Quartiere Librino

Catania, quartiere Librino, situato a sud-ovest della città, avrebbe dovuto essere, nell’intenzione urbanistica originaria, un modello di pianificazione e di edilizia popolare, con grandi strutture condominiali e ampie aree verdi. Progettato nel 1970 da un architetto giapponese, Kenzo Tange, in modo da diventare un quartiere funzionante e indipendente dal centro di Catania, con tutti i servizi necessari, poi in realtà si è trasformato, dopo alcuni decenni, in una periferia degradata, come è accaduto in altri quartiere di grandi città Italiane, come Scampia a Napoli.

I motivi per cui ciò che dovrebbe essere modello di sviluppo diviene poi emblema di degrado sono profondi e radicati non solo in carenze di programmazione urbanistica e politica, ma anche in una cultura dominante, che si accontenta del controllo del territorio e non lavora per la sua trasformazione positiva. Ciò che i palazzi dicono, con la corrosione dei loro pilastri, da cui emergono alla luce i cavi arrugginiti di acciaio, con i vani delle condutture fognarie aperti in vari tratti, con le aree verdi incolte e piene di rifiuti bruciati, con il campetto da calcio inutilizzato e con l’erba altissima… ciò che questi palazzi ci dicono è una cultura in cui marginalità sociale e arretratezza economica impediscono di aspirare a quel decoro, che è segno di una cultura che tiene a sé stessa, al proprio ambiente e lo vuole bello.  Appartamenti occupati, ragazzi che girano, a piedi o con i motorini, apparentemente senza un lavoro, sguardi che dalle finestre occhieggiano agli estranei con un implicita domanda: “che fai qui? Cosa vuoi o cerchi?”, lasciano immaginare un controllo per ricavare risorse e denaro attraverso attività che nulla hanno a che fare con uno sviluppo ordinato del territorio. Commercio di droga con aggravante di metodo mafioso: così l’ordinanza cautelare del GIP che a luglio 2019 ha portato i carabinieri ad arrestare 25 persone appartenenti ad un clan, proprio in questo quartiere.

Ma ciò più rattrista è  l’assenza dei servizi: non un bar come si deve, non un centro dove gli anziani possano trovarsi per giocare a carte, non un parco dove i bambini possano giocare: certo qualche area verde c’è, ma con l’erba alta e con la spazzatura gettata a mucchi. Non un supermercato, non una farmacia, in mezzo a palazzi che possono contare forse anche un migliaio di residenti…non un ufficio postale, non una stazione dei carabinieri…almeno non vicino.  E la Chiesa? Quella si c’è. Ma forse sarebbe meglio non ci fosse: l’edificio, un prefabbricato, appare sciatto, grigio, triste: non un immagine, non una statua, non una pianta ad abbellire la Chiesa e il suo cortile di cemento…

Sembra che la parrocchia non abbia neppure dei locali, dove poter fare attività…la Chiesa così investe sulle sue periferie, proprio li dove dovrebbe essere più presente? Proprio li dove dovrebbe sorgere il sole di Gesù, nelle tenebre di tanta gente disorientata, di tanti bambini che crescono in questo contesto sociale e non possono immaginare qualcosa di diverso?  Ci sarebbe tanto da fare qui…dov’è la Chiesa? Dove siamo? Chi annuncia Gesù a questa gente? Chi indica una speranza, una possibilità di riscatto, di vita buona, felice, onesta? Chi offre una prospettiva a questi bambini, adolescenti, giovani, facile preda di guadagni disonesti?

Mentre con padre Gianni ci confrontavamo su queste cose, nel mio cuore si agitavano domande, desideri, quasi un grido: Gesù tu sei la luce che illumina, anche qui. Fa che qualcuno ti porti, nel cuore che ama e nelle mani che servono…

 

 

 

 

 

 

La luce vince le tenebre

 

 

Le tenebre, come chiusura e mancanza di speranza, non sono solo uno stato del nostro cuore, di mancanza, di vuoto, ma anche una potenza attiva nel mondo, che causa ostilità, guerra, tenebra appunto. Pensate solamente in questi giorni alla guerra che è ripresa tra Iran e Stati Uniti, come in pochi anni si sia interrotto un processo di pace e di denuclearizzazione e come la strategia militare, da una parte all’altra abbia preso il sopravvento.

