Il pesce piccolo vince il drago (Omelia Cristo re dell’universo, Anno C)

 

I primi cristiani usavano simbolizzare la loro fede con un’immagine: quella del pesce. In greco pesce si dice ICHTHUS, che è la formula acrostica di Iesus Christhos Theou Uios Soter, Gesù Cristo Figlio di Dio salvatore. Essi nelle catacombe contrassegnavano i loro defunti con il pesce, per indicare la loro appartenenza a Cristo, nel tempo dell’impero romano, in cui essere cristiani non era un fatto pubblico e nessuno poteva ostentarlo di fronte agli altri, ammesso che il farlo sia di per se stesso un bene.  L’immagine del piccolo pesce si contrappone nelle catacombe a quella del drago che inghiotte Giona.  Se il drago indica la violenza della morte, ossia di chi per avere la pace prepara la guerra, il piccolo pesce indica la vita del vangelo, ben più forte della morte. Con il tempo il pesce piccolo ha ingoiato il pesce grande e il vangelo ha potuto unire gli uomini ben più dell’impero romano. La regalità di Cristo ha cambiato la storia più degli imperatori.

Attraverso il pesce i primi cristiani indicavano quindi ciò che oggi intendiamo quando parliamo di Cristo re dell’universo, ossia una regalità che non obbedisce ad una logica di potere che si fonda sulla violenza e sull’esclusione, ma ad un potere più alto e onnipotente, quello dell’amore, che costituisce la più radicale offerta di pace e unità per ogni uomo, di ogni cultura, lingua, popolo, religione. Gli evangelisti ci mostrano narrativamente questo potere dell’amore, contrapposto al potere della violenza, in particolare nei racconti della passione di Gesù, dove si scontrano due punti di vista, quello degli attori umani intorno alla croce, e quello paradossale di Dio. Lo possiamo vedere ad esempio nel racconto lucano, che abbiamo ascoltato.  Da un lato il popolo vede e il suo sguardo è contemplativo, cerca di capire.  I capi invece assumono un’interpretazione ben precisa: lo deridono, con l’accusa che viene rivolta nel Sal 22 dai nemici al giusto che soffre: se è l’eletto di Dio, perché non si può salvare? Se Dio è con lui, perché non interviene? Essi sono potenti e il loro punto di vista fa opinione, si diffonde, allarga, e viene fatto proprio da altri personaggi. Infatti la soldataglia romana gli porge aceto, forse come anestetico, ma anche per derisione e gli rivolge la stessa provocazione: se è re dei giudei, perché non si salva? Infine anche uno dei due malfattori, al grado più infimo della scala sociale, lo provoca allo stesso modo: “se sei il Cristo, salva te stesso e anche noi.” È la stessa identica interpretazione di tutti e tre i personaggi, dalla scala sociale più elevata a quella più bassa: l’innocenza di Gesù non lo scagiona affatto, anzi lo mette al di sotto di tutti, diventa colpevolezza, perché è un’innocenza inutile, non provoca nulla, non cambia le cose e non ha alcun potere dal punto di vista umano. Dal capo al malfattore concrocifisso, tutti possono sentirsi autorizzati ad essere superiori a lui, ad avere qualche potere in più, se non altro quello di prendere in giro una vittima. È la logica chiusa e implacabile del cerchio accusatorio, che crea vittime per scagionarsi.

Ma improvvisamente, proprio a partire dagli ultimi, avviene un ribaltamento del punto di vista, l’altro malfattore mostra di interpretare diversamente tutta la scena: egli vede nell’innocenza di Gesù non una condanna, ma un segno paradossale del Regno di Dio, una via d’amore. Egli esce miracolosamente, per un dono dello Spirito Santo, dal cerchio chiuso della logica vittimaria ed entra nell’umile riconoscimento del proprio peccato, di fronte ad un amore senza limiti. Gesù è venuto ad assumere e prendere su di sé il suo peccato e a morire con lui, per entrare con lui nel Regno di Dio.  Questa offerta d’amore è in grado di sconfiggere la logica del peccato che crea vittime, con una logica più alta e radicale, quella del perdono, che Gesù stesso grida sulla croce: “padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

 

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