La preghiera non è una tecnica

 

 

 

 

 

Meditare…se digito questa parola su google mi vengono fuori tanti siti dove si propongono tecniche, che comportano il rilassamento corporeo, il benessere psicofisico, lo yoga e alcuni riferimenti alle religioni orientali. Alcune tradizioni orientali ci aiutano a capire meglio l’importanza del corpo anche per la concentrazione e la preghiera. Tuttavia la preghiera per noi cristiani non è una tecnica ma una relazione, un rapporto personale.

Questo è anche ciò che ha affascinato i discepoli di Gesù, quando erano con lui, in disparte, mentre lui pregava. Essi erano come avvolti dalle energie d’amore che sprigionavano dal mistero della preghiera di Gesù, dal suo modo del tutto unico e particolare di rivolgersi al Padre, con un’intimità sconvolgente e paradossale. Non erano stati abituati a rivolgersi in questo modo al Dio di Israele, nelle liturgie della sinagoga, dove si ascoltava la Parola di Dio e il commento dei rabbi, perché nessuno entrava mai in un contatto così diretto, così immediato con il Signore Dio.
I suoi discepoli sono rimasti colpiti, anche per il fatto che se la preghiera sinagogale era un precetto, una norma a cui tutto il popolo doveva obbedire, invece questo modo del tutto personale di Gesù di rivolgersi a Dio era piuttosto il frutto di un desiderio. Il desiderio di un figlio di chiedere al padre, di abbandonarsi a lui, di fidarsi e affidarsi, di sentirsi amato, riconosciuto, stimato, abbracciato.
La preghiera di Gesù è frutto del desiderio. Ogni figlio è frutto del desiderio dei suoi genitori, e il desiderio porta il figlio a rivolgersi continuamente a loro, come ad un porto sicuro e felice. In modo analogo il desiderio del padre genera il figlio e i figlio si rivolge continuamente al padre per mezzo dello stesso desiderio, che ha un nome preciso: lo spirito santo. Gesù, nella sua umanità, ha manifestato il mistero di essere figlio proprio nella sua preghiera, in cui ha sempre cercato di entrare nell’amore e nella volontà del Padre suo. Era anzitutto una preghiera di richiesta, di domanda, di supplica. Anche il Padre Nostro, il modello della preghiera che Gesù ci ha insegnato, è costituito da una serie di richieste: richiesta del pane, cioè di tutto ciò che alimenta la nostra vita fisica, psicologica, spirituale e la rende una vita felice. Richiesta del perdono. Richiesta del sostegno nella tentazione. Richiesta che venga il suo regno di pace e che il suo nome, cioè la sua potenza di misericordia e di amore si manifesti al mondo.

Spesso disprezziamo la preghiera di richiesta, come se non dovessimo mai chiedere ma solo ringraziare. Questo è sbagliato, è frutto di un segreto orgoglio dentro al nostro cuore. La preghiera cristiana è anzitutto preghiera di richiesta, supplica, come tanti salmi, che sono la scuola di preghiera più completa e più ricca. Tutti i nostri bisogni, desideri, aspirazioni, prospettive e scelte per il futuro costituiscono la materia della preghiera di richiesta. Essa si concentra sulle relazioni, sulla necessità del perdono, della riconciliazione, dell’amicizia, in particolare nella comunità cristiana: quanto abbiamo bisogno di chiedere il perdono e la comunione tra di noi!
È naturale che chi chiede, lo fa perché sa di essere esaudito, in un modo che solo il Signore conosce, ma ne ha la certezza, perché si abbondona all’infinita potenza dell’amore di Dio. È così allora che il cuore, aprendosi e sperimentando tale potenza, diviene capace di passare, in un attimo, dalla supplica alla lode, per unirsi sempre più al Signore e contemplarlo presente nella mia vita. Questo lo si può fare bene nell’adorazione, dove tutte le nostre parole terminano nel silenzio pieno di Dio.

Infine una preghiera molto bella e importante che la Bibbia ci insegna è l’intercessione, come quella di Abramo. È un affidare al padre le persone e le situazioni che ci stanno a cuore. Anche le notizie terribili che ascoltiamo al telegiornale possono essere trasformate in preghiera di intercessione, che ci aiuta a sconfiggere la paura e la curiosità morbosa di sapere. Essa è anche un’offerta delle proprie sofferenze e fatiche, perché si trasformino in un’energia d’amore a favore di altri, che il Signore stesso usa come vuole. Soprattutto chi è anziano può vivere questa offerta quotidiana dei propri dolori e limitazioni fisiche, per il mondo intero, sperimentando un modo nuovo, più profondo e interiore, di vivere per gli altri.

