Lettura popolare XV TO Anno B

Lettura popolare XV TO Anno B Mc 6, 6b-13

 

Mc 6,6b-13
Imparare ad evangelizzare
Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

E’ importante leggere questo brano tenendo conto del suo contesto: Gesù ha chiamato i Dodici “perché stessero con lui” (Mc 3, 14), e finora li ha preparati al secondo momento cruciale della loro chiamata, ovvero la missione, insegnando loro che il Regno di Dio è come un seme: sa arricchire la vita se accolto con gioia, fede e perseveranza (parabola del seminatore), non è un’entità controllabile e manipolabile, ma agisce nel silenzio e a volte inspiegabilmente (parabola del seme), apparentemente insignificante, sa germogliare nel cuore dell’uomo fino ad essere “più grande di tutte le piante dell’orto” (parabola del granello di senapa).
In Mc 6,1-6 – la pericope direttamente precedente a questa – Gesù è tornato a Nazaret e lì ha dovuto sperimentare il rifiuto, l’incomprensione, il pregiudizio (“era per loro motivo di scandalo”) e l’impotenza (“non poteva compiere nessun prodigio”, perché è la fede che suscita il miracolo, e non il contrario!): anche in questo, i discepoli vengono preparati al “no” che l’uomo può dire di fronte alla salvezza proposta dal Maestro.
Mentre sono con lui a condividere la sua missione per i villaggi (v. 6b), a questo punto Gesù chiama di nuovo i suoi discepoli, per inviarli verso le “periferie”, per predicare la conversione, scacciare i demoni, guarire i malati (v. 7. 12); ovvero, le stesse attività compiute precedentemente da lui (cfr. 1, 39). Essi diventano suo specchio e suo tramite nel mondo, con l’annuncio di una parola di salvezza e di gioia che essi per primi hanno sperimentato e vissuto. Non si tratta dunque solo di una “parola”, ma di una potenza di vita che si trasmette attraverso la parola e che rende nuovamente possibile l’azione benefica del passaggio di Cristo.
In questo discorso di invio secondo l’evangelista Marco, Gesù non si sofferma tanto su cosa i discepoli dovranno fare nella loro missione, ma sullo stile di vita che Gesù propone loro. Infatti, oltre a “predicare”, “scacciare”, “guarire”(v. 12), in un binomio fra parola e fatti, devono testimoniare in se stessi lo spirito interiore ed esteriore con cui si apprestano a compiere la missione.
I discepoli vengono inviati a due a due (v. 7). Questa espressione tecnica è da ricondurre al diritto biblico, per cui l’attendibilità di una testimonianza è resa possibile dal convergere di due persone. Tale espressione indica anche la comunità, come luogo di una testimonianza attendibile.
Inoltre Gesù vuole che i suoi discepoli siano figli liberi, non schiavi delle cose e dell’attaccamento ad esse; li invita a riconoscersi bisognosi di tutto, anche del nutrimento essenziale (il pane v. 8), e quindi implicitamente a porsi in atteggiamento di umiltà nei confronti dei loro futuri ascoltatori, nella condizione di chi ha qualcosa da dare (l’annuncio del Regno) ma anche tanto da ricevere. Essi infatti possono portare solo lo stretto necessario per camminare, il bastone, una sola tunica e i calzari.
La missione dei discepoli parte per le case, perchè i discepoli sono chiamati a condividere la vita delle persone, come già aveva fatto Gesù (cf. 1,29), anche affrontando il rischio di non essere accolti (v. 11). Gesù infatti non promette successi straordinari, ma educa i suoi discepoli a comprendere la missione secondo la sapienza della parabola del seme, che porta frutto quando cade nel terreno buono. Il segno dello scuotimento della polvere dai piedi è un gesto di rottura tipicamente ebreo, per il quale il giudeo che ritorna in territorio ebraico deve scuotere la terra straniera, impura.
Si tratta dunque di sottolinare come la Chiesa che nasce dall’annuncio del Vangelo, sia un popolo santo, che per testimoniare Dio deve essere distinto dal mondo al quale annuncia la rivelazione.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti). I dialoghi e gli incontri di oggi. Come Ho vissuto e testimoniato il Vangelo?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6, 6b-13 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Qual è il tempo in cui avviene l’azione?
Gesù ha già iniziato la sua missione e ha già chiamato i suoi discepoli a stare con lui e condividere la sua esperienza. Ora li coinvolge al punto da inviarli a compiere ciò che lui sta facendo: predicare, guarire, scacciare i demoni. Sono consapevole che per essere inviato da Gesù devo essere chiamato da lui e stare con lui?
• Quale luogo?
Siamo lungo i villaggi di Galilea, dove Gesù sta insegnando (cf 6,6b). Immagino Gesù insegnare e predicare di villaggio in villaggio. Mi sento partecipe di questo annuncio e di questa missione?
• Cosa dice Gesù e quale rivelazione per il missionario?
– Gesù invia i suoi discepoli a due a due, che rappresentano la comunità cristiana nel suo complesso Sento che evangelizzare non è un opera da delegare a professionisti, ma è il compito della comunità cristiana in quanto tale?
– Gesù dà potere sugli spiriti impuri. Avverto che l’invio di Gesù mi trasforma in lui, specialmente nella forza di combattere e vincere il male?
– Non prendere nient’altro che un bastone. La missione è caratterizzata da quella povertà di mezzi che ti porta a chiedere e condividere con l’altro, a cui annunci il Vangelo. La missione è condivisione, con uno stile di semplicità. In quali occasioni e momenti sento di essere evangelizzatore?
– Dovunque entriate in una casa. La missione è semplicità, gratuità e condivisione di vita. Sento di avere questo stile?

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

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