Lettura popolare I Avvento Anno A

 

Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà

Hands closed in prayer on an open bible

 

Lettura popolare I Avvento Anno A

 

 

Mt 24,37-44

La parusìa del figlio dell’uomo

Il messaggio nel contesto

 

Questo discorso di Gesù che leggiamo nella prima domenica di Avvento è parte di un più ampio contesto, in cui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: «dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo (Mt 24,3b)».  Il cuore del messaggio di Gesù è l’attesa della sua venuta, la “parusìa”.  Egli è il risorto e nel tempo della storia è colui che guida il diffondersi del vangelo fino ai confini del mondo (24,14) mentre si diffondono segnali di distruzione (guerre, carestie e terremoti) ma che non sono ancora segno della fine (cfr. vv. 6-8). L’ora della fine è infatti sconosciuta (v. 36). Si tratta di qualcosa di improvviso, di cui gli uomini non si rendono conto, immersi come sono nei loro affari quotidiani, esattamente come era accaduto per la generazione di Noè (v. 37).  In superficie tutto sembra scorrere secondo l’ordinarietà più tranquilla: la vita continua attraverso le routine quotidiane del mangiare e bere e la formazione di nuove famiglie (v. 38). L’apparenza di una vita che continua nella sua autonomia sembra costituire una buona motivazione per non porsi troppe domande sul senso delle cose e su Dio.  Tuttavia il giudizio è già in atto, un giudizio che riguarda le azioni degli uomini e il loro orientamento al vero e al bene e che improvvisamente viene manifestato attraverso il diluvio (cfr. 1Ts 5,1-11). Perchè il diluvio? Perché solo la distruzione di ciò in cui l’uomo confida gli consente di rendersi conto che la verità della sua esistenza non risiede in sé stesso e nella superfice della sua esistenza, ma in Dio (vv.40-42). Vegliare (v.42) significa mantenere costantemente questa consapevolezza, che l’esistente è provvisorio. Poiché l’ora della venuta del figlio dell’uomo è sconosciuta, si deve vivere nella costante attesa del suo ritorno (v. 44). Se per coloro che non l’aspettano il figlio dell’uomo viene come un ladro, nella prospettiva del giudizio (v. 43, cf. Ap 3,3), invece per coloro che l’aspettano l’incontro sarà fonte di gioia e di pace (cf. Ap 3,20).

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 24,37-44.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 24,37-44 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo simbolo del culto e della storia di Israele. L’intero discorso di Gesù ruota intorno a questo simbolo e alla sua comprensione. La distruzione del tempio prevista da Gesù indica più in generale il venir meno dei punti fermi in cui l’umanità confida.  Quali i punti fermi illusori sono quelli in cui oggi confidiamo?

 

  • Quale rivelazione?

Non se ne resero conto finchè non venne il diluvio: la nostra generazione vive come ai tempi di Noè: fa tutto quello che riguarda la vita (bere, mangiare, prendere moglie e marito) senza rendersi conto del tempo in cui vive. Quale visione ho della vita? Sono unicamente occupato da ciò che mio riguarda giorno per giorno o riesco ad avere uno sguardo più ampio?

Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora: cosa significa per me vegliare? Penso di avere in mano il mio destino o mi lascio coinvolgere da un disegno più grande che è quello di Dio?

il ladro viene: il figlio dell’uomo, che è Gesù, viene per me come un ladro o come un ospite atteso?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Il pesce piccolo vince il drago (Omelia Cristo re dell’universo, Anno C)

 

I primi cristiani usavano simbolizzare la loro fede con un’immagine: quella del pesce. In greco pesce si dice ICHTHUS, che è la formula acrostica di Iesus Christhos Theou Uios Soter, Gesù Cristo Figlio di Dio salvatore. Essi nelle catacombe contrassegnavano i loro defunti con il pesce, per indicare la loro appartenenza a Cristo, nel tempo dell’impero romano, in cui essere cristiani non era un fatto pubblico e nessuno poteva ostentarlo di fronte agli altri, ammesso che il farlo sia di per se stesso un bene.  L’immagine del piccolo pesce si contrappone nelle catacombe a quella del drago che inghiotte Giona.  Se il drago indica la violenza della morte, ossia di chi per avere la pace prepara la guerra, il piccolo pesce indica la vita del vangelo, ben più forte della morte. Con il tempo il pesce piccolo ha ingoiato il pesce grande e il vangelo ha potuto unire gli uomini ben più dell’impero romano. La regalità di Cristo ha cambiato la storia più degli imperatori.

