tenendo fisso lo sguardo su Gesù (Omelia XX TO Anno C)

 

Avete visto alle Olimpiadi quale allenamento ci vuole per arrivare a correre ottenendo qualche risultato! Ho letto con commozione di questa ginnasta statunitense, Simone Biles, che dopo un’infanzia drammatica, segnata da genitori drogati, ha saputo trovare, grazie alla fede, la sua vocazione e dopo tanto allenamento è diventata una campionessa mondiale. Il suo itinerario è quello del cristiano, che ha il compito di allenarsi a correre, come invita a fare l’autore della lettera agli Ebrei, se vuole corrispondere alla sua vocazione, alla sua chiamata: “Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.” Allenarsi a tenere fisso lo sguardo su Gesù comporta almeno tre aspetti.

1.- Gesù è uomo dai forti desideri, che vuole portare il fuoco dell’amore del Padre tra gli uomini! Abbiamo spesso un’idea edulcorata di Gesù, come se la sua bontà fosse quella di un uomo arrendevole e rinunciatario, che alla fine si adatta a subire il male del mondo. Tutto l’opposto! Gesù non si è mai arreso al male, non ha mai abbassato l’asticella delle proprie aspettative, non si mai è accontentato di strategie di piccolo cabotaggio, in nome di quella forza che lo Spirito Santo gli donava. Così ogni cristiano è chiamato a vivere quest’amore senza compromessi, senza parzialità o doppiezze, ma con radicalità e totalità. Solo così potrà essere unificato in sé stesso e gioioso! Il cristiano quindi non sarà mai uno che si rifugia nella fede per compensare alcune sconfitte o mancanze, ma uno che impara attraverso le sconfitte a vincere la guerra, ossia ad amare di più e meglio, sulla spinta di un desiderio senza confini, che proviene da Dio.

  1. Gesù è consapevole del battesimo che sta per ricevere, ossia della sua croce: egli sa che l’amore di Dio entrerà attraverso il dono di sé, nella sofferenza. Ogni desiderio che viene da Dio, comporta un suo travaglio e una sua sofferenza perché si realizzi e si compia. È il percorso della realtà, dell’incarnazione di una vocazione. Facciamo l’esempio del matrimonio: le persone scoppiano perché hanno una visione esclusivamente romantica e ideale dell’amore, ma non sanno incarnarlo, avere pazienza, stare dentro alle relazioni nella loro complessità. A volte si evita il matrimonio proprio per non avere davanti a sé una tale dimensione di quotidiano impegno. Il cristiano che guarda a Gesù non è dunque un idealista teorico e disincarnato, che parla in un modo e vive in un altro, ma una persona profondamente umana e concreta, che sa considerare i limiti e non per questo rinuncia a vivere una dimensione alta e grande dell’amore. Egli si allena ogni giorno…
  2. Gesù vive da profeta, come Geremia, la cui parola provoca spesso rifiuto, ostilità e opposizione. La divisione familiare, di cui parla Gesù nel Vangelo, intende sottolineare l’aspetto profetico del cristiano e di Gesù, la cui radicalità nell’amore porta a compiere rotture con modelli vecchi, con le abitudini del passato, con tutto ciò che abbiamo ricevuto e che non è più coerente con il Vangelo o non funziona più. La divisione tra le generazioni indica la forza critica dei cristiani, rispetto alla società in cui vivono, che li porta a rinnovare e purificare, portandole a compimento, tutti valori e le istituzioni che ricevono dal passato. Questo significa che il cristiano non è un buonista, esposto ad ogni corrente ed idea, come una banderuola, senza avere una sua identità. Il cristiano non è nemmeno un conservatore, che è attaccato a tutti i valori del passato, come l’autorità, la famiglia e la religione. Piuttosto il cristiano sa rinnovare ogni ideale e ogni valore alla luce del Vangelo e nel Vangelo trova gli atteggiamenti e i criteri di giudizio per comprendere, valutare e agire nel mondo. Questo è un compito che ciascuno di noi ha e che non si può delegare mai, nemmeno al magistero della Chiesa, che anzi ha il compito di aiutarci ad esercitare questa responsabilità. Occorre anche qui un allenamento personale al discernimento.

L’ultimo punto della lettera egli Ebrei è il correre con perseveranza, nel cammino insieme con altri.  La perseveranza è la virtù di chi non lascia mai cadere le braccia, ma si rialza ogni volta con più speranza ed entusiasmo. Coraggio! Si possiamo essere perseveranti nella lotta, perché non siamo soli, ma siamo insieme a tanti altri testimoni della fede, che camminano con noi e ci incoraggiano.

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