Giuseppe e la cultura dell’onore, Omelia IV Avvento

 

 

In tutte le epoche di decadenza, la società perde la capacità di elaborare culturalmente il rapporto tra l’uomo e la donna ed emergono gli istinti peggiori, spesso perfino giustificati da apparenti ragioni culturali. Quando oggi molti italiani ritengono che la violenza sessuale sulle donne è dovuta agli abbigliamenti provocanti delle donne stesse, siamo dentro a questa giustificazione assurda propria di una cultura decadente, in cui il rapporto uomo-donna si gioca sul dominio e sulla violenza. Paradossalmente si tratta di un segno di enorme debolezza dell’uomo, che si sente minacciato dal protagonismo e dalla libertà della donna, dalla sua capacità di pensare e progettare in autonomia, dal fascino e dal potere che essa esercita e che mette in discussione il suo “onore” maschile e quindi non trova altra via che riaffermarlo con la violenza, fisica o morale. Quante donne ancora oggi accettano di vivere per anni rapporti in cui sono vittime dell’egoismo e della possessività dei loro partner! Quante donne ancora oggi accettano di passare attraverso degradanti servizi al potente di turno, pur di avere in cambio un’opportunità di ascesa sociale e lavorativa! Per poi magari metterlo alla berlina dopo anni…Tutto questo oggi sembra non lenito ma acuito da una crisi dell’uomo, da un senso di inferiorità latente che si traduce in una riaffermazione violenta.

Credo che gli uomini di oggi possano guardare a Giuseppe, per ritrovare il vero senso e la vera vocazione dell’essere uomo.  Giuseppe è ben lontano da una cultura dell’ “onore”, frutto dell’orgoglio e di un malinteso senso di superiorità e di dominio. Di per sé la legge di Mosé era molto restrittiva: considerando l’adulterio come una rottura del legame stesso di Alleanza con Dio, prevedeva la lapidazione degli adulteri. Quindi un uomo offeso nel suo onore avrebbe trovato di che soddisfare gli impulsi di un orgoglio ferito. Ma Giuseppe, come dice il Vangelo di Matteo, era uomo giusto, ossia un uomo che sapeva bene che la Legge di per sé non basta a ordinare la vita, perché la si deve interpretare e incarnare nelle circostanze della vita, con l’amore. Essa infatti è anzitutto un segno di amore, di tenerezza, di scelta preferenziale da parte di Dio, sposo, nei confronti di Israele, sua sposa.

Giuseppe trova nella stessa Legge gli anticorpi per vincere una cultura dell’”onore”, che non rispondeva all’amore ma all’orgoglio ferito, che avrebbe potuto “strumentalizzare” la Legge, per affermare una propria superiorità. Egli non intende esporre Maria pubblicamente, ma pensa di gestire le cose per salvaguardare la sua vita, con tenerezza, tutto in segreto. La famiglia avrebbe potuto tenere nascosta la cosa e attribuire il bambino ad una delle sorelle, già sposate…forse avrà pensato che si sarebbe potuto trattare di una violenza e Maria poteva non avere alcune colpa… forse se ci sarà stato dialogo tra i due…o più probabilmente no, perché in quella cultura non c’era davvero possibilità di dialogo intimo e personale, tra un uomo e una donna, prima che andassero a vivere insieme. Giuseppe probabilmente non aveva alcuna possibilità di chiarire bene la causa e l’eventuale colpevolezza o meno di Maria.  Una parola imbarazzata sarà corsa di bocca in bocca fino ad arrivare a Giuseppe, e lui, accertatosi meglio della cosa, avrà cominciato a ragionare in questo modo, con una certa angoscia, ma anche con grande delicatezza e sensibilità verso questa giovanissima donna, che ancora non conosceva, lui giovane uomo, ma già grande di animo.

 

È in questo contesto di angoscia, ma anche di grande rispetto e pudore, che Giuseppe riceve la comunicazione dell’angelo in sogno. Come il suo predecessore, patriarca, Giuseppe, uomo dei sogni, anche lui è in grado di interpretare, attraverso i propri sogni tracce di desiderio profondo, che lo conducono a conoscere il disegno di Dio. Lui voleva una famiglia, un figlio, sognava una felicità domestica e Dio gli risponde, affidandogli un Figlio che, pur non essendo il suo, diverrà inequivocabilmente anche il suo.

In Maria Giuseppe è invitato a cogliere la libertà di un disegno che appartiene a Dio stesso. Egli è in grado di mettere da parte il proprio “onore”, per valorizzare il particolare “carisma” della donna, che lungi dal togliere a lui una paternità, gliene darà una ancora più bella e piena.

Gesù, il messia Figlio di Dio, avrà qualcosa di Giuseppe, suo babbo umano. Imparerà da lui ad essere un uomo giusto, ad amare con delicatezza le donne, specialmente quelle più deboli, tormentate, possedute, perse. Per restituirle alla loro dignità di donne.

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