Lettura popolare III Pasqua Anno A

Lettura popolare III Pasqua Anno A

La grazia da chiedere è di gustare gli effetti della resurrezione di Gesù nella mia vita, per vincere tristezza e solitudine e riscoprire la bellezza della fede condivisa.

 

Lettura popolare di Lc 24,13-35

  1. Spiegazione del racconto

I due discepoli si stanno allontanando da Gerusalemme, dove era avvenuta la morte di Gesù e dove stavano gli altri discepoli, verso Emmaus, luogo in cui Israele aveva sconfitto Antioco IV con una importante vittoria militare. Il loro movimento geografico è simbolo di un percorso spirituale caratterizzato dalla delusione nei confronti di Gesù, dalla tristezza e dalla separazione dalla comunità cristiana e tra di loro. I due infatti discutono tra di loro, divisi nelle loro opinioni riguardo a ciò che era accaduto (v. 15).  Qui li raggiunge Gesù, e si mette a camminare con loro. Se il lettore sa che si tratta di Gesù, i due discepoli non lo sanno, i loro occhi non possono riconoscerlo (v. 16), perchè la loro speranza era ancora di carattere politico, speravano in una vittoria storica di Gesù. Come accadrà il loro riconoscimento? Come Gesù li guiderà a riconoscerlo?

Anzitutto egli pone delle domande e li fa parlare (v. 17. 19), permettendo loro di ripercorrere tutti gli eventi accaduti in quei tre giorni.  Essi descrivono Gesù come un profeta potente in parole ed opere (cfr. Dt 18, 15) e la sua morte in croce ad opera dei capi di Israele come un evento che mette fine alle speranze di riscatto di Israele (v. 21), speranze insieme religiose e politiche.  Sono passati ormai tre giorni (v. 21) – ironico riferimento dell’evangelista al lettore, il quale sa perfettamente che Gesù è risorto – e i due discepoli raccontano di come le donne non abbiano trovato il corpo di Gesù alla tomba e abbiano avuto una visione di angeli, che affermano che egli è vivo (v. 23). Anche altri discepoli sono andati alla tomba, ma non lo hanno visto (v. 24). I discepoli si trovano in una situazione di stallo, perchè la realtà offre indizi contraddittori (la morte di Gesù e il sepolcro vuoto) ed essi non sono ancora giunti alla fede (v. 24).

A questo punto prende la parola il pellegrino per vincere la durezza di cuore che impedisce ai discepoli di riconoscere negli eventi accaduti il compimento delle Scritture. Il Cristo doveva soffrire per entrare nella sua gloria, e questo mistero è contenuto in tutto l’Antico Testamento, dal Pentateuco fino ai Profeti (v. 26-27). È Gesù stesso a farsi interprete delle Scritture, per condurre i discepoli all’interno del mistero della sua morte/resurrezione e aprire il loro cuore, sciogliendolo dalla durezza dello scandalo della morte del Cristo, con il calore della sua presenza. Non a caso i discepoli si ricorderanno del cuore che arde, mentre Gesù apre loro le Scritture (v. 32).

Come Gesù potrà definitivamente aprire loro gli occhi della fede? Mentre egli fa il gesto di proseguire il suo cammino separandosi da loro, essi lo invitano a rimanere con loro come ospite e questo atto di carità prelude al dono che Gesù farà loro. L’ospite è Gesù stesso, che si fa riconoscere nello spezzare il pane (v. 35). I suoi sono i gesti e le parole dell’eucarestia: prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro (v. 30). Nell’eucarestia Gesù si rende presente ai discepoli ed essi possono definitivamente riconoscerlo come presente in mezzo a loro. Alla luce dell’eucarestia i loro occhi si aprono anche sulle Scritture, precedentemente spiegate da Gesù (v. 32).

A questo punto il loro cammino si inverte, essi ritornano indietro a Gerusalemme, per testimoniare che Gesù è vivo. Questa conversione geografica è segno di una conversione spirituale, che permette ai discepoli di riconoscere la Chiesa come il luogo dell’annuncio che Gesù è risorto. La loro esperienza personale coincide in modo sorprendente con quella degli altri discepoli e il luogo di questa prodigiosa consonanza è la comunità ecclesiale radunata a Gerusalemme (vv. 33-35).