Attraverso il pesce i primi cristiani indicavano quindi ciò che oggi intendiamo quando parliamo di Cristo re dell’universo, ossia una regalità che non obbedisce ad una logica di potere che si fonda sulla violenza e sull’esclusione, ma ad un potere più alto e onnipotente, quello dell’amore, che costituisce la più radicale offerta di pace e unità per ogni uomo, di ogni cultura, lingua, popolo, religione. Gli evangelisti ci mostrano narrativamente questo potere dell’amore, contrapposto al potere della violenza, in particolare nei racconti della passione di Gesù, dove si scontrano due punti di vista, quello degli attori umani intorno alla croce, e quello paradossale di Dio. Lo possiamo vedere ad esempio nel racconto lucano, che abbiamo ascoltato.  Da un lato il popolo vede e il suo sguardo è contemplativo, cerca di capire.  I capi invece assumono un’interpretazione ben precisa: lo deridono, con l’accusa che viene rivolta nel Sal 22 dai nemici al giusto che soffre: se è l’eletto di Dio, perché non si può salvare? Se Dio è con lui, perché non interviene? Essi sono potenti e il loro punto di vista fa opinione, si diffonde, allarga, e viene fatto proprio da altri personaggi. Infatti la soldataglia romana gli porge aceto, forse come anestetico, ma anche per derisione e gli rivolge la stessa provocazione: se è re dei giudei, perché non si salva? Infine anche uno dei due malfattori, al grado più infimo della scala sociale, lo provoca allo stesso modo: “se sei il Cristo, salva te stesso e anche noi.” È la stessa identica interpretazione di tutti e tre i personaggi, dalla scala sociale più elevata a quella più bassa: l’innocenza di Gesù non lo scagiona affatto, anzi lo mette al di sotto di tutti, diventa colpevolezza, perché è un’innocenza inutile, non provoca nulla, non cambia le cose e non ha alcun potere dal punto di vista umano. Dal capo al malfattore concrocifisso, tutti possono sentirsi autorizzati ad essere superiori a lui, ad avere qualche potere in più, se non altro quello di prendere in giro una vittima. È la logica chiusa e implacabile del cerchio accusatorio, che crea vittime per scagionarsi.

Ma improvvisamente, proprio a partire dagli ultimi, avviene un ribaltamento del punto di vista, l’altro malfattore mostra di interpretare diversamente tutta la scena: egli vede nell’innocenza di Gesù non una condanna, ma un segno paradossale del Regno di Dio, una via d’amore. Egli esce miracolosamente, per un dono dello Spirito Santo, dal cerchio chiuso della logica vittimaria ed entra nell’umile riconoscimento del proprio peccato, di fronte ad un amore senza limiti. Gesù è venuto ad assumere e prendere su di sé il suo peccato e a morire con lui, per entrare con lui nel Regno di Dio.  Questa offerta d’amore è in grado di sconfiggere la logica del peccato che crea vittime, con una logica più alta e radicale, quella del perdono, che Gesù stesso grida sulla croce: “padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

 

Lettura popolare Cristo Re Anno C

 

 

 

Lettura popolare XXXIV TO Anno C Cristo Re

 

