Lettura popolare XXIII TO Anno C

 

 Lettura popolare XXIII TO Anno C

Lc 14,25-35

Imparare a seguire

Il messaggio nel contesto

 

Il testo che la liturgia ritaglia questa domenica si pone a conclusione del discorso di Gesù ai convitati in casa di uno dei capi dei farisei (cf. Lc 14,1). Il tema infatti del discorso di Gesù viene riassunto e ricapitolato, con un’affermazione incisiva di Gesù (vv. 26-27) seguita da due spiegazioni in parabole (vv. 28-30.31-33). Si tratta di comprendere bene cosa significa essere discepoli del messia Gesù, colui che ha invitato nel suo banchetto messianico poveri, storpi, zoppi e ciechi e si è umiliato fino alla morte di croce (cf. Lc 14,11.13). L’ambientazione cambia improvvisamente: non siamo più in casa di un capo fariseo ma all’esterno, in viaggio. Inoltre all’élite dei farisei si sostituisce una folla numerosa (v. 25). Con l’utilizzo di questo personaggio, la folla, si può facilmente immaginare che il narratore si rivolga a noi lettori, per attualizzare il discorso di Gesù e trarne alcune conseguenze necessarie per il discepolo di Gesù, di qualunque epoca e cultura.

Se il ministero di annuncio e guarigione esercitato da Gesù ha avuto un certo successo e attratto molta gente, egli non si lascia ingannare né lusingare da un simile seguito: chi andrà fino alla fine con lui non sono certo le folle! È di fronte al compiersi della sua missione nella morte di croce a Gerusalemme che Gesù opera un discernimento sui suoi discepoli. Non a caso nell’espressione «portare la propria croce» si coglie l’eco di una comunità cristiana che cammina sulle orme del proprio maestro, consapevole della radicalità di una scelta che può portare a scontri e distacchi anche nelle relazioni più intime (v.26).  A quel tempo non erano i maestri a scegliere i propri discepoli, ma viceversa erano i discepoli ad andare dai propri maestri, attratti dalla loro fama. E se occasionalmente ciò poteva causare problemi familiari, in ogni caso il discepolo sarebbe stato gratificato da un’ampia considerazione e stima in Israele. Al contrario qui è Gesù a scegliere i propri discepoli, chiedendo loro una sequela radicale, senza garanzie. L’espressione «odiare» il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita deve essere considerata in termini comparativi[1]: non si tratta di provare sentimenti negativi, ma di ordinare questi beni e queste relazioni in una gerarchia di importanza che li pone a servizio del Regno di Dio e della sequela di Gesù.

Noi siamo fatti per servire e adorare Dio nella nostra vita e tutto ciò che abbiamo è un dono che ci orienta a questo fine: la pretesa di Gesù è che il servizio e l’adorazione di Dio si concretizzano nello stare con Lui e seguirLo ogni giorno come suoi discepoli.

La serietà della vocazione cristiana è tutta qui! Gesù lo spiega poi con due parabole, una su un costruttore che vuole edificare una torre (vv. 28-30) e una su di un re che vuole far guerra ad un altro re (vv. 31-32). La prima si concentra sui mezzi necessari per portare a termine il lavoro, la seconda sulle forze in gioco nella battaglia che seguirà. Sembrerebbero orientate a scoraggiare la folla. In realtà intendono garantire la «libertà» nella scelta di essere discepoli e suonano come un avvertimento al lettore: seguire Gesù non è un proposito di anime belle e sdolcinate, ma richiede il coraggio della battaglia e l’intenzione quotidianamente rinnovata di perseverare fino alla fine. Gesù non chiede un’impossibile perfezione, ma la disponibilità a rinunciare a tutto per Lui e a mettere tutto, qualità, carismi, doni, ma anche fragilità e perfino peccati, nelle Sue mani. La vera vittoria del cristiano è una resa, un arrendersi al Suo amore, rinunciando ai propri successi (v. 33).  Il discorso di Gesù si conclude con due versetti sul sale (vv. 34-35) che non si trovano nel testo liturgico, ma che per completezza qui commentiamo: il sale esprime l’alleanza di Dio, eterna e affidabile (cf. 2 Cr 13,5; Lv 2,13). Rimanere nell’alleanza con Dio significa potenziare la propria libertà dalle cose, dalle persone e perfino dalla propria vita, per scegliere di essere Suoi discepoli.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 14,25-35
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Mt 10,37-38; Mc 10,17-31; 2 Cr 13,5;
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 14,25-35 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del testo evangelico?

-Gesù si trova in cammino con le folle numerose. Come considero la partecipazione numerica alla vita della mia parrocchia?

  • A chi si rivolge Gesù e cosa dice?

Gesù si rivolge alle folle:

-se uno viene a me e non mi ama più: dove si colloca per la mia vita questo «di più»?

-e perfino la propria vita: a quale livello pongo il mio cammino di fede? Quali «rinunce» faccio fatica a fare?

-siede prima a calcolare: la mia adesione a Gesù è consapevole e libera? O piuttosto formale, di convenienza e consuetudine? Cosa mi aspetto da Lui?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il cristiano è chiamato a «portare la propria croce» seguendo Gesù nel suo cammino, e affidando a Lui tutte le proprie speranza e preoccupazioni. Come vivo la mia croce, con risentimento, rassegnazioni, depressione? Oppure con la speranza e la forza che vengono da Lui?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

[1] Si veda la traduzione CEI 2008.

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