Lettura popolare Ascensione di Gesù

 

 

Lettura popolare Ascensione Anno C

 

At 1,1-11; Lc 24,45-53

Gesù risorto ascende al Padre

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”   ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

N.B.: è possibile scegliere anche solo At 1,1-11 per la preghiera. Sarà tuttavia bene tenere presente anche l’altro racconto, pur senza leggerlo nel dettaglio.

 

Lc 24,45-53 è parallelo a At 1,1-11. Si deve compiere la promessa del padre (At 1,4; Lc 24,49) sui discepoli, che saranno così rivestiti di potenza dall’alto (At 1,8; Lc 24,49), per divenire testimoni di Gesù risorto (At 1,8; Lc 24,48) in Gerusalemme e in tutti i popoli fino ai confini della terra (At 1,8; Lc 24,47). Inoltre viene descritta l’ascensione in cielo di Gesù sia in Lc 24,50-51 sia in At 1,9-11. In questo modo Luca aggancia direttamente l’inizio del libro degli Atti con la fine del suo Vangelo (cf. At 1,1-2) mostrando l’intenzione di comporre una sola grande opera in due volumi. Tale narrazione risponde ad un disegno teologico globale, che vede nell’ascensione di Gesù al cielo uno snodo fondamentale, attraverso il quale culmina la storia precedente, quella riguardante le azioni e l’insegnamento di Gesù (cfr. At 1,1) e prende avvio una nuova fase, quella della Chiesa. Se Gesù sale al Padre, ora Egli può condividere coi discepoli la Sua sovranità sulla storia e divenire il primo agente della missione della Chiesa. Da questo momento in poi i discepoli saranno suoi testimoni, inviati da lui ad annunciarlo – grazie alla potenza dello Spirito Santo che riceveranno il giorno di Pentecoste – da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra.  Ecco riassunto, in poche parole, tutto l’itinerario degli Atti degli Apostoli, che termineranno con l’annuncio del Vangelo portato da Paolo in catene fino a Roma (cf. At 28).

Nei v. 9-11 Luca descrive in modo piuttosto dettagliato, secondo il gusto dell’epoca, l’evento dell’ascensione di Gesù. Egli traduce in una forma narrativa la fede della comunità cristiana, che esprime attraverso brevi formule l’esaltazione del Risorto (cfr. 1 Tm 3,16; 1 Pt 3,19.22; Ef 4,8-10). La nube che sottrae Gesù allo sguardo dei discepoli assume una duplice funzione, narrativa e simbolica. Dal punto di vista narrativo essa indica un passaggio fondamentale che si verifica da qui in poi, e cioè che Gesù non sarà più visibile fisicamente dai suoi discepoli, per tutta la storia della Chiesa (cf. 1,11). Simbolicamente la nube rappresenta la vicinanza di JHWH, che è presente ma di cui tuttavia non si può vedere il volto rimanendo in vita (cfr. Es 13,21; 24,16.18; 33,18-23.34,5-9). Anche Gesù quindi assunto definitivamente nella sfera del Padre, non si può più vedere fisicamente, ma rimane sempre accanto ai suoi discepoli. Ma la nube è un elemento transitorio, che non ricomparirà più. In quale modalità dunque Gesù si farà presente? La successiva scena degli angeli può chiarircelo meglio.

I discepoli si fermano a vedere Gesù asceso al cielo (v.10), forse allo stesso modo in cui il profeta Eliseo era rimasto a guardare il cielo mentre Elia vi saliva sospinto da un carro, per poter ricevere i due terzi del suo spirito profetico (cfr. 2 Re 2,9-10.12). Qui tuttavia i discepoli non hanno più bisogno di guardare per ricevere lo Spirito di Gesù (v.11), perché sarà lui stesso ad inviarlo su di loro. Gesù, invisibile ai loro sguardi, sarà così sempre presente per mezzo dello Spirito e li invierà e guiderà a testimoniarLo fino ai confini della terra.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: At 1,1-11

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

 

  •  Qual è il contesto temporale del racconto evangelico?

Gesù si mostra vivo agli apostoli dopo la sua passione, con molte prove. L’esperienza della resurrezione, sebbene misteriosa, è tuttavia reale e viene definitivamente sancita dal dono dello Spirito, come compimento della promessa del Padre (v. 4). Come mi pongo davanti a questo mistero?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

Gesù e gli apostoli.

