Lezione IX

 

 

IX giorno

 

 

9. APPROCCI ARCHEOLOGICI E STORICI ALLA BIBBIA (CFR. G. FISCHER CONOSCERE LA BIBBIA. UNA GUIDA ALL’INTERPRETAZIONE. EDB 2013, 97 – 103) E GEOGRAFIA DELLA PALESTINA
Per la storia biblica si veda il libro di Mazzinghi
Per la geografia biblica si considerino alcuni temi di fondo:
– le grandi vie di comunicazione e il ruolo della mezzaluna fertile e dell’Egitto in Canaan.
– le divisioni geografiche dovute al mare e alle catene montuose e al deserto
– il tema dell’acqua (pozzi, fonti, cisterne)
– le tende e il nomadismo e la graduale conquista della terra promessa
– l’agricoltura (grano, olio, vite)
– la divisione politico-culturale in Giudea, Samaria e Galilea.

Video con informazioni sulla geografia biblica:
Canale youtube: SatelliteBibleAtlas (in inglese); la Bibbia c’è (in italiano)

10. COMMENTO DEI VERBUM 18. Il KERIGMA COME FONDAMENTO DEI VANGELI E DI TUTTO IL NT
DEI VERBUM 18
18. A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l’Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni (31).
Con il termine kerigma si intende in generale l’annuncio che compie il disegno di Dio nella storia e porta la salvezza. Ripercorrendo le tracce del verbo corrispondente, kerysso e anche di altri verbi che fanno parte del campo semantico dell’annunciare/testimoniare nel nuovo testamento (apanghello, martyreo, laleo, euanghelizomai) si ottiene un quadro complessivo dei termini tecnici dell’annuncio, che ci permette di chiarire meglio cosa il Nuovo Testamento e i Vangeli, intendono a riguardo di ciò che comunemente indichiamo con il termine kerigma.

Non possiamo ovviamente seguire nel dettaglio tutte le ricorrenze di questi verbi. Rimandiamo per questo ai dizionari esegetici e teologici del nuovo testamento. A noi interessa costruire un percorso tematico, selezionando quelle ricorrenze “tecniche” riguardanti l’annuncio della salvezza.

