Il ponte incrollabile

 

 

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso

 

 

Apocalisse è una parola che ci spaventa. Rimanda all’idea di caos, distruzione, segni potenti di una creazione che si ribella all’uomo e lo distrugge. Un ponte che crolla e porta decine di persone a morire sembra un segno apocalittico. Sembra richiamarci il fatto che l’uomo, pur con tutta la sua scienza e la sua tecnica, è condannato da forze che lo sovrastano.

Eppure se con calma riprendiamo la prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, forse possiamo anche riconsiderare tutte quello che accade nel mondo, anche un ponte che crolla, in modo diverso. Come? Anzitutto nell’Apocalisse non esistono forze negative che sovrastano l’uomo, ma solo positive. Le forze negative sono già state sconfitte in partenza. Tuttavia c’è una situazione intermedia, storica, in cui il sistema terrestre, che si oppone a Dio, cerca di fare più danni possibili, pur essendo già stato sconfitto.  La storia quindi si configura come il frutto di un paradossale contrasto tra una vittoria già ottenuta e una condizione di fatica, limite e dolore.

È proprio la donna dell’Apocalisse ad indicarcelo. Essa ha la luna sotto i piedi, segno di un dominio assoluto sul tempo e di una condizione già celeste, di vittorio ottenuta. La corona di dodici stelle indica il riferimento di questa donna alle dodici tribù di Israele e ai dodici apostoli, cioè al popolo di Dio che ha vinto il male e la morte. Tuttavia essa grida dal dolore nelle doglie del parto, finché non partorisce un figlio maschio destinato a governare il mondo, subito rapito in cielo. Il parto con dolore e il figlio maschio indicano una generazione dei figli di Dio nella storia umana, con un passaggio improvviso e paradossale dal dolore alla gioia, che ricorda proprio il parto naturale. La donna infatti quando il bimbo riposa su di lei, non si ricorda più del dolore attraversato. Questa donna rappresenta la Chiesa che partecipa del mistero pasquale, della morte e resurrezione di Gesù e lo vive nella storia, passando costantemente dal dolore alla gioia e in tal modo partorendo nuovi figli di Dio.

Non c’è evento della storia, non c’è guerra, crisi economica, disastro civile o sociale, che letto alla luce della fede, non venga assunto dal mistero pasquale del Cristo e riscattato radicalmente.

Solo questo ci salva dalla tentazione, ogni volta che siamo davanti ad un evento negativo, o di sentirci sovrastati da forze più grandi di noi o di scaricare tutta la responsabilità sugli uomini. Gli uomini certamente hanno le loro responsabilità. È inoltre vero che esistono aspetti a volte imponderabili e fatali. Ma noi non saremo per sempre prigionieri né negli errori altrui né del fato. Il dolore che viviamo è un parto verso qualcosa di nuovo e di più bello, a cui crediamo nella Speranza.

Questo ci indica oggi la solennità dell’Assunta, applicandolo a Maria. Quello che si dice della Chiesa si può infatti dire anche personalmente di Maria. Lei ha sofferto sotto la croce del figlio e in tal modo è stata resa partecipe del parto dei figli di Dio, accettando di diventare la madre del discepolo amato. La sua assunzione racconta una partecipazione di Maria, della sua umanità e del suo corpo, alla gloria del Figlio, fino in fondo, oltre il deserto, oltre il tunnel del dolore e della morte. Per una vita che non finisce mai!

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso.

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Lettura popolare XX TO Anno B

 

Ogni uomo proviene dal Padre ed entra in comunione di vita con tale origine attraverso il Figlio inviato, la sua carne e il suo sangue.

Lettura popolare XX TO Anno B

 

Gv 6,51-58

Mangiare la mia carne e bere il mio sangue

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Se la manna, che rappresenta la legge di Israele, non può dare la vita, perchè i Padri che se ne erano nutriti poi sono morti, invece Gesù è il pane del cielo che nutre per la vita e sconfigge definitivamente la morte (v. 49 cf. 5,24). Come è possibile? Egli è colui che dà tutta la sua “carne”, ossia tutta la sua vita fisica per la la vita del mondo (v. 51). Il Verbo di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne e “dona” questa carne con la sua morte, in vista della resurrezione. Questo è il sacrificio che Gesù compirà sulla croce, come vero agnello pasquale, Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. 1,29).

