le 4 parole della vocazione

 

 

La parola “chiamata” oggi evoca qualcosa di fastidioso, perché siamo continuamente sollecitati dalle chiamate degli altri, soprattutto al cellulare.

Spesso si usava la parola “chiamata” per indicare la vocazione. Ma cosa significa che Dio ti chiama? In che modo Dio ti chiama? E poi la chiamata è un’esperienza solo dei preti e dei consacrati, o è qualcosa che appartiene a ciascuno di noi?

Vediamo cosa ci dicono le letture di oggi.

Anzitutto il profeta Isaia, che ha una visione nel tempio e prende paura. Poi però Dio gli purifica il cuore perché possa disporsi interiormente ad ascoltarlo. E allora Isaia ascolta l’invito di Dio: “Chi andrà per noi?”. È una proposta di Dio che nasce dal suo “bisogno”: Dio non vuole fare qualcosa senza di noi, senza il suo profeta, e allora egli risponde generosamente: “eccomi, manda me”.  Che cos’è quindi la vocazione? È anzitutto un’esperienza di generosità. È un sentire che Dio mi manda a delle persone precise, perché vuole passare attraverso di me per aiutarle: i figli, i genitori, i familiari, gli amici, i colleghi di lavoro. Io sono mandato a ciascuno di loro, per conto di Dio e gli rispondo: “eccomi, Signore, manda me”, io vado per conto tuo, non per conto mio. Che libertà non avere delle aspettative, mire, ritorni personali e invece essere distaccato, per servire il Signore negli altri! Questo è alla portata di ciascuno di noi, con l’aiuto di Dio. Ci sono poi vocazioni molto personali: Etty Hillesum ha avuto una vocazione particolarissima, che si è compiuta nei campi di concentramento. “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio.” Sì Dio ha avuto bisogno di questa donna generosa per vincere l’odio nazista.

Anche San Paolo ci fornisce un’ulteriore caratteristica della vocazione. Essa è un’esperienza di umiltà. Ci dice San Paolo: “io sono l’ultimo degli apostoli. Eppure ho faticato più di tutti loro!” Interessante, da una parte è umile, dall’altra proclama di fare di più degli altri. Questo significa che l’umiltà non è la virtù di chi si diminuisce per timidezza, paura o pigrizia, ma la virtù di chi riconosce il primato di Dio e del suo amore nella propria vita. Senza di lui e senza il suo amore, io non posso fare nulla. Se cerco di fare qualcosa da me stesso, non riesco, mi svuoto.  Col suo amore posso invece fare tutto! Se riconosco questa dinamica allora sono nell’esperienza della vocazione.

Ancora la vocazione è un’esperienza di fallimento, come è accaduto a Pietro quando ha pescato tutta la notte e non ha trovato nulla. Se non c’è un fallimento, la vocazione non è vera, perché rischia di reggersi solo sulle nostre forze e capacità. Infatti senza mettere davanti a Dio la nostra radicale insufficienza e incapacità, non potremmo distinguere la voce di Dio da quella del nostro orgoglio e rischieremmo di illuderci.

La vocazione nasce infatti dentro ad un sentirsi radicalmente trasportati dalla fiducia in una Parola altra, diversa, che ci viene da fuori e che oltrepassa le nostre capacità: “Sulla tua Parola getterò le reti”. Essa risponde ad un richiamo profondo, che viene dalla vita e si rispecchia nel nostro cuore e nella Parola di Dio e ci porta oltre i confini, oltre il prevedibile, programmabile, prestabilito. Essa disordina le nostre attese preconfezionate e i nostri schemi mentali e ci invita a prendere il largo. Quindi l’ultima caratteristica della vocazione è: fiducia!

Se vi riconoscete in queste quattro parole: generosità, umiltà, fallimento, fiducia, allora siete anche voi nell’esperienza della vocazione. Come vedete, non riguarda solo i preti, ma ciascun uomo senza eccezione.

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