 

  1. Attualizzazione

Il percorso dei discepoli di Emmaus è quello di due persone che si stanno allontanando dal gruppo dei loro amici e pure tra di loro discutono senza potersi riconciliare con quanto accaduto. La memoria di un evento troppo doloroso per essere sopportato finisce per dividerli l’uno dall’altro, nel loro cammino verso Emmaus.

Quando la vita ci mette alla prova con le difficoltà, i dolori, le delusioni inattese, la nostra tendenza è quella di fuggire dal luogo della delusione, Gerusalemme ed andare verso Emmaus, rifugiandoci in un mitico e consolatorio passato. È proprio mentre così facendo ci allontaniamo da noi stessi e da coloro che ci vogliono bene, che Gesù si affianca, senza farsi riconoscere. Egli può farlo, perché si accosta con delicatezza e come un pellegrino, a cui nessuno può dare importanza.  Egli si avvicina e cammina accanto a noi, ma noi non siamo in grado di riconoscerlo perché le sue vesti sono troppo feriali e comuni e noi non siamo ancora abituati ad una presenza di Dio in questo modo così semplice e ordinario nella nostra vita. La fede in fondo è proprio questo: avere occhi per vedere ciò che è troppo semplice per essere notato. Gesù fa domande e suscita i loro sentimenti. Essi con il volto triste raccontano: è il modo che Gesù ha di porsi accanto a noi come fosse un amico, a cui interessa che noi prima di tutto ci sfoghiamo con lui, raccontando ciò che ci fa star male, le nostre attese deluse ma anche la nostra difficoltà di capire, dentro ad una realtà spesso complessa e contraddittoria. Che cosa realmente è successo? Quali erano le nostre aspettative? Erano realmente fondate? E poi è proprio vero che tutta la storia sia finita a quanto abbiamo già registrato nella nostra memoria e di cui siamo convinti? Sono le domande che noi ci facciamo quando Gesù ci lascia parlare e a partire dagli spiragli aperti da questi dubbi lui può inserire la sua consolante risposta. “Il Cristo doveva patire per entrare nella sua gloria”: c’è un bene più grande che ricompensa e in fondo trasforma la sofferenza in una gloria straordinaria. Dio non ci ha dato qualche sofferenza senza simultaneamente prometterci un bene più grande, proprio dentro quella sofferenza. Questi sono gli effetti della resurrezione nella nostra vita. I due di Emmaus invitano poi Gesù a cena e questo atto di carità si trasforma in un prodigioso riconoscimento. Non è forse quando, uscendo dall’atteggiamento di chi si lecca le ferite, cominciamo a rivolgerci agli altri e a vederne le necessità, che possiamo incontrare e riconoscere Dio nella nostra vita?

È da questo momento che i discepoli ritornano a Gerusalemme, nella comunità che annuncia e condivide la fede. Qui essi trovano che l’esperienza della resurrezione non è un evento privato ma comune anche agli altri discepoli. È l’evento che ci fa Chiesa

 

  1. Per ampliare il discorso: incontrare Gesù risorto e vivo

L’incontro con Gesù risorto non è uno slogan, ma una realtà. Come può accadere nella nostra vita?

  1. Gli incontri dei testimoni

Anzitutto bisogna notare che i discepoli di Emmaus compiono il loro itinerario di fede quando raccontano la loro esperienza con Gesù dopo aver ricevuto la testimonianza di fede di Pietro a Gerusalemme: “Il Signore è risorto ed è apparso a Cefa”. Le esperienze personali trovano conferma nella testimonianza altrui, quando un altro mi racconta e mi dice proprio quello che sto provando io, perché lui stesso l’ha già attraversato. In altri termini abbiamo bisogno di testimoni, di persone che ci raccontino come hanno incontrato Gesù nella loro vita, per entrare sempre più dentro al mistero della resurrezione. Infatti solo il confronto con dei testimoni permette di rendere più oggettivo anche il mio percorso di ricerca, dentro alle sfide di una realtà spesso contraddittoria. Tanti segni mi portano a credere, ma ho anche diversi dubbi. L’unica possibilità è tornare a camminare insieme ad altri per ricevere il dono della loro testimonianza.