Il kerigma prepasquale del Regno di Dio
Anzitutto si deve affermare che l’annuncio che i vangeli riportano è collegato al Regno di Dio. È un annuncio del Regno, introdotto dalla predicazione penitenziale del Battista (cf. Mc 1,4) e portato a compimento da Gesù nella sua predicazione, sinteticamente riportata da Marco in 1,14: <<Dopo che Giovanni fu consegnato, Gesù venne in Galilea, annunciando (kerysson) il Vangelo di Dio e dicendo: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo>>”. Questo annuncio del Regno è caratterizzato da un “riempimento” del tempo (kairòs), che diviene tempo maturo e opportuno per la presenza di Dio. Tale presenza si caratterizza come un dominio, un governo di Dio sulla storia e sul mondo (Regno di Dio), che ormai si è fatto vicino e le conseguenze di tale vicinanza sono realmente presenti e comportano una trasformazione degli uditori di Gesù, un cambiamento di mentalità (conversione) e l’accendersi di una nuova visione delle cose (fede). Tale annuncio comporta una vittoria contro il male, che viene segnalata emblematicamente dagli esorcismi praticati da Gesù, che <<nelle sinagoghe per tutta la Galilea annunciava (kerỳsson; ta daimònia ekbàllon) e scacciava i demoni> ( (cf. 1,39).
Anche in Matteo Gesù annuncia quello che sinteticamente viene definito come “Vangelo del Regno” (Mt 9,35).
In Luca questo annuncio che Gesù compie è più elaborato teologicamente. Si tratta di un compiersi delle promesse messianiche contenute soprattutto nel profeta Isaia, che programmaticamente Gesù legge nella sinagoga di Nazareth: <<Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia e aperto il rotolo, trovò il luogo dove era scritto: “Lo spirito del Signore è su di me, con esso egli mi ha unto di olio e mi ha mandato ad evangelizzare (euanghelìsasthai) i poveri, ad annunciare (kerỳxai) la liberazione ai prigionieri, ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi e ad annunciare (kerỳxai) un anno di grazia del Signore”>>. La concentrazione di verbi legati all’annuncio e all’evangelizzazione mostra che qui è in atto una reinterpretazione globale di tutto l’annuncio compiuto da Gesù, in questo quadro introduttivo del suo ministero. Egli è il messia, l’unto, dello Spirito Santo, che compie i segni di liberazione e guarigione promessi dalle Scritture profetiche, annunciandoli non solo a parole ma con la potenza trasformatrice dello Spirito. Si tratta di segni connessi alla restituzione della vista dei ciechi, alla liberazione dei prigionieri e degli oppressi e al richiamo al giubileo, inteso come anno in cui le terre sono finalmente restituite a chi le aveva perdute per debiti, secondo la legge del Levitico.
Questi segni kerigmatici (col verbo apanghello) vengono maggiormente dettagliati da Luca in 7,22 (cf. par. Mt 11,4) dove gli emissari di Giovanni il Battista chiedono a Gesù se sia veramente lui il messia e Gesù risponde compiendo in quello stesso momento ciò che egli annuncia a parole, ossia ciò che era stato profetizzato da Is 35,5-6, e cioè che <<i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, i poveri sono evangelizzati>>. Come si può notare, tutti i miracoli compiuti da Gesù in quel momento e anche precedentemente narrati dall’evangelista Luca vengono complessivamente riassunti nel quadro della manifestazione messianica, in cui Gesù si mostra come colui che è dotato di Spirito Santo e perciò in grado di realizzare quei segni che evidenziano il compimento delle Scritture di Israele e l’avvento definitivo del Regno di Dio nella sua persona.
Qui non è ancora in gioco la Pasqua di morte e resurrezione di Gesù: si tratta di un kerigma prepasquale che riguarda il Regno di Dio e la sua realizzazione nella storia umana attraverso segni efficaci, che mostrano la presenza di Dio e la potenza dello Spirito Santo agire nel messia Gesù. Tali segni non sono comunque capaci di imporsi senza escludere possibili contestazioni o incomprensioni, anzi suscitano l’opposizione dei nemici di Gesù, che vogliono per questo farlo fuori, affermando che Gesù scaccia i demoni per opera del principe dei demoni.
Tutto questo, secondo l’evangelista Matteo, non accade casualmente, ma è ancora una volta compimento della profezia di Isaia (Is 42,1-4), per il quale il servo non risponde alle contese, non urla né fa udire la sua voce in piazza, né spegne il lucignolo fumigante o spezza la canna incrinata. Egli è il servo mite e umile che lascia che la sua parola e il suo messaggio di speranza siano equivocati e attaccati violentemente dagli avversari, e in tal modo compie un annuncio di giudizio non solo ad Israele, ma a tutti i popoli (cf. Mt 12,15-24).

