Il Natale per Francesca, Giovanni, Ernesto e Pasqualina (Omelia notte Natale)

Nelle trame sfilacciate delle nostre esistenze familiari c’è ancora la possibilità di sentirsi comunità, se ritroviamo nella nostra fede, radicata nella saggezza degli anziani, implicita nel desiderio e nel cammino dei giovani, riscoperta come novità dagli adulti, ciò che ci rende uniti, che ci rende popolo. Si tratta di un popolo che, come i pastori al tempo di Gesù, con la concreta umiltà del suo cammino, testimonia l’attesa del messia Gesù ed è in grado di accoglierlo anche oggi. Questa umiltà è proprio la mangiatoia in cui il bambino viene ad abitare e ad alimentarci con l’amore di Dio. Questa umiltà è ciò che regge le sorti del Paese e ci fa ben sperare per il nostro futuro!

 

 

Vorrei descrivere questo Natale con gli occhi di Francesca, Giovanni, Ernesto e Pasqualina. Francesca è un’adolescente di 14 anni, che in questi mesi, oltre a sognare un futuro come ballerina di danza classica – si allena infatti tutti i pomeriggi ed è un impegno notevole che si aggiunge a quello della scuola superiore che ha appena iniziato – ha anche incominciato ad interessarsi al futuro del mondo e si è impegnata a scendere in piazza in alcuni venerdì dell’anno, non per perdere la scuola, ma per costruire insieme ad altri giovani, come dice lei, una possibilità di sopravvivenza all’umanità del futuro. Francesca frequenta la parrocchia in un gruppo di ragazzi della sua età: nonostante non abbia ancora tutte le idee chiare su Dio, sente che quella parte di sé che lei chiama Dio la porta ad aprirsi agli altri e a dare il meglio di sé.

Giovanni è un giovane di 23 anni. Sta facendo un erasmus in Svezia ed è molto contento di poter imparare meglio l’inglese e conoscere una realtà diversa dalla sua. Nonostante quest’anno sia stato fuori dall’Italia, mantiene molti contatti con i suoi amici e si aggiorna costantemente su ciò che accade in Italia. Infatti non vorrebbe rimanere all’estero, ma desidera poter spendere le sue competenze per servire il proprio Paese. Assieme a tanti giovani coetanei e anche più grandi di lui sogna un Paese dove le competenze e lo studio vengano premiati e dove chi ha responsabilità politiche sia sobrio e puntuale nelle sue dichiarazioni e preparato per le grandi e complesse sfide della nostra società. La fede è per lui un combattimento quotidiano, tra mille dubbi, e con un rapporto ormai un po’ distante dalla comunità parrocchiale frequentata da adolescente.

Ernesto è un uomo sposato, di 55 anni, che lavora come impiegato e riesce a dedicare parte del suo tempo, tra i figli, la famiglia e il lavoro, per la sua passione: il servizio delle famiglie e persone povere nella Caritas parrocchiale. Dopo anni di preparazione, ha ricevuto il ministero del diaconato e ha spinto i parroci, nella sua zona pastorale, ad offrire una delle vuote canoniche della zona ad una famiglia di siriani immigrati in Italia, di religione islamica. Nonostante le proteste di alcune teste calde del paesino dove era situata la canonica, la famiglia siriana si è ben integrata e i bambini hanno cominciato ad imparare l’italiano e ad andare a scuola, grazie anche ad un servizio di volontari, coordinati da Ernesto, che hanno accompagnato i primi passi e favorito l’inserimento della famiglia  nel paese. Ernesto sente che per trasmettere la fede ai propri figli è necessario anzitutto testimoniarla, più con le opere che con le parole, e con uno stile di gratuità e servizio intelligente ai più poveri.

Pasqualina è una nonna, anzi bisnonna, di 86 anni. Nonostante gli inevitabili acciacchi, conserva uno spirito vigile e la parola pronta. In gioventù ha studiato poco, a causa della guerra, ma la sua intelligenza si è nutrita di una costante riflessione a partire dalla vita. Con una battuta sa fotografare persone e situazioni, ed è in grado di dare buoni consigli a figli e nipoti. In particolare, visto che ormai di forza fisica ne ha poca, la sua principale missione è pregare: per la fede dei figli e nipoti, per i bambini poveri del mondo, per le nazioni che vivono in guerra. È una riserva di saggezza e spiritualità e con la sua presenza tiene unite famiglie e generazioni di figli e nipoti, che durante le feste di Natale si ritrovano con lei.

A Natale nonne come Pasqualina, giovani come Francesca e Giovanni e adulti come Ernesto possono ritrovarsi insieme e sentire che nei loro sforzi e desideri quotidiani non sono soli, ma appartengono ad una famiglia allargata, ad una comunità che cammina insieme. Nelle trame sfilacciate delle nostre esistenze familiari c’è ancora la possibilità di sentirsi comunità, se ritroviamo nella nostra fede, radicata nella saggezza degli anziani, implicita nel desiderio e nel cammino dei giovani, riscoperta come novità dagli adulti, ciò che ci rende uniti, che ci rende popolo. Si tratta di un popolo che, come i pastori al tempo di Gesù, con la concreta umiltà del suo cammino, testimonia l’attesa del messia Gesù ed è in grado di accoglierlo anche oggi. Questa umiltà è proprio la mangiatoia in cui il bambino viene ad abitare e ad alimentarci con l’amore di Dio. Questa umiltà è ciò che regge le sorti del Paese e ci fa ben sperare per il nostro futuro!

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