Quartiere Librino

Catania, quartiere Librino, situato a sud-ovest della città, avrebbe dovuto essere, nell’intenzione urbanistica originaria, un modello di pianificazione e di edilizia popolare, con grandi strutture condominiali e ampie aree verdi. Progettato nel 1970 da un architetto giapponese, Kenzo Tange, in modo da diventare un quartiere funzionante e indipendente dal centro di Catania, con tutti i servizi necessari, poi in realtà si è trasformato, dopo alcuni decenni, in una periferia degradata, come è accaduto in altri quartiere di grandi città Italiane, come Scampia a Napoli.

I motivi per cui ciò che dovrebbe essere modello di sviluppo diviene poi emblema di degrado sono profondi e radicati non solo in carenze di programmazione urbanistica e politica, ma anche in una cultura dominante, che si accontenta del controllo del territorio e non lavora per la sua trasformazione positiva. Ciò che i palazzi dicono, con la corrosione dei loro pilastri, da cui emergono alla luce i cavi arrugginiti di acciaio, con i vani delle condutture fognarie aperti in vari tratti, con le aree verdi incolte e piene di rifiuti bruciati, con il campetto da calcio inutilizzato e con l’erba altissima… ciò che questi palazzi ci dicono è una cultura in cui marginalità sociale e arretratezza economica impediscono di aspirare a quel decoro, che è segno di una cultura che tiene a sé stessa, al proprio ambiente e lo vuole bello.  Appartamenti occupati, ragazzi che girano, a piedi o con i motorini, apparentemente senza un lavoro, sguardi che dalle finestre occhieggiano agli estranei con un implicita domanda: “che fai qui? Cosa vuoi o cerchi?”, lasciano immaginare un controllo per ricavare risorse e denaro attraverso attività che nulla hanno a che fare con uno sviluppo ordinato del territorio. Commercio di droga con aggravante di metodo mafioso: così l’ordinanza cautelare del GIP che a luglio 2019 ha portato i carabinieri ad arrestare 25 persone appartenenti ad un clan, proprio in questo quartiere.

Ma ciò più rattrista è  l’assenza dei servizi: non un bar come si deve, non un centro dove gli anziani possano trovarsi per giocare a carte, non un parco dove i bambini possano giocare: certo qualche area verde c’è, ma con l’erba alta e con la spazzatura gettata a mucchi. Non un supermercato, non una farmacia, in mezzo a palazzi che possono contare forse anche un migliaio di residenti…non un ufficio postale, non una stazione dei carabinieri…almeno non vicino.  E la Chiesa? Quella si c’è. Ma forse sarebbe meglio non ci fosse: l’edificio, un prefabbricato, appare sciatto, grigio, triste: non un immagine, non una statua, non una pianta ad abbellire la Chiesa e il suo cortile di cemento…

Sembra che la parrocchia non abbia neppure dei locali, dove poter fare attività…la Chiesa così investe sulle sue periferie, proprio li dove dovrebbe essere più presente? Proprio li dove dovrebbe sorgere il sole di Gesù, nelle tenebre di tanta gente disorientata, di tanti bambini che crescono in questo contesto sociale e non possono immaginare qualcosa di diverso?  Ci sarebbe tanto da fare qui…dov’è la Chiesa? Dove siamo? Chi annuncia Gesù a questa gente? Chi indica una speranza, una possibilità di riscatto, di vita buona, felice, onesta? Chi offre una prospettiva a questi bambini, adolescenti, giovani, facile preda di guadagni disonesti?

Mentre con padre Gianni ci confrontavamo su queste cose, nel mio cuore si agitavano domande, desideri, quasi un grido: Gesù tu sei la luce che illumina, anche qui. Fa che qualcuno ti porti, nel cuore che ama e nelle mani che servono…

 

 

 

 

 

 

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