I giudei rifiutano questo dono di Gesù,  non tanto perchè si scandalizzino di dover mangiare la sua carne (comprendono infatti la portata metaforica di questa affermazione di Gesù), ma perchè non accettano di dover dipendere totalmente, per la loro salvezza, dal dono di se di un uomo.

Gesù risponde approfondendo il livello della rivelazione. Egli non è un uomo comune , ma è il figlio dell’uomo (cf. 1,51; 3,14) ossia il salvatore che è sempre in comunicazione col cielo da cui è disceso, per essere “innalzato”. Proprio la sua umanità, ossia la sua carne e il suo sangue (cf. Eb 2,14) sono donati all’uomo, perchè aderisca totalmente con la sua fede al figlio dell’uomo (cf. 6,35), che è morto (sangue) per donare la sua vita (carne) al mondo. Questa vita è poi da comprendere come vita eterna e resurrezione finale (v. 54).

Mangiare la carne e bere il sangue introduce il tema della dimora reciproca del credente e di Gesú. Chi infatti si nutre della presenza celeste del Figlio, entra in un rapporto di intima e reciproca appartenenza, con il Figlio e il Padre , due persone in perfetta comunione tra di loro (v. 56 cf. 10,38). Ogni vita dunque ha origine dal Padre, ed entra in comunione con tale origine attrverso il Figlio inviato (v. 57), la sua carne e il suo sangue. Si tratta di nutrirsi della fede in Gesù, alimentandosi della Parola di Dio e particolarmente di nutrirsi del sacramento dell’eucarestia con cui Gesù e il Padre, per effetto dello Spirito Santo vengono ad abitare nel cuore del credente e nella Chiesa. Infatti il verbo con cui l’evangelista descrive la manducazione della carne di Gesù non è più un generico mangiare (v. 53), ma proprio “masticare” (v. 54.56.57.58). Si tratta di un richiamo realistico e impressionante.

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Sento la fede come una cosa concreta nella mia vita?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,51-58 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Quale luogo? Siamo nell’imminenza della Pasqua dei Giudei. Il sangue e la carne che Gesù dona per la vita del mondo indicano il suo sacrificio, la sua morte in croce che compie la figura dell’Agnello pasquale. Il dono della vita e della salvezza che vengono da Gesù non è rivolto solo agli ebrei ma a tutto il mondo. Ho mai riflettuto sulla valenza universale della salvezza donata da Gesù? Tutti gli uomini, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti ecc., si salvano per mezzo di lui.
  • Cosa dicono i personaggi?
  • I Giudei litigano tra di loro, scandalizzati. Il loro scandalo a riguardo della pretesa di Gesù, ossia che da un uomo possa scaturire la salvezza del mondo, li porta a dividersi tra loro. La divisione è un frutto del peccato, che impedisce di leggere la realtà secondo la fede. Come interpreto le divisioni nella comunità cristiana?
  • Gesù accentua il carattere “realistico” della manducazione: “Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e il lo resusciterò nell’ultimo giorno”. Non si tratta solo di un simbolo della fede, ma di un vero e proprio nutrimento materiale. A volte siamo portati a pensare in modo astratto e spiritualistico la presenza di Gesù nella nostra vita? Sono convinto che Gesù mi nutre e sostiene nella concretezza della mia esistenza?
  • Rimane in me e io in lui. L’eucarestia mi fa abitare in Dio, Padre e Figlio, e mi trasforma in lui. Come vivo l’eucarestia domenicale?
  • Chi mangia di me vivrà attraverso di me. La vera vita è solo in Gesù, tutto il resto è qualcosa che passa, è figura destinata a scomparire. Quali resistenze profonde e attaccamenti disordinati alle cose?

 

 

  • Quale rivelazione?

