Il terremoto e la città di Dio

amatrice terremoto

Abbiamo davanti agli occhi le immagini di morte e distruzione del terremoto e ci chiediamo dov’è Dio in tutto questo. Si tratta di una punizione di Dio per tutto il male che gli uomini fanno o per l’incuria e l’incompetenza con cui costruiscono le case nelle zone sismiche? Ma se così fosse, perché colpire proprio quella popolazione e non altre? E poi perché incolpare Dio di responsabilità che appartengono prima di tutto agli uomini, all’incuria e all’incompetenza con cui si costruisce in zone sismiche, nonostante le possibilità tecniche e i vincoli di legge?

In realtà il dubbio di una punizione di Dio nasce da una percezione ancestrale della Sua presenza, come di un essere fascinoso e tremendo, capace di scatenare una forza sconosciuta e incontrollabile, che insieme attrae e suscita paura. È la visione del Popolo di Dio sul monte Sinai, dove la nube rivela e nasconde una presenza potente e paurosa, che riempie le orecchie con il suono della tromba e gli occhi con lampi prodigiosi. Non è tuttavia questa, secondo la lettera agli Ebrei, la visione di Dio che avremo al termine della rivelazione: non c’è una montagna rocciosa ma una città, la Gerusalemme celeste, non delle parole scolpite sulla pietra, ma la vita di uomini resi santi, non un popolo impaurito ma un’assemblea festosa.

Questa è la visione di Dio che avremo alla nostra resurrezione, quella di una città in festa, al cui centro vi è colui che è stato stabilito come mediatore della Nuova Alleanza, colui che l’Apocalisse definisce come agnello sgozzato e ritto in piedi. È il Cristo, il messia che è passato attraverso la morte di croce per vivere il dono della resurrezione e diventare così il primogenito tra molti fratelli, di un’umanità radicalmente rinnovata.

Dunque non si tratta più di un Dio che fa paura, perché è una realtà potente e indifferente alle sorti dell’uomo, ma di un Dio talmente vicino a noi da farsi come uno di noi, per ribaltare la logica del potere e della violenza in una logica di amore e di dono. Perché esistono i terremoti, dal punto di vista di Dio, non lo sappiamo, ma sappiamo molto di più, ossia che Dio va preparando qui nel nostro mondo una nuova città, che non potrà mai essere scossa da alcun terremoto, perché ha come fondamento l’amore e il dono.

Lo comprendiamo a partire dal Vangelo: Gesù viene osservato con attenzione dai farisei, che gli sono ostili perché colgono nella sua persona un’autorevolezza che può mettere in discussione il loro potere. In realtà è lui che li osserva, a partire da come si siedono a tavola, per mettere in rilievo le carenze di una costruzione sociale in cui carriera personale e obblighi convenzionali di casta condizionano la vita delle persone e impediscono un autentico progresso. Poi Gesù fa la sua proposta, ribaltando le prospettive umane: invitare poveri, storpi, ciechi e zoppi al pranzo, ossia coloro che secondo il profeta Isaia fanno parte del Regno messianico, proprio in quanto poveri e bisognosi di riscatto. Si tratta di una società radicalmente rinnovata dal potere di colui che si umilia nella croce e per questo verrà esaltato nella resurrezione. Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato: non è un comandamento morale, ma il principio di una logica più umana e più vera, quella di chi non pensa alle proprie posizioni, ma a coloro a cui egli può far dono di sé stesso: è la logica dell’amore e del dono.

Aspettiamo la piena manifestazione di questa nuova città, che sorge dalle rovine di un terremoto ben più grave e duraturo, quello della storia e che ha come cemento inscalfibile la logica dell’amore e del dono. Chi vi farà parte? Non chi costruisce male le case per arricchirsi, ma i poveretti che sono stati ingannati e forse vi hanno perso la vita. Non chi specula sui disastri altrui, ma chi si muove con compassione e solidarietà. Non chi manipola le emozioni della gente per avere più audience, ma chi soffre nel profondo del suo cuore, con pudore e dignità. Non chi scommette su un progresso fatto solo di numeri e soldi, ma chi ha a cuore l’uomo e la sua crescita morale e spirituale. Non chi gestisce il potere per mantenerlo, ma chi, anche se ne è privo, sa affidarsi alla provvidenza e mettere in campo le sue capacità.

“Figlio, quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...