-Gesù fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Gesù da ora in poi appartiene definitivamente alla sfera del Padre ed è in ogni luogo e in ogni tempo della storia. Ho gli occhi della fede per vederlo?

-Gli apostoli fissano il cielo. Pensano di vedere ancora Gesù nella forma in cui lo vedevano e conoscevano prima. Anch’io a volte mi fisso su certe “forme” della fede (una preghiera fatta in un certo modo, una certa liturgia…) pensando di incontrare Gesù solo in quella “forma”. Sono aperto a incontrare Gesù in ogni esperienza della vita?

  • Cosa dicono i personaggi?

-Gli apostoli chiedono conferma a Gesù sul tempo in cui ricostruirà del Regno di Israele. La nostra impazienza di vedere segni realizzati è grande. Mi fido del disegno nascosto del Padre?

-Gesù afferma che i discepoli riceveranno la forza dello Spirito Santo. Come percepisco l’opera dello Spirito Santo nella mia vita?

-“Di me sarete testimoni”: testimoni inviati da Lui, che parlano di Lui e del mistero della Sua resurrezione con la loro vita. Come testimonio Gesù risorto?

Fino ai confini della terra: il carattere universale di questa testimonianza indica la globalità della testimonianza della resurrezione in tutta la mia vita. Ne sono consapevole?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù asceso al Padre è ora Signore della storia e conduce gli apostoli e la Chiesa in un percorso di testimonianza senza confini, con la forza dello Spirito Santo. Quale immagine di Chiesa ho, a confronto con questa Chiesa degli Apostoli narrata da Luca?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min).
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Una comunità nella gioia dello Spirito

 

I discepoli sono tristi perché Gesù sta per andarsene da questo mondo. Il loro turbamento è quello di chi rimane al livello umano e non comprende il disegno di Dio, più grande, più vero, più bello, un disegno in cui Dio non ci priva di qualcosa o qualcuno di importante, se non per un bene maggiore, misterioso ma reale nella nostra vita. Qual è questo bene maggiore, misterioso ma reale, che viene donato ai suoi discepoli? Lo Spirito Santo. Egli è mandato dal padre, ma nel nome di Gesù e ha il compito di insegnare e ricordare tutte le parole di Gesù, cioè tutta la sua vita, la sua missione, fino alla pienezza nel mistero della sua morte e resurrezione.

Se lo Spirito è nel cuore di ciascun discepolo ed è colui che insegna, ciò significa che il “senso della fede” è presente in ciascuno dentro alla Chiesa, anche nella persona apparentemente più umile e meno istruita. Il senso della fede è un fatto che riguarda il popolo di Dio. Ciò significa anche che, prima di noi e delle nostre attività pastorali, lo Spirito è già presente nel cuore delle persone e insegna, in modo misterioso ma reale, ad essere in comunione con Gesù risorto e vivo.

Da queste due osservazioni emerge una certa immagine della Chiesa, che il racconto degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato nella prima lettura ci mostra molto bene. Dice Pietro e la comunità di Gerusalemme alla Chiesa di Antiochia, nel contesto delle divisioni che erano nate a proposito della necessità o meno di circoncidere i battezzati che provenivano dal paganesimo:  “È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie”… la Chiesa qui si mostra come contesto in cui il dialogo permette di affrontare le divisioni e scegliere la strada che lo Spirito indica per arrivare al cuore delle persone, dove Lui stesso già si trova. Si tratta di lasciare qualcosa che appartiene alla tradizione ma non è essenziale, rispetto all’annuncio del Vangelo, rispetto al seguire lo Spirito laddove esso ci conduce, al cuore delle persone.

Quante cose non sono essenziali, ma si fanno solo perché si è sempre fatto così e si deve continuare a farlo e se non si fa più ci sentiamo tristi e inutili. Ciò accade perché non abbiamo ben chiaro qual è il fine e il senso della nostra missione: non è fare cose, fare eventi, fare incontri, tantomeno guadagnare soldi, ristrutturare case. Non è neanche celebrare i sacramenti. Prima infatti anche dei sacramenti c’è l’annuncio del Vangelo che genera la fede e porta a entrare nei sacramenti o riscoprire i sacramenti già ricevuti.

