Lettura popolare XXII TO Anno B (Mc 7, 1-8. 14-15. 21-23)

 

 

Lettura popolare per XXII TO Anno B (Mc 7, 1-7.14-15.21-22

 

 

Mc 7,1-8.14-15.21-23

Comandamento di Dio e leggi umane

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompnagatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Scribi e farisei, tra loro non sempre alleati, si trovano concordi nel recarsi da Gerusalemme fino in Galilea, per interrogare Gesù. La loro ostilità è già suggerita dalla loro stessa comparsa sulla scena e dal fatto che essi raggiungono Gesù radunandosi tutti insieme (v. 1). In fondo essi tentano di mettere Gesù in difficoltà e in minoranza. Questo atteggiamento diventa evidente al v. 2 quando essi scrutano i discepoli e vedono che essi non si lavano le mani prima di mangiare. A questo punto il narratore si sofferma per spiegare che i giudei osservano molte di queste pratiche, come anche lavaggi di stoviglie e bicchieri, complessivamente identificate come una “tradizione degli anziani”. Non si tratterebbe dunque, per il narratore, di una tradizione divina autorevole, ossia della Parola di Dio, ma dell’interpretazione umana, denominata halakah, che di questa Parola viene fornita. Questo tipo di dibattiti, relativi all’estensione delle interpretazioni orali dei maestri (torà orale) in rapporto con la torà scritta era frequente nel giudaismo, anche al tempo di Gesù, che si inserisce in questo contesto assumendo una posizione decisamente contraria ad un certo esasperato formalismo proprio della mentalità farisaica.

Al v. 8 Gesù infatti mette in radicale contrapposizione il comandamento di Dio e la tradizione degli uomini. Egli appoggia questa considerazione sulla Scrittura, ossia sul profeta Isaia, che predicava contro un insegnamento vuoto e precettistico, in fondo umano, che finisce per soffocare l’adesione del cuore alla Parola di Dio (v. 6-7; cf. Is 29,13). Non la ripetizione vocale, ma il cuore esprime il vero culto dell’uomo! Gesù offre in questo modo l’opportunità di un passaggio, secondo l’intenzione dei profeti, da una religione esteriore e formale ad un culto offerto con il cuore e con la vita.

Risulta così fondata nei profeti un’ulteriore conseguenza, inedita per il giudaismo dell’epoca: la vera impurità non è quella esteriore, di cibi, animali e liquidi (cf. Lv 11), ma quella esistenziale, che proviene dall’interiorità dell’uomo e che ne cambia la vita, spingendolo verso il male. Tutto ciò che lo spinge a peccare contro sé stesso (cf. impurità, dissolutezza, stoltezza), il fratello (cf. furto, cupidigia, invidia, omicidio, adulterio, inganno) o Dio (cf. bestemmia, superbia) è impuro e rende impuro l’uomo stesso che lo compie. Il male si manifesta nella relazione e questa è la vera impurità, quella spirituale. Con questo insegnamento Gesù prepara la possibilità anche ai pagani ad entrare nella rivelazione e ciò è esattamente ciò che l’evangelista Marco mostrare nel suo percorso narrativo.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti) Fede e comandamenti. Qual è la sintesi che sto vivendo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti alla lettura popolare a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Accompagnare con il pensiero situazioni problematiche, infatti, significa implicitamente metterle nelle mani di Gesù, esortandolo an intervenire, come gli anonimi personaggi della folla. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Mc 7,1-8.14-15.21-23 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

Tante folle oramai seguono Gesù (6, 55) e questo provoca l’attenzione di scribi e farisei, venuti da Gerusalemme. Quando Gerusalemme, nel nostro caso la Chiesa, da mistero di salvezza e comunione, diviene luogo di controllo e dominio, cosa posso fare?

 

 

 

  • Chi sono i personaggi e che ruolo hanno?