  1. L’incontro con Gesù risorto non mi costringe a credere

Gesù si è sottratto, appena i due di Emmaus lo hanno riconosciuto

Il segno del pane spezzato ha condotto i due discepoli a riconoscere Gesù. Sono dei segni che ci permettono di riconoscere la sua presenza nella nostra vita, segni interiori e talvolta anche esteriori, ma sempre da interpretare. Il risorto si affida alla nostra libertà di interpretazione e non intende mai sostituirsi a noi, imponendoci la sua presenza. Proprio per questo motivo egli si sottrae appena essi lo riconoscono. In questo modo il risorto intende anche evitare il rischio che la resurrezione sia interpretata come un banale ritorno alla vita. Essa è invece un mistero molto più grande, è la definitiva salita di Gesù al Padre, da cui Gesù con un corpo glorioso, domina tutta la storia e il tempo (1 Cor 15, 44). È una definitiva sconfitta sul potere della morte, che supera ogni attesa ogni possibilità di rappresentazione. La resurrezione è e rimane un mistero, anzi il mistero per eccellenza della nostra fede.

…ma non si è rifiutato dal mostrarsi presente, in persona, con i suoi

Dai racconti evangelici la resurrezione di Gesù emerge come un fatto reale, oggettivo (cfr. Lc 24, 42 – 32). Si tratta di un’esperienza profondamente umana, toccante e reale che i discepoli hanno fatto, altrimenti non ne avrebbero potuto parlare con tanta sicurezza, affrontando anche le persecuzioni e la morte (cfr. At 2, 32-33), proprio loro che durante la passione erano fuggiti da Gesù per paura dei giudei. La sua presenza in mezzo ai suoi è un fatto che ha sconvolto la loro vita e l’ha trasformata radicalmente, donando loro una forza, un coraggio e una gioia umanamente incomprensibili (Gv 20, 21). Ci si può chiedere perché egli si sia manifestato solo ai suoi e non a tutto il popolo. A questa domanda si può rispondere dicendo che per incontrare Dio bisogna ricercarlo con umiltà, in un rapporto personale, perché Dio non intende costringere nessuno a credere a lui. Se Gesù si fosse manifestato alle masse in un miracolo spettacolare, le persone non sarebbero più state libere di credergli.

 

 

Per la lettura popolare

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli Accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti).

Durata complessiva dell’incontro: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro: non sono da prendere alla lettera, ma neanche da sottovalutare).

  1. Condividiamo la vita. Porre la domanda: in questa giornata mi sono sentito solo oppure ho sentito, percepito, avvertito, la presenza di qualcuno che mi accompagnava? (10 minuti max.).

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Infatti i due discepoli di Emmaus camminano accompagnati dal pellegrino. Questo accompagnatore, che per la verità si è inserito molto delicatamente nel loro viaggio, senza farsi riconoscere, era in realtà Gesù.

  1. Leggiamo con attenzione il brano del vangelo e soffermarsi su una parola o un versetto che colpisce: Lc 24, 13-35) (5 minuti c.).
  2. 3. Dialogo e catechesi con l’Accompagnatore-Guida (20 minuti c.).

Con l’aiuto del commento riportato su al n. 4.1. l’accompagnatore aiuterà ad osservare

– cosa fa o dice Gesù

– cosa fanno e dicono i due discepoli di Emmaus

– cosa fa o dice la Comunità di Gerusalemme

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto la parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande  possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere d’aiuto soffermarsi, nel dialogo su alcune parole chiave, come i verbi che caratterizzano l’azione dei personaggi, senza essere troppo scolastici, ma suggerendo alle persone le possibili identificazioni interiori.

A titolo di esempio.

I due discepoli, mentre si allontanano dalla comunità, discutono tra di loro e non sono d’accordo sull’interpretazione da dare a quanto accaduto. Mi è mai capitato di voler imporre la mia opinione, proprio quando mi sento coinvolto personalmente e in qualche modo ferito dall’opinione altrui? Come interpreto l’incapacità di dialogare nella verità?