La fede in Gesù, che trova un vertice nell’Eucarestia, è vera bevanda e vero nutrimento dell’uomo.  Gesù è il pane della vita che nutre ogni uomo, senza eccezioni.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

L’edera rampicante della croce

 

La croce di Gesù, il dono della sua carne per la vita del mondo, è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente.  Quando la pianta fiorisce, anche la casa della nostra vita si adorna dei colori più belli.

 

 

In un convegno internazionale sul dialogo interreligioso, ad un certo punto un relatore apre la pagina del power point con l’immagine di un crocefisso. Subito un brivido di orrore ha attraversato la sala piena di monaci buddisti, alla vista dell’uomo dolorante e inchiodato sulla croce.

Ciò ci può forse stupire ma è assolutamente normale. A noi cristiani occidentali, dopo duemila anni di cristianesimo, la croce e il crocefisso non ci riportano più così direttamente all’estremo realismo di questa sofferenza. Noi pensiamo alle croci bizantine, ai crocifissi di Giotto e via via a tutta l’iconografia cristiana che è arrivata sino a noi oggi e di cui le nostre Chiesa sono piene. Ma c’è stato un tempo in cui i cristiani stessi non raffiguravano la croce, almeno fino al quarto secolo. I simboli che essi condividevano per dichiararsi cristiani erano altri: il buon pastore, il pesce, l’ancora ecc. Poi lentamente si è raffigurato il Cristo bizantino, già glorioso e risorto, e solo dopo si è arrivati al Cristo sofferente. Tanto tempo è stato necessario per poter leggere nel crocifisso un messaggio di dono, d’amore, di speranza.

Questo è un percorso che oggi dobbiamo rifare con gli uomini del nostro tempo. Vedere la croce come un dono d’amore cosa significa? Non c’è forse il rischio di riproporre una forma moralistica di cristianesimo, in cui la croce è la mia sofferenza? Ma che cosa c’è di bello e di utile nella sofferenza? Ancor prima di ascoltarlo, gli uomini di oggi rifiuterebbero questo messaggio. La croce infatti non è la sofferenza nostra…essa è anzitutto, come ci mostra il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, il dono della sua carne per la vita del mondo.

Essa cioè non può essere separata dalla fede nell’uomo Gesù di Nazareth, nella sua carne, ossia nella sua umanità concreta, storica, che ci ha rivelato un modo di vivere nuovo, totalmente decentrato da sé stesso e totalmente rivolto e donato al Padre e agli altri uomini. Così anche la sua morte risplende di questa unicità, essa è dono della sua umanità, della sua carne, dono che trasforma la morte in una rinnovata potenza di vita e di amore.

Quando ero un ragazzo, mi ricordo che ad un certo punto ero ritornato a sentire la presenza di Dio e a credere in Lui, ma mi ponevo delle domande su Gesù di Nazareth, su come possiamo noi cristiani credere che Lui sia Dio. Un giorno, in un momento di ritiro con gli universitari, il primo della mia vita, contemplando il crocifisso ho percepito la dolcezza di Dio, scolpita nel mio cuore. È un mistero di attrazione, che trova nella croce il suo centro e che ci porta direttamente a Gesù come Figlio, al suo rapporto col Padre, al dono dell’amore. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre. È una dolcezza, un amore struggente e tenero, che non si preoccupa di sé ma si sbilancia totalmente verso di noi e ci attira costantemente a Lui.

Questa fede non si raggiunge con i nostri poveri ragionamenti, spesso prigionieri di una logica ristretta, come quella di alcuni dei giudei che mormoravano di fronte alle parole di Gesù. Essa può essere solo sperimentata come il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno: alla luce di questa esperienza la nostra riflessione si amplia e anche la croce diventa così un simbolo di vita.

La croce è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente. Quando la pianta fiorisce, anche la casa si adorna dei colori più belli. Come sono belli quei terrazzi che traboccano di fiori e rallegrano lo sguardo dei passanti.

Quella casa è la nostra vita e i terrazzi sono la nostra testimonianza.

