo alla gente lui insegnava. Non nelle scuole o nelle aule della catechesi sinagogale o in qualche villa greco-romana, ma per la strada, metafora di un pellegrinaggio condotto seguendo le orme del Padre, fino al compiersi della sua volontà, nel mistero della sua morte e resurrezione.

“Sforzatevi di passare per la porta stretta”: era tutto il suo insegnamento. Non si lasciava intrappolare dalle dispute teoriche dei dottori, che provavano a calcolare sulla base delle Scritture il numero dei salvati. Non condivideva la visione di certe sette giudaiche che, allora come oggi, assicuravano la salvezza solo agli appartenenti al loro ristretto gruppo. Semplicemente esortava la gente ad incamminarsi come lui e con lui, facendo piccoli passi ogni giorno verso quel bene e quell’amore che Dio solo può donare e che spetta all’uomo accogliere con disponibilità.

Ecco la porta stretta: non pratiche di pietà che si moltiplicano, non riti vissuti formalmente (nemmeno l’eucarestia, ossia il mangiare e bere con lui e di lui può salvare se vissuta solo esteriormente) ma la propria vita messa nelle sue mani ogni giorno, offerta a Lui perché Lui possa entrare con il Suo amore e trasformare ogni risentimento, fatica, scoraggiamento in occasione di fiducia e abbandono in Lui. Sì, ammettiamolo: noi pretendiamo di salvarci da soli, con l’appartenenza alla Chiesa e il nostro impegno. Arrendiamoci a Lui e affidiamoci alla potenza della Sua Parola ogni giorno, senza stancarci e saremo guidati dal Suo Spirito a comprendere la liberazione che Lui vuole donarci: ecco la porta stretta!

E comprenderemo che questa liberazione è offerta da Gesù a tutti, ma davvero a tutti, senza eccezioni! Verranno da occidente e da oriente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel Regno di Dio, con Abramo, Isacco e Giacobbe. La prospettiva è totalmente ribaltata: i pochi che appartengono al gruppo degli eletti da Dio, se si pensano come “salvati” solo perché scelti, rischiano di trovarsi esclusi e di vedere i molti che vengono da lontano arrivare prima di loro.  Questo è lo sguardo di Dio attraverso la croce di Cristo: una salvezza offerta a tutti, di qualunque razza, regione, cultura e perfino credo religioso, nella misura in cui quest’amore che discende dall’alto viene accolto in una vita che si sforza di orientarsi al bene, alla verità, alla carità concreta.

Chiediamo al Signore di darci il suo sguardo misericordioso verso ogni uomo e in particolare verso i nostri fratelli musulmani. I gesti di pregare insieme in Chiesa o in Moschea, pur frutto di buone intenzioni, rischiano di rimanere nel “rito” esteriore, se non si accompagnano ad una nostra profonda sintonia con la volontà di Cristo. Non siamo noi a dover convertire nessuno, ma è Lui ad attrarre tutti a sé, anche attraverso la nostra testimonianza e il nostro dialogo.

 

 

 

 

 

 

 

 

tenendo fisso lo sguardo su Gesù (Omelia XX TO Anno C)

 

Avete visto alle Olimpiadi quale allenamento ci vuole per arrivare a correre ottenendo qualche risultato! Ho letto con commozione di questa ginnasta statunitense, Simone Biles, che dopo un’infanzia drammatica, segnata da genitori drogati, ha saputo trovare, grazie alla fede, la sua vocazione e dopo tanto allenamento è diventata una campionessa mondiale. Il suo itinerario è quello del cristiano, che ha il compito di allenarsi a correre, come invita a fare l’autore della lettera agli Ebrei, se vuole corrispondere alla sua vocazione, alla sua chiamata: “Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.” Allenarsi a tenere fisso lo sguardo su Gesù comporta almeno tre aspetti.