-Farisei e scribi vedono alcuni dei discepoli che mangiano senza lavarsi le mani: il loro obiettivo è controllare. Quale sguardo ho sulla Chiesa e sulle realtà che spontaneamente il Signore fa fruttificare? Sono aperto a giudicare secondo lo Spirito oppure ho uno sguardo di controllo e sospetto?

-Essi accusano i discepoli di Gesù di non camminare secondo la tradizione degli anziani. Quali sono le tradizioni che considero irrinunciabili al mio essere cristiano? Tento di imporre agli altri la mia visione, la mia devozione, il mio modo di sentire e tradurre la verità cristiana?

-Gesù li accusa di avere il cuore lontano da Dio, insegnando precetti di uomini. Vivo la mia religiosità (messa, preghiera) con il cuore disposto a incontrare Dio nella mia vita? Come giudico a questo proposito la vita della Chiesa?

– Ciò che fuoriesce dall’uomo rende impuro l’uomo. Si tratta dei peccati. Come considero il peccato? Si tratta semplicemente di una mancanza formale di fronte a certi comandamenti, o è proprio una mancanza di riconoscimento dell’altro (Dio/prossimo)?

 

  • Quale rivelazione è in gioco qui?

La rivelazione che Gesù porta esce dai confini dei tabù giudaici e si allarga potenzialmente ad ogni uomo, caratterizzato da un cuore aperto ad accoglierla. Gesù ha infatti operato un sovvertimento: sopra vanno i comandamenti di Dio, sotto, in subordine, le interpretazioni umane dei gruppi, che rischiano di intrappolare la vita e non far crescere la fede Quale sintesi sto costruendo in me? Cosa è irrinunciabile per vivere come cristiano?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
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Lettura popolare XXI TO Anno B (Gv 6,60-69)

 

Gesù è il santo di Dio e Pietro ne ha fatto esperienza, conoscendolo da vicino. Lui e i discepoli, che hanno potuto entrare in comunione con la sua origine e provenienza da Dio, lo vedranno innalzato nella gloria della croce. Qual è la mia personale dichiarazione di fede in Gesù?

Lettura popolare XXI TO Anno B

 

Gv 6,60-69

Tu hai parole di vita eterna

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il discorso a cui qui (v. 60) i discepoli si riferiscono è la lunga “omelia” sul pane di vita che Gesù ha tenuto nella sinagoga di Cafarnao. Ora a mostrare perplessità non sono più i Giudei ma molti dei suoi discepoli che l’avevano ascoltato: il punto problematico, anche per loro, è la pretesa di Gesù di essere il salvatore del mondo, attraverso la sua morte, simbolizzata dal dono della carne per la vita del mondo (cf. v. 52).  La «durezza» del discorso ha a che fare con la croce di Gesù, e anticipa il rifiuto e l’incomprensione che i discepoli proveranno dinanzi a tale compimento della missione terrena di Gesù.

Non a caso Gesù fa riferimento alla sua risalita da terra, che si compie nel mistero pasquale (v. 62). L’itinerario del figlio dell’uomo, disceso dal cielo e incarnatosi, si compie con la glorificazione nella morte in croce, che è interpretata dal Vangelo di Giovanni come una risalita, un ritorno al Padre (cf. Gv 20,17). Egli infatti è la Parola inviata dal Padre, che non ritorna a lui senza aver compiuto ciò che lui desidera (Is 55,11).  La provocazione di Gesù è fatta sotto forma di domanda e lascia aperta la possibilità che dopo la resurrezione di Gesù i discepoli possano capire, grazie al dono dello Spirito. Infatti Gesù afferma subito dopo la centralità dello Spirito per comprendere e ricevere la vita (v. 63). Si tratta di giudicare secondo lo Spirito e non secondo le apparenze della carne (cf. 3,6.12; 7,24): sono due punti di vista diversi e inconciliabili. Le parole che Gesù ha pronunciato nel suo discorso, che traducono l’unica Parola di Dio fatta carne (cf. 1,14), sono Spirito vivificante, nel senso che il loro ascolto profondo comunica la potenza di vita che proviene da Dio, per mezzo dello Spirito Santo.

