Innaffiare la pianticella della speranza

 

 

Una bella pianta da giardino o da balcone, come l’ortensia o i gerani, ha bisogno di un po’ di terra e va innaffiata spesso. Se ci dimentichiamo, per qualche motivo, di innaffiarla, si appassisce presto e muore.

Così è anche della nostra speranza, della nostra attesa positiva e responsabile del futuro, se ci dimentichiamo di innaffiarla ogni giorno, e rimaniamo invischiati nei nostri pensieri negativi, nelle nostre paure, nei nostri pessimismi…anche questa speranza finisce per morire.

Così facevano anche Simeone e Anna. Benchè Anna fosse avanti nell’età, 84 anni, e aveva vissuto con il marito solo 7 anni, dopodichè almeno 60 anni di vita da vedova, una vita difficile, precaria, ma sempre rivolta a Dio. Non aveva mai perso la speranza, l’attesa, ogni giorno, fatta di piccoli atti rivolti a Dio, di fiducia nella provvidenza che ogni giorno non gli ha fatto mai mancare il necessario. Non si tratta solo di un attesa personale, ma anche di un attesa collettiva. Anna incarna tutta  Gerusalemme, che è come una vedova secondo il profeta Isaia, perché è stata abbandonata da Dio, ma ad un certo punto viene riscattata, ripresa, con amore infinito da Dio e ritrova tutti i suoi figli, cioè la sua speranza, il suo futuro. Quella di Anna e di Simeone è un’attesa personale, ma anche collettiva, di un popolo intero. E se non si sono mai rassegnati, è perché hanno sempre coltivato dentro di loro il rapporto con Dio, hanno ravvivato lo Spirito, che è in grado di suscitare questa attesa, e li ha condotti a scoprire questa speranza in un segno umile e piccolo: un bambino.

Quale speranza oggi, quale attesa? Che cosa ci attendiamo dal futuro? Le nostre sono le prime generazioni che sanno che, dal punto di vista della ricchezza e della sicurezza, probabilmente saranno meno garantite che nel passato. C’è la possibilità di ripiegarsi, di far prevalere le paure, le chiusure, in qualche modo di disperare.  Allora dobbiamo partire da una risorsa che non è materiale, ma spirituale, dal Signore Gesù, che anche oggi si fa carne nella nostra storia e ci invita e vedere nella semplicità di ogni giorno tanti segni di speranza. Ogni bambino che nasce è segno di una grande speranza per il futuro, personale e collettiva, è il segno di una fiducia in Dio, che non ha ancora abbandonato l’uomo.  Da qui dobbiamo rimotivare la nostra speranza, la speranza di una vita bella, ricca di amore, ricca di prospettive di crescita, di maturazione umana e personale.

Come per Simeone ed Anna nel Vangelo, la speranza del riscatto non è solo personale, ma diviene responsabilità collettiva, politica. Servono reti di speranza, tra famiglie, comunità cristiana, scuole, polisportive, con le amministrazioni e istituzioni, per camminare tutti insieme e costruire giorno dopo giorno prospettive concrete di maturazione, di crescita del valore umano, relazionale, culturale, spirituale e quindi anche economico.

Poi serve la responsabilità della politica a creare consenso e fiducia, non con gli slogan, ma creando percorsi credibili, che possano portare dei frutti per il futuro, soprattutto per i giovani e per il creato. Non chiediamo alle istituzioni il tutto subito, i miracoli, ma di innaffiare la pianticella della nostra speranza non con illusioni ma con piccoli passi coerenti con grandi orizzonti. Se noi oggi consumiamo tutte le risorse, economiche e ambientali, e non creiamo lavoro, opportunità, crescita sostenibile, cosa rimane per i nostri figli domani? Siamo o non siamo disponibili anche a qualche sacrificio oggi, purché sia fonte di percorsi di sviluppo coerenti e sostenibili per i nostri figli e nipoti?