Lc 23,33-43

Cristo, re dell’universo

Il messaggio nel contesto

A differenza di Marco (cf. Mc 15,22-26), l’evangelista Luca descrive fin da subito e in primo piano la crocifissione di Gesù in mezzo ai due ladroni (cf. Lc 23,33-34) e aggiunge una parola di Gesù sulla croce, rivolta a suo Padre: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34a).  L’effetto è di mettere in risalto la missione di Gesù che, come pastore divino, è venuto a cercare, trovare e salvare ciò che era perduto, i malfattori, proprio condividendo la loro condizione di uomini senza legge (cf. Is 53,12 e Lc 19,10). La croce porta al culmine tutto il ministero di Gesù, teso a offrire la salvezza e il perdono dei peccati a tutti gli uomini, manifestando l’amore gratuito del Padre (cf. Lc 7,47). Il perdono che Gesù chiede al Padre sulla croce è motivato dall’ignoranza dell’uomo a riguardo del suo peccato e apre la possibilità di una futura conversione (cf. At 3,14-20; 4,12).   Denudato delle sue vesti, Gesù condivide la tremenda situazione dell’uomo incappato nei briganti, del giusto sofferente e vicino alla morte, sui cui panni si getta la sorte (cf. Lc 10,30; Sal 22,19), mentre tutti intorno lo guardano (v. 35; cf. Sal 22,18-19) e lo deridono (v. 35.36.39; cf. Sal 22,8-9), mettendo in ridicolo la salvezza da parte del Signore.  Tre personaggi in serie (capi v. 35; soldati v. 36-37; il malfattore crocifisso con lui v. 39), dall’alto al basso della scala sociale, ridicolizzano l’attribuzione regale e messianica del crocifisso. Essi tentano Gesù ad interpretare come autosalvezza la sua elezione da parte del Padre (cf. Lc 4,9-12): sarebbero disponibili a credere solo ad uno che è in grado di salvare se stesso, pur avendo mostrato di poter salvare gli altri (v. 35.39).  Ma Gesù, il vero re dei Giudei (v. 38) resiste a questa tentazione e proprio la sua fedeltà porta a compimento il disegno del Padre, la salvezza di tutti gli uomini. Improvvisamente infatti attorno alla croce la situazione si ribalta. Prende la parola l’altro malfattore, che dopo aver riconosciuto i suoi peccati davanti alla sofferenza innocente di Gesù, si rivolge direttamente a lui e lo supplica facendo appello alla sua qualità di messia, venuto a portare il Regno di Dio (vv. 40-42). Proprio la morte impotente e innocente di Gesù rivela che egli è il Cristo, l’eletto, il Re di un Regno radicalmente nuovo, che sta per essere instaurato. Gesù, con la sua risposta, mostra che questo Regno è già iniziato “oggi”, con la fede dell’uomo peccatore, che si pente e supplica colui che è vittima innocente dei nostri peccati (cf. v. 47-48). Il Paradiso consiste nello stare con Lui (v. 43), avendo riconosciuto la propria fragilità e debolezza.

 

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 23,33-43.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 23,33-43 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto?

Ci troviamo sul Golgota, dove Gesù viene crocifisso, in mezzo ai due ladroni. La posizione di Gesù indica una condivisione con l’umanità peccatrice e condannata alla morte. Sento la vicinanza di Gesù con tutti i sofferenti, umili e peccatori del mondo?

  • Chi sono i personaggi del racconto e cosa fanno?

Il popolo sta in piedi e guarda: quali sentimenti provo nel contemplare la scena? Paura, ribrezzo, distacco, commozione, dolore, consolazione?

-I capi lo prendono in giro, i soldati lo deridono e gli porgono aceto. La violenza morale è più forte di quella fisica: cosa penso a riguardo di un messia che non si difende?

  • Cosa dicono i personaggi?

I capi, i soldati e il cattivo ladrone provocano Gesù dicendo la stessa cosa, ossia invitandolo a salvarsi e quindi a manifestare la sua identità messianica. Come penso alla salvezza? Come un dono o il frutto della mia capacità?

Il buon ladrone invita Gesù a ricordarsi di lui. Chiedo al Signore di ricordare, ossia di rendere attuale la sua salvezza per me.

Gesù dice oggi sarai con me in paradiso. Qual è il mio oggi?

  • Quale rivelazione?

