Power point lezioni I-IV, corso 2018

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Lettura popolare XXXI TO Anno B (Mc 12,28-34)

 

Lettura popolare XXXI TO Anno B

 

Mc 12,28-34

Il primo comandamento

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Un dottore della legge è rimasto affascinato da come Gesù ha risposto ai sadducei affermando, sulla base delle Scritture, la resurrezione dai morti. La sua domanda non è posta per trarlo in inganno, ma con autentico desiderio: qual è il più grande dei comandamenti? Per un ebreo osservante della legge, allora come oggi, i precetti sono 613, di cui 365 negativi e 248 positivi ma non sono tutti sullo stesso piano. È necessario un atto interpretativo globale di tutta la legge che ne identifichi il cuore, ciò che unifica tutto il resto. Questa riflessione è presente già nei profeti (cf. Mic 6,8).

Il primo comandamento citato da Gesù risale a Dt 6,4-5. Solo la versione di Marco lo cita per intero, premettendo l’invitatorio alla preghiera, che esorta ad ascoltare colui che è il nostro Dio, che è il Signore ed è uno solo. Questo invito conduce a ruminare il primo comandamento del decalogo: “io sono il Signore tuo Dio… non avrai altri dei all’infuori di me” (Es 20,2-3).

Segue poi l’esortazione ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta la vita, con tutta l’intelligenza con tutta la forza. Il cuore designa il centro della personalità, la vita designa l’esistenza concreta, l’intelligenza identifica la capacità intellettuale e la forza riguarda la volontà e l’impegno di tutto se stessi. Al primo comandamento Gesù ne aggiunge un altro, preso da un altro codice legale (Lv 19, 18) che riguarda l’amore del prossimo come sé stesso.

Gesù unisce questi due comandamenti posti in due luoghi «lontani» della Bibbia, facendone un unico comandamento e lo scriba risponde confermando Gesù attraverso i profeti, che affermano che l’amore vale più dei sacrifici cultuali, perché non vi può essere separazione tra culto religioso e vita (cf. Os 6,6).

La novità di Gesù non consiste allora nell’unire questi due comandamenti, perché già gli scribi lo facevano (cfr. Tes. Neftali 8,9-10 o Filone di Alessandria in De specialibus legibus 2,63), ma nell’averli vissuti e incarnati nella sua persona.

Gesù sta per salire a Gerusalemme dove subirà la morte in croce. Proprio la croce, come amore totale verso il Padre (braccio verticale) e amore totale verso gli uomini (braccio orizzontale) è la rappresentazione iconica del compimento di tutta la legge in Gesù, parola fatta carne. La lettera di Giovanni, riflettendo su Gesù, parola di Dio fatta carne, afferma: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché Dio è amore… in questo sta l’amore, non nel fatto che noi abbiamo amato Dio, ma nel fatto che lui ha amato noi e ha mandato il suo figlio in espiazione dei nostri peccati… se uno dice, amo Dio e odia suo fratello è un mentitore (1Gv 4,7.10.20).”

 

Suggerimenti per la preghiera

  1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
  2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
  3. Chiedo al Signore di poterlo conoscere interiormente come maestro divino, per amarlo e seguirlo sempre più.
  4. Vedo le persone che agiscono, osservo come si comportano e si relazionano. Rifletto sul fascino che lo scriba ha avvertito davanti a Gesù maestro. Tutta la Bibbia è per Gesù attestazione dell’amore del Padre suo e della sua potenza creatrice e vitale. Mi accosto allora alla parola di Dio domenicale, sapendo che li trovo il mistero di un Dio vivente, che mi ama e mi dona una vita senza fine.
  5. Ascolto ciò che Gesù dice e lo scriba conferma. Come la mia vita è guidata dall’amore di Dio e del prossimo? Il mio rapporto con i sacramenti e con i servizi che svolgo in Chiesa è guidato dall’amore o dal dovere?
  6. Entro in colloquio con Gesù che in croce offre tutto se stesso al Padre e ai fratelli.
  7. Concludo con un Padre Nostro

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

 

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 12,28-34

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

Quando e dove si svolge l’azione?

