Il crocifisso di San Marcello (Omelia V Domenica di Quaresima)

 

Venerdì sera alle 18 durante la preghiera di adorazione eucaristica in San Pietro, abbiamo visto il crocifisso di San Marcello, che, secondo la tradizione, ha miracolosamente liberato il popolo romano dalla piaga della pestilenza nel XVI secolo. Era stato spostato per volere di papa Francesco e posto in San Pietro, perché anche nel nostro XXI secolo potessimo pregare attraverso questa immagine, così eloquente, nella sua sofferenza.

Qual è il senso di questa intercessione? Chiediamo miracoli ad una statua lignea, dal momento che ci riscopriamo anche oggi impotenti, con tutta la nostra scienza e tecnica? In altri momenti, in altri contesti, qualcuno non avrebbe esitato a parlare di superstizione. Qual è la differenza tra la superstizione e la fede e perché questo gesto di preghiera davanti al crocefisso non è affatto una superstizione ma un gesto autentico di fede?

Cominciano anzitutto con l’affermare che questo crocifisso non ha alcuna forza, in quanto oggetto di legno, ma nella misura in cui richiama in modo potente la fede di ciascuno di noi. La stessa cosa vale per Gesù: non è un supereroe che interviene all’ultimo momento per far volgere miracolosamente le vicende di ciascuno verso l’happy end.  È questa anche la difficoltà di Marta e Maria che si rivolgono a Gesù dicendo: “se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Questa frase esprime una grande fiducia in lui, ma contiene anche una specie di remoto rimprovero, che suona così: tu puoi tutto, tu avresti potuto farlo, perché non lo hai fatto? Perché non lo hai voluto fare? È anche la domanda angosciosa che ciascuno di noi fa, di fronte all’esperienza del lutto di persone conosciute, vicine, parenti. A questa domanda Gesù non risponde a parole, ma con tutta la sua persona, sentimenti e azioni: si turba profondamente, scoppia in pianto. Poi va al sepolcro.

È una risposta paradossale, che mette in questione proprio l’immagine di Gesù come supereroe, che inconsciamente ci costruiamo. Anche i giudei, amici di famiglia, prima si meravigliano dell’amore di Gesù verso Lazzaro e verso tutta la sua famiglia, poi pensano così: “In fondo è un uomo come tutti noi, un uomo il cui amore per gli altri lo porta ad essere debole, esposto. I miracoli che aveva fatto in precedenza, la guarigione del cieco, sono stati sovrastimati, lui non può far nulla, se non piangere con noi.”

Eppure quella che sembra una risposta mancante ci rivela la vera arma di cui è dotato Gesù, molto più letale nei confronti della morte di qualsiasi intervento in extremis. Gesù nella sua umanità così bella, così vera, così capace di assorbire e assumere il dolore, la fatica, la paura, la disperazione ci mostra il mistero del percorso che il Padre suo ha scelto per darci la vita. Gesù prende su di sé il male e la morte, la assume nella sua umanità, ripiena di Spirito Santo, cioè di vita divina, e in tal modo è in grado di distruggerla, da dentro.  Ciò che inizia a mostrarsi qui, nei confronti di Lazzaro, si compirà pienamente sulla croce: l’ultimo soffio vitale del Cristo è dono dello Spirito, dono d’amore, che trasforma da dentro tutta la storia del mondo, condannata alla morte, e la apre alla potenza della resurrezione. “Io sono la resurrezione e la vita”, dice Gesù a Marta, rispondendo all’affermazione di fede di questa donna, sulla resurrezione futura, nell’ultimo giorno.  “Lo credi tu?”: la fede è precisamente la nostra interiore e totale adesione, frutto anch’essa del dono dello Spirito, alla croce come fonte di vita, come canale che Dio stesso ha scelto per darci la vita, non perché due legni possano dare la vita, ma perché lui stesso è la resurrezione e la vita.

Così la resurrezione di Lazzaro, o, meglio, il suo ritorno alla vita, altro non è che un segno, l’ultimo, il più impressionante, di qualcosa di molto più grande e definitivo. Ogni nostra guarigione, fisica, psicologica, morale, è sempre un dono, un segno, di un dono molto più grande, che il Signore fa a tutti coloro che anche in queste ore, come in ogni istante della storia del mondo, stanno facendo con lui il passaggio.

La croce è via di resurrezione e nelle piaghe del crocifisso di San Marcello noi contempliamo l’onnipotenza dell’amore di Dio, il vero e definitivo “miracolo”, che rende efficace anche la nostra supplica.

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