Di fronte ad un mondo così, siamo costretti a riconoscere che le tenebre sono davvero una forza attiva nel mondo.

Contro le tenebre vi è però la luce della vita, che è più forte della morte, perché essa illumina ogni uomo e le tenebre non l’hanno vinta, ci dice il prologo del Vangelo di Giovanni. Cosa vuol dire questa frase così sintetica e potente ma anche misteriosa? Vuol dire che al cuore della creazione, di ogni particella di materia, del cosmo, della natura vivente e dell’uomo c’è una sapienza, che è parola, vita e luce. Dio ha parlato fin dall’inizio e la sua parola è azione, processo, creazione, vita, e al contempo luce, più forte delle tenebre, perché essa è originaria. Qui non si parla tanto della luce creata, della luce del sole, per intenderci, che è un simbolo. Piuttosto si parla della luce come quella caratteristica di Dio che vince il caos originario del nulla, delle tenebre, e che è portatrice di essere e di vita.

Allora certo che le tenebre sono anche una potenza attiva nel mondo, un male all’opera che porta con sé la morte, ma la luce, essendo una parola originaria di Dio è più potente e le vince. Noi poi siamo testimoni del fatto che questa luce della Parola si fa carne, entra nella nostra vita umana. Essa ha abitato prima in un tempio di tende nel deserto, poi nel tempio di pietre a Gerusalemme, poi in un tempio di corpo umano, il corpo stesso di una persona, di Gesù di Nazareth. In lui noi tutti riceviamo quella luce originaria che è in grado di sconfiggere le tenebre nel nostro cuore, e veniamo trasformati nella sua immagine luminosa, come ci dice la lettera agli efesini: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.”

Abbiamo dunque in lui la possibilità di sconfiggere definitivamente le tenebre del nostro cuore: le tenebre della fatica che diventa scoraggiamento, della delusione e addirittura pessimismo e rassegnazione. Fino a chiudersi nell’egoismo e in atteggiamenti autoconsolatori. Il cristiano non si rassegna mai, perché la luce che è nel suo cuore, è una risorsa infinita, che, di fronte alla sfida delle tenebre, lo trasforma sempre più ad immagine del Cristo stesso.  Noi abbiamo un’eredità, l’eredità che è il nostro essere Figli, che ci spinge ad abbandonarci sempre più al Padre, senza timori e ogni volta con maggiore convinzione e determinazione.

Mi viene un esempio: il babbo di Greta Thunberg ha testimoniato che Greta prima di iniziare il suo sciopero scolastico per l’ambiente soffriva fortemente per la sua forma di autismo lieve. Aveva una sorta di depressione, di buio, di tenebra nel cuore: è stato a quel punto che, misteriosamente, una luce ha brillato nel suo cuore e l’ha portata a sentire in sé la potenza, la luce, la forza che ha aperto in lei una nuova missione. Così accade quando Dio agisce: nel cuore dei poveri, dei piccoli, di coloro che si sentono esclusi Dio agisce trasformando le tenebre in luce e creando testimoni di luce. Così accade anche in ciascuno di noi, con la potenza della fede.

Ce lo dice sempre, con parole bellissime la lettera agli efesini: “vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.”

 

 

Il Natale per Francesca, Giovanni, Ernesto e Pasqualina (Omelia notte Natale)

Nelle trame sfilacciate delle nostre esistenze familiari c’è ancora la possibilità di sentirsi comunità, se ritroviamo nella nostra fede, radicata nella saggezza degli anziani, implicita nel desiderio e nel cammino dei giovani, riscoperta come novità dagli adulti, ciò che ci rende uniti, che ci rende popolo. Si tratta di un popolo che, come i pastori al tempo di Gesù, con la concreta umiltà del suo cammino, testimonia l’attesa del messia Gesù ed è in grado di accoglierlo anche oggi. Questa umiltà è proprio la mangiatoia in cui il bambino viene ad abitare e ad alimentarci con l’amore di Dio. Questa umiltà è ciò che regge le sorti del Paese e ci fa ben sperare per il nostro futuro!