Gesù conosce fin dapprincipio chi rimane incredulo di fronte alle sue parole e chi arriverà a tradirlo, ma affida al Padre il mistero della libertà umana nell’accogliere il dono della fede. È il Padre che attira gli uomini al Cristo e di fronte al “problema” dell’incredulità e del rifiuto bisogna rimettersi a Lui, senza voler giudicare nessuno.

A questo punto all’interno del gruppo dei discepoli si verifica una divisione, tra coloro che abbandonano definitivamente Gesù e coloro che rimangono con il loro maestro, i Dodici. Risponde Pietro, rappresentandoli, con un’importante professione di fede: “Tu hai Parole di vita eterna”(v. 68). Essa mostra che Pietro ha accettato la pretesa di Gesù, anche se ancora non la comprende fino in fondo, di avere una parola in grado di dare la vita. Egli è Santo di Dio, nel senso che la sua origine è nella santità di Dio e del suo Spirito.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   Dubbi e domande di fede (15 minuti).

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Luogo e tempo: terminato il discorso in sinagoga ora Gesù si trova con i suoi discepoli. Molti di loro hanno ascoltato il discorso ma mormorano tra di loro. La fede è un dono non scontato, che non si identifica con le appartenenze sociali. Come mi considero cristiano? Da un punto di vista morale e culturale o per un’appartenenza di fede?
  • Personaggi: ci sono i discepoli che Il discorso è per loro duro, cioè difficile da comprendere. Quali dubbi, incomprensioni e mormorazioni nel mio cuore dal punto di vista della fede? Mi confronto con qualcuno?

-Gesù reagisce stabilendo un duplice livello di attenzione alla realtà: l’apparenza della carne e la verità dello Spirito che dà la vita. Cosa significa per me giudicare secondo le apparenze o giudicare secondo lo Spirito?

-Gesù parla di un suo risalire al Padre, là dov’era prima, significando il mistero della sua glorificazione nella croce. Sono aperto al mistero della croce, come lo comprendo e lo vivo?

-Gesù afferma: La fede (venire a Gesù) è stata data dal Padre. Poi molti dei suoi discepoli lo abbandonano. Come valuto il mistero del rifiuto e dell’incredulità? Mi scandalizza?

– Pietro risponde alla domanda di Gesù con un forte atto di affidamento, anche se non ha ancora compreso pienamente ciò che questo comporterà: “Tu hai parole di vita eterna”. Condivido questo affidamento?

  • Rivelazione Gesù è il santo di Dio e i discepoli ne hanno fatto esperienza, conoscendolo da vicino. Hanno potuto entrare in comunione con la sua origine e provenienza da Dio. Quale sarebbe la mia personale dichiarazione di fede in Gesù?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

Riscattare il tempo

 

Gesù è l’unico cibo che non riempie per poco tempo, ma sazia per sempre.

Egli dona l’unico vino che non da assuefazione, ma dona un’ebbrezza quanto mai sobria.

Egli apre l’uomo alla vita che proviene dal Padre e riscatta il tempo dalle schiavitù.

Cellulare e televisione hanno ormai riempito il nostro tempo. In particolare quando accadono fatti molto gravi di cronaca o di politica siamo sempre bersagliati da notizie, aggiornamenti, dichiarazioni. Si perde quasi di vista la realtà dei fatti, perché l’informazione diventa intrattenimento e finisce per solleticare le corde più basse dei nostri istinti, la curiosità morbosa, la rabbia, quando non addirittura l’odio e questi sentimenti alimentano la fruizione dei contenuti, in cui circolo vizioso, che rischia di avvelenare la nostra vita.