Il Dio rivelato da Gesù perdona e salva. Egli infatti chiede il perdono da parte del padre perché gli uomini non sanno quello che fanno. Sono consapevole del mio peccato? Come vivo la misericordia di Dio?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXXIII TO Anno C

Lettura popolare XXXIII TO Anno C

 
Lc 21,5-19
La fine del mondo
Il messaggio nel contesto
Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme e qui insegna al popolo di Israele come autentico profeta (v. 5). Egli annuncia quel che Geremia aveva già profetizzato per i suoi tempi, ossia la distruzione del tempio (cfr. Ger 26,1-6). Come aveva predetto in 19,44 riguardo a Gerusalemme, anche qui con una simile formulazione (non resterà pietra su pietra) avverte di non confidare su una bellezza esteriore, segno di una religiosità che indurisce il cuore piuttosto che disporlo ad incontrare Dio (vv. 5-6). Il popolo, stimolato dalla curiosità per un annuncio che evoca scenari apocalittici, chiede al maestro di esplicitare i segni che indicheranno questo avvenimento di distruzione (v. 7). Ma Gesù non risponde direttamente, limitandosi a prevenire quell’agitazione e quel turbamento che colgono gli uomini di fronte agli annunci di sventura. Le guerre, le rivolte non sono segni della fine del mondo e chi lo afferma finisce per fare il mestiere del falso profeta, che identifica il messia con sé stesso (8-9). Certo alla fine dei tempi ci saranno anche terremoti, carestie e pestilenze e segni grandi nel cielo (vv. 10-11), ma solo dopo che sarà trascorso il tempo della storia, caratterizzato dall’umile presenza dei profeti cristiani (v. 12).  A partire dal v. 12 infatti Gesù si rivolge più chiaramente ai suoi discepoli, descritti come profeti. Finchè ci sono loro a testimoniare Gesù con una sapienza ispirata (v. 15)  di fronte ai persecutori (vv. 12-13), la storia continuerà a svolgere il suo percorso nell’attesa del ritorno del messia. Sono loro che tengono in piedi il cosmo, finché il vangelo non sia arrivato fin ai confini del mondo con la loro testimonianza perseverante (v. 19 cf. At 1,8). Gesù stesso, signore della storia, donerà ai suoi lo Spirito Santo (v. 15) per renderli testimoni credibili della sua resurrezione (cfr. At 2, 1-4). Questo significa che il discepolo deve privarsi di mezzi umani che possano ostacolare l’opera di Dio attraverso lo Spirito Santo (v. 14) e fortificarsi contro le divisioni e i contrasti che possono sollevarsi anche all’interno delle famiglie (vv. 16-17).  Il discepolo avrà la forza della perseveranza, della costanza in mezzo alle avversità e proprio attraverso tale costanza egli porterà un frutto che rimane per sempre.

Per la lectio divina
Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 21,5-19.
Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

Per la lettura popolare
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

Ricordiamo la vita. (15 minuti)
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 21,5-19 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

Qual è il contesto spazio-temporale del racconto
Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo simbolo del culto e della storia di Israele. L’intero discorso di Gesù ruota intorno a questo simbolo e alla sua comprensione. Se il tempio di mattoni in cui confida Israele verrà distrutto, quale sarà il tempio del Signore, la sua presenza permanente nella storia?
Chi sono i personaggi del racconto e cosa dicono?
Gesù sta parlando alla folla, radunata davanti al tempio. Si tratta del popolo di Israele, simbolicamente rappresentato da questa folla. Tuttavia nel discorso di Gesù risuona già la preoccupazione per la comunità cristiana, nel tempo della storia, caratterizzato dalle rivolte e dalle persecuzioni. A partire dal v. 12 gli interlocutori sono chiaramente i suoi discepoli, che testimoniano la Sua presenza nella storia.
-Di quello che vedete, non resterà pietra su pietra. Quali strutture, sociali e pastorali, sono il nostro tempio? In che cosa io personalmente confido, senza accorgermi che si tratta di apparenza?
Quale rivelazione?
I discepoli di Gesù vivranno le persecuzioni ai loro danni come occasione per rendere testimonianza a Gesù. Egli è il Signore della storia e donerà loro parola e sapienza (la potenza dello Spirito Santo cfr. At 1, 8) per rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15). Tutto questo accadrà prima dei segni che caratterizzano la fine dei tempi (v. 11-12), dunque nel tempo della storia. È la comunità cristiana, testimonianza profetica nella storia, il vero tempio.
-Non preparate prima la vostra difesa. Ci sono ansie eccessive che io ho, nelle ostilità e fatiche, e che mi portano a confidare più in me stesso?
-Io vi darò parola e Sapienza. So confidare nella Parola di Dio?
-Sarete traditi. Come vivo l’incomprensione e il tradimento? Riesco a trasformarlo in un’ occasione di testimonianza?
– con la vostra perseveranza salverete la vostra vita. Dove mi è chiesta pazienza e perseveranza nel bene?
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Il granello di senape e i polmoni spirituali