Il kerigma pasquale
Questo riferimento al servo sofferente di Isaia introduce l’annuncio di morte e resurrezione, compiuto da Gesù attraverso le parole del quarto canto del servo e ricapitolato anticipatamente dal gesto della donna che versa sul capo di Gesù dell’unguento profumato di gran valore (Mt 26,6-13) e che viene interpretata da Gesù come una testimonianza pasquale (Mt 26,13 par.): <<In verità io vi dico, quando verrà annunciato (kerychthè) questo Vangelo in tutto il mondo, sarà raccontato (lalethèsetai) anche ciò che ella ha fatto, in suo ricordo>>.
Il kerigma è a questo punto un vero e proprio annuncio della passione e morte di Gesù Cristo. Esso va strettamente congiunto con l’annunzio della resurrezione, che saranno le donne a fare per prime (cf. Lc 24,9 e Mt 28,8; cf. apèngheilan). L’evangelista Luca elabora teologicamente questo annuncio attraverso le prime apparizioni ai discepoli, per integrarlo in un annuncio pasquale nella sua globalità, che comprende la passione del Cristo, la sua resurrezione il terzo giorno e l’annuncio della remissione dei peccati nel suo nome a tutte le genti (cf. Lc 24,47). Esso viene ripreso e compiuto nel libro degli Atti, la seconda parte dell’opera lucana, dagli apostoli. Si confronti ad esempio il discorso di Pietro al centurione Cornelio e a tutta la sua famiglia (cf. At 10,34-43), in cui l’annuncio è insieme una testimonianza (kerỳxai to laò kai diamartỳrasthai) della resurrezione di Gesù e della sua qualità di giudice dei vivi e dei morti.
La teologia dell’annuncio lucana riprende narrativamente quella paolina, cronologicamente antecedente, esposta con chiarezza in particolare in 1 Cor 15, in cui Paolo riconsegna ai suoi lettori una tradizione che egli stesso ha ricevuto dalla tradizione apostolica e che concerne la morte e resurrezione di Gesù il terzo giorno secondo le Scritture (cf. 1Cor 15,11-12).
L’annuncio di Gesù morto, risorto ed esaltato alla destra del padre diviene nella Lettera ai Filippesi un itinerario più globale di discesa e di risalita, in cui <<Cristo Gesù, pur condividendo la forma di Dio, non considerò un possesso geloso questa uguaglianza con Dio, ma spogliò sè stesso, assumendo la forma di servo>> (Fil 2,6-7). Dopo l’incarnazione, la discesa di Gesù giunge al culmine con la morte in croce, e da qui risale nella forma di un innalzamento ad opera di Dio (cf. vv.8-11).
Questo itinerario viene maggiormente elaborato narrativamente nell’opera giovannea, che esaminiamo nel paragrafo seguente.

Il kèrigma del Figlio preesistente e donato dal Padre
Non ci sono nell’opera giovannea i termini tecnici dell’annuncio che troviamo nei sinottici o in paolo (come martyreo o apanghello). Si trova una sola ricorrenza di apanghello, in un contesto in cui Gesù parla ai suoi discepoli della rivelazione del Padre (cf. Gv 16,25) e che ci aiuta a comprendere il kerigma giovanneo come un dono e una manifestazione resa possibile dall’invio del Figlio da parte del Padre.
In Giovanni troviamo piuttosto i verbi martyrein e lalein, Con particolare pregnanza nel contesto del discorso di Gesù al fariseo Nicodemo troviamo una sintesi efficace della teologia giovannea dell’annuncio: <<In verità in verità io ti dico noi diciamo (lalumen)ciò che sappiamo e testimoniamo (marturumen) ciò che abbiamo visto, ma voi non accogliete la nostra testimonianza>>( 3,11). Questa testimonianza comporta un innalzamento del Figlio dell’uomo, sul modello del serpente nel deserto (cf. v. 14) che rivela un dono e una consegna: << Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna>> (3,17). Il figlio dell’uomo, parola preesistente nel seno del Padre, è stata inviata, si è fatta carne ed è stata successivamente innalzata nell’ora della gloria, per rivelare l’amore del Padre e donare la salvezza.
Anche nella prima lettera di Giovanni questo annuncio è formulato a partire dal mistero stesso dell’incarnazione del Verbo divino (cf. 1Gv 1,1-4)
Questa teologia dell’annuncio giovannea, dipende da una visuale cristologica dall’alto, che considera cioè il mistero della persona di Cristo, non a partire dalla sua vicenda ministeriale, fino ad arrivare alla passione-morte e resurrezione, ma a partire dalla sua preesistenza.