La seconda lettura di oggi ci invita ad assumere la medicina giusta per guarirci da questo avvelenamento del cuore. Ci dice l’autore di questa lettera, che la tradizione attribuisce a San Paolo, di far buon uso del tempo. Ma la traduzione italiana non rende giustizia, perché, detta così, sembra una massima di buon senso, abbastanza banale. In realtà dal testo originale si potrebbe tradurre nel modo seguente: camminate non da stolti ma da saggi, riscattando il tempo opportuno. Il verbo utilizzato è quello di Gesù che con il dono della sua vita riscatta, ossia paga il prezzo del peccato e ci acquista dalla nostra schiavitù per renderci liberi. Così il tempo viene liberato dalle schiavitù e diventa tempo opportuno, nuovo e bello, per poter gustare la presenza di Dio.

Proseguendo nella terapia, l’autore entra maggiormente nei dettagli: non datevi al vino, alle dipendenze, in cui c’è la perdita di voi stessi, ma siate ripieni dello Spirito, intrattenendovi con Salmi, inni e cantici spirituali, lodando e cantando a Dio con tutto il cuore, ringraziando Dio Padre sempre per ogni cosa nel nome del signore nostro Gesù Cristo.

Tutte le cose umane e terrene, se sono prese come un rifugio consolatorio, ci fanno ammalare. Il vino è solo un simbolo, ed esprime tutto quanto ci illude di donarci la vita, ma in realtà ce la toglie. Ci illude di riempirci, in realtà nel soddisfare una pulsione finisce per renderla ancora più insoddisfatta. Più la nostra vita è povera di relazioni vere, più rischia di cadere in questa trappola, alimentata da una società consumistica, in ogni cosa: nel cibo, nell’acquisto compulsivo, nello sport, nella fruizione dei social e di internet, nella pornografia, nel gioco d’azzardo, fino ad arrivare all’alcool e alle droghe.

Non per tutti, ovviamente, la dipendenza è patologica, ma siamo tutti immersi in questo rischio, e per tutti risuona l’invito della lettera agli Efesini: non datevi al vino, ma siate ripieni dello Spirito. Ciò significa che c’è una pienezza, un’ebbrezza, che non proviene dal vino, che non stordisce ed assuefà, ma che libera e rende più acuti ed intelligenti. È una sobria ebbrezza, che si manifesta nel culto condiviso, con salmi, inni e cantici, nel nutrirci della Parola di Dio, che diventa fonte di lode e ringraziamento, fonte di una gioia e di una vita che nessuno potrà mai toglierci. Essa non ci chiude in noi stessi, ma ci apre alla comunione con Dio e con gli altri, facendoci gustare il sapore delle relazioni umane, dell’amicizia e dell’amore.

Chi mangia di me vivrà per me, come io vivo per il Padre. È una catena di relazioni attraverso cui viene trasmessa una vita nuova, che proviene dal Padre attraverso Gesù. Si tratta di un mangiare e un bere, che non riempie solo per un certo tempo, ma per sempre. È un nutrirsi della vita che viene da lui.

Non abbiamo mai tempo per pregare e facciamo fatica a trovarlo per celebrare insieme l’Eucarestia domenicale. Eppure ne perdiamo tanto di tempo! Chiediamo al Signore di riscattare il nostro tempo, di liberarlo dall’ansia e aprirlo al gusto della vita!

Il ponte incrollabile

 

 

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso

 

 

Apocalisse è una parola che ci spaventa. Rimanda all’idea di caos, distruzione, segni potenti di una creazione che si ribella all’uomo e lo distrugge. Un ponte che crolla e porta decine di persone a morire sembra un segno apocalittico. Sembra richiamarci il fatto che l’uomo, pur con tutta la sua scienza e la sua tecnica, è condannato da forze che lo sovrastano.

