Corso sul Vangelo di Giovanni

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Lettura popolare IV TO Anno C

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Lc 4,22-30

Il profeta rifiutato

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La parola della Scrittura di Isaia, riportata nel brano precedente, (Lc 4,16-21) si è compiuta nell’atto stesso della sua proclamazione, nell’oggi dell’ascolto (v. 21). Non si tratta quindi solo di un discorso, ma di una parola che è al contempo evento, realtà, storia, salvezza.

La reazione dei nazaretani è inizialmente positiva, a differenza che nel vangelo di Marco e di Matteo, (cf. Mc 6,3; Mt 13,57) dove è presentata come una mancanza di fede. La meraviglia e lo stupore indicano un riconoscimento positivo della grazia dello Spirito Santo che opera in Gesù, anche se i nazaretani non riescono a comprenderne l’origine, perchè pensano a Gesù come al figlio di Giuseppe.

Con due proverbi Gesù oppone l’attesa implicita dei suoi concittadini che Gesù rimanga tra loro («medico, cura te stesso» v. 23) allo scenario molto più vasto e inimmaginabile della sua missione, che arriva fino al mondo dei popoli pagani («nessun profeta è gradito in patria» v. 24).

Con due esempi tratti dalla storia del profeta Elia (1Re 17,7-16) e del profeta Eliseo (2Re 5,17), in cui i profeti sono mandati da Dio in soccorso di una donna e di un uomo stranieri, il Gesù lucano anticipa qui, al principio della sua missione terrena, l’obiettivo ultimo della volontà di Dio, che verrà descritto nel libro degli Atti degli Apostoli, ossia la salvezza di tutti i popoli pagani, fino agli estremi confini della terra (cf. At 1,8).

È dunque Gesù stesso, proclamando la volontà di Dio fin dall’inizio ai suoi concittadini, a provocare in loro lo sdegno. Essi si sentono scavalcati da quella prospettiva di salvezza per tutti e l’impulso di gelosia li spinge a rifiutare Gesù, anziché rallegrarsi perché i doni di Dio sono per tutti. Così si comporteranno anche i giudei che ricevono l’annuncio del Vangelo da parte di Paolo nel libro degli Atti (cf. At 13,45; 17,5 ecc.).

Il tentativo di uccisione di Gesù da parte dei suoi concittadini (v. 29) rimanda il lettore all’ultimo evento terreno di Gesù, che sarà gettato fuori dalla città (cf. Lc 20,15), per essere crocifisso. Ciò accadrà per un misterioso progetto di Dio che culminerà con la resurrezione e il fatto che Gesù passi in mezzo a loro (v. 30) è un evidente richiamo simbolico al dominio assoluto di Dio sulla storia degli uomini, che si manifesta con la resurrezione di Gesù.

In effetti tale dominio divino si mostra in atto lungo tutto il percorso del Vangelo e degli Atti. Gesù è in cammino da Nazareth a Cafarnao e in tutto Israele, fino ad arrivare a Gerusalemme (Lc 9,51) perché il compimento delle Scritture nella sua morte e resurrezione è necessario, voluto da Dio (Lc 24,26), così che «nel suo nome venga annunciata la conversione per la remissione dei peccati a tutte le genti» (Lc 24,47). Allo stesso modo nessuna potenza umana potrà fermare la corsa della parola di Dio (cf. At 5,39) che, dopo la morte e resurrezione di Gesù, si diffonderà da Gerusalemme (cf. At 8, 4) per arrivare fino agli estremi confini della terra (cf. At 1,8).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

Quali sono le periferie che incontro quotidianamente?

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 4,22-30 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo sempre nella Sinagoga di Nazareth, dove Gesù ha letto la parola di Isaia e l’ha applicata al presente, all’«oggi» della salvezza.