Gesù si fa vicino e li accompagna. Mi sento accompagnato da Dio, proprio dentro le mie ferite? C’è qualcuno che si fa vicino nel momento in cui la ferita che porto nel cuore mi divide dagli altri?

Gesù fa domande e li fa parlare. Mi rivolgo a Lui, parlandogli di tutto quello che mi accade? Sento che questo comincia a risollevarmi e a darmi speranza in un progressivo dipanarsi dei miei dubbi e preoccupazioni?

Solo ad un certo punto Gesù prende la parola, li rimprovera e apre il loro cuore all’intelligenza. Il Cristo “doveva” patire per entrare nella sua gloria. Sono abbastanza umile da accettare di non capire e lasciarmi accompagnare da qualcuno, senza rinunciare alla mia intelligenza, alla scoperta di un mistero infinitamente più grande di me?

I discepoli invitano Gesù a stare con loro e lo riconoscono nello spezzare il pane. Quali segni mi guidano a riconoscere il mistero della resurrezione nella mia vita? Si è mai verificato che le risposte più belle le ho ricevute quando mi sono donato ad altri?

I discepoli ritornano a Gerusalemme. Quale itinerario di andata e ritorno si sta verificando nella mia vita?

  1. Al termine del dialogo: l’accompagnatore porta a sintesi il dialogo con un annuncio. È possibile anche aggiungere una testimonianza di vita (10 minuti c.). La testimonianza può essere data da uno degli Accompagnatori (eventualmente anche dallo stesso che guida o da un’altra persona per es., un Accompagnatore di un’altra parrocchia), che riesca a raccontare con umiltà e gratitudine la ‘conversione’ o cambiamento di vita che il Signore ha operato in lui/lei attraverso l’incontro con Gesù.
  2. Condividiamo la nostra preghiera (5-10 minuti c.). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’Accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non se la sente ancora di pregare ad alta voce, sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera degli altri fratelli o sorelle.

 

 

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Lettura popolare II Pasqua Anno A

 

 Lettura popolare II Pasqua Anno A

Gv 20,19-31

Gesù risorto dona lo Spirito

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”  ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia ritaglia qui due scene delle apparizioni di Gesù risorto ai discepoli (19-23.24-28) e una conclusione (30-31).

Nella prima scena Gesù entra in casa dei discepoli a porte chiuse, per indicare sia la particolare condizione escatologica del suo corpo risorto, che non presenta limiti spazio-temporali, sia la potenza della resurrezione, in grado di superare e sconfiggere la paura dei discepoli, che tenevano chiuse le porte di casa. Il primo giorno della settimana (v.19) è un riferimento alla domenica, giorno della resurrezione di Gesù per la comunità cristiana. Gesù si mostra in piedi, in mezzo ai discepoli, per indicare che è vivo e presente con i suoi, e li saluta con l’espressione «pace a voi», che da un lato è una formula ordinaria di saluto (shalom alehem), e dall’altro indica già in anticipo il dono della pace che Gesù fa ai suoi (19.21). Non a caso la reazione dei discepoli è caratterizzata dalla gioia (v. 20). Essi riconoscono il Signore dalle mani e dal fianco, che presentano i segni dei chiodi e della trafittura da cui erano sgorgati sangue ed acqua nella morte in croce del Signore (v.20). Egli, il risorto, il vivente è realmente colui che era stato crocifisso e porta ancora i segni nel suo corpo, ferite che ora divengono feritoie dell’amore e dello Spirito.

Non a caso il risorto li invia con la forza con cui egli stesso è stato inviato dal Padre, lo Spirito Santo (v.22) che era simbolizzato dall’acqua uscita dal costato trafitto di Gesù. La missione dei discepoli è caratterizzata dalla misericordia del Padre, che si sintetizza nel perdono dei peccati. Non si tratta soltanto del sacramento della riconciliazione, ma dell’intera evangelizzazione a cui sono chiamati i discepoli e che si può globalmente riassumere nel perdono dei peccati.

