Lettura popolare IV TO Anno A

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Mt 5,1-16

Beati i poveri di spirito

Il messaggio nel contesto

 

Mt 5, 1-16

Le beatitudini sono la legge di coloro che vivono nei cieli già in questa terra, ossia la legge del regno dei Cieli (3. 10. 12. 16). Non si tratta di un Regno puramente spirituale, contrapposto alla materialità del mondo, anzi è un Regno profondamente legato alla terra e al mondo, perché è il Regno dei figli, gli unici in grado di ereditare le ricchezze del Padre (5. 9), costituite dalla creazione e dalla storia. Essi infatti sono il sale della terra (13) e la luce del mondo (14), come testimoni del Padre. Poveri di spirito perché spogliati di se stessi per essere arricchiti dal Padre (v. 16) sono capaci di far risplendere la Sua luce nelle loro opere.

La povertà di spirito non indica quindi una carenza materiale, ma una capacità di affidarsi totalmente al Padre, con un atteggiamento di umiltà nei Suoi confronti, che implica una serie di conseguenze descritte nelle successive beatitudini, ossia la mitezza, la capacità di affrontare le sofferenze, la purezza di cuore, la ricerca della pace, l’amore misericordioso (5 – 9). Al centro la fame e sete di giustizia indicano sia la sfera dei rapporti umani sia l’agire di Dio nella storia, ossia la realizzazione definitiva del suo progetto di salvezza e di comunione nei confronti del suo popolo (6). I Figli del Padre celeste saranno saziati nella loro fame più radicale, la fame dell’amore di Dio, di un amore in grado di realizzarsi anche nei rapporti con il prossimo e nella società, un amore che si compie definitivamente in Cristo e nella sua giustizia. Testimoni di tale amore essi saranno perseguitati (10a.11b), ma proprio in questa assimilazione ai profeti dell’Antico Testamento e a Cristo essi troveranno la loro gioia (12). Le beatitudini rappresentano la carta costituzionale del cristiano che vive nella storia come testimone di un progetto escatologico di Dio, che si è già compiuto in Cristo, ma che proprio grazie al cristiano deve ora diffondersi in tutti i tempi e in tutti i luoghi: il progetto dei Figli di Dio.

 

 

Attualizzazione

 

Beati i poveri di spirito. Il povero di spirito sa vivere delle cose senza dipendere da esse, perché è consapevole che la vera ricchezza è quella del cuore. Egli sa dare, ricevere e condividere e sente la vita come un dono ricevuto da Dio.  Sa accettare la propria debolezza e il proprio limite quando essi sono un modo attraverso cui il Signore si manifesta. Non si deprime e non si abbatte di fronte alle difficoltà, perché sa accogliere e promuovere ogni possibilità di bene contenuta anche nelle esperienze più difficili.

Beati i miti. La mitezza evangelica è quella di chi non si mette al di sopra gli altri, ma è capace di delicatezza, rispetto e tenerezza. Il mite è capace di esserlo anche verso se stesso: è attento, paziente, capace di umorismo verso se stesso. Egli sa esprimere quella affabilità che conquista anche gli animi più sospettosi e induriti. E quando viene perseguitato con falsi motivi, si difende ma sa anche rinunciare alla sua difesa se essa comporta una forma di violenza. Egli condivide il cammino di Cristo, il primo ad essere “mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).

Beati coloro che piangono. Non è il pianto di disperazione di chi non aspetta più nulla dalla vita, o il lamento angosciato di chi si chiude nel proprio tormento interiore. Piuttosto è il pianto di chi sa mettersi nei panni degli altri e commuoversi per loro. Beato non è colui che si trincera nella propria orgogliosa condizione di vittima, ma che è in grado di uscire da se stesso, dalle proprie paralisi interiori, per soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce. Questa è la beatitudine delle persone empatiche, che hanno compreso che il mondo non gira solo intorno alle loro sofferenze.

Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia.  Questa beatitudine spinge a trovare la propria gioia nell’impegno concreto per un mondo più equo e senza sfruttamento.  Non è solo un impegno sociale e di volontariato, ma anche politico, per rimuovere le cause strutturali che determinano disuguaglianza e ingiustizia. Non è poi solo un impegno politico, ma anche una dedizione educativa, perché le nuove generazioni possano coltivare i valori più alti della cultura umana e costruire un mondo sempre più fraterno e capace di vivere in armonia con la natura.

Beati i misericordiosi. Lo stile di chi ha misericordia è quello di chi esce da una prospettiva di dare e avere nella relazione umana, ed è disposto a perdonare fino a settanta volta sette. Chi si pone in questa disposizione interiore è in grado di lasciarsi intenerire dall’altro e non lo rinchiude nel suo peccato, ma lo ristabilisce nella stima di se e lo solleva per donargli una nuova possibilità. È l’opposto dell’orgoglioso che schiaccia l’altro e gli impedisce di recuperare.

Beati i puri di cuore. Il puro di cuore ha un desiderio e un amore liberi dalla tentazione di possedere l’altro, fisicamente o moralmente. L’aspirazione del puro di cuore è favorire la libertà e la realizzazione dell’altro e in questo è capace di porre la sua gioia. Non ha obiettivi segreti e il suo cuore non è doppio: ciò che dice è ciò che fa e desidera. Egli ispira fiducia e su di lui si può contare.

Beati i costruttori di pace. Tanti contesti civili e politici sono attaccati dal cancro della sfiducia reciproca, dell’odio, della sete di vendetta. In queste periferie umane, spesso inquinate dalle tensioni tra diversità razziali, sociali o di religione, i costruttori di pace si spingono per edificare, con grande creatività, relazioni di pace e piccoli o grandi segni di speranza. Essi non sono dei pensatori ideologici e astratti della nonviolenza, sono artigiani che con umiltà si adoperano nei gangli delle istituzioni o nel fermento della società civile e con pazienza pongono le condizioni per sciogliere asti e rancori solidificati nel tempo. Mettono in campo la loro astuzia solo per il bene.

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 5,1-16.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Ogni sconfitta diviene una sfida: come vivo le mie sconfitte personali?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 5,1-16 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Gesù sul monte vede le folle e parla di loro ai discepoli. Essi sono i beati. Riconosco la beatitudine come una condizione comune a tanti illustri sconosciuti e dunque più comune di quanto non si pensi?

 

Qualche domanda ulteriore.

-Cosa implica, per me, accogliere l’insegnamento delle beatitudini? Sento che la vita delle beatitudini è più felice e in fondo più umana?

-Le beatitudini sono centrate sulla povertà di spirito. Cosa significa in questo momento, nella mia vita, fare affidamento a Dio e non a me stesso?

-Quale beatitudine sento più vicina a me?

-Quale beatitudine desidererei vivere ma mi sento ancora molto lontano da essa?

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

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