Allora se come cristiani, come persone anche impegnate nella pastorale, ci sentiamo a volte tristi, c’è da chiedersi se questa tristezza non venga anche dal confondere i mezzi con i fini, dal far consistere la nostra soddisfazione in alcuni mezzi, in alcune tradizioni, in alcune attività, che vengono così assolutizzati, perdendo di vista il fine, che è l’annuncio del Vangelo.

La pastorale è fatta di opportunità, finestre, occasioni che vanno accolte perché nella relazione con le persone avvenga l’annuncio del Vangelo e la fede nel cuore delle persone possa crescere e maturare. E allora tutto torna utile e importante, tutti gli eventi, gli incontri, le feste, le case da ristrutturare o i risparmi da investire, ammesso che ci siano: sono tutti strumenti per raggiungere quel fine, tutte occasioni perché lo Spirito possa attivarsi nel cuore delle persone e farle crescere nella loro vita e nell’incontro con il Signore risorto. E allora anche la comunità diventa più allegra e gioiosa: meno presa dalle lamentele, “perché non c’è più nessuno che si impegni”; meno concentrata sul passato, sui ricordi di una volta, “quando si faceva questo e quello”; più impegnata a cogliere il bene che il Signore fa nel cuore delle persone; più protesa ad incontrare fare festa e testimoniare la gioia del Vangelo, a vivere l’amore per il Signore.  “Se mi amaste”, dice Gesù, “vi rallegrereste che io vado al Padre!”.

Una Chiesa che invia e festeggia

 

Cosa significa che Gesù è stato glorificato proprio mentre viene tradito da Giuda? Significa che si sta compiendo quel disegno per il quale Gesù verrà innalzato da terra, ossia crocifisso, e attraverso questo innalzamento potrà attirare tutti quanti a sé. È la gloria della missione che viene compiuta, ossia di una attrazione universale che Gesù risorto realizza, con l’onnipotenza del suo amore. Un’ universalità estensiva, perché rivolta a tutti gli uomini, ma anche intensiva, perché agisce dentro l’esperienza del tradimento di Giuda. Gesù gli dà un boccone e accompagna questo gesto di intimità con le parole: “quello che vuoi fare, fallo subito”. In questo modo Gesù sta dicendo che non è più Giuda a tradirlo ma lui a consegnarsi a Giuda nel suo tradimento. Non evita il tradimento, il rinnegamento, l’abbandono, la fragilità dell’uomo, ma li include nella sua consegna d’amore, in modo da trasformarli dal di dentro, farli diventare luoghi di possibile incontro con il suo amore.  L’universalità dell’amore di Gesù, estensiva ed intensiva, genera una certa immagine di Chiesa, in cui si vive la potenza di questo amore e ci si sente sospinti da esso: fino ai confini del mondo, perché il suo amore è universale nell’estensione e senza limiti e restrizioni interiori, perché il suo perdono e la sua grazia sono sempre costantemente attivi in noi.

Mi piace guardare attraverso questa lente dell’amore estensivo e intensivo di Gesù il racconto degli atti degli Apostoli che abbiamo appena letto nella prima lettura. Vi si dice che Paolo e Barnaba tornarono ad Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per tutto quello che avevano compiuto e che raccontarono come il Signore avesse aperto ai pagani la porta della fede. I due discepoli si sentono inviati da una comunità e tornano ad essa raccontando ciò che il Signore ha fatto. Cioè sentono l’amore di Dio nella comunità che li ha inviati e nei frutti che hanno raccolto e che necessitano di essere raccontati.  Ci capita spesso di considerare le cose che facciamo, anche per gli altri anche nella comunità cristiana, in una dimensione esclusivamente individuale: finché mi piace, finché mi gratifica, finché ho tempo, lo faccio. Oppure, viceversa, ci sentiamo prestatori d’opera, eseguiamo quella funzione perché c’è bisogno, perché siamo utili, e poi tutto finisce li. Facciamo fatica ad inserire il nostro contributo, piccolo o grande, nel quadro di un disegno d’amore di Dio per noi e per la comunità stessa. Subentrano stanchezze, frustrazioni, incomprensioni e tutta la motivazione e la gioia di impegnarsi possono vacillare. Ma se l’amore di Gesù è universalmente intensivo, ciò significa che noi abbiamo la possibilità di vincere tutto ciò che ci porta a scoraggiarci e, con la sua forza, perseverare nel servizio. Anche Paolo e Barnaba hanno avuto enormi difficoltà in quel viaggio, ma la grazia di Dio è sempre stata in grado di prevalere, in modi spesso imprevedibili e improvvisi, perché il senso di quella missione andava oltre le loro persone.