La seconda scena (vv.24-29) ha per protagonista Tommaso, che non era presente al momento della prima apparizione e chiede di fare un’esperienza personale del crocifisso-risorto, dei suoi segni della passione. Questo incontro avviene otto giorni dopo, sempre di domenica (v.26), e con le medesime caratteristiche, perché Gesù si presenta in piedi e formula un saluto di pace (v.26). Egli poi riprende le parole di Tommaso e lo invita a toccare i segni della passione (v.27), attraverso i quali si è manifestata la potenza dell’amore di Dio. Tommaso non li tocca, non ne ha più bisogno, ma reagisce con la più bella proclamazione di fede neotestamentaria sulla divinità di Gesù: «Mio Signore e mio Dio».  La chiusura di Gesù sulla beatitudine di coloro che non hanno visto ma credono si rivolge direttamente al lettore e anticipa la prima conclusione del Vangelo (vv.30-31) in cui la parola scritta, quale testimonianza autorevole dell’esperienza del risorto, diviene capace di accendere la fede della comunità cristiana.

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Esperienze di gioia e rinascita, in una quotidianità a volta difficile e faticosa. Le vivo nella fede?

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei discepoli.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 20,19-31 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti tempi, luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande (a scopo puramente esemplificativo, cioè non devono essere poste con qualche ordine particolare, ma servono unicamente all’accompagnatore per suggerire ai partecipanti possibili identificazioni interiori):

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Ci troviamo di domenica, nella casa dei discepoli che hanno chiuse tutte le porte per paura dei Giudei.

Quali chiusure e paure porto ancora dentro, nelle quali Gesù risorto entra con la sua potenza? La messa domenicale è per me esperienza di liberazione e rinnovato coraggio?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

– Gesù stette in mezzo ai discepoli. Avverto la presenza viva del risorto in mezzo alla comunità cristiana?

-I discepoli gioiscono al vedere il Signore.

Come vivo l’esperienza della fede? È per me fonte di gioia, liberazione dalle paure e dalle tristezze?

 – Gesù mostra le mani e i piedi e soffia sui discepoli. Che significato ha per me la passione di Gesù? Come sperimento la potenza dello Spirito nella mia vita?

 – Tommaso non era con loro. Accolgo la testimonianza di fede degli altri come un dono anche per me?

  • Cosa dicono i personaggi?

– Gesù saluta i discepoli «pace a voi!». Dove trovo la mia pace più profonda?

– “Come il padre ha mandato me, anch’io mando voi”. L’invio e la missione provengono dal Padre. In che modo vivo questo mio essere inviato, quali opportunità da cogliere e quali resistenze interiori?

– “A coloro ai quali perdonerete i peccati, saranno perdonati”: vivo il perdono di Dio e la sua misericordia nei miei confronti? Lo so annunciare agli altri?

– “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani”: che esperienza ho del crocifisso-risorto? Quali domande, dubbi, certezze?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

A differenza di Tommaso, il lettore è colui che sperimenta la presenza del Risorto nella comunità cristiana, per mezzo della Parola di Dio, trasmessa dai testimoni e attestata dal Vangelo. Mi interrogo, a livello personale e comunitario, su questa beatitudine della fede. La vivo e la testimonio?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Annuncio di luce

 

Tutto è perduto con la morte di Gesù, non c’è più nulla su cui sperare.

Nonostante tutti i segni e i miracoli che ha compiuto, nonostante avesse preparato i suoi discepoli al fatto che doveva morire e dopo tre giorni risorgere…nonostante tutto questo l’impatto con la morte di Gesù è così forte e doloroso che i discepoli non riescono a pensare a un dopo, a un oltre. Tutto è perduto e non vi è più alcune speranza, solo smarrimento, scoraggiamento, totale perdita di fiducia.  È quello che accade anche a noi di fronte ai drammi della nostra vita, ai fallimenti, alle sconfitte, alle perdite di persone care, alle malattie che rendono dolorosa e precaria l’esistenza. Nonostante tanti segnali positivi che abbiamo ricevuto da Dio, tanti doni, tanti piccoli e grandi miracoli che sono accaduti nella nostra vita, tutto ora ci sembra irrimediabilmente perduto e non è più possibile fiducia e speranza nel futuro.