Gesù è a Gerusalemme, dove sta insegnando nel tempio (cf. 11,27), in dialogo con le autorità giudaiche. Dopo tre dispute con loro, si avvicina uno scriba,  che aveva visto come Gesù avesse ben  risposto ai sadducei. Sono anch’io affascinato dalla parola di Gesù? Dalla qualità originale del suo insegnamento? Che domande gli rivolgo?

 

Chi sono i personaggi, cosa fanno e cosa dicono?

Gesù si trova con lo scriba.

– La domanda dello scriba è qual è il primo dei comandamenti. Sento anch’io come lo scriba la necessità di fare sintesi, di trovare un aspetto unificante tra tante esigenze spirituali?

– La risposta di Gesù cita Dt: “Ascolta Israele”. Anzitutto c’è l’ascolto della Parola di Dio. Come vivo questo ascolto quotidianamente e settimanalmente?

– Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore. Dove si trova il mio cuore? Quali distrazioni vi sono?

– Amerai il prossimo come te stesso. Come vivo il rapporto tra amore i me e amore del prossimo?

Vale di più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Cosa vale di più nella mia prospettiva spirituale?

 

Quale rivelazione?

Amore di Dio e amore del prossimo sono la risposta umana all’ascolto della Parola di Dio. Esse costituiscono dunque la sintesi di tutte le esigenze della Legge e si compiono nel dono che Cristo ha fatto sulla croce, offrendosi per amore di Dio e di ogni uomo.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

Lungo la strada (Omelia XXX TO Anno B)

 

Lungo la strada si può ascoltare il grido dell’uomo: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di me”. Oggi è il grido di migranti senza casa, il grido di giovani senza padre e madre, il grido di quanti, oppressi da dipendenze e difficoltà della vita, possono confidare solo in Lui.

 

 

Gesù entra ed esce da Gerico, senza che nulla ci venga riferito di ciò che Gesù fa in questa città, della sua predicazione e attività.  Il silenzio dell’evangelista sottolinea l’importanza del fatto che Gesù compie i segni della sua rivelazione fuori dalla città, lungo la strada, che è simbolo della periferia dell’umano. Infatti proprio lungo la strada Gesù incontra questo cieco che grida forte: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me”. Ma cosa indica la strada per il Vangelo di Marco?

Anzitutto essa simbolizza la via di Gesù verso Gerusalemme, verso il luogo della sua passione, morte e resurrezione, che non a caso si colloca anch’esso fuori della città. Inoltre la strada è un luogo che indica tanti luoghi, dove pulsa la vita umana, anche quella più offesa e umiliata, quella che una casa non ce l’ha e quindi vive prevalentemente sulla strada.

Penso ai 10000 migranti onduregni che in queste ore stanno viaggiando per il Messico, senza una casa, solo con l’aiuto di altra povera gente. E ai tanti altri migranti che non hanno una casa, in particolare le famiglie e i bambini. Il loro grido è quello del cieco Bartimeo!

Penso ai giovani del muretto, che girano tra le nostre piazze e centri commerciali, facile preda di spacciatori. Chissà perché vengono sempre vicino alle Chiese. Forse c’è qualcosa o qualcuno che, senza che loro lo sappiano, li attrae. Anche il loro grido, anche se inconsapevole e inarticolato, è quello del cieco Bartimeo!

Penso alle tante persone che sono vittima di dipendenze, soprattutto la dipendenza da gioco, che porta le persone a spendere tutto il loro stipendio, in una spirale di vergogna e di gravi difficoltà. Penso infine a ciascun uomo che, nel profondo del suo cuore, ha bisogno di incontrare Gesù ed essere guarito.

Il Signore ascolta questo grido e con la sua parola: «chiamatelo», trasforma la folla da ostacolo, che vuol far tacere Bartimeo perché urla e infastidisce, a strumento che chiama Bartimeo ad incontrare Gesù, dicendo: “coraggio, alzati, ti chiama”. Noi dovremmo essere un po’ come questa folla, che favorisce così l’incontro con Gesù. Come si può fare?