Inoltre questa comunità di Antiochia non ha avuto paura di dare i suoi uomini migliori per una missione che doveva oltrepassare i confini territoriali e giungere con Paolo fino ai confini del mondo. I missionari partono, fondano nuove comunità e mettono responsabili in ogni comunità dove sono passati.  La comunità di Antiochia ha potuto affidare Paolo e Barnaba alla grazia di Dio, perché ha una fiducia profonda nell’amore universale che Gesù ha messo nella storia e che opera con la potenza dello Spirito Santo. Quanto siamo lontani da questa mentalità: noi le persone, specialmente se sono bravine, ce le teniamo strette, perché abbiamo una cronica carenza di risorse e non pensiamo quasi mai a ciò che c’è al di là dei confini un po’ ristretti delle nostre attività pastorali. Dovremmo invece inviare i nostri nel mondo, che chiede uomini e donne qualificate, che sappiano fare bene e con onestà il loro lavoro e, se richiesti, siano in grado di testimoniare con semplicità e rispetto la propria fede. Dovremmo inviare le persone chiamate al servizio dei più poveri e dei giovani, perché non abbiano paura di aiutare, educare, accompagnare nella fede.  Dovremmo inviare le persone nella politica che aspetta testimoni coerenti, competenti, prudenti, liberi, guidati non dall’ambizione personale, ma dalla passione per l’umano, specialmente il più debole e sfortunato.

Infine Paolo e Barnaba riferirono alla Chiesa tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e la comunità è in grado di fare festa con il racconto e la testimonianza dei missionari. Questo è il vero senso della nostra festa, celebrare i nostri percorsi, difficili e impegnativi ma sempre accompagnati dalla grazia, e raccontarceli reciprocamente, perché possiamo lodare e ringraziare Dio di tutte le cose belle che fa nella nostra vita e nella nostra comunità.

 

Lettura popolare VI Pasqua Anno C

Lettura popolare VI Pasqua Anno C

 

 

Gv 14,23-29

Il dono del Paraclito

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”   ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La solenne affermazione di Gesù al v. 23 costituisce a riposta di Gesù ad una domanda del discepolo Giuda, non l’iscariota (v. 22, escluso dalle scelte della redazione liturgica): «Signore, come avviene che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Il dubbio del discepolo nasce dal contrasto esistente tra l’esperienza della passione, pubblica e universale, e quella della resurrezione, limitata ad un piccolo gruppo di testimoni. Gesù risponde affermando che la sua manifestazione non avviene attraverso una comparsa inequivocabile e spettacolare, magari alla fine del mondo, ma nel presente della fede dei suoi discepoli. La venuta di Gesù è quella che accade nel cuore di colui che lo ama e osserva la sua parola (v. 23), ossia che prolunga in tutta la sua vita quell’amore gratuito e originario che riceve da Dio. Questi è il vero discepolo di Gesù, è colui nel cui cuore si stabilisce il tempio spirituale, la dimora eterna del Padre (cfr. Ez 37,26-27; Zc 2,14).

Come può il lettore del Vangelo di Giovanni, invitato a divenire discepolo di Gesù, osservare la Sua parola se Egli non è più presente fisicamente con lui (v. 25)? Solo grazie all’invio dello Spirito paraclito che ricorderà tutte le parole di Gesù fino al termine della sua vita pubblica (12,36). Egli infatti è «colui che è chiamato a stare presso» (trad. letterale del termine  «paraclito») i  suoi discepoli per insegnare e far ricordare. Si tratta di due verbi di cui il secondo (far ricordare) serve a chiarire il precedente (insegnare). L’insegnamento del paraclito implica il riferimento alla parola di Gesù, intesa non solo come annuncio orale, ma come l’intera rivelazione che è costituita della sua vita, morte e resurrezione. Il mistero pasquale è precisamente quella verità tutta intera in cui lo Spirito ha il compito di introdurre il discepolo (cf. 16,13), così da renderlo in grado di interpretare in modo nuovo le parole di Gesù (2,21-22).