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • I Nazaretani si stupivano delle parole di grazia. Questo stupore non è ancora un segnale di fede, ma almeno una prima indicazione di ascolto. Sono capace ancora di stupirmi di Gesù e del Vangelo? Sono convinto che le parole del Vangelo contengano la grazia dello Spirito Santo?
  • I Nazaretani si riempiono di sdegno e cacciano Gesù fuori. Le motivazioni di gruppo o di classe o di ideologia sono in me più forti di quelle della fede?
  • Gesù passa in mezzo a loro. La potenza di Gesù è quella della resurrezione. Sono consapevole delle straordinarie risorse del Vangelo, molto più potenti della forza cieca del potere?
  • Cosa dicono i personaggi?
  • «Non è costui il figlio di GiuseppePenso anch’io di conoscere già a sufficienza Gesù?
  • «Nessun profeta è accetto nella sua patria». In quali contesti e circostanze vedo oggi Gesù? Sono in grado di accettarlo?
  • Nessun lebbroso fu guarito se non Naaman il Siro. Sono consapevole che l’annuncio del Vangelo ha un carattere di universalità e oltrepassa confini e steccati?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è un messia universale, molto diverso da come se lo aspettavano i suoi compaesani. Il suo annuncio oltrepassa confini e steccati e si rivolge a tutti gli uomini, di ogni città, paese, cultura e religione.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Il vino nuovo della gioia

Una festa di matrimonio. La madre di Gesù è presente, forse sono parenti o amici di famiglia, lei si comporta come una che conosce bene la situazione e può dare ordini. Gesù è invece solo invitato, con i suoi discepoli.
La metafora della festa di matrimonio si adatta bene anche a descrivere la nostra vita, sia che siamo sposati sia che non lo siamo. C’è infatti una chiamata alla comunione, alla gioia, all’amore in ogni esistenza personale, che trova pienezza in Dio. La madre di Gesù è anche nella nostra festa, presenza discreta ma importante, capace di intervenire quando c’è bisogno.
Anche nella nostra vita, come in quella festa, può venire a mancare il vino. Le attese si sono verificate vane, anzi sono subentrate difficoltà impreviste, lo scoraggiamento fa spesso capolino nella nostra vita, le energie sembrano mancarci, venire meno. Qualche volta può accadere un evento grave, che non avremmo mai pensato di dover affrontare personalmente, pur avendolo osservato in altre persone o famiglie, anche da vicino.
Ecco in questo contesto ci sono attorno a noi persone che possono intercedere, prima fra tutte la madre di Gesù e che così facendo ci insegnano che la prima cosa da vivere come cristiani è mettere i propri bisogni davanti a Dio, nelle sue mani, offrirli proprio come si fa con qualcosa di estremamente prezioso e reale, che tocca in profondità il nostro cuore. L’offerta si caratterizza anche per un’estrema discrezione e umiltà, proprio come quella della madre: non sappiamo come Dio se ne prenderà cura, che cosa esattamente realizzerà. Non lo obblighiamo quindi ad intraprendere una precisa linea di azione, non gli diciamo in modo indiscreto che deve fare così e così. Semplicemente lasciamo che sia Lui ad agire, secondo quel disegno che Lui da sempre ha pensato per noi e che è il meglio per la nostra vita. In questo modo quel bisogno, quella mancanza, quella difficoltà diviene l’opportunità e l’occasione per una trasformazione, che supera le attese.
Come l’acqua si trasforma in vino, e nessuno sa come ciò accada né quando esattamente, così nella nostra vita un ostacolo o una difficoltà può venire trasformata. Non viene cancellata, ma trasformata, a partire dalle condizioni reali, dalla situazione concreta in cui ci troviamo. Dio non agisce mai saltando o bypassando la nostra concreta umanità e il contesto sociale, culturale in cui siamo situati: anche a Cana di Galilea il vino non scende dal cielo, ma è il risultato di una trasformazione che parte dall’acqua e dalle giare, presenti per la purificazione dei giudei, ossia per un motivo culturale e religioso.
Ci sono però due ulteriori condizioni perché questa trasformazione possa attuarsi, oltre alla disponibilità a mettere davanti a Dio i propri bisogni. La prima è la fiducia obbediente, fattiva alla parola del maestro. Come i servi anche noi siamo chiamati a fare ogni giorno ciò che il Signore ci dice. È un ascolto che emerge dalla vita e dal nostro cuore e che ci muove al fare, al donarci nell’amore. La seconda condizione è che le giare vengano riempite fino all’orlo, prima che accada la trasformazione. Questo significa che la nostra responsabilità va esercitata, in ciò che è bene, fino alla fine, pienamente. Se vogliamo che la trasformazione accada dobbiamo andare fino in fondo, con coerenza, in ciò che sentiamo e sappiamo essere il bene più grande per la nostra vita. Qualsiasi accomodamento, adattamento, compromesso fatto con uno spirito di timidezza, paura o anche solo pigrizia, impedisce alle giare di riempirsi e quindi alla trasformazione di accadere. È come un ostacolo che siamo noi per primi a porre alla grazia di Dio, nell’illusione di difenderci e di stare meglio.
Se invece andiamo fino in fondo, accettando la realtà così com’è e accogliendo la volontà di Dio che è inscritta in essa e nel nostro cuore, fino all’orlo delle capacità del cuore, allora prima o poi, in un momento e in un modo assolutamente nuovo, gratuito, imprevisto, sgorgherà il vino della gioia. Gli altri che ci vedono dall’esterno constatano la gioia del volto e si chiedono come mai essa possa essere sempre rinnovata, un po’ come il maestro di tavola che assaggia il vino nuovo e trova paradossale che sia più buono del precedente. Ma noi, come i servi, sappiamo da dove viene il vino della gioia: viene dal nostro bisogno, dalla nostra difficoltà e sconfitta, che ormai è stata da Lui trasformata!