10. 1 Cristologia dal basso e dall’alto
Con la locuzione cristologia bassa o dal basso si intende l’elaborazione di un pensiero sistematico su Gesù Cristo a partire dalla sua storia di uomo, della stirpe di Israele, proveniente da Nazareth di Galilea, che dopo il battesimo al fiume Giordano da parte del Battista ha cominciato un ministero di carattere profetico e apocalittico, particolarmente incentrato sulla sua persona. Emergono in particolare il suo misterioso rapporto con IHWH, il Dio d’Israele, da lui chiamato in modo scandalosamente confidenziale abbà, i miracoli da lui compiuti, come segni messianici che adempiono le antiche profezie, e il suo continuo richiamo rivolto ai discepoli, soprattutto a partire da un certo momento in poi, della necessità della sua morte in croce che sarebbe avvenuta a Gerusalemme per il rifiuto dei capi del popolo. Il compimento di tale cristologia è nel mistero della resurrezione, che svela ai discepoli il mistero del Figlio di Dio, morto e risorto secondo le Scritture. Una cristologia dal basso si occupa quindi, a partire dal mistero pasquale, di identificare nella storia di Gesù come uomo i segni della sua identità di Figlio di Dio. Un esempio di cristologia dal basso è il vangelo di Marco.
Per cristologia alta o dall’alto si intende una dottrina su Gesù Cristo elaborata a partire dal suo mistero immanente di Figlio di Dio, Parola di Dio coeterna al Padre, prima della creazione, poi incarnatosi in un dato momento storico nel seno della vergine Maria e la cui vicenda umana si compie definitivamente nel mistero pasquale della morte resurrezione e ascensione in cielo. Un esempio di cristologia alta è il Vangelo di Giovanni o gli inni delle lettere agli Efesini e ai Colossesi. (Ef 1,3-14; Col 1,15-20).

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Lezione VI

 

VI giorno

6. COMMENTO A DV 12: I SALMI E I GENERI LETTERARI

DV 12

  1. Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana (22), l’interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole.

Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso (23). Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani (24).

Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta (25), per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio (26).

 

 

6.1 Commento al Salmo 136

Questo Salmo è caratterizzata dalla ripetizione: “perché eterno è il suo amore”. Lodare è non stancarsi di ripetere! L’amore di Dio è eterno. È un alleanza in cui l’amore di Dio per noi è eterno, per cui non ci stanchiamo di ripetere la lode.

Ma non si ripete sempre la stessa cosa: siamo creature immerse nel tempo e nella variazione. Ogni volta si ripete qualcosa di uguale ma c’è sempre anche qualche novità. Che cosa è uguale e che cosa cambia di volta in volta? Di uguale c’è che ad ogni sezione è sempre Dio che agisce. In ebraico si tratta di participi. È come se si dessero tante definizioni di Dio: lui è colui che ha fatto grandi prodigi, lui è colui che ha fatto i cieli con sapienza… e ancora è colui che ha percosso l’Egitto nei suoi primogenti, è colui che ha guidato il suo popolo, egli è colui che nella nostra umiliazione si ricorda di noi. Una volta a catechismo si imparava che Dio è l’essere perfettissimo: era una definizione. Anche in questo salmo la bibbia ci vuol dare una definizione di Dio, non però basata sulla filosofia, ma sul modo di agire di Dio.

Abbiamo detto cosa c’è di uguale, ma cosa c’è di nuovo?  C’è che Dio pur essendo sempre lo stesso e pur essendo sempre lui ad agire, non fa mai una cosa uguale all’altra, in tutte le sue azioni scopriamo sempre qualcosa di nuovo e diverso. C’è come una progressione nel suo agire, e ogni episodio è assolutamente nuovo. Chi recita questo salmo infatti è un solista e ad ogni frase il coro ripete: eterno è il suo amore! Quindi ogni intervento di Dio è come isolato dai precedenti, come a dire che non è causato da essi, ma solo dalla volontà di Dio che vuole fare ancora qualcosa di nuovo. Lui che è eterno ogni volta fa qualcosa di nuovo, come a dire che la sua eternità non è pura staticità, ma continua e travolgente novità, è l’eternità dell’amore che non finisce mai di coinvolgerci nella sua storia e di stupirci.

In Mt 26,30 Gesù si avvia alla sua passione con il canto del Salmo: può essere in modo particolare il Salmo 136, dato che come altri Salmi veniva cantato alla conclusione del pasto pasquale. Gesù, andando alla passione, è pienamente e consapevolmente dentro questo movimento dell’amore di Dio, egli sta per donare tutto sè stesso al padre sulla croce, e allora sceglie di concentrare tutto il significato di questo dono in un segno tanto piccolo quanto comune: il pane (cf. Sal 136,25).  Egli “sceglie” di diventare questo pane che Dio nel suo amore da ad ogni vivente, come culmine della sua storia d’amore nei confronti di Israele e attraverso di lui di tutti gli uomini.

