Kivuli, quinto giorno

Al mattino abbiamo speso un po’ di tempo per la riflessione personale, per lasciare che emergano le cose importanti, i luoghi, le persone, la vita che scorre in questi giorni e colpisce il nostro cuore, aiutandoci a comprendere l’essenziale di questa esperienza.

Al pomeriggio stiamo preparando la festa di capodanno, con circa 120 bambini che verranno qui a Kivuli con i loro educatori. Chi ha preparato una torta,  chi la cena in cucina , chi sta organizzando i giochi a gruppi.

Nell’attesa dei bambini c’e anche qualche tempo apparentemente vuoto. Tipicamente africano. A noi sembra di perderlo, il tempo, invece si tratta di viverlo con più semplicità e libertà, affidandosi a ciò che viene incontro a noi di momento in momento e rielaborando i programmi alla luce della vita.

Un capodanno nuovo e diverso da quelli prenotati e programmati da mesi: la vita viene prima dell’agenda!

 

 

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Quarto giorno, elementaita lake

 

 

Quarto giorno in Kenia. Siamo andati a trovare i bambini del drop in di ndugo ndogo sul lago Elementaita, almeno a 100 km ad ovest di Nairobi lungo la Rift Valley.

Si tratta di un lago salato popolato di fenicotteri, dove i bambini sono soliti fare il bagno. Abbiamo insieme celebrato la messa e ci hanno cucinato del pollo con il riso.

Nella messa padre Kizito ha ricordato che come per Gesù così per ciascun giovane  ad un certo punto deve scattare una responsabilità verso gli altri, che caratterizza l’eta adulta e che fa uscire la persona fuori dai suoi legami di dipendenza.

Davanti a lui una schiera di bambini dai 5 ai 12 anni che hanno già fatto una scelta di responsabilità nella loro vita, quella di uscire dalla strada e tornare a scuola.

Un discorso non molto di moda quello di Kizito e che in Italia andrebbe rivolto a generazioni ben più adulte dei bambini di Nairobi.

Home visits, terzo giorno

Oggi siamo andati a trovare alcune famiglie nelle quali i ragazzi della comunità sono stati reinseriti. L’obiettivo infatti di Koinonìa non è solo quello di aiutare i ragazzi di strada dandogli una casa, del cibo e la scuola da frequentare per la loro crescita, ma anche quello di ritrovare le loro radici familiari e reinserirli gradualmente, per accompagnarli nella loro crescita dentro alla rete delle proprie relazioni e non renderli dipendenti dalla comunità.

Ci siamo divisi in tre gruppi, per visitare tre diverse famiglie. Noi cinque, io, Giammarco, Chiara, Carlotta e Gaia siamo andati dalla famiglia di Kevin, in Kauangare Gatina Checkpoint. Kevin vive con la zia, perché i genitori non ci sono più. Lei ha altri tre figli e cinque nipoti e lavora come colf domestica nelle case dei vicini. Solo con l’aiuto di Koinonìa Kevin ha potuto frequentare la scuola elementare e iniziare il suo percorso. Non parla molto, perché è un ragazzo introverso, ma ci ha detto che vorrebbe diventare un ingegnere, perché ci sa fare con i circuiti elettrici e qualsiasi componente elettronico, anche i computer.

La casa in cui Kevin vive colpisce chi vi entra da occidentale, perché è fatta tutta di lamiera, come tutte quelle del quartiere. Tra le case i torrentelli sono pieni di spazzatura, che viene portata via dalla prima piena del fiume. Anche dentro questa casa, in contesti così precari e poveri, il cuore coltiva desideri importanti, come quelli di Kevin. O come quelli di un’altra ragazza di 18 anni che abbiamo incontrato in un’altra famiglia vicino, che ci raccontava il suo sogno più grande: “aprire il cuore agli altri e fare dono dei suoi talenti”.

Uscendo fuori dal quartiere ho incontrato il pastore protestante, che ha una Chiesa e una scuola nei pressi. “Noi siamo qui a servire la gente e il lavoro è tanto per migliorare il loro modo di vivere”, mi ha detto con tono predicatorio, “il tempo è breve e il Signore ti giudicherà su ciò che hai fatto”.

Più chiaro di così!

Mother House, secondo giorno

 

 

 

Oggi a Mother House abbiamo incontrato nuovamente i bambini che ieri erano venuti a Kivuli. Oggi eravamo a casa loro: ci hanno accolto prendendoci per mano, uno per uno, e ci hanno mostrato con orgoglio la casa dove vivono. Io, siccome ero arrivato in ritardo, sono stato accompagnato da una bimba nella sala dove stavano danzando: “father Daudi, come to dance with us”.

La sala era tutta energia, ritmo, vitalità. Poi sono seguiti una serie di bans, giochi, tutti segnati dal ballo e dalla fisicità.

Abbiamo mangiato la verdura sukomauiki con una porzione molto abbondante di polenta ugali e un avocado. Bisognava manipolare la polenta e mescolarla con l’avocado e la verdura. I capi mi hanno offerto un cucchiaio ma io ho rifiutato e ho visto dal loro sguardo che ho fatto bene, nonostante la mia evidente maldestria nel maneggiare polenta e verdura. Alla fine avevo naso e viso completamente verdi.

Besh, un educatore del gruppo, ha condiviso con me una riflessione: oltre ai bambini si occupa di servizi sociali a Kivuli. Mi ha riferito che la povertà è aumentata, nonostante gli sforzi. Le politiche economiche governative portano sussidi e programmi in prossimità delle elezioni e poi si dimenticano di dover coltivare delle opportunità di lavoro per i più deboli. Lo Stato keniano poi ha contratto debiti enormi con la Cina.

Chissà se questi giovani keniani, forti e pieni di energia sanno che ognuno di loro ha circa 6000 dollari di debito con la Cina, solo per essere nati e per vivere in questo paese. Ma loro hanno risorse che l’economia globale non conteggia! Il futuro è nonostante tutto ancora nelle loro mani.

Kivuli primo giorno

 

 

Dedico questi brevi appunti ad un diario breve della giornata in questa esperienza in Kenia, a Nairobi, presso la comunità Koinonìa.  Siamo arrivati qui da San Lorenzo, dopo un viaggio abbastanza faticoso, durato quasi 24 ore nel complesso, con un po’ di sonno in arretrato. L’inizio con la giornata di oggi, dopo aver dormito, è stato segnato dalla spesa, dall’organizzazione della cucina e della casa a Kivuli e dal primo incontro, nel pomeriggio, con i bambini di mother house. Hanno tutti completato un anno di cammino in questa comunità dopo aver lasciato la strada.

Ritrovo la sensazione di familiarità, accoglienza, che mi aveva lasciato due anni fa, con gli educatori, in particolare Jack. Un amico di Jack, anche lui educatore, che si chiama Tom,  e produce video sui bambini di strada per la televisione keniana, mi ha detto: “mio nonno qui in Kenia ha cento nipoti. Se di questi bambini ne salvi uno, la radice del bene si moltiplica per cento nell’albero genealogico del futuro del Kenia”.

Abbiamo noi in Italia, una percezione così “spostata” sul futuro? Così intergenerazionale? Così sostenibile?