Prima di tutto si tratta di sospendere i pregiudizi. Le persone in difficoltà gridano in tanti modi, che ci possono sembrare fastidiosi, disdicevoli: ma noi dobbiamo vedere in essi dei figli di Dio, chiamati come noi ad incontrare Gesù, ad essere felici nella loro vita. Non sono persone senza nome: anche a loro come a noi, Dio ha dato un nome!

Poi possiamo fare molto attraverso la preghiera, che sale a Dio…ci penserà il Signore a fare poi quello che noi non possiamo con le sole nostre forze.

Infine si tratta di operare attraverso la carità concreta, fatta di gesti, di sguardi, di attenzione, di umanità. Non basta dare soldi a sgravio di coscienza, come quelli che chiamano il numero verde che compare nella pubblicità di agenzie benefiche per i bambini africani…così contribuiscono a pagare quelle pubblicità milionarie. Il bene facciamolo bene. Prima di tutto con i gesti e le parole, non alimentando una cultura di diffidenza e pregiudizio e non avendo paura di un contatto più personale con chi ha bisogno. Poi se vogliamo contribuire anche coi nostri soldi, facciamolo senza troppe intermediazioni, privilegiando canali più diretti, ad esempio attraverso la nostra Caritas e il Centro Missionario. Non spendono soldi per farsi pubblicità.

Il bene fatto bene è un invito ad alzarsi, ad avere coraggio e a rispondere alla chiamata di Gesù!

Lettura popolare XXX TO Anno B

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXX TO Anno B Mc 10, 46-52

 

Mc 10,46-52

Il discepolo di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

 

Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme arriva a Gerico, città sulle rive del Giordano, alle porte della terra santa. Gesù entra ed esce, senza che venga descritta la presenza e predicazione di Gesù in città, perché a Marco interessa il fatto che il miracolo avviene fuori della città, segno che anche Gesù compirà il suo mistero Pasquale, di morte e resurrezione, fuori delle mura della città di Gerusalemme.  Gesù condivide il destino di coloro che si trovano “fuori” dal recinto protetto del sacro, come  Bartimeo (= figlio di Timeo), che era cieco e quindi escluso dal culto e dalla società, costretto a chiedere l’elemosina al di fuori delle mura della città.

Questo cieco, appena sente parlare di Gesù il Nazareno, si mette a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Si tratta di una straordinaria confessione di fede. Il cieco identifica in colui che proviene da Nazaret (il nazareno) città senza alcuna importanza nella Galilea, lontana dalla città santa di Gerusalemme, addirittura il discendente di Davide, il messia, l’unto dello Spirito che deve venire a salvare il popolo dai suoi peccati e dal suo male. Per questo Il cieco lo ritiene capace di una compassione ed amore in grado di guarirlo. Anche la folla, quando Gesù entrerà in Gerusalemme (cf. Mc 11, 10), lo chiamerà in questo modo.

La folla è un personaggio instabile nel Vangelo. Da un lato accoglie Gesù come il figlio di Davide, con festa e canti, dall’altro si lascia sobillare dai capi dei sacerdoti e grida la crocefissione per Gesù (cf. 15, 11). Anche nel nostro brano la folla da un lato si oppone alle grida del cieco, quasi per impedire l’incontro con Gesù, dall’altro invece la parola di Gesù trasforma la folla, da semplice oppositrice a collaboratrice. La gente stessa attorno al cieco lo incita a farsi coraggio ed alzarsi, perché Gesù lo chiama.

Bartimeo allora getta il mantello, segno della sua forza (1 Sam 18, 4; 24, 6; Is 42, 18), si alza (lo stesso verbo usato per la resurrezione di Gesù), balza in avanti e viene da Gesù e lo chiama con l’appellativo riverente e affettuoso di “Rabbunì”, che significa “maestro mio”. A differenza di Giacomo e Giovanni, che avevano chiesto un posto d’onore, il cieco fa un domanda più pertinente a Gesù, chiede di essere guarito. Il miracolo non viene descritto, semplicemente Gesù dice: “va la tua fede di ha salvato”.