Eppure se con calma riprendiamo la prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, forse possiamo anche riconsiderare tutte quello che accade nel mondo, anche un ponte che crolla, in modo diverso. Come? Anzitutto nell’Apocalisse non esistono forze negative che sovrastano l’uomo, ma solo positive. Le forze negative sono già state sconfitte in partenza. Tuttavia c’è una situazione intermedia, storica, in cui il sistema terrestre, che si oppone a Dio, cerca di fare più danni possibili, pur essendo già stato sconfitto.  La storia quindi si configura come il frutto di un paradossale contrasto tra una vittoria già ottenuta e una condizione di fatica, limite e dolore.

È proprio la donna dell’Apocalisse ad indicarcelo. Essa ha la luna sotto i piedi, segno di un dominio assoluto sul tempo e di una condizione già celeste, di vittorio ottenuta. La corona di dodici stelle indica il riferimento di questa donna alle dodici tribù di Israele e ai dodici apostoli, cioè al popolo di Dio che ha vinto il male e la morte. Tuttavia essa grida dal dolore nelle doglie del parto, finché non partorisce un figlio maschio destinato a governare il mondo, subito rapito in cielo. Il parto con dolore e il figlio maschio indicano una generazione dei figli di Dio nella storia umana, con un passaggio improvviso e paradossale dal dolore alla gioia, che ricorda proprio il parto naturale. La donna infatti quando il bimbo riposa su di lei, non si ricorda più del dolore attraversato. Questa donna rappresenta la Chiesa che partecipa del mistero pasquale, della morte e resurrezione di Gesù e lo vive nella storia, passando costantemente dal dolore alla gioia e in tal modo partorendo nuovi figli di Dio.

Non c’è evento della storia, non c’è guerra, crisi economica, disastro civile o sociale, che letto alla luce della fede, non venga assunto dal mistero pasquale del Cristo e riscattato radicalmente.

Solo questo ci salva dalla tentazione, ogni volta che siamo davanti ad un evento negativo, o di sentirci sovrastati da forze più grandi di noi o di scaricare tutta la responsabilità sugli uomini. Gli uomini certamente hanno le loro responsabilità. È inoltre vero che esistono aspetti a volte imponderabili e fatali. Ma noi non saremo per sempre prigionieri né negli errori altrui né del fato. Il dolore che viviamo è un parto verso qualcosa di nuovo e di più bello, a cui crediamo nella Speranza.

Questo ci indica oggi la solennità dell’Assunta, applicandolo a Maria. Quello che si dice della Chiesa si può infatti dire anche personalmente di Maria. Lei ha sofferto sotto la croce del figlio e in tal modo è stata resa partecipe del parto dei figli di Dio, accettando di diventare la madre del discepolo amato. La sua assunzione racconta una partecipazione di Maria, della sua umanità e del suo corpo, alla gloria del Figlio, fino in fondo, oltre il deserto, oltre il tunnel del dolore e della morte. Per una vita che non finisce mai!

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso.

Lettura popolare XX TO Anno B

 

Ogni uomo proviene dal Padre ed entra in comunione di vita con tale origine attraverso il Figlio inviato, la sua carne e il suo sangue.

Lettura popolare XX TO Anno B

 

Gv 6,51-58

Mangiare la mia carne e bere il mio sangue

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Se la manna, che rappresenta la legge di Israele, non può dare la vita, perchè i Padri che se ne erano nutriti poi sono morti, invece Gesù è il pane del cielo che nutre per la vita e sconfigge definitivamente la morte (v. 49 cf. 5,24). Come è possibile? Egli è colui che dà tutta la sua “carne”, ossia tutta la sua vita fisica per la la vita del mondo (v. 51). Il Verbo di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne e “dona” questa carne con la sua morte, in vista della resurrezione. Questo è il sacrificio che Gesù compirà sulla croce, come vero agnello pasquale, Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. 1,29).

I giudei rifiutano questo dono di Gesù,  non tanto perchè si scandalizzino di dover mangiare la sua carne (comprendono infatti la portata metaforica di questa affermazione di Gesù), ma perchè non accettano di dover dipendere totalmente, per la loro salvezza, dal dono di se di un uomo.