 

Amenochè…Amenochè la forza dell’amore, apparentemente irrazionale, ma così vero e umano, una forza tenera e piena di dignità, una forza talmente femminile da essere facilmente scambiata per debolezza, questa forza non ci permetta di tenerci aggrappati a ciò che ci mette in comunicazione col mistero del bene e della vita, se non altro nel ricordo, nei segni, nei simboli.

È la fiducia, diciamo pure la fede, anche se ancora avvolta dal buio della notte, di Maria Maddalena, che si reca ad ungere il corpo di Gesù, aggrappata all’amore tenero e resistente per il suo maestro. C’è ancora qualcosa da fare, c’è un corpo da amare, che non è un corpo ma ciò che ci mette in contatto con quella persona che abbiamo tanto amato. La potenza di questo amore è già in grado di illuminare la notte dello sconforto, perché è un sostegno che impedisce di disperare, che trova il coraggio di esprimere il dolore, l’affetto, l’amore, in modo così vero, così umano, così tenero.  Solo grazie a questa potenza la Maddalena ha potuto ricevere per prima lo straordinario e sconvolgente annuncio della resurrezione.

La nostra fede, elementare, semplice eppure così vera, nella vita ci spinge alle soglie di un annuncio che tutto il nostro essere desidera da sempre, pur senza esprimerlo esplicitamente: la resurrezione.

Ed è anche per questo che dopo la donna, Maria maddalena, un uomo il discepolo amato, colui che ha il cuore aperto alla pienezza dei desideri, non rovinato dallo scetticismo e dalla sfiducia, di fronte ai segni delle bende riposte e del sudario piegato e messo da parte, vede e crede. Il suo sguardo è quello dell’amore, che sa cogliere con certezza il compiersi dei desideri più belli, perché crede nella vita come dono di Dio, un dono destinato al per sempre. Egli crede per l’apertura del suo cuore anche senza ricordare, per ora, la Scrittura, che diceva che il messia sarebbe dovuto risorgere dai morti…

I discepoli faranno poi ricorso alla Scrittura quando dovranno comprendere e testimoniare l’esperienza unica e straordinaria della resurrezione di Gesù: il messia è morto e risorto secondo le Scritture, cioè secondo quel corpo di scritti che attesta la fede del popolo di Israele e la rivelazione di Dio, che ha scelto e amato questo popolo. In questa scelta e in questo amore era già profetizzata e scritta la scelta del messia, la sua morte e resurrezione.

Quest’ultimo passaggio, ossia credere e testimoniare Gesù risorto alla luce della Scrittura, è importante perché toglie il dubbio che la resurrezione, per quanto corrispondete ai desideri del cuore dei discepoli e di ogni uomo, possa essere semplicemente la proiezione di tali desideri. È invece un evento radicato nell’esperienza di fede di un popolo e che si manifesta attraverso la parola di testimoni accreditati dal dono dello Spirito Santo.  Questa catena arriva fino a noi oggi, e ci avvolge con la potenza di una Parola, capace di accendere in noi la fede.

Lasciamoci attraversare da questa Parola luminosa che oggi Pietro ci annuncia e che anche Paolo trasmette nelle sue lettere, ringraziando i suoi ascoltatori: “Vi ringrazio perché avete accolto l’annuncio del Vangelo (la parola della resurrezione) non come una parola di uomini, ma come una Parola di Dio, che opera in voi che credete”.

 

Messia di pace in mezzo a venti di guerra. Omelia del giorno delle Palme

Abbiamo fatto una bella processione iniziale, con i rami di ulivo, che sottolineano il carattere festoso e pacifico dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ricordando per noi il Salmo 117: il grido Osanna significa “salvaci Signore” e i rami di palma (che noi sostituiamo con l’ulivo) rimandano alla processione liturgica fino all’altare del tempio di Gerusalemme nella festa delle Capanne.

L’evangelista Matteo, nel raccontare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, cita il profeta Zaccaria, che vede il messia entrare a Gerusalemme giusto e vittorioso, mite e umile, cavalcando sul dorso di un’asina. Matteo si permette di fare una piccola correzione a questa citazione: toglie gli aggettivi giusto e vittorioso e mantiene gli aggettivi mite e umile e in questo modo fa meglio comprendere a noi lettori e ascoltatori il carattere pacifico di questa “presa di possesso” di Gerusalemme e del suo Tempio da parte del re Gesù.