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Vedi Napoli e poi muori…

Ogni angolo è uno strato di storia che emerge e dialoga con il presente.

Dal barocco maestoso del Gesù nuovo al silenzioso e austero romanico di S. Chiara, fino a giungere, ancora più indietro nella storia alla basilica di San Giovanni maggiore, il cui abside paleocristiano è tuttora ben visibile.

Le varie epoche storiche di sovrappongono e si mescolano, come accade a san Gregorio Armeno, dove un rivestimento ricco e dorato del barocco riempie un complesso risalente al VII secolo. Ancor più radicalmente il complesso monumentale di San Lorenzo mostra le varie età di Napoli, dalla muratura greca e romana alle ricostruzioni medievali, alla basilica sei-settecentesca.

Svevi, Angiò e Borboni hanno lasciato le loro traccie, insieme ai vari ordini religiosi, coi loro santi, Domenicani, Francescani, Gesuiti ecc…

Non si tratta di una ricchezza del passato: tutto a Napoli dialoga con un presente ricco e vitale. Penso soprattutto agli studenti universitari che ho incontrato nella sede centrale dell’università Federico II. Mi è parso di scorgere una potenzialità enorme di futuro in questi giovani vocianti, tra un corridoio e l’altro.

La potenza del Vangelo, che oggi non è diminuita, troverà qualcuno disponibile ad annunciarlo, nel dialogo con questi ragazzi? Sapranno coltivare con responsabilità le competenze che acquisiscono, per il bene della società e non per gli interessi di qualcuno?

La resilienza a Scampia e non solo…

 

Ieri e oggi ho fatto un po’ di attività coi bambini di Scampia, assieme ad un gruppo di giovanissimi e giovani di una parrocchia di Monza.

Li siamo passati a prendere al Lotto P, detto dei Puffi. Io ho avvisato una mamma che saremmo andati alla Villa (il parco comunale). “Riportatemelo qua” mi ha risposto perentoriamente.

Il bambino, Carmine, di 5 anni, vivacissimo, in un quarto d’ora è riuscito a litigare con altri tre bambini: minaccioso e per nulla impaurito li affrontava con aria di sfida.

La stessa aria che un gruppo di sette bambini, capitanati da Ciro, mostravano nei confronti di altri tre bambini, che non erano del nostro gruppo ma erano colpevoli di averci incrociato in senso opposto (e forse di averli provocati con lo sguardo). I nostri magnifici sette li hanno inseguiti e raggiunti in men che non si dica, ignorando completamente i richiami degli adulti. La scaramuccia è terminata con qualche mala parola scagliata ai tre, che non hanno replicato.

“Perché avete fatto questo?”, chiedo a Ciro”eh quelli gridano da lontano ma da vicino stanno zitti!!!”.

Abbiamo giocato un po’ a calcio. Nel pomeriggio il campo era occupato dai più grandi ma Ciro non ha avuto paura di occuparlo e sfidarli. Alla fine se ne è dovuto andare, ma, per la rabbia,  ha trascinato altri suoi amici e sono scappati via”. Inutili i richiami degli “educatori”.

Questi comportamenti sono una chiara imitazione degli adulti, della legge del più forte imparata col latte materno, di una società adulta in cui domina la prepotenza e chi è in grado di incutere un maggiore timore.

In tutto questo è lodevole l’impegno dei gesuiti e di altre realtà con loro, che si impegnano ogni giorno a creare occasioni formative e sociali, ad invitare giovani e adulti a fare attività. È un segno, forse piccolo, ma sicuramente importante anche per le famiglie di Scampia.

Qualcuno ha già fatto crescere nel proprio cuore il seme di questo annuncio evangelico. Altri semi sono destinati a portar frutto in futuro, secondo i tempi di Dio.

“La sua caratteristica più importante era la resilienza” mi ha detto Daniele, gesuita, riferendosi a Fabrizio Valletti, il fondatore del centro Hurtado.

Resilienza è la capacità di ripartire ogni volta, quando la scorza della realtà sembra troppo dura per essere scalfita.

Il punto di vista di Dio

Se dovessimo scrivere un racconto della nostra vita, ci metteremmo i successi e le cose che ci rendono importanti di fronte agli altri.