È la fede del cieco a salvarlo, e la sua guarigione fisica è in realtà il segno di una guarigione più profonda di tutto l’uomo, dal punto di vista spirituale. Finalmente il cieco può seguire Gesù per la strada verso Gerusalemme, diventando suo discepolo. Questa è la vera guarigione dell’ex cieco. Il cieco qui rappresenta il popolo stesso di Israele, servo cieco (Is 42,18), che verrà guarito dal Signore (cfr. Is 35,5-6). Rappresenta il discepolo che, per entrare con Gesù a Gerusalemme e seguirlo sulla strada della croce, deve essere guarito da Gesù ed essere in grado di “vedere” con gli occhi della fede ciò che a Gerusalemme sta per accadere. In fin dei conti rappresenta ciascuno di noi, nella misura in cui abbiamo bisogno della parola terapeutica di Gesù per vivere il mistero pasquale, di morte e resurrezione, nella nostra vita.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)
  • La mia preghiera in questo tempo: un grazie, una supplica, un grido?

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 10, 46-52

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

Gesù è arrivato a Gerico e poi subito riparte insieme ai discepoli e a molta folla. Tutto avviene lungo la strada, dove siede il cieco. Anche io a volte mi siedo a lato della strada, lontano dagli altri, in una condizione solitaria e bisognosa. Mi sento bisognoso della salvezza, come il cieco che chiede a Gesù di aver pietà di lui, o sono già a posto?

 

Chi sono i personaggi, cosa fanno e cosa dicono?

– Gesù è insieme a tanta folla e ai suoi discepoli e cammina lungo la strada. Bartimeo, il cieco, è seduto lungo la stessa strada a mendicare.  Egli sente che si tratta di Gesù Nazareno, e comincia a gridare: “Gesù figlio di Davide, abbi pietà di me!”. So anch’io riconoscere nel Nazareno il figlio di Davide, il messia, colui che è venuto per la mia salvezza?  Sono così coraggioso come il cieco, per gridare con tutte le mie forze?

– Gesù lo chiama. Egli getta il mantello, balza in piedi e viene da Gesù. Sono azioni che indicano una coraggiosa rinuncia, e insieme una fretta di cogliere il tempo opportuno. Sono in grado di rinunciare ad alcune sicurezze per fidarmi di Gesù e correre da lui? Mi sento chiamato da Lui?

– La folla prima rimprovera il cieco, poi lo incoraggia. In che posizione mi trovo nella folla? So ascoltare la parola di Gesù che mi spinge a chiamare il cieco perché vada da lui?

– Gesù fa una domanda. Egli lascia che il cieco espliciti il suo desiderio. Ho il coraggio di esprimere e guardare in faccia ai miei desideri, davanti a Lui?

– Il cieco ci vede di nuovo e segue Gesù lungo la strada. A che punto sono dell’itinerario del cieco, sto seguendo Gesù con la fede?

 

  • Quale rivelazione?

Il cieco viene salvato dalla sua fede. È la fede che costituisce la vera vista di quest’uomo ed essa lo conduce a seguire Gesù fino al compimento della sua rivelazione a Gerusalemme, sotto la croce.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Il gran cancelliere Ferrer (Omelia XXIX TO Anno B)

 

Nei promessi sposi si narra che il gran cancelliere Antonio Ferrer aveva fissato il prezzo del pane ad un livello più accessibile alla povera gente ma senza tener conto del livello dell’offerta di farina, estremamente bassa a causa della carestia.  Quello stesso cancelliere va in mezzo alla folla per salvare il vicario di provvisione, a ripetere i luoghi comuni della gente, salvo poi disprezzarla in cuor suo. Riprendiamo le stesse parole del Manzoni-: «“pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia”…Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sè: — por mi vida, que de gente! — “ Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane! ” “Si; pane, pane, ” rispondeva Ferrer: “ abbondanza; lo prometto io, ” e metteva la mano al petto.”».