 

Gesù è il messia che porta la salvezza e la pace. La sua non è la logica di chi mette a posto le cose alzando la voce e facendo assaggiare la propria forza, ma di chi viene nel nome di una potenza molto più forte e importante, la potenza dell’amore. Per amare, perdonare e riconciliarsi ci vuole una forza molto più forte che per aggredire e imporre: è una forza smisurata e infinita, la forza del messia.

 

Oggi ci ricordiamo della potenza infinita di questo Regno di amore che il messia Gesù è venuto ad instaurare. In un mondo in cui risuonano le trombe della guerra, perché le principali potenze cercano di mantenere o rafforzare le loro sfere di influenza economica e militare, a spese della gente, noi oggi celebriamo una forza ben più potente e determinante all’opera nel mondo, anche se non fa notizia: quella dell’amore che perdona e riconcilia. È la potenza della croce, che assume su di sé le conseguenze del male, l’odio e lo spirito di rivalsa e le trasforma da dentro. Il suo campo di battaglia non è la geografia fisica, con le limitate risorse naturali, ma la geografia del cuore, con le infinite risorse dello Spirito. Apparentemente è una geografia invisibile, in realtà è la potenza che regge il mondo. Se essa non vi fosse, da quanto tempo il mondo sarebbe già distrutto dal terribile diluvio della violenza umana?

 

Oggi celebriamo questo re che governa le profondità del nostro cuore, preservando e moltiplicando la nostra libertà da tutti i condizionamenti dell’odio e della divisione. C’è più libertà nell’amore che nell’odio, nella speranza che nella paura, nel dialogo che nello scontro. Certo la violenza fa più notizia, ma di fronte ad un attentato che occupa le nostre cronache per giorni e giorni, quanti quotidiani atti di compromesso, dialogo, convivenza, adattamento fanno andare avanti il mondo? E da dove provengono? Dalla regalità dell’amore che il messia è venuto a instaurare sulla croce.

 

Oggi celebriamo questo re che dona la pace non solo in mezzo all’odio tra popoli, etnie, culture e religioni ma anche in mezzo alle divisioni familiari, tra mariti e mogli, tra fratelli, tra genitori e figli. Quante difficoltà, litigi, separazioni, incomprensioni ci sono nelle nostre famiglie: eppure la possibilità di gettarsi alle spalle il carico del risentimento, della rabbia o del senso di colpa, esiste. Affidiamo a questo Re tutto ciò che ci pesa e seguiamolo fin sotto la croce, perché solo lui può consolarci, rasserenarci e donarci energie nuove e prospettive impensabili, per fare il bene.

 

Accogliamolo come Re nel tempio del nostro cuore e facciamogli festa, gridando anche noi, con tutte le nostre forze: Osanna, Signore salvaci!

Lettura popolare Palme Anno A

Lettura popolare Palmea Anno A

 

Mt 21,1-11

Il Re entra a Gerusalemme

Il messaggio nel contesto

 

Il testo di Matteo si apre con l’arrivo di Gesù a Betfage, verso il monte degli Ulivi. Matteo a differenza di Marco e di Luca non cita Betania, ma mette in maggiore rilievo la menzione del monte degli Ulivi e di Betfage. Come mai? Anzitutto dobbiamo notare la menzione del termine “Signore”: “Se qualcuno vi dirà qualcosa, gli risponderete che il Signore ne ha bisogno”(v. 2). Questo termine indica il riconoscimento dell’autorità stessa di Dio in Gesù (cf. Mt 14,28.30). La duplice menzione del termine Signore e della notazione geografica sul monte degli Ulivi si trova in Zc 14,3-4, testo in cui si parla del combattimento finale di Dio contro le nazioni che culmina sul monte degli Ulivi dove si instaura definitivamente la Signoria regale di Dio su tutta la terra (v. 9). Tale regalità sarà adorata nel giorno di Sukkot, o festa della capanne, in cui tutti i superstiti delle nazioni andranno ad adorare il re, il Signore degli eserciti (v. 16). Inoltre a Betfage (casa del fico, secondo il Talmud) si preparavano i pani della proposizione che dovevano essere portati al Tempio di Gerusalemme. Quindi la menzione di Betfage rimanda al Tempio, dove Gesù entrerà al v. 12. Queste notazioni geografiche indicano dunque che il tempo definitivo è arrivato e il Signore prende possesso del tempio in Gerusalemme. Gesù è un messia regale che porta la definitiva presenza di Dio con noi nel suo tempio!  Non a caso la folla accoglie Gesù con le parole del Salmo 118,26a: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Questo Salmo viene cantato nella festa popolare delle tende (sukkot) nella quale il popolo, ricordando il cammino nel deserto e l’attesa della terra promessa, attende l’arrivo del messia regale. La liturgia di questa festa, accennata dal Salmo (cfr. v. 27b), prevede l’uso di rami frondosi in corteo, fino ad arrivare ai lati dell’altare, e richiama certamente la descrizione dei rami tagliati dagli alberi e disposti lungo la strada (v. 8). Anche il grido “Osanna” è ripreso dal Salmo 118 al v. 25, dove il testo ebraico recita: “hoshî’ah nna’” che si traduce: “dona la salvezza”.  

