IV giorno di lezione

 

IV giorno

4.  Analisi narrativa.Commento a Interpretazione della Bibbia nella Chiesa (P.C.B. 1993; 1281 – 1284 Enchiridium Biblicum 1305 – 1309).

L’esegesi narrativa propone un metodo di comprensione e di comunicazione del messaggio biblico che corrisponde alla forma del racconto e della testimonianza, modalità fondamentale della comunicazione tra persone umane, caratteristica anche della Sacra Scrittura. L’Antico Testamento, infatti, presenta una storia della salvezza il cui racconto efficace diventa sostanza della professione di fede, della liturgia e della catechesi (cf. Sal 78, 3-4; Es 12, 24-27; Dt 6, 20-25; 26, 5-10). Da parte sua, la proclamazione del kerigma cristiano comprende la sequenza narrativa della vita, della morte della risurrezione di Gesù Cristo, eventi di cui i vangeli ci offrono il racconto dettagliato. La catechesi si presenta, anch’essa, sotto forma narrativa (cf. 1Cor 11, 23-25).   Riguardo all’approccio narrativo, è opportuno distinguere metodi di analisi e riflessione teologica.  Attualmente vengono proposti numerosi metodi di analisi. Alcuni partono dallo studio dei modelli narrativi antichi. Altri si basano sull’una o l’altra “narratologia” attuale, che può avere dei punti in comune con la semiotica. Particolarmente attenta agli elementi del testo che riguardano l’intreccio, i personaggi e il punto di vista del narratore, l’analisi narrativa studia il modo in cui la storia viene raccontata così da coinvolgere il lettore nel “mondo del racconto” e nel suo sistema di valori.   Parecchi metodi introducono una distinzione tra “autore reale” e “autore implicito”, “lettore reale” e “lettore implicito”. L’“autore reale” è la persona che ha composto il racconto. Con “autore implicito” si indica l’immagine di autore che il testo genera progressivamente nel corso della lettura (con la sua cultura, il suo temperamento, le sue tendenze, la sua fede, ecc.). Si chiama “lettore reale” ogni persona che ha accesso al testo, dai primi destinatari che l’hanno letto o sentito leggere fino ai lettori o ascoltatori di oggi. Per “lettore implicito” si intende colui che il testo presuppone e produce, colui che è capace di effettuare le operazioni mentali e affettive richieste per entrare nel mondo del racconto e rispondervi nel modo voluto dall’autore reale attraverso l’autore implicito. Un testo continua a esercitare la sua influenza nella misura in cui i lettori reali (per esempio noi stessi, alla fine del XX secolo) possono identificarsi con il lettore implicito. Uno dei compiti principali dell’esegesi è quello di facilitare questa identificazione.   All’analisi narrativa si collega un modo nuovo di valutare la portata dei testi. Mentre il metodo storico-critico considera piuttosto il testo come una “finestra”, che permette di dedicarsi a varie osservazioni su una determinata epoca (non soltanto sui fatti raccontati, ma anche sulla situazione della comunità per la quale sono stati raccontati), si sottolinea che il testo funziona anche come “specchio”, nel senso che presenta una certa immagine di mondo, il “mondo del racconto”, che esercita la sua influenza sui modi di vedere del lettore e lo porta ad adottare certi valori piuttosto che altri.  

 

Cos’è una trama: sistematizzazione degli avvenimenti che costituiscono la storia raccontata: questi avvenimenti sono collegati l’uno all’altro tramite il nesso di causalità (è la configurazione) e inseriti in un processo cronologico (è la consecuzione degli avvenimenti).  La trama è costituita da una trasformazione che conduce un soggetto da uno stato iniziale ad uno stato finale. Si distinguono cinque passi. Situazione iniziale; complicazione; Azione trasformatrice; soluzione; Situazione finale.

Trama di rivelazione: trama la cui azione trasformatrice consiste in un aumento di conoscenza su un personaggio della storia raccontata.

Trama di risoluzione: trama la cui azione trasformatrice opera sul piano pragmatico (di ciò che accade).