Questo pane “segno” tanto piccolo quanto comune, è l’ultima novità di Dio, ma che racchiude tutte le novità precedenti e tutte le azioni di Dio descritte nel Salmo. Non a caso il Salmo nella tradizione ebraica veniva cantato come rendimento di grazie sul pane. È infatti il pane della creazione, frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Non ci sarebbe il pane se Dio non fosse colui che ha steso la terra sopra le acque e che ha fatto i cieli con sapienza. Nel pane Dio si rivela come colui che crea lo spazio e le condizioni di abitabilità per noi e poi mette tutto in movimento attraverso il tempo (creazione degli astri) in un universo ordinato: non ci sarebbe il pane se non ci fossero i giorni e le notti e le stagioni a consentire la crescita del grano e se non fosse ciclicamente stabilito il tempo della mietitura.

Ma non ci sarebbe il pane della cena pasquale se Dio non si fosse impegnato nella storia con un popolo particolare il popolo ebraico. Allora il pane della cena ricorda l’afflizione dell’Egitto, la schiavitù ma ricorda ancor più l’azione liberatrice di Dio, l’azione potente con cui ha percosso il faraone, l’azione potente con cui ha fatto passare Israele in mezzo al mare della morte, liberandolo e nello stesso tempo generandolo come popolo. Quello che prima dell’arrivo in Egitto era una famiglia di 12 fratelli e che contava 70 persone all’uscita dall’Egitto è divenuto un popolo di 300 000 persone. Così la liberazione dell’Egitto è anche definitivamente l’atto di nascita di questo popolo e tale nascita, attraverso il mare e nel deserto, è un continuo confronto con la morte. Ogni nascita, anche la nostra nascita, è stata un passaggio attraverso la fragilità e il confronto con la morte: ogni nascita prelude alla nascita definitiva, quella che attraverso la morte ci passa davvero. Tutto questo è come contenuto, registrato nel pane pasquale, come un file la cui memoria non può essere cancellata.

Ma l’esodo del popolo e il suo ingresso nella terra promessa e conquista è anche una faticosa, mai terminata lotta contro la tentazione di ritornare alla schiavitù. Un cammino di maturazione, di purificazione in cui il popolo impara che la vera libertà e felicità non sta nel consegnarsi schiavi degli idoli (l’Egitto con i suoi frutti ingannevoli e poi il vitello d’oro), ma nel servire Dio. Dalla servitù al servizio. Anche noi diventiamo adulti così, passando da quegli idoli che hanno schiavizzato e reso infelice la nostra adolescenza, alla matura comprensione che il senso più vero e bello della nostra vita è servire Dio, fare la sua volontà. Il travaglio, la sofferenza sono il passaggio del mare attraverso cui Dio ci ha parlato e ci ha liberato, facendoci comprendere come riconoscere la sua azione nella nostra vita, rendergli grazie e lodarlo e infine servirlo facendo la sua volontà sia il vero scopo della nostra vita.

