Ecco colui che è amato. Ascoltatelo!

 

In questi giorni ho sentito qualcuno che, di fronte alla situazione difficile dl virus, mi ha detto: “questa è una croce che dobbiamo accettare”. Mi ha fatto pensare…certo, la sua intenzione era buona, ossia quella di vivere con pazienza e accettazione un fenomeno difficile da controllare e quindi assumere tutte le necessarie disposizioni, con onestà e lucidità.

Però mi sono anche chiesto: perché utilizza questa parola, croce? Che ha a che fare davvero la croce, come simbolo cristiano, con questa accettazione paziente? Il percorso della Quaresima vuol proprio aiutarci a fare questa scoperta, capire qual è il vero senso evangelico della croce, da non scambiare con certi frutti di carattere morale, certamente importanti, ma secondari. C’è un di più di mistero, che può davvero farci fare un passo decisivo in avanti in questi giorni impegnativi.

Le letture di questa domenica ci aiutano. Anzitutto il Vangelo della trasfigurazione ci fa comprendere che prima della sua passione e morte Gesù ha portato i suoi discepoli a fare esperienza della sua gloria, della luce straordinaria e misteriosa della sua persona. In questo modo li ha educati a comprendere che prima della sofferenza e della morte di Gesù in croce e quindi dentro quella stessa sofferenza e morte della croce, si esprime la gloria trasfigurante, trasformante. Si tratta quindi di una gloria che non si ferma in un istante, in un attimo, in una splendida rivelazione di un momento, ma che entra nella storia. Infatti quel mistero di gloria di cui i profeti di Israele, come Mosè e come Elia, avevano fatto esperienza sul monte, cammina nella storia, anche faticosa e difficile, del popolo e ora cammina nella storia di Gesù con i suoi discepoli, fino alla sua passione.

Ma di che gloria esattamente si tratta, quale mistero propriamente viene rivelato qui sul monte della trasfigurazione? Lo rivela la voce che esce dalla nube: “Questi è il mio figlio amato, ascoltatelo”. Si tratta della gloria di un Padre che dona il figlio, e di un figlio che, in obbedienza al Padre, si dona agli uomini. È un amore tra Padre e Figlio che è “costitutivamente” aperto all’altro, alla periferia, “in uscita” verso il mondo.

Cos’è allora la croce? È la forma che questo amore e questa donazione assume di fronte al rifiuto, alla chiusura del cuore, alla violenza, al capro espiatorio, frutto della paura e del male. Anche i capi ebrei avevano paura di Gesù, perché i disordini a Gerusalemme avrebbero potuto scatenare la repressione romana e la distruzione della città. Meglio che muoia solo un uomo per tutto il popolo. È il principio del capro espiatorio.  Dio lo prende su di sé e lo trasforma da dentro nella forma di un dono totale, che chiamiamo croce, ossia il dono del Figlio e del Padre.

La croce può ribaltare la paura: ci dona il senso di un Dio che è amore e si rivela tanto più in quanto la violenza si scarica su di lui. È la ferita del costato di Gesù che più si apre per la violenza inferta, più riversa su di noi sangue e acqua, che energie di amore, unità, pace. La croce diventa quindi segno di unità e non di divisione, fonte dell’unità è come dono dello Spirito, capace di generare un unità maggiore e più forte, perfino della morte.

In questo tempo come Abramo nella prima lettura ha ricevuto la chiamata a diventare benedizione per tutti i popoli, anche noi, attraverso il segno della croce, siamo chiamati ad essere segno di benedizione e di unità per gli altri. Ce n’è bisogno davvero e a tutti i livelli. Pensiamo come alle dinamiche della divisione e del capro espiatorio siano reali: di fronte ad un virus che non si controlla si da la colpa ora ai cinesi, ora agli italiani e poi toccherà a qualcun altro…sento dire di vicini che si lamentano e si giudicano per i propri comportamenti, quasi una caccia all’untore di manzoniana memoria. Anche questa è una dinamica di capro espiatorio che non ci aiuta. Viviamo piuttosto il frutto dell’unità attraverso il mistero della croce. Lo possiamo vivere nella preghiera di intercessione, gli uni per gli altri. Pensiamo soprattutto a chi è solo. Possiamo anche farci vivi, se non fisicamente, con una telefonata, un messaggio, per rincuorare e sostenere. Anche noi come parroci abbiamo deciso di farci vivi, nell’unità tra di noi, con la messa in streaming, con i video-omelia. E di tenere le Chiese aperte per la preghiera personale, con l’adorazione serale.

Perché la nostra unità e comunione sia più forte della paura e della solitudine!

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