Lettura popolare II TO Anno C

 

 

lettura popolare ii to anno c

 

 

Gv 2,1-11

Non è ancora giunta la mia ora

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Nel vangelo di Giovanni il racconto di Cana porta a termine l’itinerario iniziale dei discepoli, che incontrano Gesù e credono in lui (2,11) e al contempo indica un nuovo inizio, perché la trasformazione dell’acqua in vino buono è il segno originario, che serve ad interpretare tutti i segni che Gesù sta per compiere nel Vangelo di Giovanni. Inoltre se prima erano gli altri a parlare di Gesù come agnello di Dio e messia e a seguirlo (cf. 1,36.46) ora è lui a prendere l’iniziativa, rivelando la sua gloria (2,11).

La risposta di Gesù alla madre – “Che c’è tra me e te o donna? Non è ancor giunta la mia ora” – non è quindi un rimprovero da parte di Gesù, ma è solo il modo con cui Gesù inizia il suo ministero pubblico, che culminerà nell’ora della passione e dell’innalzamento in croce, chiarendo che tale ora non dipende né dalla madre né dagli uomini, ma dal Padre e dalla sua volontà (cf. 12,23.27; 13,1; 16,21).

La madre allora comprende molto bene che il suo ruolo qui non è di indicare a Gesù cosa deve fare, ma semplicemente portare gli uomini a lui, invitandoli ad ascoltarlo e ad obbedirgli. In questo ella agisce da intermediario tra Gesù e gli uomini, senza pregiudicare l’assoluta libertà e gratuità del disegno di Dio. Infatti ella presenta a Gesù la grave situazione di bisogno: “Non hanno più vino” (v. 3) – senza vino la festa matrimoniale non è più possibile – ma poi lo rispetta nella sua libertà d’azione, sollecitando invece i servi ad obbedirgli.

Siamo nel terzo giorno, che indica simbolicamente la resurrezione di Gesù (cf. Gv 20,20-22), e il contesto delle nozze rinvia il lettore al compimento definitivo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo (cf. Is 54,4-8; Is 61,10-62; Mt 22,1-14). Anche il vino rimanda alla festa gioiosa dell’alleanza ristabilita con Dio, rappresentata da una terra nuovamente feconda (Os 2,23-24; Gl 2,22-23). Con ironia il narratore fa parlare il maestro di tavola che si stupisce che il vino buono, di cui non conosceva l’origine, fosse stato conservato fino ad ora. Questa è l’ora del vino buono, l’ora del compimento in Cristo della rivelazione che è iniziato con il dono della legge sul monte Sinai.