 

Tensione drammatica: intensità emozionale o pragmatica ( di azione) del racconto.

Focalizzazione: scelta di una prospettiva da cui narrare il racconto. Può essere interna ad un personaggio, esterna (coincidente con l’azione che si svolge), oppure zero (trasgredisce i limiti del tempo e dello spazio della scena).

 

Opacità: quando il lettore sa più dei personaggi, questo può avvenire anche a discapito dei personaggi stessi.

 

4.3. Il sacrificio di Isacco in Gn 22 dal punto di vista narrativo

La pericope è piuttosto isolata nel contesto della narrazione del ciclo di Abramo. L’unico collegamento tra ciò che precede e ciò che segue è costituito dalla notazione geografica relativa a Bersabea (cf. 21,33; 22,19).

Fin dal versetto 1 il narratore intende che si tratta di una vera e propria prova da parte di Dio. Si usa qui un termine tecnico, con il quale si indica un procedimento che avviene nel contesto di una contesa tra due parti in causa, tramite la quale una parte vuole ottenere dall’altra la garanzia della sua innocenza (cf. uso delle concordanze). Può essere sia una iniziativa divina, che ad esempio attraverso il dono della manna, razionata giorno per giorno, vuole mettere alla prova la fedeltà di Israele (cfr. Es 16,4), o un’iniziativa del popolo, come a Massa e Meriba, dove viene messo alla prova Dio, per avere la garanzia che egli sia proprio in mezzo a loro, atteggiamento che viene qualificato come mancanza di fede da parte del narratore (cfr. Es 17,7; Num 14,22; Dt 8,16; Sal 78,18.48; Sal 95,9). In Dt 4,34, con riferimento alle piaghe d’Egitto, si usa un termine della stessa radice del verbo, e che possiamo tradurre con prove. I segni e prodigi delle piaghe sono delle prove nella contesa tra Dio e il Faraone, per mostrare cosa c’era nel cuore del Faraone. Tuttavia nel contesto di Deuteronomio 4 queste prove divengono segni e manifestazioni nei confronti di Israele, per rafforzarne la fede nei confronti del suo Dio. Una prova può dunque essere positiva, volta cioè a manifestare le qualità positive di Dio o dell’uomo (cf. anche Es 20,20). Nel caso di Gen 22,1 si tratta proprio di questo, Dio vuole rendere evidente, manifestare l’obbedienza e la fede del suo servo, per manifestare a sua volta la sua benedizione.

Con questa prova viene tecnicamente innescata l’azione trasformatrice della trama (cf. appunti su trama), che viene portata avanti da una domanda: sarà davvero Abramo fedele a questa richiesta di Dio? E cosa farà Dio, consentirà veramente al sacrificio del figlio o si tratta solo di una prova senza fare sul serio?

In ogni caso Abramo non sa che si tratta di una prova e prende sul serio il comando di Dio. C’è qui un gioco narrativo di fondamentale importanza tra narratore e lettore, a scapito del protagonista, che tecnicamente si chiama “opacità” (cf. appunti su focalizzazione e opacità). Ossia il narratore trattiene qualche informazione per sé, a discapito dei personaggi (ma non del lettore in questo caso). Il lettore sa fin dall’inizio che si tratta di una prova positiva da parte di Dio e sa al contempo che Abramo non lo sa. Così il lettore è invitato a guardare con trepidazione e compassione ad Abramo e nello stesso tempo anche con grande ammirazione per il suo atteggiamento di radicale obbedienza.

Il lettore è consapevole di tutta la storia di Abramo, delle sue sofferenze fino a tarda età per non avere un erede (cf. Gen 15,1-2; 16,1) nonostante la promessa di Dio per la quale egli aveva lasciato tutto il suo passato ed era partito (cf. 12,1) e dunque immagina quanto il comando di Dio sia per Abramo qualcosa di assolutamente incomprensibile, dal momento che gli chiede di sacrificare il figlio donato da Dio stesso, dopo tanti anni di attesa, e con un miracolo che ha vinto sulla sterilità e la vecchiaia di Sara.  Si tratta di offrire in olocausto il figlio unigenito, che egli ama. Ciò non fa che aumentare l’ammirazione per la grandezza dell’obbedienza di Abramo.