Mi pare che le parole del Manzoni siano le più adatte a descrivere l’effetto del potere, quando è utilizzato per acquisire consenso, ma senza una presa in carico delle responsabilità delle scelte e delle loro conseguenze.  Nella vita pubblica, dice Gesù, i capi spesso dominano e opprimono. Si parte da idee di giustizia, certamente in sé buone, ma che divengono pretese che poi cancellano ogni obiezione, anche quando l’obiezione è ragionevole. E allora il potere diventa autoreferenziale, incapace di guardare più in là, al bene comune, interessato solo alla propria immagine e a scaricare sugli altri la responsabilità degli inevitabili fallimenti.

Ma così accade anche nella nostra vita personale, quando le pretese di giustizia diventano pretesa di riconoscimento da parte degli altri e ci portano a scontrarci, a farne delle questioni personali, a non vedere più il bene che va al di là della nostra persona.

Questa è anche la pulsione che spinge i discepoli Giacomo e Giovanni a chiedere a Gesù di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, nella sua gloria. Per un attimo, di fronte alla paura che suscitava in loro il destino di passione appena annunciato da Gesù, essi pensano a loro stessi, pensano cioè a salvaguardare il loro futuro di gloria. Bypassando completamente la passione e la morte di Gesù, saltano direttamente alla resurrezione, e puntano ad assicurarsi un posto d’onore nel regno futuro.

Gesù non si arrabbia, ma cerca di farli ragionare attraverso delle domande, per farli andare oltre a sé stessi. Il calice e il battesimo rappresentano la passione e la morte del maestro, ossia il dono della sua vita ed essi ammettono di essere disponibili a condividerlo, ma non senza una gloria in qualche modo assicurata. Gesù invece toglie loro questa assicurazione, per mostrare loro una diversa prospettiva, in cui il mondo non è più guardato a partire dal proprio ombelico, ma a partire da una prospettiva universale, in cui nessuno è escluso: quella del servizio di tutti. Chi vuol essere il primo tra voi, sia il servo di tutti. Esattamente come il figlio dell’uomo che è venuto a servire e a dare la propria vita in riscatto per tutti.

Sembra una cosa difficile e irrealizzabile. In realtà si tratta semplicemente di cambiare il criterio-guida delle proprie azioni, da ciò che mi piace e mi gratifica, a ciò che è bene in sé, per ciascuno e per tutti. Poi si scoprirà che ciò che è bene in sé e per tutti, è anche molto più gratificante sul piano personale. Il modello del servizio è quello della mamma con il proprio figlio, in cui ogni gesto di affetto da parte del bambino è un dono, ma in cui la mamma non agisce per avere in cambio dei gesti d’affetto ma per il bene in sé del proprio figlio.

Questo è un principio di responsabilità che vale per la famiglia, il lavoro fino ad arrivare alla politica: guardare al bene, donarsi senza aspettare sempre una gratificazione, un riconoscimento immediato. Il riconoscimento, quello vero, verrà dopo. “Sedere alla mia destra o alla mia sinistra è per coloro per cui è stato preparato…da Dio”.

Lettura popolare XXIX TO Anno B

 

 

Lettura popolare XXIX TO Anno B Mc 10, 35-45

 

Mc 10,35-45

Dal vittimismo al servizio

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Dopo il terzo annuncio della passione, che Gesù sceglie di fare quando sta salendo a Gerusalemme con i discepoli (cf. Mc 10,32-34), Marco presenta i due discepoli Giacomo e Giovanni, che erano stati scelti personalmente da Gesù nel gruppo dei dodici (cf. 3,13-17) e inviati in missione (cf. 6,7-13), mentre si avvicinano a Gesù per fargli una domanda. Essi chiedono di poter sedere uno alla destra e uno alla sinistra nella gloria di Gesù, quando egli sarà risorto. L’espressione sedere alla destra e alla sinistra proviene dal linguaggio militare (cf. 2Sam 16,6) o rituale (cf. Sal 110,2) ed è motivata dal loro avvicinamento a Gerusalemme e dall’annuncio precedente di Gesù. Essi bypassano completamente il riferimento alla passione e alle sofferenze del messia, per arrivare direttamente a ciò che gli interessa, condividere la gloria, il prestigio, l’onore del messia.