 

 

 

Se prendiamo in mano un semino di senape, non potremmo mai immaginare, se non lo sapessimo prima, le potenzialità di quel seme, e come esso sia in grado di trasformarsi, cambiare e diventare un albero piuttosto grande, se viene seminato in terra.

 

Così siamo noi, quando moriamo, siamo seminati nella morte per raggiungere il cielo, come un grande albero che collega il cielo e la terra. D’altra parte che senso avrebbe la vita, se da essa non scaturisse una vita più piena? Tutta la nostra vita qui sulla terra è come un gigantesco grembo, in cui noi siamo custoditi per poi uscire alla Vita attraverso le doglie della morte, che è come un parto. Dopo il parto impariamo a respirare, come fanno i bimbi appena nati attraverso il pianto, e il nostro respiro sarà lo Spirito Santo, l’amore che unisce i figli di Dio al Padre.

 

E come il bambino già nella pancia della mamma si forma i polmoni, per poter respirare dopo, così anche nella nostra vita sulla terra ci formiamo i polmoni spirituali, che ci aiutano fin d’ora a vivere da figli di Dio e un giorno saranno la nostra dotazione più importante: non ci porteremo le proprietà e i beni, non ci porteremo le conoscenze e le capacità: ci porteremo soltanto i nostri polmoni spirituali che ci faranno respirare da Figli di Dio.

 

C’è gente che, vedendo solo le cose immediate e materiali, non è in grado di contemplare queste verità, perché vede il seme e non può immaginare l’albero. Gesù però è venuto a rivelarci in modo pieno e senza ambiguità il senso profondo del disegno di Dio contenuto nelle Scritture.

Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Questo significa, spiega Gesù, che Dio si presenta in relazione con noi uomini, con noi che viviamo. Dio è tale perché appartiene a coloro che vivono e dà la vita a tutti. Questo è il segreto dell’alleanza: Dio è il nostro Dio perché è per la nostra vita, e noi gli apparteniamo, siamo per lui. “Ciò significa”, dice Gesù, “che l’uomo non si definisce per avere o non avere una moglie o un marito.” Lo puoi avere se è la tua vocazione, se Dio ti chiama a vivere la tua vita così. L’uomo invece si definisce per il suo rapporto, per la sua appartenenza a Dio, solo questo lo riempie, lo completa, lo realizza totalmente come persona.

 

In una parola possiamo riassumere questo rapporto di appartenenza e di alleanza tra Dio e l’uomo, come un essere figli di Dio. “Vedete un po’”, dice Gesù, “voi sapete tante cose, conoscete il funzionamento della materia, il tempo dell’universo, le meraviglie della biologia e della vita…eppure non conoscete l’essenziale, che la Bibbia ci trasmette, che è l’amore di Dio. Esso è vita per sempre, senza fine, in durata e in intensità. La promessa fatta ad Abramo, di avere una discendenza numerosa come le stelle del cielo, è solo una figura di ciò che si compie in noi nella nostra vita e alla sua definitiva trasformazione: è il dono di una vita così grande, così bella, così piena, che non ci sarà più bisogno di nient’altro”.

 

Lo ha scoperto anche sant’Agostino, che dopo tanto tempo dedicato ad una ricerca affannosa e ansiosa della verità, avendola trovata nelle Scritture, afferma:

“il mio cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Lo hanno scoperto anche i tanti martiri, persone che, come i maccabei nella prima lettura, hanno preferito rimanere fedeli all’Amore, affrontando anche la morte, invece di rinnegarlo. Sapevano bene che l’Amore è vita che non può morire.