 

 

Vorrei descrivere questo Natale con gli occhi di Francesca, Giovanni, Ernesto e Pasqualina. Francesca è un’adolescente di 14 anni, che in questi mesi, oltre a sognare un futuro come ballerina di danza classica – si allena infatti tutti i pomeriggi ed è un impegno notevole che si aggiunge a quello della scuola superiore che ha appena iniziato – ha anche incominciato ad interessarsi al futuro del mondo e si è impegnata a scendere in piazza in alcuni venerdì dell’anno, non per perdere la scuola, ma per costruire insieme ad altri giovani, come dice lei, una possibilità di sopravvivenza all’umanità del futuro. Francesca frequenta la parrocchia in un gruppo di ragazzi della sua età: nonostante non abbia ancora tutte le idee chiare su Dio, sente che quella parte di sé che lei chiama Dio la porta ad aprirsi agli altri e a dare il meglio di sé.

Giovanni è un giovane di 23 anni. Sta facendo un erasmus in Svezia ed è molto contento di poter imparare meglio l’inglese e conoscere una realtà diversa dalla sua. Nonostante quest’anno sia stato fuori dall’Italia, mantiene molti contatti con i suoi amici e si aggiorna costantemente su ciò che accade in Italia. Infatti non vorrebbe rimanere all’estero, ma desidera poter spendere le sue competenze per servire il proprio Paese. Assieme a tanti giovani coetanei e anche più grandi di lui sogna un Paese dove le competenze e lo studio vengano premiati e dove chi ha responsabilità politiche sia sobrio e puntuale nelle sue dichiarazioni e preparato per le grandi e complesse sfide della nostra società. La fede è per lui un combattimento quotidiano, tra mille dubbi, e con un rapporto ormai un po’ distante dalla comunità parrocchiale frequentata da adolescente.

Ernesto è un uomo sposato, di 55 anni, che lavora come impiegato e riesce a dedicare parte del suo tempo, tra i figli, la famiglia e il lavoro, per la sua passione: il servizio delle famiglie e persone povere nella Caritas parrocchiale. Dopo anni di preparazione, ha ricevuto il ministero del diaconato e ha spinto i parroci, nella sua zona pastorale, ad offrire una delle vuote canoniche della zona ad una famiglia di siriani immigrati in Italia, di religione islamica. Nonostante le proteste di alcune teste calde del paesino dove era situata la canonica, la famiglia siriana si è ben integrata e i bambini hanno cominciato ad imparare l’italiano e ad andare a scuola, grazie anche ad un servizio di volontari, coordinati da Ernesto, che hanno accompagnato i primi passi e favorito l’inserimento della famiglia  nel paese. Ernesto sente che per trasmettere la fede ai propri figli è necessario anzitutto testimoniarla, più con le opere che con le parole, e con uno stile di gratuità e servizio intelligente ai più poveri.

Pasqualina è una nonna, anzi bisnonna, di 86 anni. Nonostante gli inevitabili acciacchi, conserva uno spirito vigile e la parola pronta. In gioventù ha studiato poco, a causa della guerra, ma la sua intelligenza si è nutrita di una costante riflessione a partire dalla vita. Con una battuta sa fotografare persone e situazioni, ed è in grado di dare buoni consigli a figli e nipoti. In particolare, visto che ormai di forza fisica ne ha poca, la sua principale missione è pregare: per la fede dei figli e nipoti, per i bambini poveri del mondo, per le nazioni che vivono in guerra. È una riserva di saggezza e spiritualità e con la sua presenza tiene unite famiglie e generazioni di figli e nipoti, che durante le feste di Natale si ritrovano con lei.