Gesù risponde approfondendo il livello della rivelazione. Egli non è un uomo comune , ma è il figlio dell’uomo (cf. 1,51; 3,14) ossia il salvatore che è sempre in comunicazione col cielo da cui è disceso, per essere “innalzato”. Proprio la sua umanità, ossia la sua carne e il suo sangue (cf. Eb 2,14) sono donati all’uomo, perchè aderisca totalmente con la sua fede al figlio dell’uomo (cf. 6,35), che è morto (sangue) per donare la sua vita (carne) al mondo. Questa vita è poi da comprendere come vita eterna e resurrezione finale (v. 54).

Mangiare la carne e bere il sangue introduce il tema della dimora reciproca del credente e di Gesú. Chi infatti si nutre della presenza celeste del Figlio, entra in un rapporto di intima e reciproca appartenenza, con il Figlio e il Padre , due persone in perfetta comunione tra di loro (v. 56 cf. 10,38). Ogni vita dunque ha origine dal Padre, ed entra in comunione con tale origine attrverso il Figlio inviato (v. 57), la sua carne e il suo sangue. Si tratta di nutrirsi della fede in Gesù, alimentandosi della Parola di Dio e particolarmente di nutrirsi del sacramento dell’eucarestia con cui Gesù e il Padre, per effetto dello Spirito Santo vengono ad abitare nel cuore del credente e nella Chiesa. Infatti il verbo con cui l’evangelista descrive la manducazione della carne di Gesù non è più un generico mangiare (v. 53), ma proprio “masticare” (v. 54.56.57.58). Si tratta di un richiamo realistico e impressionante.

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Sento la fede come una cosa concreta nella mia vita?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,51-58 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Quale luogo? Siamo nell’imminenza della Pasqua dei Giudei. Il sangue e la carne che Gesù dona per la vita del mondo indicano il suo sacrificio, la sua morte in croce che compie la figura dell’Agnello pasquale. Il dono della vita e della salvezza che vengono da Gesù non è rivolto solo agli ebrei ma a tutto il mondo. Ho mai riflettuto sulla valenza universale della salvezza donata da Gesù? Tutti gli uomini, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti ecc., si salvano per mezzo di lui.
  • Cosa dicono i personaggi?
  • I Giudei litigano tra di loro, scandalizzati. Il loro scandalo a riguardo della pretesa di Gesù, ossia che da un uomo possa scaturire la salvezza del mondo, li porta a dividersi tra loro. La divisione è un frutto del peccato, che impedisce di leggere la realtà secondo la fede. Come interpreto le divisioni nella comunità cristiana?
  • Gesù accentua il carattere “realistico” della manducazione: “Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e il lo resusciterò nell’ultimo giorno”. Non si tratta solo di un simbolo della fede, ma di un vero e proprio nutrimento materiale. A volte siamo portati a pensare in modo astratto e spiritualistico la presenza di Gesù nella nostra vita? Sono convinto che Gesù mi nutre e sostiene nella concretezza della mia esistenza?
  • Rimane in me e io in lui. L’eucarestia mi fa abitare in Dio, Padre e Figlio, e mi trasforma in lui. Come vivo l’eucarestia domenicale?
  • Chi mangia di me vivrà attraverso di me. La vera vita è solo in Gesù, tutto il resto è qualcosa che passa, è figura destinata a scomparire. Quali resistenze profonde e attaccamenti disordinati alle cose?

 

 

  • Quale rivelazione?

La fede in Gesù, che trova un vertice nell’Eucarestia, è vera bevanda e vero nutrimento dell’uomo.  Gesù è il pane della vita che nutre ogni uomo, senza eccezioni.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

L’edera rampicante della croce

 

La croce di Gesù, il dono della sua carne per la vita del mondo, è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente.  Quando la pianta fiorisce, anche la casa della nostra vita si adorna dei colori più belli.