1.- Gesù è uomo dai forti desideri, che vuole portare il fuoco dell’amore del Padre tra gli uomini! Abbiamo spesso un’idea edulcorata di Gesù, come se la sua bontà fosse quella di un uomo arrendevole e rinunciatario, che alla fine si adatta a subire il male del mondo. Tutto l’opposto! Gesù non si è mai arreso al male, non ha mai abbassato l’asticella delle proprie aspettative, non si mai è accontentato di strategie di piccolo cabotaggio, in nome di quella forza che lo Spirito Santo gli donava. Così ogni cristiano è chiamato a vivere quest’amore senza compromessi, senza parzialità o doppiezze, ma con radicalità e totalità. Solo così potrà essere unificato in sé stesso e gioioso! Il cristiano quindi non sarà mai uno che si rifugia nella fede per compensare alcune sconfitte o mancanze, ma uno che impara attraverso le sconfitte a vincere la guerra, ossia ad amare di più e meglio, sulla spinta di un desiderio senza confini, che proviene da Dio.

  1. Gesù è consapevole del battesimo che sta per ricevere, ossia della sua croce: egli sa che l’amore di Dio entrerà attraverso il dono di sé, nella sofferenza. Ogni desiderio che viene da Dio, comporta un suo travaglio e una sua sofferenza perché si realizzi e si compia. È il percorso della realtà, dell’incarnazione di una vocazione. Facciamo l’esempio del matrimonio: le persone scoppiano perché hanno una visione esclusivamente romantica e ideale dell’amore, ma non sanno incarnarlo, avere pazienza, stare dentro alle relazioni nella loro complessità. A volte si evita il matrimonio proprio per non avere davanti a sé una tale dimensione di quotidiano impegno. Il cristiano che guarda a Gesù non è dunque un idealista teorico e disincarnato, che parla in un modo e vive in un altro, ma una persona profondamente umana e concreta, che sa considerare i limiti e non per questo rinuncia a vivere una dimensione alta e grande dell’amore. Egli si allena ogni giorno…
  2. Gesù vive da profeta, come Geremia, la cui parola provoca spesso rifiuto, ostilità e opposizione. La divisione familiare, di cui parla Gesù nel Vangelo, intende sottolineare l’aspetto profetico del cristiano e di Gesù, la cui radicalità nell’amore porta a compiere rotture con modelli vecchi, con le abitudini del passato, con tutto ciò che abbiamo ricevuto e che non è più coerente con il Vangelo o non funziona più. La divisione tra le generazioni indica la forza critica dei cristiani, rispetto alla società in cui vivono, che li porta a rinnovare e purificare, portandole a compimento, tutti valori e le istituzioni che ricevono dal passato. Questo significa che il cristiano non è un buonista, esposto ad ogni corrente ed idea, come una banderuola, senza avere una sua identità. Il cristiano non è nemmeno un conservatore, che è attaccato a tutti i valori del passato, come l’autorità, la famiglia e la religione. Piuttosto il cristiano sa rinnovare ogni ideale e ogni valore alla luce del Vangelo e nel Vangelo trova gli atteggiamenti e i criteri di giudizio per comprendere, valutare e agire nel mondo. Questo è un compito che ciascuno di noi ha e che non si può delegare mai, nemmeno al magistero della Chiesa, che anzi ha il compito di aiutarci ad esercitare questa responsabilità. Occorre anche qui un allenamento personale al discernimento.

L’ultimo punto della lettera egli Ebrei è il correre con perseveranza, nel cammino insieme con altri.  La perseveranza è la virtù di chi non lascia mai cadere le braccia, ma si rialza ogni volta con più speranza ed entusiasmo. Coraggio! Si possiamo essere perseveranti nella lotta, perché non siamo soli, ma siamo insieme a tanti altri testimoni della fede, che camminano con noi e ci incoraggiano.