Il narratore si sofferma particolarmente su dettagli che rivelano la tenerezza del rapporto di Abramo con il figlio.  Abramo prima sella l’asino per partire e poi però spacca la legna, come a voler ritardare la partenza. Poi in mano al figlio non mette oggetti pericolosi come il coltello o il fuoco, ma solo la legna.  Il dialogo tra Abramo e suo figlio è una geniale pittura dell’animo. L’amore tra padre e figlio si esprime nell’uso ripetuto scambievolmente degli appellativi e dei possessivi: “padre mio; figlio mio”. L’obbedienza di Abramo non è dunque il freddo e disumano automatismo di una macchina, è una sofferta sequenza di azioni in cui Abramo mette in moto la sua decisione di obbedire a Dio e al contempo l’amore per il suo figlio Isacco si manifesta in tutta la sua commovente profondità.

La risposta del padre alla domanda intelligente di Isacco: “Qui c’è il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” è pervasa da una fede trepidante nella provvidenza di Dio: Dio stesso vedrà per se (per lui) l’agnello per l’olocausto.  Ad un primo significato il versetto indica che Dio provvede l’agnello sacrificale per se. Ma il verbo usato significa “vedere” e il nome che Abramo darà al luogo è: jhwh vede (v. 14). Cosa vuol dire? Cosa vede Dio? Il significato soggiacente è che lo sguardo di Dio, benevolo e provvidente, non si stacca mai dall’uomo, per sostenerlo e favorirlo. Abramo ha totalmente rinunciato al possesso del dono della promessa, vedendolo in questo modo proprio come dono puro e semplice, di cui non si è portatori in base ad un proprio diritto. Restituire il dono vuol dire rispettare e accogliere pienamente la rivelazione del donatore.

Quindi la risposta di Abramo è in realtà una grande attestazione di fede da parte sua. Qui giunge ad una prima risposta quella prova che il narratore aveva introdotto al v. 1, il cuore di Abramo è tutto per Dio, egli è il suo bene più grande, e per lui è disposto a sacrificare anche il figlio della promessa, che aveva ricevuto da lui. Qui abbiamo un primo culmine della trama di risoluzione, che riguarda l’obbedienza di Abramo. Il seguito delle azioni portano avanti la risoluzione, con la seconda domanda, ossia che cosa farà Dio davanti all’obbedienza di Abramo. La trama ha un picco di tensione quando la mano di Abramo si alza vibrando il coltello per uccidere Isacco. La suspence creata dal susseguirsi di queste azioni e la drammaticità di ciò che sta per accadere mettono alla prova la fede del lettore, che mentre Abramo alza il coltello, chiude gli occhi e si chiede se era proprio vero che si trattava solo di una prova. Cosa farà Dio? L’intervento dell’angelo, che blocca la mano di Abramo all’ultimo momento e con il miracoloso segno dell’ariete impigliato in un albero, sciolgono questo tensione e porta a termine la trama di risoluzione.

Mentre la fede di Abramo è ormai comprovata al v. 8, da quel momento in poi viene messa alla prova la fede del lettore, che si chiede con angoscia cosa farà Dio a questo punto. Il narratore intende in questo modo mostrare che la prova di fede di Abramo è in realtà simultaneamente una prova di fede per il lettore. Quale immagine di Dio ha il lettore, il quale si ribella di fronte a un Dio che mette alla prova Abramo, temendo che sia un Dio cattivo? La fede di Abramo educa quella del lettore. Anche qui la risoluzione degli eventi è in funzione di una trama di rivelazione, la rivelazione di un Dio che vede, che si prende cura dell’uomo.