Lo Spirito non può che condurre a Gesù, dal momento che è stato inviato dal quello stesso Padre che ha inviato suo Figlio (v. 26; cf. 24), più grande di lui unicamente nel senso che è lui ad inviarlo (v. 28 cf. 13,16). La gioia e la pace del discepolo consistono nel sentire che tutta la rivelazione di Cristo, racchiusa dai verbi andare e ritornare (andare = mistero pasquale e ritornare = venuta alla fine dei tempi v. 28) dipende dal Padre e dalla sua infinita e sovrana magnanimità. Il Padre infatti è per eccellenza colui che ama (cf. v. 23; 15,9) e che invia (v. 24.26), ossia che dona senza riserve la comunione con sé (v. 23).

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)      I miei timori e le mie paure nel cammino della fede

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 14,23-29 (10 minuti)

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

 

  •  Qual è il contesto geografico e temporale del racconto evangelico?

Siamo nel lungo discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima di partire. La sua partenza è infatti imminente (cf. v. 25.28) ed egli intende rassicurarli, cacciare il loro turbamento e dare loro la pace (v.27):egli infatti ritorna nella fede dei suoi discepoli. Percepisco la pace che solo il Signore mi può dare?

  • Chi sono i personaggi, cosa dicono/fanno?

I personaggi sono Gesù, i discepoli, tra cui Giuda (v.22), il Padre e il Paraclito.

-La rivelazione di Gesù si manifesta ai discepoli e non in modo spettacolare a tutto il mondo: quali pretese nutro nei confronti del cammino delle persone e dei frutti visibili del Vangelo?

-Gesù afferma: «se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola». Si tratta di un ascolto attivo, di un essere discepoli. Mi ritengo discepolo di Gesù? Come vivo l’adesione alla Sua Parola nella mia vita?

-Il Padre è colui che ama e insieme al Figlio prende dimora nel credente. Come preparo il mio cuore e la mia interiorità ad essere luogo accogliente per ospitare la presenza di Dio?

-il Paraclito vi insegnerà e ricorderà tutto ciò che vi ho detto. Cerco e invoco lo Spirito Santo? Come ne seguo gli impulsi, nelle decisioni concrete della mia vita?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

Il Padre è colui che ama e invia il Figlio e lo Spirito Santo, per la fede del credente (v. 29). Come vivo il mio rapporto con il Padre? Quali difficoltà, dubbi o punti di forza?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min).

Paure e sicurezza: la rivoluzione del buon pastore

 

 

Cultura e civiltà di oggi sono contrassegnate da due caratteristiche, purtroppo negative: la solitudine e la paura. L’uomo oggi è solo, perché isolato, chiuso nella sua casa e nelle sue agende complesse. Pensiamo di essere interconnessi tramite i social, ma rischiamo invece di isolarci maggiormente. A tale isolamento si associa una percezione di minore collegamento, minore forza sociale, minore rete di valori condivisi e quindi una maggiore paura verso tutto ciò che percepiamo come esterno a noi e potenzialmente pericoloso.  Se questa è la condizione ammalata del nostro popolo, Gesù buon pastore è in grado di guarirla profondamente, attraverso un’operazione chirurgica in tre passaggi. Una conoscenza intima che guarisce la solitudine; una trasformazione personale che converte i pensieri e gli atteggiamenti nella fiducia; una trasformazione sociale contro la paura.

 

Li descriviamo brevemente con ordine.

 

  1. Io le conosco ed esse mi seguono, dice Gesù. Si tratta di una conoscenza intima ed esistenziale. Prima ancora di chiedermi se e come conosco Gesù, io sono conosciuto da lui, in tutti i miei aspetti e qualità, positivi e negativi.

Anzi lui solo, il suo sguardo, è in grado di penetrare anche nelle nostre ombre, nei nostri punti oscuri e difficoltà, per trasformarli in un’opportunità di amore: amore suo per noi, che diventa amore e stima nei confronti di noi stessi. È una straordinaria occasione che non possiamo perdere: lasciarci abbracciare, amare e stimare dal suo sguardo, perché ogni giorno la nostra persona possa fiorire in Lui.