 

 

In un convegno internazionale sul dialogo interreligioso, ad un certo punto un relatore apre la pagina del power point con l’immagine di un crocefisso. Subito un brivido di orrore ha attraversato la sala piena di monaci buddisti, alla vista dell’uomo dolorante e inchiodato sulla croce.

Ciò ci può forse stupire ma è assolutamente normale. A noi cristiani occidentali, dopo duemila anni di cristianesimo, la croce e il crocefisso non ci riportano più così direttamente all’estremo realismo di questa sofferenza. Noi pensiamo alle croci bizantine, ai crocifissi di Giotto e via via a tutta l’iconografia cristiana che è arrivata sino a noi oggi e di cui le nostre Chiesa sono piene. Ma c’è stato un tempo in cui i cristiani stessi non raffiguravano la croce, almeno fino al quarto secolo. I simboli che essi condividevano per dichiararsi cristiani erano altri: il buon pastore, il pesce, l’ancora ecc. Poi lentamente si è raffigurato il Cristo bizantino, già glorioso e risorto, e solo dopo si è arrivati al Cristo sofferente. Tanto tempo è stato necessario per poter leggere nel crocifisso un messaggio di dono, d’amore, di speranza.

Questo è un percorso che oggi dobbiamo rifare con gli uomini del nostro tempo. Vedere la croce come un dono d’amore cosa significa? Non c’è forse il rischio di riproporre una forma moralistica di cristianesimo, in cui la croce è la mia sofferenza? Ma che cosa c’è di bello e di utile nella sofferenza? Ancor prima di ascoltarlo, gli uomini di oggi rifiuterebbero questo messaggio. La croce infatti non è la sofferenza nostra…essa è anzitutto, come ci mostra il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, il dono della sua carne per la vita del mondo.

Essa cioè non può essere separata dalla fede nell’uomo Gesù di Nazareth, nella sua carne, ossia nella sua umanità concreta, storica, che ci ha rivelato un modo di vivere nuovo, totalmente decentrato da sé stesso e totalmente rivolto e donato al Padre e agli altri uomini. Così anche la sua morte risplende di questa unicità, essa è dono della sua umanità, della sua carne, dono che trasforma la morte in una rinnovata potenza di vita e di amore.

Quando ero un ragazzo, mi ricordo che ad un certo punto ero ritornato a sentire la presenza di Dio e a credere in Lui, ma mi ponevo delle domande su Gesù di Nazareth, su come possiamo noi cristiani credere che Lui sia Dio. Un giorno, in un momento di ritiro con gli universitari, il primo della mia vita, contemplando il crocifisso ho percepito la dolcezza di Dio, scolpita nel mio cuore. È un mistero di attrazione, che trova nella croce il suo centro e che ci porta direttamente a Gesù come Figlio, al suo rapporto col Padre, al dono dell’amore. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre. È una dolcezza, un amore struggente e tenero, che non si preoccupa di sé ma si sbilancia totalmente verso di noi e ci attira costantemente a Lui.

Questa fede non si raggiunge con i nostri poveri ragionamenti, spesso prigionieri di una logica ristretta, come quella di alcuni dei giudei che mormoravano di fronte alle parole di Gesù. Essa può essere solo sperimentata come il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno: alla luce di questa esperienza la nostra riflessione si amplia e anche la croce diventa così un simbolo di vita.

La croce è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente. Quando la pianta fiorisce, anche la casa si adorna dei colori più belli. Come sono belli quei terrazzi che traboccano di fiori e rallegrano lo sguardo dei passanti.

Quella casa è la nostra vita e i terrazzi sono la nostra testimonianza.

Gesù pane proveniente dal Padre

 

Il Padre, che ha inviato Gesù, ci attira misteriosamente a Lui.  Non con poveri ragionamenti, che nascono da una logica ristretta, ma con il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno. .