“Egli nella nostra umiliazione si è ricordato di noi ci ha liberato dai nostri oppressori”: questa storia di liberazione che ha nell’esodo il suo modello fondatore si ripete ad ogni passaggio della storia del popolo di Israele. L’invasione degli assiri e la distruzione di Samaria, e ancora l’invasione dei babilonesi e la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio nel 587 a.C. e l’esilio durato quasi un secolo. Sono i profeti ad indicare al popolo che tutto questo non accade per caso, ma è Dio che sta purificando il popolo dalla sua idolatria, e che lo accompagna con amore anche nella terra dell’esilio. Sono ancora i profeti ad indicare che ci sarà presto un ritorno e una ricostruzione di Gerusalemme e che la gloria del Signore risplenderà a Gerusalemme per tutti i popoli. Ecco: “Il signore nella nostra umiliazione si è ricordato di noi, ci ha liberato dai nostri oppressori”: con questa frase è riassunta tutta la storia profetica di Israele, ma è in qualche modo riassunta anche tutta la nostra vita. Tutta la nostra vita infatti è una giostra un po’ paradossale di umiliazioni ed esaltazioni, dove stentiamo a trovare l’equilibrio. Il punto di equilibrio non sta in noi stessi, ma ce lo ricorda il Salmo: “eterno è il suo amore”: ogni volta è il suo amore che si fa uscire da noi stessi, ci risolleva dalla fatica, dal peccato, dalle sofferenze. Ogni volta è sempre lui, il suo amore a vincere, in ogni evento e in ogni istante della nostra vita.

Conoscere questo è sapienza, perché comporta il sapere che Dio è “per definizione” colui che dona il pane ad ogni vivente, ossia che supera la morte con il dono di una di un amore eterno. I libri sapienziali non sono altro che una riflessione su chi è Dio per tutti gli uomini alla luce di come ha agito e agisce nella storia del suo popolo.

Dai proverbi che condensano tutta la sapienza in brevi massime parallele, alla cui base c’è una sostanziale fiducia del principio di retribuzione divina; fino ad arrivare a Giobbe, la più estrema e radicale messa in questione della retribuzione divina: “se il giusto soffre, dov’è la giustizia di Dio?” Sapienza è qui entrare nel mistero di Dio con tutta la nostra esistenza senza pretendere di spiegarlo, ma fidandosi dell’infinita onnipotenza e saggezza di Dio che con i suoi paradossi supera il modo umano di comprendere. È il punto a cui i saggi arrivano dopo l’esilio e il dramma della sofferenza ingiusta subita dal popolo. Tutta questa sapienza è simbolicamente concentrata nel pane, che il Signore dona ad ogni vivente, quale umile fiducia nella vittoria della vita contro ogni potenza di morte.

Questa vittoria è iscritta nel pane in cui Gesù ha scelto di donarsi a noi, il pane dell’eucarestia, che è il pane del ringraziamento ossia il pane sul quale si benedice Dio per tutto ciò che ha compiuto per noi, quel pane attraverso il quale per l’azione dello Spirito, entriamo misteriosamente dentro l’atto con cui Cristo si è donato a noi, e così tutta la storia della salvezza per noi si compie. In questo pane tutta la storia è ricapitolata, tutta la bibbia riassunta, perché Dio ha attraversato la morte e l’ha distrutta definitivamente. Questo è il pane della resurrezione e il farmaco dell’immortalità.

Ora mangiando questo pane anche noi entriamo nell’opera di salvezza che Dio ha compiuto per il suo popolo, anche noi usciamo dall’Egitto e riconosciamo di avere ricevuto in eredità la terra.

6.2 scheda sui generi letterari e l’inerranza delle Scritture

Che cos’è un genere letterario? Cos’è il Sitz im Leben di un genere letterario? Quali sono i principali generi letterari dei Salmi?

Un genere letterario è definibile come un procedimento espressivo proprio di una data epoca e di un determinato ambiente culturale, atto a manifestarne pensieri e sentimenti. Tali procedimenti possono essere orali o scritti, e anzi molti generi letterari conosciuti sono nati e si sono evoluti inizialmente come forme di espressione orale. È il caso, ad esempio, dell’epica classica e della parabola biblica.

Si possono sintetizzare quattro caratteristiche per l’individuazione di un genere letterario:

  • Una tematica particolare, come il regno di Dio per le parabole
  • Una struttura o forma interna peculiare, come la comparazione.
  • Un repertorio di procedimenti correnti, come immagini della vita quotidiana.
  • Un fattore esterno, quale Sitz im Leben o contesto sociale, come il rabbì di fronte ai discepoli.

L’espressione Sitz im Leben è stata coniata dall’esegeta Gunkel, il quale affermava che chi vuole capire un genere letterario antico deve prima chiedersi dove sono le sue radici nella vita: così il Sitz im Leben è precisamente il contesto esistenziale nel quale e per il quale sono nati i testi letterari.