 

  1. Allora questa conoscenza intima innesca una trasformazione integrale della persona. Sì, “perché le pecore”, come si esprime Gesù, “ascoltano la mia voce”. Cosa significa ascoltare? Il verbo greco ha un sottofondo semitico, per cui non significa solo compiere un atto di concentrazione mentale, ma coinvolgere tutta la persona attraverso la propria disposizione ad essere e ad agire. Per noi discepoli questo significa chiederci ogni giorno come leggiamo il vangelo. Esso entra nel mio modo di pensare ed agire oppure rimane solo un rifugio consolatorio, che non incide nei miei comportamenti reali? Il Vangelo mi aiuta ad aprirmi alla realtà delle altre persone, con pazienza e fiducia, nel lavoro come in famiglia? Mi lascio criticare dal Vangelo per le mie tendenze egoistiche, per le continue contrattazioni, che mi portano a cercare il mio vantaggio personale? Per le paure chi mi chiudono all’altro, specialmente se la difficoltà dell’altro potrebbe anche solo distrarmi dalle mie preoccupazioni? Questa critica e trasformazione degli atteggiamenti è sorretta da una fiducia di fondo. Dice Gesù che “le pecore non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”. Questa fiducia e questo abbandono delle pecorelle nella mano di Gesù sono fondate nel fatto che la potenza del Padre, la sua mano, il suo agire, è sempre in perfetta comunione con quello di Gesù buon pastore. Egli ha dato la vita per noi, e per questo motivo siamo al sicuro.

 

  1. Ora tale atteggiamento di fiducia di fronte alla vita porta degli effetti concreti, sociali. La maggior parte dei problemi che oggi viviamo nella società sono amplificati dall’ansia e dalla paura. Pensiamo solamente a quanti soldi lo stato spende per posti di blocco e controlli, spesso quasi solo con una funzione simbolica, di rassicurazione della gente. Pensiamo ancora al possesso delle armi in casa e a quanto la questione del “turbamento emotivo” diventi oggi norma di legge. Di fronte a tutto questo noi sappiamo che la paura, anche se c’è, si può vincere e che tale vittoria è la migliore difesa contro terrorismo e criminalità, che intendono favorire una società chiusa e impaurita.

Se il buon pastore infatti ha dato la vita per noi e nulla potrà mai separarci da lui, noi abbiamo i migliori anticorpi contro la malattia della paura! Chiediamo a Maria che interceda per noi cristiani perché possiamo testimoniare fiducia e speranza, ed essere come lievito positivo che fa fermentare la massa della società.

Lettura popolare V Pasqua Anno C

Lettura popolare V Pasqua Anno C

Gv 13,31-35

Il comandamento dell’amore

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”   ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù ha appena intinto un boccone e l’ha dato a Giuda, intimandogli di fare subito ciò che deve (13, 26-29). Giuda se ne è andato di notte a tradire il suo maestro (v. 30).  Ormai è giunta l’ora della morte di Gesù che egli ha già descritto come l’ora della sua glorificazione (12,23.28) in cui Gesù sarà innalzato da terra sulla croce, per attirare tutti a sé (12,32-33), avendo vinto definitivamente il principe di questo mondo, Satana (12,31).  Si comprende quindi l’affermazione di esultanza di Gesù a riguardo di quest’ora: “Ora è stato glorificato il figlio dell’uomo e Dio si è glorificato in lui”. Con il tradimento di Giuda inizia a compiersi il mistero della risalita del Figlio dell’uomo al Padre (3,13-14; 6,62) e questo ritorno è definito come una glorificazione non solo del Figlio dell’uomo, ma anche di Dio Padre in lui (vv. 31-32). È Dio Padre, sorgente ultima di ogni agire e di ogni essere, che manifesta la sua gloria nel figlio dell’uomo (v. 32) elevato sulla croce. Ci dovremmo chiedere tuttavia in che senso la croce costituisce una gloria più grande di quella che già il Figlio possiede da sempre con il Padre. La differenza che la croce determina dal punto di vista della glorificazione del Figlio e del Padre è costituita dalla partecipazione di tutti i credenti, attraverso il Figlio alla vita stessa di Dio. Infatti con la croce del Figlio dell’uomo Dio ha deciso di manifestare la sua gloria agli uomini e di attirarli definitivamente alla comunione con sé (12,32). La comunione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro è dunque l’ultima e definitiva manifestazione della gloria e ciò sta per accadere dal momento che si compirà con l’elevazione di Gesù in croce («subito»).