Gesù pane proveniente dal Padre

 

Il Padre, che ha inviato Gesù, ci attira misteriosamente a Lui.  Non con poveri ragionamenti, che nascono da una logica ristretta, ma con il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno. .

Lettura popolare XIX TO Anno B Gv 6,41-51

 

Gv 6,41-51

La mormorazione dei giudei

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo offerto dalla liturgia fa parte del lungo e importante discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, al c. 6 del Vangelo di Giovanni. Esso prosegue la lettura della domenica precedente, in cui Gesù si era identificato con il pane della vita, disceso dal cielo (v. 35), in dialogo con la folla. Proprio a questa paradossale affermazione di Gesù reagiscono ora i giudei (v. 41), scandalizzati dalla pretesa di Gesù di identificarsi con il nutrimento celeste, compimento della manna donata da Dio attraverso Mosè nel deserto. Questo nutrimento infatti, nella riflessione giudaica, è assimilabile alla Legge e alla Sapienza stessa di Dio, che si propone come pane e vino, in grado di donare intelligenza al cuore dell’uomo (cf. Pr 9,5-6; Sir 24,21). La folla sarebbe stata disponibile ad accogliere Gesù come un nuovo Mosè che dona il cibo della Legge e della sua interpretazione, ma non poteva essere in grado di comprendere l’identificazione con questo cibo, che comporta un’origine divina da parte di Gesù stesso. È qui che si inseriscono i giudei, un nuovo personaggio, che, pur essendo parte della folla, fino a questo momento avevano taciuto. Ora essi prendono la parola, manifestando il loro scandalo di fronte alla pretesa di Gesù di avere un’origine da Dio. Essi fanno infatti riferimento alla sua origine umana, a Giuseppe suo padre e alla madre (v. 42). Gesù non risponde a tono, ma spiega la loro incredulità a partire dal mistero di un’attrazione che proviene da Dio Padre, e che comporta uno specifico ascolto e insegnamento da parte di Dio (vv. 45-46). Alludendo alla grande visione escatologica del profeta Isaia, in cui alla fine dei tempi Sion-Gerusalemme sarà di nuovo sposata da Dio e i suoi figli saranno tutti da lui istruiti (v. 45), Gesù afferma che questa misteriosa attrazione è un segno della definitiva rivelazione, che risplende nell’Unico che ha visto il Padre perché proviene da Lui (v. 46). A questo punto Gesù ribadisce per la seconda volta di essere il pande disceso dal cielo, che da la vita eterna, con maggiore insistenza sulla differenza con la manna, che non poteva evitare la morte ai padri (v. 50). La manna è figura nella storia di un compimento eccedente, escatologico, che supera la morte con il dono della vita senza fine: esso è appunto il pane disceso dal cielo, che si identifica con la carne, l’umanità concreta di Gesù consegnata sulla croce per la vita del mondo (v. 51).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). La mia opera e quella di Dio, in questi giorni…

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,41-51(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?  Siamo nella sinagoga di Cafarnao e Gesù reagisce allo scandalo dei giudei presenti.
  • Cosa dicono i personaggi? I giudei mormorano perché conoscono l’origine umana di Gesù. Quale mormorazione c’è anche nel mio cuore a riguardo del mio cammino di fede? Cosa fatico ad accettare?
  • Gesù risponde affermando che è il Padre ad attirare le persone a lui. Percepisco questa misteriosa attrazione verso Gesù?
  • Nessuno ha visto il Padre se non colui che proviene dal Padre. Attribuisco a Gesù solo questa prerogativa? Oppure ci sono altre “divinità” nel mio cuore?
  • Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Sento che tutta la mia salvezza dipende dalla sua carne, offerta per me sulla croce?
  • Quale rivelazione? L’origine umana di Gesù, la sua provenienza da Nazareth, la presenza di una madre e di un padre legale, Giuseppe, non contraddicono la provenienza di Gesù da Dio. Anzi proprio come uomo che dona la sua carne umana, egli si rivela come il Figlio che proviene dal Padre e ci dona la vita per sempre.

