Katanè

 

Katanè è il nome greco di Catania.

L’origine greca di Catania è ancor oggi evidente nella città. Se si percorre la via etnea verso piazza duomo, con alle spalle il colosso dell’Etna che fa capolino dietro ai palazzi, ad un certo punto si arriva a piazza Stesicoro, dove un ampio anfiteatro compare all’improvviso sotto il livello della strada. Proseguendo attraverso via dei crociferi, con tante belle Chiese barocche, si giunge lungo via Vittorio Emanuele al teatro greco. Vi si accede pagando il biglietto. Ne vale la pena: si tratta di una stratificazione che corre lungo 5 secoli, dall’epoca ellenistica al tardo impero romano, con successivi ampliamenti, ma ancora in gran parte integra.

 

Secoli di storia separano queste opere dal celebre castello Ursino, costruito da Federico II di Svevia, e abitato dai cadetti aragonesi negli anni del dominio spagnolo, dal XIII secolo fino alla fine del medioevo e oltre. La costruzione è davvero imponente, le sale sono ampie e caratterizzata da una mostra permanente sia di materiale storico catanese (dalle anfore greche alla numismatica romana) sia di pittori importanti, per la gran parte imitatori cinque-seicenteschi del Caravaggio.  I palazzi più belli appartengono all’Università, una delle più antiche d’Italia, fondata dai re aragonesi nel XV secolo: mi riferisco soprattutto alla splendida Villa Cerami, dove si trova la facoltà di giurisprudenza e al fastoso complesso dell’abbazia benedettina, ora sede di varie facoltà universitarie.

 

Passeggiando in questo periodo per piazza duomo, potrebbe accadervi di vedere una “candelora“: si tratta di imponenti steli fiorite, arricchite di simboli religiosi e statue di santi, che camminano lentamente, accompagnate da bande che suonano musiche, non sempre di tipo religioso. Nel periodo di Sant’Agata infatti, ossia da fine gennaio per tutto il mese di febbraio, la città celebra la sua grande patrona, la martire sant’Agata, iniziando con le candelore, e proseguendo con una processione che percorre nell’arco di più giorni tutta la città, con la statua della martire. Se le candelore sono eventi civili e gestiti dal comune, attraverso la collaborazione delle “corporazioni” (fiorai, macellai, falegnami ecc.), invece la processione è gestita dalla Diocesi e coinvolge le parrocchie del centro. C’è grande afflusso di gente e forte devozione, in qualche caso da purificare: qualche anno fa il parroco della cattedrale ha impedito che i portatori facessero di corso la via San Giuliano in salita, gesto tradizionale ma fortemente pericoloso. Ne seguirono grandi proteste e forti resistenze, soprattutto da alcune “famiglie”.  Ogni palazzo importante o Chiesa, alla finestre o al balcone, mostra uno stendardo rosso con la lettera A, iniziale di Agata.  Difficile capire quanto vi sia di sincero e genuino in questa devozione popolare. In alcuni tratti può infastidire e sembrare eccessiva. In realtà si tratta di uno straordinario patrimonio di religiosità “naturale”, che va accolto, integrato e trasformato dall’annuncio del Vangelo, in ogni stagione della storia.

 

Dentro al duomo mi ha colpito il feretro del beato cardinale Dusmet, che è stato vescovo di Catania nel XIX secolo. Egli veniva dal monachesimo benedettino, e ha amato profondamente il suo popolo e il suo presbiterio, riformandone i costumi, a partire da una rigorosa testimonianza di ascesi personale. Ancora oggi è celebrato e amato dai catanesi, che lo chiamano affettuosamente in dialetto, lo “sdummet”.

Tutto a Catania fa pensare ad una fede incarnata nella storia, con tanti ordini religiosi presenti, i Benedettini, i francescani, i gesuiti e più recentemente i salesiani, che hanno lasciato testimonianze d’arte e cultura, ma che ordinariamente non sono più presenti in questi palazzi simbolo del loro fasto. Ciò fa pensare ai cicli di ascesa e decadimento che vi sono nelle varie epoche del cristianesimo e come l’avventura della fede sia davvero da ricominciare ogni volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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