Ora Gesù sta per andarsene e il muro costituito dalla morte costituirà un’innegabile separazione dal mondo e dai discepoli (cf. 7,33;8,21). Essi non possono capire per ora, come già i Giudei, dove egli ritorna, perché non sono in grado di seguirlo. Tuttavia, come un patriarca (cf. Gn 50,24) Gesù vuole lasciare ai discepoli il suo testamento, nella forma di un dono che li renderà capaci di vivere come lui ha vissuto.

Il nuovo comandamento che Gesù dona mentre sta per andarsene e ritornare al Padre con la sua morte, è l’amore reciproco nella forma in cui Gesù lo manifesta sulla croce. È nuovo perché, come la nuova alleanza in Geremia (Ger 31,31-34), il comandamento non è scritto solo esternamente ma proprio nell’intimo del cuore. Dunque non si tratta di un’imitazione esterna di Gesù da parte dei discepoli, che con le loro forze non potrebbero fare nulla, ma di una potenza che verrà loro donata intimamente e che li renderà capaci di vivere come Gesù. Quello stesso amore con cui il Figlio ama i suoi discepoli, fino a morire per loro, rende infatti possibile la comunione dei discepoli di Gesù tra di loro e costituisce un segno di riconoscimento per tutti gli uomini (vv. 34-35). La potenza della croce, di attirare tutti gli uomini a Dio, si manifesta ora grazie alla testimonianza d’amore dei discepoli, gli uni per gli altri. I rapporti di comunione e di amore all’interno della comunità cristiana dovrebbero essere il segno potente di una qualità di vita alta e straordinariamente diversa dalle logiche del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti) La comunità cristiana come luogo di relazioni sempre rinnovate dall’amore?

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 13,31-35 (10 minuti)

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

 

  •  Qual è il contesto geografico e temporale del racconto evangelico?

Siamo nel luogo della cena, dove Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli e ha appena consegnato il boccone intinto a Giuda, che è uscito per andare a tradirlo. Era notte, la notte del tradimento, delle forze del male che sembrano soverchiare il bene. Qui Gesù parla di gloria e di amore. Come leggo le delusioni che il tradimento della fiducia e dell’amicizia hanno provocato in me?

 

  • Chi sono i personaggi, cosa dicono/fanno?

I personaggi sono due, Gesù e i discepoli. È Gesù a parlare.

ora è stato glorificato il figlio dell’uomo. L’attore di questa gloria è Dio Padre ed accade proprio ora al momento del tradimento. Credo nella potenza dell’amore del Padre, in grado di vincere ogni tenebra presente nel cuore dell’uomo?

-Dio si glorificherà in lui. Il verbo glorificare ha qui una sfumatura riflessiva (si glorificherà). Infatti la gloria del Figlio è simultaneamente la gloria del Padre. Sono in comunione con Gesù, fino al punto di avvertire il mistero santo della gloria di Dio nella croce? C’è ancora qualcosa che mi spaventa e mi respinge in questo mistero?

Figlioli, ancora per poco sono con voi. Dove io ritorno voi non potete venire. Quali distacchi dolorosi ho vissuto nella mia vita? Sento la parola di Gesù come rivolta a me? Quale desiderio, nostalgia nell’incontro con lui?

-Vi do un comandamento nuovo. Quale novità nella mia vita e nel mio cuore per l’incontro con Gesù?

-Amatevi gli uni gli altri, con l’amore con cui io vi ho amati. Sono consapevole che, dentro le mie fragilità e inconsistenze, agisce lo stesso amore che proviene dalla croce?

-Tutti conosceranno che siete miei discepoli. Come si manifesta la mia appartenenza a Lui?

 

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La Chiesa è il luogo dove l’amore consegnato da Gesù sulla croce è operante e rinnova profondamente i cuori e le relazioni. Come vivo e sperimento il mistero della Chiesa?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min).