Non a caso le sei giare di pietra (sei è simbolo di incompiutezza!) sono collegate alla purificazione rituale giudaica richiesta dalla legge di Mosè (cf. Lv 11,29-38). La pietra nel mondo giudaico aveva la caratteristica di non diventare mai impura a differenza della terracotta (m. Bes 2, 3) ed evoca la legge veterotestamentaria sulla quale era stata scritta (cf. Ez 36,26). L’acqua simbolo della rivelazione dell’Antico Testamento viene trasformata nel vino del compimento, che anticipa simbolicamente la pienezza dei doni messianici che Gesù farà nell’ora della sua morte, alla presenza della madre.  I sacramenti, battesimo ed eucarestia, che nascono dalla consegna dello Spirito sulla croce da parte di Gesù (19,30), sono già contenuti nel vino di Cana. Nell’inizio del ministero di Gesù, come una ricapitolazione globale, è già contenuta la sua fine, caratterizzata dal dono dello Spirito e dalla nascita della Chiesa con la madre e con i discepoli che credono.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 2,1-11 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?

Siamo in Galilea, in un piccolo paese che si chiama Cana. Il contesto narrativo è caratterizzato dalla celebrazione delle nozze a cui partecipa la madre, fin dall’inizio. Il fatto che la madre sia a buon diritto partecipe delle nozze, senza bisogno che venga esplicitato il suo invito, significa che si tratta di una famiglia vicina a Gesù e a Maria. Si tratta di un ambito di vita del tutto ordinario. Gesù si rivela nell’ordinarietà di una festa di matrimonio. Cosa può significare per me?

 

  • Qual è il contesto temporale?

Ci troviamo al terzo giorno, che indica la resurrezione di Gesù (o anche, secondo un calcolo che parte dal c. 1, l’ultimo giorno della settimana del Sinai o della settimana della creazione). È un tempo importante, centrale, che ha un carattere di rivelazione.  Sperimento nella mia vita l’opera della resurrezione di Gesù?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?
  • La madre è presente , alla festa, mentre Gesù e i suoi discepoli vi sono invitati. Essa vigila sulla festa, perché tutto vada bene ed intercede presso il suo figlio, quando improvvisamente manca il vino. So vedere i bisogni degli altri e intercedere per loro, presso Gesù e presso il Padre Suo? Mi affido all’intercessione di Maria nella mia vita?
  • I servi obbediscono alla parola di Gesù e all’invito di Maria: riempiono le giare fino all’orlo e poi le attingono. Solo grazie alla loro obbedienza si può compiere il miracolo. Mi fido della parola di Gesù, al punto da osservare fino in fondo la sua volontà anche senza troppi appigli e sicurezze esteriori?
  • Il maestro di tavola non sa da dove viene il vino buono, ma i servi invece lo sanno. Sono consapevole che la pienezza di gioia e il vero significato della vita viene da Gesù e dal mistero della sua persona?

 

  • Cosa dicono i personaggi?
  • Gesù risponde con determinazione alla madre: «che c’è tra me e te o donna? Non è ancor giunta la mia ora» L’ora di Gesù è determinabile solo dal Padre. So affidarmi ai disegni di Dio, anche quando avrei fretta di intravedere una soluzione?
  • La madre invita i servi: «fate ciò che vi dirà». L’obbedienza alla parola di Gesù, al Vangelo è una caratteristica di fondo della mia vita?
  • Il maestro di tavola si rivolge allo sposo, dicendo: «Hai conservato il vino buono fino ad ora!» So conservare la parola di Dio nel mio cuore?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