Non è questo il modo con cui Dio scrive la Sua storia. Il suo punto di vista è quello dell’uomo mezzo morto sul ciglio della strada. Solo lui può vedere quello che i passanti fanno, vedendo e andando oltre. Solo lui può conoscere le azioni del buon samaritano, che gli si avvicina, e si prende cura di lui.

Solo lui può apprezzare lo sguardo di tenerezza di colui che si è messo nei suoi panni. È la tenerezza che parte dalle viscere profonde dell’amore, che sa vedere in ogni uomo un piccolo bambino bisognoso di tutto, e soprattutto desideroso che le sue ferite vengano curate e guarite.

Un bambino che si muove su un triciclo, in una strada sgangherata, piena di rifiuti, e ha bisogno di stima e incoraggiamento.

 

Museo di Capodimonte

Questa foto mostra il panorama che si osserva dal giardino reale di Capodimonte. Si nota il porto di Napoli e le diverse cupole delle Chiese del centro città.

Con un amico biblista che insegna alla facoltà teologica di Napoli abbiamo fatto una bella passeggiata, visitando anche il museo di Capodimonte e la mostra del Caravaggio installata in questi giorni, aperta al pubblico. È il Caravaggio maturo, quello del periodo napoletano, venato da una sfumatura drammatica, come nella celebre flagellazione di Cristo.

Un’attrice vestita con i costumi dell’epoca ci ha portato dentro l’ambiente di corte di Carlo e Federico, sovrani Borboni che hanno costruito e abitato la residenza.

Un pizzico di nostalgia traspariva dalle parole dell’attrice, come se davvero il popolo napoletano, con la fine dei Borboni, abbia perso qualcosa della sua gloria.

Tornando a Scampia osservavo le Vele e i palazzi e ho compreso: la borghesia napoletana ha voluto Scampia, dopo i terremoti, per isolare la massa e impedire ad essa di disturbare il Vomero, il quartiere dei ricchi.

Senza servizi. O meglio solo con quelli necessari alla sopravvivenza, perché non uscissero da li. Perché si autogovernassero, in mano alla camorra, o meglio si autodistruggessero.

Un esperimento da campo di concentramento.  Che tuttavia ha generato, insieme a criminalità e sottosviluppo, anche realtà sociali di servizio e voglia di riscatto.

 

 

 

 

 

Scampia, campo rom

Ieri ho iniziato a lavorare al campo rom di Scampia.

Insieme con Michael, gesuita scolastico di Malta, abbiamo aiutato Mile, un “operaio edile” della comunità rom, a ricostruire la baracca di Biserca una donna di 32 anni con 5 figli rimasta sola e che sta dormendo da due settimane all’addiaccio.

Mentre aiutavo a montare finestre o lamiere del tetto, Biserca mi ha fatto vedere le foto del funerale del babbo. Poi abbiamo chiacchierato un po’ e ho fatto amicizia coi suoi figli e con altri bambini del campo.

Come si vede dalla foto, le baracche si sviluppano sotto la sopraelevata dell’asse mediano e sono così più protette da pioggia e vento. L’elettricità è ottenuta tramite dei fili che si collegano ai lampioni del viadotto, non più funzionanti. L’acqua è attinta dalle tubature dell’acquedotto che arrivano ad una scuola confinante.

Tutto intorno tanti rifiuti, che non provengono solo dai rom,  si accumulano paradossalmente proprio intorno ad un’isola ecologica con molti mezzi di trasporto dell’azienda pubblica per la nettezza urbana.

La vita di questa comunità rom sembra scorrere tranquilla, in mezzo a tanta precarietà. Eppure i problemi non mancano. I figli sono tanti e gli adulti sembrano non lavorare granché. Furti e accattonaggio costituiscono probabilmente  la fonte maggiore di introiti economici.

Qualche mese fa la casa di Biserca era andata in fumo. L’incendio è stato appiccato da esterni o da qualcuno nel campo rom?  Certamente le rivalità e i dispetti tra di loro non mancano, ma  l’odio alberga anche nel cuore dei parrocchiani: uno di loro, sapendo che saremmo andati ad aiutare nel campo ha detto: “portatevi un accendino e una buona tanica di benzina…”

Poi, vedendo il mio sgomento in faccia, si è messo a ridere: “Era solo una battuta”.

Proprio una bella battuta, buon uomo!