Le quattro parole del cristiano adulto nella fede

 

Il cristiano adulto è l’uomo la cui fede è ormai solida, fondata. Possono passare tante cose nella vita, accadere tanti fatti, ma l’uomo è saldamente ancorato in Dio. Come una nave che ha una carena in grado di affondare diversi metri sotto l’acqua, per spostare il baricentro in fondo e reggere l’urto del mare mosso. Per giungere a questo punto il cristiano deve poter verificare nella sua vita la presenza di quattro parole: prova, ascolto, unità e attrazione. Proviamo a vederle un po’ una per una.

Prova: il cristiano è un “uomo provato”. Provato nella propria debolezza, come Pietro, che aveva rinnegato tre volte il suo maestro nel momento dell’angoscia. Provato per una pesca notturna andata male: si era esposto lui in prima persona, aveva convinto tutti gli altri a prendere il largo e a pescare…ed ecco che tutti sono stati condotti da lui al fallimento. Allo stesso modo può accadere anche a noi quando con onestà e generosità ci impegniamo, ci mettiamo la faccia, ma i frutti sembrano essere pochi.  Questa è l’esperienza della prova. Essa è inevitabile, nessuno ne è risparmiato. La tentazione più comune è quella di gettare la spugna, di scappare e ricominciare da un’altra parte, favorita oggi da una cultura del provvisorio, che preferisce aggirare gli ostacoli alle prime difficoltà, perché nulla varrebbe davvero la pena. Il cristiano adulto deve passare attraverso questa prova, starci dentro, con la perseveranza. Senza perseveranza non c’è fecondità.

Ascolto: Come perseverare? Ecco qui l’importanza dell’“ascolto”. Di fronte ad una mancanza di frutti, ci possono essere tanti aspetti da considerare. Sono da valutare gli obiettivi, forse sproporzionati; c’è da riflettere sui mezzi per ottenere degli obiettivi. Ma prima di tutto sono da focalizzare i propri desideri più profondi, più veri. Lì c’è la voce del Signore da ascoltare, che mi invita a gettare la rete dalla parte destra della barca. Può talvolta sembrare un invito paradossale e incomprensibile, come pescare di giorno, ma, se corrisponde ad un desiderio profondo e vero, vale la pena ascoltarlo. Poi verranno gli obiettivi e i mezzi conseguenti, che saranno continuamente da riformare: ciò che rimane però sempre salda e mi dà perseveranza è la struttura del mio desiderio e che si esplicita in un servizio reso all’uomo ogni giorno, nella famiglia, nel lavoro, nella società. Ecco il cristiano adulto.

Unità: quanto detto finora non è completo. Manca la dimensione comunitaria. Pietro tira la rete piena di 153 grossi pesci, che non si spezza. C’è un’unità che è dono di Dio e che passa attraverso un’istituzione, la Chiesa. Il cristiano sa che è inserito in una comunione più profonda delle divisioni, che è la comunità ecclesiale. Tante sensibilità diverse, tante prospettive diverse, tutte insieme nella Chiesa fanno unità se ciascuna si considera una parte del tutto e se non assolutizza il proprio “carisma” o semplicemente il proprio “punto di vista”. Il cristiano adulto sa gustare le differenze nella Chiesa e sa viverle dentro una dialettica intelligente e una ricerca di sintesi.

Attrazione: infine quando Pietro arriva da Gesù a portare i pesci trascinati nella sua rete, vede che ve ne sono altri già sulla brace.  Gesù li ha già trascinati, ben prima di Pietro, con la sua morte e resurrezione, perché egli trascina tutti a sé. Questo significa che i nostri “risultati visibili” sono sempre da considerare all’interno del primato della grazia, dell’amore di Dio, che opera anche oltre i confini visibili della Chiesa. È come un fiume carsico. Voi vedete in superfice un letto prosciugato, specialmente in estate. Ma quant’acqua scorre in profondità? Essa è in grado di dissetare tutto il paese. Il cristiano adulto ha una fiducia incrollabile nel potere di attrazione della resurrezione di Cristo, che agisce in modo perlopiù sotterraneo.

Chiediamo al Signore risorto che ci aiuti ad aver sempre più fiducia in Lui, nella potenza della sua grazia che opera nel cuore di ogni uomo, senza eccezioni!