Quanto detto viene confermato dalla narrazione che si può suddividere in tre parti: 1. ordine di Gesù e citazione profetica (1 – 3) 2. esecuzione dei discepoli ed entrata trionfale (6-9) 3. reazione di Gerusalemme (10 – 11). Tra l’ ordine di Gesù (1-3) e l’ esecuzione dei discepoli (6-7) c’è al centro la citazione di compimento del profeta (4 -5), che ha grande importanza per chiarire la portata rivelativa dell’ingresso di Gesù. Si tratta delle citazioni esplicite di Zc 9,9 e di Is 62,11. Riguardo alla citazione di Zaccaria è interessante notare che Matteo la modifica, tralasciando le due qualifiche iniziali date al Re messia, ossia “giusto e vittorioso”. In tal modo risalta quasi unicamente l’umiltà e la mitezza di questo re che entra in Gerusalemme. L’umiltà è segnalata dall’asino, sul dorso del quale Gesù entra e che è una cavalcatura propria del tempo di pace, come conferma il prosieguo della citazione di Zaccaria: “Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti…” (Zc 9,10). Questi è il re mite e umile di cuore che dona pace e consolazione a tutti coloro che sono oppressi (Mt 11, 29). L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è un annuncio che richiede una conversione, un riconoscimento da parte di Gerusalemme, perché la vittoria non è ancora stata ottenuta.  Come Gerusalemme accoglierà il suo re mite ed umile? È evidente l’intento narrativo di Matteo. Gesù è certamente il re-messia, ma nella forma del servo sofferente, che instaura il suo regno passando attraverso il rifiuto del suo popolo e la morte. La folla reagisce alla fine rispondendo alle domande agitate dei cittadini: “Chi è costui?”: è il profeta Gesù da nazareth d Galilea”. (v. 11). Ma Gesù è certamente più che un profeta! In questo modo essa esprime e quasi inaugura il futuro rifiuto di Gerusalemme nei confronti nel messia regale umile e pacifico che è arrivato a lei.

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 21,1-11.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 21,1-11 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè”  ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Gesù è ora vicino a Gerusalemme e arriva al monte degli ulivi, luogo in cui, secondo i profeti, il Signore dovrà porre i suoi piedi e stabilire il Regno di Dio a partire da Gerusalemme.  Sono consapevole dell’ importanza e della solennità di questo ingresso?

Cosa fanno i personaggi?

Gesù invia  i suoi discepoli: mettendomi nei panni dei discepoli, voglio collaborare a questa instaurazione del Regno di Gesù nel mondo?

I discepoli fanno come gli ha ordinato Gesù e così si compiono le Scritture dei profeti. Come la mia obbedienza rende possibile il compiersi del disegno di Dio?

– Cosa dicono i personaggi?

– La folla proclama Gesù come “figlio di Davide”: cosa comporta per me sapere che Gesù è il re della mia vita e della storia?

-Quale rivelazione?

Gesù è un re mite e umile, che cavalca un puledro e un figlio d’asina: la sua regalità si manifesterà attraverso l’incomprensione degli uomini e la violenza dei potenti.

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.