Nel vino migliore, frutto della miracolosa trasformazione dell’acqua delle giare, si compie tutta la legge e la rivelazione indicata misteriosamente dall’acqua delle giare. Gesù si rivela come il donatore dei doni messianici, e in particolare dello Spirito, che compie la rivelazione.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Street children

Oggi siamo stati dai ragazzi di strada, in due basi. Nella prima,in pieno centro, al cuore di un grande raccordo stradale con un prato molto esteso e alberi capaci di nascondere la presenza di persone, abbiamo portato un po’ di pane e di latte per la colazione. Erano circa una cinquantina, ciascuno con la sua bottiglia di colla, dai più piccoli di quattro o cinque anni ai vent’enni. Il capo indossava una divisa azzurra del Manchester city ed era obiettivamente il più forte fisicamente. Jack e Bonny i due educatori hanno fatto loro un breve discorso di saluto.

La seconda base si sviluppa lungo una discarica. Noi abbiamo incontrato una decina di loro e abbiamo giocato una partita di pallone insieme. Poi li abbiamo portati a mangiare. Camminando ho parlato con Isaac un ragazzo di vent’anni. Da cinque anni è in strada, ha lasciato la scuola per motivi economici, ma mi dice di stare aspettando una licenza per guidare il bus. Chissà se è vero!

Isaac è rimasto colpito da una ragazza delle nostre. Quando gli ho detto che aveva già il boy-friend italiano, lui mi ha risposto scherzosamente che non c’è problema, lui non vuole sostituire  un boy-friend ma diventare un husband (marito).

Quando li ho salutati, mi han chiesto di ritornare.  Isaac mi ha offerto la sua lezione “Dio è sempre con me, mi accompagna e mi ha tenuto in vita fino ad ora”. “Pregherò per voi” gli ho detto, “grazie anch’io per te, ora sei un amico”, mi ha risposto.

Isaac, Dio ti benedica come un figlio suo, prediletto e ti aiuti ad affrontare con dignità le dure sfide che hai davanti. Ci ritroveremo in un mondo senza bisogno di colla e di soldi, dove tutti sono fratelli.

 

 

Dodicesimo giorno, Kibera

Kibera è il più grande slam (baraccopoli) dell’Africa. Si trova a Nairobi e conta circa 800.000 persone, ma i calcoli sono approssimativi. Su una popolazione complessiva di circa tre milioni di abitanti a Nairobi, Kibera rappresenta un collegio elettorale di tutto rispetto per i politici locali, che ad ogni tornata elettorale fanno promesse per accaparrarsi i voti.

L’impressione rispetto a due anni fa, quando abbiamo visitato Kibera con il precedente gruppo, è che vi sia stato un leggero miglioramento nelle strutture: una strada asfaltata corre fino all’ingresso dello slam e vi sono, almeno in apparenza, più edifici in muratura, in gran parte scuole. Ciononostante il problema sanitario rimane intatto: rifiuti ovunque, assenza totale di condutture fognarie, bambini che corrono dentro discariche a cielo aperto, sorridenti, galline che covano in mezzo alle ceneri di rifiuti bruciati. Odori intensissimi, che arrivano ad ondate improvvise, alternandosi tra la frittura dei chapati o delle patatine e la decomposizione dell’organico.

Qui tanti bambini si trovano in strada, scappando da casa per aver subito abusi o anche per non avere più da mangiare. Jack, educatore di Koinonia, è un’autorità qui a Kibera. Mentre ci guida dentro la baraccopoli saluta tutti e intrattiene rapporti. Ci spiega che a Kibera ci sono molte bande giovanili che si danno alla criminalità e costituiscono un problema sociale, anche per i quartieri ricchi di Nairobi. Da dieci anni impegnato nel recupero dei bambini di strada, Jack sente questo lavoro come una chiamata di Dio.

“Come fai a guadagnarti la fiducia dei bambini?”. Gli chiediamo. “Bisogna stare con loro e viverci insieme. È una questione di passione e di fede”. Risponde lui.

Passione e fede si alimentano a vicenda: un buon test anche per la qualità della nostra vita cristiana.