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Il nutrimento della fede

Dio non ha bisogno delle nostre opere buone, perché è lui stesso che opera in noi per attirarci a Suo Figlio. Questa è la fede, che nasce dalla terra ed è dono del cielo, come la manna. Essa è cibo che nutre e trasforma.

 

Quando i giornali hanno riportato la morte del manager Marchionne, ho condiviso lo stupore e in parte lo sgomento di tanti italiani. Un uomo che ha ottenuto tanti successi imprenditoriali, che ha trasformato con la sua visione e la sua leadership la vita non solo di un’azienda ma della stessa società, è stato portato via così d’improvviso, nel bel mezzo del suo lavoro. Saremmo portati a fare nostra l’affermazione di Qohelet: tutto è vacuità, qual è il senso di tanto daffare in cui siamo immersi?

Anche la nostra vita è continuamente proiettata al di fuori di noi stessi, in tante opere e realizzazioni, materiali e relazionali. In esse noi ci identifichiamo, troviamo una parte di noi stessi nel mondo. Tutta il nostro modo di vivere è un perenne movimento di azione, produzione, impegno lavorativo, aiuto familiare, in cui ci riconosciamo e siamo dagli altri riconosciuti. Ma c’è una parte più profonda di noi, che chiede di essere ascoltata. Una parte che chiede silenzio per fare spazio ad una Parola che non proviene da noi stessi, ma che riceviamo, come nutrimento più profondo.

Dice Gesù alla folla: “Datevi da fare non per il cibo che perisce ma per quello che dura per la vita eterna e che il figlio dell’uomo vi darà.” Se la folla interpreta questo cibo come un fare le opere di Dio, cioè secondo la Legge donata da Mosè sul monte, Gesù invece risponde che la vera opera di Dio è credere in colui che egli ha inviato. In altri termini la vera opera non è ciò che noi possiamo fare per Dio, come se Lui avesse bisogno di noi, fosse anche l’azione più santa, ma ciò che Lui fa per noi e in noi, accendendo la fede nel nostro cuore, nutrendoci di quel solo pane che può alimentarci nel profondo.

Questa riflessione si può ampliare, fino ad interpretare tutta la storia degli uomini e il modo in cui Dio interviene in essa. La storia umana è fatta attraverso opere che trasformano il mondo e a volte lo stravolgono, portando un disequilibrio, una disarmonia tra cielo e terra. Esse sono più spesso il frutto di una volontà di dominio che di una custodia amorevole della creazione. Dio interviene con il dono della manna: essa proviene dal cielo ed insieme è frutto della creazione. Ha un aspetto celeste e insieme profondamente terrestre. Come Gesù che è insieme e inseparabilmente, uomo e Dio. In lui, nella sua umanità, trova sintesi tutta la materia dell’universo, tutta la creazione e tutta la storia. Gesù è la manna, il vero pane proveniente dal cielo, cioè dal Padre. Nella sua umanità tutta la materia e tutta la creazione viene elevata e unita personalmente al Figlio che ci rivela il volto di un Dio buono e misericordioso. In Lui anche tutta la nostra umanità può davvero essere saziata e dissetata: chi viene a me non avrà più sete, mai, in eterno.

È la nostra sete e fame di amore, che solo Lui può saziare, espandendo la nostra persona oltre i limiti delle nostre fragilità, paure e angosce e trasformandoci in un processo lungo e paziente, che dura anni, conosce tempi di salita, apparenti battute d’arresto o addirittura regressioni, si confronta con ostacoli più grandi della volontà, ma alla fine non può non arrivare alla meta, quella di un amore puro e profondo, che non chiede più nulla se non la semplice e costante presenza di Lui in noi. In tutto questo processo di trasformazione non contano tanto le cose che facciamo, ma ciò che noi diventiamo attraverso di esse.

Questa Parola che è Gesù è essa stessa vita, proveniente da Dio e trasforma tutto: essa risuona nel silenzio del nostro cuore, alla lettura profonda del Vangelo, nel respiro del nostro spirito che avverte il dono della Pace.