Per Abramo Dio può chiedere qualsiasi cosa perché “Dio vede”, ossia si prende cura dell’uomo, lo ama. Questo è implicito in tutti gli atti compiuti da Abramo in questo racconto. Mentre Dio mette alla prova la fede di Abramo, perché egli si manifesti come l’uomo obbediente alla parola di Dio e che a Lui dona ogni cosa, Abramo ubbidendo mette alla prova l’amore di Dio, perché egli si manifesti come il Dio che ama l’uomo vivente.  Ogni atto da lui compiuto verso il sacrificio del figlio al monte Moria è una testimonianza della sua fede incrollabile e paradossale nel fatto che Dio è il Dio della vita (per l’autore della lettera agli Ebrei, Abramo crede nella resurrezione dai morti Eb 11,17-19). In fondo, se vogliamo, Dio è venuto ad abitare l’immagine crudele che l’uomo si è fatto di lui fin dall’inizio dell’umanità, per liberarlo da essa e non c’era altro modo per farlo, se non attraverso la fede di Abramo. Dio mette alla prova la fede di Abramo  (Dio vede), perché egli possa mettere alla prova il suo amore e questo per la fede di tutti i lettori!

Allo stesso modo Isacco non può credere di essere ingannato dalla parola del padre, e supera la paura di essere ingannato, facendosi legare. La prova di fede di Abramo è implicitamente affrontata anche da Isacco nel rapporto con il padre (cf. tradizione ebraica sulla legatura di Isacco).

Ciò mi pare si ricolleghi bene alla duplice tradizione del nome del luogo: “il signore vede” e “sul monte il Signore è visto si fa vedere”, gioca con il verbo vedere. La fede di Abramo riguardo al fatto che Dio vede rende possibile la manifestazione, la rivelazione di Dio in lui (Dio si fa vedere). Si annuncia qui qualcosa che il narratore non poteva prevedere, ma la cui figura risplende nel rapporto tra Abramo e Isacco. Il figlio unico e prediletto viene donato dal Padre e il Figlio stesso si lascia donare fidandosi di lui. Questa figura si compie e cade nel momento in cui la realtà risplende nella croce del Figlio, dove il Padre si rivela come il donatore per eccellenza. Questo senso spirituale, pieno del testo, è in continuità con il senso letterale,

Al termine di questa prova, la promessa di Dio viene confermata (v. 15-18). Qui arriva a compiersi la trama di rivelazione: con la conferma della promessa di Dio e della sua benedizione (cf. 12,3; 15,5). Proprio perché non gli ha rifiutato il suo Figlio, Abramo sarà il padre di una discendenza numerosa come le stelle del cielo.

 

4.4. Coda su senso letterale e senso spirituale

Interpretazione della Bibbia nella Chiesa (P.C.B. 1993; 1407 Enchiridium Biblicum): il senso letterale della Scrittura è quello espresso direttamente dagli autori umani ispirati. Essendo frutto dell’ispirazione, questo senso è voluto anche da Dio, autore principale. Lo si discerne grazie a un’analisi precisa del testo, situato nel suo contesto letterario e storico. Il compito principale dell’esegesi è proprio quello di condurre a questa analisi, utilizzando tutte le possibilità delle ricerche letterarie e storiche, al fine di definire il senso, letterale dei testi biblici con la maggiore esattezza possibile (Divino afflante Spiritu, EB 550). Per tale scopo, lo studio dei generi letterari antichi è particolarmente necessario (ibid. 560).  

Interpretazione della Bibbia nella Chiesa (P.C.B. 1993; 1413 Enchiridium Biblicum): Come regola generale, possiamo definire il senso spirituale, compreso secondo la fede cristiana, il senso espresso dai testi biblici quando vengono letti sotto l’influsso dello Spirito Santo nel contesto del mistero pasquale di Cristo e della vita nuova che ne risulta. Questo contesto esiste effettivamente. Il Nuovo Testamento riconosce in esso il compimento delle Scritture. È perciò normale rileggere le Scritture alla luce di questo nuovo contesto, quello della vita nello Spirito.

 

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