 

 

 

I puristi e la società divisa (Omelia XXI TO Anno C)

 

 

Noi siamo i puri, i senza peccato, gli altri hanno sbagliato e devono pagare. Ecco come alcuni si esprimono pubblicamente, salvo poi risultare anche loro dopo qualche tempo tutt’altro che puri.Nei nostri tempi troviamo giudizi duri, pronunciati da un tribunale senza appello, che è quello della comunicazione, della televisione, dei social, dei giornali.Questo poi alimenta il circolo vizioso del disprezzo, della condanna, dell’odio reciproco, che divide le persone, i cittadini, in bolle comunicative, ormai incapaci di dialogare, di parlarsi. Da una parte ci sarebbe solo il buono e dall’altra solo il cattivo. E ciò fa tutt’uno con una certa forma di idolatria, di culto del proprio capo, quello dei buoni.

Quanto è diverso il modo con cui Dio vede le cose e le persone e quanto dovremmo davvero imparare da lui un atteggiamento che potrebbe trasformare profondamente la nostra società divisa e litigiosa.Sentiamo un po’ questo passaggio del libro della Sapienza:

“Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,

Signore, amante della vita.

Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.

Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano

e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato”.

Se chi fa il duro e puro, in realtà per affermare sé stesso giunge ad odiare gli altri, Dio invece, che non ha bisogno di fare il puro, perché lo è già, può permettersi di essere magnanimo, mostrando la sua più intima essenza: l’amore alla vita. È ciò che la Scrittura ci comunica utilizzando anche un’altra parola, importantissima, la parola misericordia, che definisce l’essenza di Dio stesso, così come si è rivelato al suo popolo Israele:

“Misericordioso e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.”

La pazienza di Dio si esercita per ogni generazione e assume la forma di un amore in grado di rinnovare ogni volta il suo progetto, riplasmando in profondità il cuore del popolo, dopo ogni svolta negativa, dopo ogni sconfitta, dopo ogni fallimento che è frutto del suo peccato, della sua distanza da Dio. Tutto ciò si condensa nel nuovo testamento, nell’agire di Gesù, attraverso le sue parole, i suoi gesti, ma, ancor, prima il suo sguardo.  Quando Gesù entra in Gerico e l’attraversa, un uomo di bassa statura, un pubblicano, lo cerca con lo sguardo. Addirittura sale su un sicomoro, su un piccolo albero, per poterlo vedere quando passa. In realtà il primo a sollevare lo sguardo e a fissarlo è Gesù. Zaccheo vorrebbe vedere e invece viene visto lui per primo da Gesù. Se Zaccheo cercava di vedere Gesù, è in realtà Gesù, il figlio dell’uomo, a venire a Gerico per cercare il peccatore, l’uomo perduto e allontanato dai buoni. Tutto è accaduto in un tempo preciso, in un oggi della salvezza, in cui il cuore di quest’uomo si è sentito per la prima volta penetrato da uno sguardo di amore, gratuito, totale e da un’offerta di amicizia, compagnia, del tutto inaspettata: “oggi devo rimanere a casa tua”. Abituato a sentirsi costantemente giudicato e separato dai “buoni”, quest’uomo coglie ora una insperata possibilità di riscatto. Attenti bene, Gesù non fa compromessi con il peccato, non chiude un occhio, non dice che in fondo va tutto bene. No, piuttosto il suo atteggiamento di ricerca e amore, produce degli effetti di conversione: “se ho frodato qualcuno, intendo restituire quattro volte tanto”.

La messa domenicale è il luogo in cui ciascuno di noi, nella sua vita, e tutti insieme come comunità cristiana impariamo a percepire lo sguardo di amore di Gesù e ad esercitarlo sugli altri, distinguendo sempre il peccato dal peccatore. Anche nelle nostre comunità infatti spesso intrappoliamo le persone in giudizi senza appello e senza amore. Quanto bisogno c’è nella nostra società divisa e bloccata dal giudizio dell’altro, di comunità cristiane che offrano uno sguardo di riconciliazione, al di là degli steccati dei buoni e dei cattivi! Dove straparlano i puri e i moralisti, dove i faziosi esaltano i loro capi e condannano gli altri, possa la comunità cristiana mostrare uno stile di sobrietà, dialogo e accoglienza, per superare la guerra delle parole e far emergere il bene concretamente raggiungibile dalla nostra società.