Lettura popolare XIX TO Anno B Gv 6,41-51

 

Gv 6,41-51

La mormorazione dei giudei

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo offerto dalla liturgia fa parte del lungo e importante discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, al c. 6 del Vangelo di Giovanni. Esso prosegue la lettura della domenica precedente, in cui Gesù si era identificato con il pane della vita, disceso dal cielo (v. 35), in dialogo con la folla. Proprio a questa paradossale affermazione di Gesù reagiscono ora i giudei (v. 41), scandalizzati dalla pretesa di Gesù di identificarsi con il nutrimento celeste, compimento della manna donata da Dio attraverso Mosè nel deserto. Questo nutrimento infatti, nella riflessione giudaica, è assimilabile alla Legge e alla Sapienza stessa di Dio, che si propone come pane e vino, in grado di donare intelligenza al cuore dell’uomo (cf. Pr 9,5-6; Sir 24,21). La folla sarebbe stata disponibile ad accogliere Gesù come un nuovo Mosè che dona il cibo della Legge e della sua interpretazione, ma non poteva essere in grado di comprendere l’identificazione con questo cibo, che comporta un’origine divina da parte di Gesù stesso. È qui che si inseriscono i giudei, un nuovo personaggio, che, pur essendo parte della folla, fino a questo momento avevano taciuto. Ora essi prendono la parola, manifestando il loro scandalo di fronte alla pretesa di Gesù di avere un’origine da Dio. Essi fanno infatti riferimento alla sua origine umana, a Giuseppe suo padre e alla madre (v. 42). Gesù non risponde a tono, ma spiega la loro incredulità a partire dal mistero di un’attrazione che proviene da Dio Padre, e che comporta uno specifico ascolto e insegnamento da parte di Dio (vv. 45-46). Alludendo alla grande visione escatologica del profeta Isaia, in cui alla fine dei tempi Sion-Gerusalemme sarà di nuovo sposata da Dio e i suoi figli saranno tutti da lui istruiti (v. 45), Gesù afferma che questa misteriosa attrazione è un segno della definitiva rivelazione, che risplende nell’Unico che ha visto il Padre perché proviene da Lui (v. 46). A questo punto Gesù ribadisce per la seconda volta di essere il pande disceso dal cielo, che da la vita eterna, con maggiore insistenza sulla differenza con la manna, che non poteva evitare la morte ai padri (v. 50). La manna è figura nella storia di un compimento eccedente, escatologico, che supera la morte con il dono della vita senza fine: esso è appunto il pane disceso dal cielo, che si identifica con la carne, l’umanità concreta di Gesù consegnata sulla croce per la vita del mondo (v. 51).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). La mia opera e quella di Dio, in questi giorni…

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,41-51(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?  Siamo nella sinagoga di Cafarnao e Gesù reagisce allo scandalo dei giudei presenti.
  • Cosa dicono i personaggi? I giudei mormorano perché conoscono l’origine umana di Gesù. Quale mormorazione c’è anche nel mio cuore a riguardo del mio cammino di fede? Cosa fatico ad accettare?
  • Gesù risponde affermando che è il Padre ad attirare le persone a lui. Percepisco questa misteriosa attrazione verso Gesù?
  • Nessuno ha visto il Padre se non colui che proviene dal Padre. Attribuisco a Gesù solo questa prerogativa? Oppure ci sono altre “divinità” nel mio cuore?
  • Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Sento che tutta la mia salvezza dipende dalla sua carne, offerta per me sulla croce?
  • Quale rivelazione? L’origine umana di Gesù, la sua provenienza da Nazareth, la presenza di una madre e di un padre legale, Giuseppe, non contraddicono la provenienza di Gesù da Dio. Anzi proprio come uomo che dona la sua carne umana, egli si rivela come il Figlio che proviene dal Padre e ci dona la vita per sempre.

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.