Lettura popolare XX TO Anno C

 

 Lettura popolare XX TO Anno C

Lc 12,49-57

Imparare a discernere

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La lettura della XX domenica continua il discorso di Gesù ascoltato nella XIX domenica conducendolo ad un apice di tensione emotiva, retorica e di profondità teologica. Gesù giunge ad un’esclamazione, che introduce il nostro testo (v. 49), in cui esplicita i suoi desideri profondi, talmente forti da diventare una sorta di ansia, di tensione interiore verso un compimento ormai alle porte. L’immagine del fuoco che si dovrà accendere (v. 49) se da un lato rimanda al giudizio di Dio nell’Antico Testamento (cf. Is  66,15; Ez 38,22; 39,1; Sal 66,12), dall’altro viene reinterpretata da Luca come il Battesimo in Spirito Santo e fuoco che il messia è venuto a portare, alla luce della predicazione del Battista (cf. Lc 3,16). Non a caso nel versetto successivo (v. 50) Gesù aggiunge proprio che deve ricevere un battesimo ed è in ansia perché esso si compia. Anche alla luce di Mc 10,38, che Luca qui sembra riprendere ed adattare al suo contesto, il battesimo che Gesù riceve fa riferimento alla sua morte e resurrezione e di conseguenza il fuoco che egli porta è in collegamento con il dono dello Spirito Santo che il risorto farà ai suoi discepoli nella Pentecoste (cf. At 2,1-4).

La morte di Gesù in croce e la sua resurrezione divengono così simultaneamente occasione di un dono inestimabile, lo Spirito Santo, e anche portatrici di un giudizio, in grado di dividere coloro che accolgono il dono da coloro che lo rifiutano, quale segno di contraddizione in Israele (cf. 2,34 e 23,39-43). Questa divisione si estende fin da ora, cioè fin dal momento in cui Gesù inaugura i tempi messianici con il dono dello Spirito, nelle case e nelle famiglie, opponendo generazioni antiche e nuove, quale compiersi dell’antica profezia di Michea (cf. Mi 7,6). Il compimento delle Scritture nel messia Gesù è piena continuità con lo stesso Spirito che operava nell’Antico Testamento ed insieme, inestricabilmente anche indeducibile novità con cui lo Spirito stesso opera nella storia. Essa dunque chiede l’apertura del cuore e una capacità di discernimento e provoca un giudizio e una divisione tra le generazioni vecchie e nuove.

Discernere il tempo meteorologico è una metafora di un discernimento più profondo e radicale, che ha a che fare con il tempo spirituale, con il cogliere l’occasione della salvezza, offerta dal Vangelo annunciato da Gesù (vv. 55-56).

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 12,49-57 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto geografico e narrativo del testo evangelico?

Gesù sta parlando ai discepoli fino al v. 53 e poi si rivolge alla folle, per indicare loro l’importanza di comprendere il tempo in cui vivono. Questo discorso è chiaramente orientato al compiersi della vicenda terrena di Gesù, nel mistero di morte e resurrezione a Gerusalemme ed avviene lungo questo itinerario geografico-spirituale del messia. Non a caso questo testo termina con un’esortazione di Gesù a valutare bene il tempo della storia. Come vedo e considero il tempo in cui sto vivendo? Come vi leggo da cristiano la volontà e i disegni di Dio?

  • Cosa dice Gesù?

-Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra. Faccio memoria delle situazioni e occasioni in cui sperimento il fuoco dell’amore di Dio nella mia vita

-C’è un battesimo che devo ricevere. Che rapporto ho con la croce di Gesù, la sua morte donata per me e per i miei peccati?

-Come sono in ansia finchè non sia compiuto. Quali ansie (positive) e desideri forti orientano la mia esistenza?

-Sono venuto a dare divisione. Sono scandalizzato dalle divisioni che lo stile e la testimonianza cristiana porta nella vita degli uomini?

 – Si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre…Come leggere e comprendere le divisioni familiari a motivo della fede? Si possono interpretare anche in tal senso le divisioni ecclesiali conseguenti alla nascita di nuovi carismi e sensibilità nella Chiesa?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è venuto a compiere tutta la storia di salvezza e a partire da questo atto definitivo e ultimo di dono e amore si produce una separazione e un giudizio tra chi accoglie e chi rifiuta (speriamo non definitivamente) tale dono.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.