Gesù risponde con una domanda, richiamando proprio l’importanza di ciò che essi hanno sorvolato, attraverso i simboli del calice da bere e del battesimo da ricevere. Il calice (Sal 75,9) indica il destino di sofferenza dei peccatori e in Mc 14,23.36 (ultima cena e Getsemani) indica le sofferenze del figlio dell’uomo. Il battesimo, invece, indica la morte stessa del messia.

Essi rispondono positivamente, si sentono pronti a dare la vita, avendo della morte un’idea alta e gloriosa, l’idea di chi va al martirio combattendo e morendo in battaglia, per poi avere una parte assicurata nella gloria eterna del paradiso. Ma Gesù si distacca da questa visione: partecipare al battesimo di Gesù, ossia alla sua morte, non può essere il frutto di una volontà umana esaltata e la gloria che ne segue è solo dono di Dio (“per coloro a cui è stata preparata”, sottinteso da Dio).

Al posto dell’esaltazione del martire, la morte umile e ingloriosa del messia suggerisce piuttosto la condizione dello schiavo, o del servo che si mette umilmente al servizio degli altri. Il potere cristiano non è la gloria di chi esalta se stesso, anche come vittima, ma l’umile nascondimento di chi serve (diakonia) come la mamma in famiglia, senza pretendere nulla in cambio, ma solo per amore. Con questo amore il messia Gesù ha dato la sua vita in riscatto per molti (cf. Is 53). Il termine indica il prezzo di riscatto di uno schiavo da liberare (cf. Num 3,48): con la sua vita Gesù ha pagato per noi, liberandoci dalla schiavitù del potere e dell’onore del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

Le mie difese nel camminare con Gesù

 

Questo invito  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 10, 35-45

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, idenificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quando e dove si svolge l’azione?

L’azione accade mentre Gesù sta camminando e annunciando le sue sofferenze a Gerusalemme, la sua morte e successiva resurrezione.  Nella strada che lo sta portando a Gerusalemme, il luogo della sua morte in croce, due discepoli gli si accostano.

Mentre accompagno Gesù verso Gerusalemme, seguendolo con timore, con quale atteggiamento mi accosto a lui, per rivolgergli delle richieste? Con quello di chi vuole garantirsi il futuro?

Chi sono i personaggi e cosa fanno?

– coloro che si avvicinano a Gesù sono i discepoli Giacomo e Giovanni. Essi vogliono che Gesù faccia ciò che gli chiedono. Anch’io, come discepolo di Gesù, di fronte al suo cammino verso la croce, riconosco di avere paura e di sollevare delle difese? Le difese diventano poi delle pretese?

– Gesù risponde con una domanda. Egli lascia che esplicitiamo le nostre paure, difese e pretese, per poterle smascherare. Il progetto di Dio è per ciascuno di noi un mistero, nei tempi, nelle modalità, nelle forme. Accolgo questo mistero e mi adatto a scoprire ogni giorno la volontà di Dio?

– Gli altri dieci discepoli si indignano contro Giacomo e Giovanni. Quali conflitti generati dalla competizione per raggiungere un posizione, un ruolo, un riconoscimento?

 

– Cosa dicono i personaggi?

I discepoli chiedono di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria. Quali posti di onore cerco nella mia vita? Quali motivazioni di fondo guidano le mie scelte?

– Gesù risponde dicendo che non sanno che cosa chiedono. La loro incomprensione è resa manifesta dal fatto che rispondono di sì alla sua proposta di ricevere il battesimo e il calice, che indicano la sua passione. Come comprendo il mio seguire il Signore Gesù? In che cosa consiste oggi la mia partecipazione alla sua passione?

– I capi dominano sulle nazioni.  Questo potere ha sempre un carattere violento. Fra voi, dice Gesù, il potere sarà interpretato come la qualità di uno che serve da schiavo. Come vivere questa dimensione “politica” del battesimo, nella Chiesa e nella società? Cosa significa “servire” e non lasciarsi “asservire” dal potere?

 

– Quale rivelazione?