Una domanda che ci si può porre è se e in che modo i generi letterari possono influenzare la nostra concezione dell’inerranza delle Scritture. Ci sono generi letterari, come il racconto dell’annuncio nascita miracolosa, o il racconto di vocazione, che comprendono brani fondamentali per la storia della salvezza, in Genesi e in Giudici, o nei profeti, fino ad arrivare al Nuovo Testamento.  Tanto spesso si sente porre una domanda: ma se l’annunciazione in Lc è raccontata attraverso un preciso genere letterario, ciò significa che è un’invenzione? Cosa ci può dire in realtà un genere letterario in merito alla storicità di un evento raccontato? Nulla. Il genere letterario riferisce soltanto delle convenzioni comunicative di cui noi dobbiamo essere a conoscenza per comprendere l’interesse teologico dell’autore, ma senza poter arguire nulla in più rispetto alla storicità degli eventi e così fare qualche deduzione affrettata in ordine all’inerranza. Nulla o poco i generi letterari possono dirci rispetto a valutazioni riguardanti la storicità di alcuni eventi. Inoltre, fatto salvo un nucleo di storicità che va salvaguardato, non siamo obbligati a credere che un racconto biblico sia storicamente attendibile nella forma in cui ci è pervenuto. Infatti i generi letterari veicolano interessi teologici che spesso non hanno nulla a che vedere con una mentalità esclusivamente storiografica. Infine la questione stessa dell’inerranza va sganciata dalla storicità: i racconti biblici possono avere un valore in ordine alla storia della salvezza, anche se sono rielaborazioni sapienziali di tradizioni mitologiche e dunque chiaramente non storiche (si veda ad esempio Gn 6-9 il diluvio).

I generi letterari dei Salmi sono:

I canti di Sion, che celebrano la città di Sion e il tempio, e rimandano ad eventi di culto, come i salmi di pellegrinaggio (Sal 122 e Sal 84). In questo contesto si collocano anche gli inni, ossia quel grande gruppo di Salmi il cui contenuto essenziale è la celebrazione di Dio.  Altro genere di inno è l’inno imperativo, nel quale i partecipanti al culto vengono invitati a celebrare YHWH, es Sal 117. Le due forme sono unite nel Sal 136.

Poi ci sono gli inni di YHWH –RE Sal 47; 93; 96 -99. Essi celebrano yhwh come re usando la formula stereotipa ihwh melek.

C’erano poi culti di lamentazione e di intercessione, che coinvolgevano il popolo nella sua totalità. Come il lamenti del popolo per la distruzione del tempio (Sal 74; 79). Vi si trovano la descrizione dello stato di necessità e il lamento, con l’interrogativo sul perché e insieme la richiesta di salvezza.

La maggiore parte degli inni sono canti della comunità riunita, ma troviamo anche, come genere a sé, l’inno dell’individuo, in cui l’orante parla alla prima persona singolare. Questo genere era in origine collegato con lamenti particolari. Preghiere di ammalati (Sal 38 o 88), preghiere di un perseguitato (Sal 7 o 17). Nel Sal 22 la sofferenza individuale dell’orante viene ricollocata nel più vasto contesto della storia di Israele dall’epoca dei padri.

Ci sono poi i Salmi penitenziali dove il tema dominante è il peccato individuale come Sal 51 e 130.

Talvolta vengono menzionati sacrifici che l’orante intende presentare. Il termine todah indica il sacrificio di ringraziamento, che dà origine al canto di ringraziamento dell’individuo. (cfr 116, 7) o Sal 30.

Infine ci sono  i Salmi sapienziali in cui compaiono elementi sapienziali all’interno (cfr Sal 1; 34; 119).

Tutti questi generi si possono riassumere in una più grande categorizzazione: salmi di lode e di supplica. Tutto il salterio si può sintetizzare come una continua alternanza di lode e supplica, tra un salmo e l’altro o all’interno di uno stesso salmo (cf. Sal 22).