Chiediamo Gesù-Pace, invochiamolo, attendiamolo con fiducia: non si farà attendere tanto!

 

Nulla va perduto

Di ogni briciola del nostro impegno, del nostro amore, per quanto fragile e limitato, nulla va perduto, per la potenza della Sua Parola

 

 

Quando qualcosa cambia nella nostra vita, magari si cambia lavoro, oppure ci si trasferisce di casa o addirittura di città, oppure purtroppo ci viene a mancare una persona molto cara non è raro che il senso della perdita divenga molto forte e finisca per avvolgere la vita e farci percepire con acutezza la provvisorietà di tutto, nelle persone con cui costruiamo la vita e del nostro impegno quotidiano.

Nel racconto evangelico che abbiamo ascoltato Gesù ordina, a differenza di Mosè con la manna, di raccogliere tutto il pane avanzato dal pasto, perché nulla vada perduto. Obbedendo a questo invito di Gesù, anche noi sentiamo di raccogliere nel ricordo tutto quanto è importante per noi, perché grazie a Lui non c’è nulla nella nostra vita, nessuna esperienza, nessun lavoro, nessuna persona, che “vada perduto”.

L’amore di Dio è tale che non solo ogni sforzo umano, ogni ricerca, ogni lavoro trova il suo significato e il suo ruolo nel quadro più ampio del Regno di Dio, anche se per noi non è facile crederlo, ma anche ogni relazione e ogni persona, pur con i suoi limiti e le sue fragilità, ha un’importanza decisiva nel costruire il Regno di Dio nel nostro cuore e nella nostra vita.

Questo ci porta a dire tre cose. La prima è la responsabilità di partire dalle piccole/grandi realtà della nostra vita, la nostra persona, le nostre relazioni familiari, lavorative, il nostro impegno quotidiano, che sono i cinque pani e due pesci che il Signore ci chiede perché lui possa moltiplicarli. Gesù sceglie di non partire da zero, non è un mago che fa comparire cose che non esistono! Egli parte sempre da noi, da quanto Dio suo Padre ha creato, dalla natura che ci circonda, dalle nostre persone e dal nostro impegno, per moltiplicare il dono con la potenza dello Spirito Santo. Questi cinque pani e due pesci siamo noi stessi, le nostre persone, anche con la nostra fragile e limitata capacità di fare e soprattutto di amare.

La seconda cosa è appunto la sproporzione tra questi cinque pani e due pesci e la folla, ossia tra la nostra fragile realtà personale, e l’immenso campo del Regno di Dio a cui siamo da lui inviati. Dobbiamo ringraziare il Signore perché se da un lato non vuole fare nulla senza di noi, dall’altro ci lascia costantemente in questa fragilità, che è il luogo della prova. Sì Gesù ha messa alla prova i suoi discepoli, sapeva perfettamente che cosa avrebbe realizzato ma dialogando con loro voleva partire dalle loro risorse limitate e insieme dalla loro fiducia in Lui. Ciò che fa la differenza è la fede in Lui, nella Sua Parola. E allora anche la nostra o altrui fragilità non sarà più uno scandalo, ma il luogo della prova, per fidarci di Dio e affidarci a Lui.

L’ultima cosa che vorrei dire è una considerazione che riguarda il modo in cui oggi si tende a comunicare, privilegiando i fatti più clamorosi e spesso piuttosto negativi che positivi. Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Questo significa che nel nostro mondo interconnesso e globale si perde di vista spesso proprio l’essenziale, ossia quei cinque pani e due pesci che, moltiplicati per ogni giovane o uomo che abita sulla terra, costituiscono tutta la potenzialità di vita e di amore da cui il Signore parte per costruire il suo Regno di amore sovrabbondante.

Così partiamo dalla nostra vita, dal nostro corpo, dal respiro che ci attraversa, dalla madre terra che ogni giorno ci custodisce e dona acqua e cibo, dalle amicizie e dalle relazioni, per lodare ogni giorno il Signore e affidare tutto quanto a Lui, che moltiplica e rinnova, senza che nulla vada davvero perduto!