La comunità cristiana secondo Gesù è il luogo dove si mostra la radicale differenza del cristiano, che interpreta il potere come un servizio, sul modello del figlio dell’uomo, che porta a compimento la figura del servo di JHWH (Is 53), colui che dona la sua vita in riscatto per tutti.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

Le quattro regole di Gesù educatore (Omelia XXVIII TO Anno B)

 

Le quattro regole di Gesù educatore

 

Ogni tanto capita ai professori di sentirsi fare delle domande particolari dai ragazzi, domande che rivelano intelligenza, sensibilità, desiderio di sapere, di conoscere. Nonostante si pensi spesso male degli adolescenti di oggi, in realtà non è poi così raro che questo accada anche oggi.

Ma nel cuore di ogni ragazzo, adolescente, ma forse anche di ogni uomo, non è sempre facile distinguere e separare il desiderio autentico di sapere dal desiderio di essere ammirato, lodato, stimato per una bella domanda.

Mi sembra un po’ questa l’ambiguità di questo tale, che era un giovane, come ci mostra l’evangelista Matteo, perché fa tutta una sceneggiata inginocchiandosi platealmente ai piedi di Gesù, per poi pronunciare la classica (ma non per questo scontata!) domanda del discepolo al suo rabbi: qual è la strada per ereditare la vita, che nel mondo giudaico equivaleva alla Legge di Mosé che dona la vita al popolo e la sua autentica interpretazione.

Gesù si comporta come un buon educatore dovrebbe fare a questo punto: evitare di mostrare di essere gratificato da questa domanda. A quel punto infatti il ragazzo non avrebbe più potuto capire se seguiva Gesù per gratificarlo e quindi essere gratificato o perché davvero voleva seguirlo. Gesù non lo lega quindi a sé stesso, ma lo rimanda alla propria coscienza e alla propria volontà profonda di seguire la via di Dio, i comandamenti. È solo a quel punto, quando il ragazzo prende contatto con il suo desiderio vero, non quello di essere gratificato perché gli altri sono contenti di lui, come fanno i bambini e gli adolescenti, ma quello di incontrare Dio nel proprio cuore, un desiderio profondo e vero, da adulto.

Lo sguardo di Gesù intuisce le potenzialità di dono, di amore che sono in Lui. Gesù lo ama guardandolo, ossia tira fuori con il suo sguardo, tutto l’amore che c’è dentro di Lui e valorizza la sua ricerca, la sua volontà profonda, il suo autentico desiderio. sapienza, il suo amore come pienezza della nostra vita. Anche qui Gesù si mostra educatore, non si lascia scoraggiare: pur conoscendo bene tutti gli ostacoli, tutti i condizionamenti che ci sono esterni e interni nella vita di questo giovane, Gesù non teme di fargli una proposta alta e bella, sulla spinta di questo amore: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Quindi le caratteristiche di Gesù educatore sono:

  1. fa una proposta dentro ad una relazione con questo giovane. Non una proposta teorica, astratta, ma un’esperienza di Dio nella vita, attraverso il dialogo, l’amicizia, la comprensione del cuore.
  2. si tratta di una relazione libera tra il giovane e Gesù È il desiderio di Dio che sta orientando questo ragazzo a seguire Gesù e non un movimento affettivo disordinato ed egocentrico. Così l’educatore può stimolare il desiderio di Dio, la ricerca personale, facilitando il lavoro dello Spirito Santo. Il lavoro dell’educatore è per 60 per cento rimuovere gli ostacoli del cuore e 30 per cento predisporre le occasioni e i contesti per incontrare Gesù. Solo il 10 percento lo fanno le sue parole, nel cuore del giovane.
  3. Gesù non ha paura di essere ad un livello troppo alto né di scontrarsi con delle difficoltà interiori del giovane. Sa discernere le potenzialità della persona e anche i suoi attuali limiti. Per cui accoglie i tempi di Dio: se non è adesso, sarà tra un po’ o quando, nel mistero del cammino di ciascuno, Dio vorrà.
  4. Gesù sa affrontare il fallimento di essere lasciato. Un buon educatore e catechista sa di non essere il centro e quindi sa offrire il ragazzo o la ragazza a Dio, sapendo che il seme, quando Dio vorrà, potrò portare frutto. A Dio nulla è impossibile!