A Natale nonne come Pasqualina, giovani come Francesca e Giovanni e adulti come Ernesto possono ritrovarsi insieme e sentire che nei loro sforzi e desideri quotidiani non sono soli, ma appartengono ad una famiglia allargata, ad una comunità che cammina insieme. Nelle trame sfilacciate delle nostre esistenze familiari c’è ancora la possibilità di sentirsi comunità, se ritroviamo nella nostra fede, radicata nella saggezza degli anziani, implicita nel desiderio e nel cammino dei giovani, riscoperta come novità dagli adulti, ciò che ci rende uniti, che ci rende popolo. Si tratta di un popolo che, come i pastori al tempo di Gesù, con la concreta umiltà del suo cammino, testimonia l’attesa del messia Gesù ed è in grado di accoglierlo anche oggi. Questa umiltà è proprio la mangiatoia in cui il bambino viene ad abitare e ad alimentarci con l’amore di Dio. Questa umiltà è ciò che regge le sorti del Paese e ci fa ben sperare per il nostro futuro!

Giuseppe e la cultura dell’onore, Omelia IV Avvento

 

 

In tutte le epoche di decadenza, la società perde la capacità di elaborare culturalmente il rapporto tra l’uomo e la donna ed emergono gli istinti peggiori, spesso perfino giustificati da apparenti ragioni culturali. Quando oggi molti italiani ritengono che la violenza sessuale sulle donne è dovuta agli abbigliamenti provocanti delle donne stesse, siamo dentro a questa giustificazione assurda propria di una cultura decadente, in cui il rapporto uomo-donna si gioca sul dominio e sulla violenza. Paradossalmente si tratta di un segno di enorme debolezza dell’uomo, che si sente minacciato dal protagonismo e dalla libertà della donna, dalla sua capacità di pensare e progettare in autonomia, dal fascino e dal potere che essa esercita e che mette in discussione il suo “onore” maschile e quindi non trova altra via che riaffermarlo con la violenza, fisica o morale. Quante donne ancora oggi accettano di vivere per anni rapporti in cui sono vittime dell’egoismo e della possessività dei loro partner! Quante donne ancora oggi accettano di passare attraverso degradanti servizi al potente di turno, pur di avere in cambio un’opportunità di ascesa sociale e lavorativa! Per poi magari metterlo alla berlina dopo anni…Tutto questo oggi sembra non lenito ma acuito da una crisi dell’uomo, da un senso di inferiorità latente che si traduce in una riaffermazione violenta.

Credo che gli uomini di oggi possano guardare a Giuseppe, per ritrovare il vero senso e la vera vocazione dell’essere uomo.  Giuseppe è ben lontano da una cultura dell’ “onore”, frutto dell’orgoglio e di un malinteso senso di superiorità e di dominio. Di per sé la legge di Mosé era molto restrittiva: considerando l’adulterio come una rottura del legame stesso di Alleanza con Dio, prevedeva la lapidazione degli adulteri. Quindi un uomo offeso nel suo onore avrebbe trovato di che soddisfare gli impulsi di un orgoglio ferito. Ma Giuseppe, come dice il Vangelo di Matteo, era uomo giusto, ossia un uomo che sapeva bene che la Legge di per sé non basta a ordinare la vita, perché la si deve interpretare e incarnare nelle circostanze della vita, con l’amore. Essa infatti è anzitutto un segno di amore, di tenerezza, di scelta preferenziale da parte di Dio, sposo, nei confronti di Israele, sua sposa.

Giuseppe trova nella stessa Legge gli anticorpi per vincere una cultura dell’”onore”, che non rispondeva all’amore ma all’orgoglio ferito, che avrebbe potuto “strumentalizzare” la Legge, per affermare una propria superiorità. Egli non intende esporre Maria pubblicamente, ma pensa di gestire le cose per salvaguardare la sua vita, con tenerezza, tutto in segreto. La famiglia avrebbe potuto tenere nascosta la cosa e attribuire il bambino ad una delle sorelle, già sposate…forse avrà pensato che si sarebbe potuto trattare di una violenza e Maria poteva non avere alcune colpa… forse se ci sarà stato dialogo tra i due…o più probabilmente no, perché in quella cultura non c’era davvero possibilità di dialogo intimo e personale, tra un uomo e una donna, prima che andassero a vivere insieme. Giuseppe probabilmente non aveva alcuna possibilità di chiarire bene la causa e l’eventuale colpevolezza o meno di Maria.  Una parola imbarazzata sarà corsa di bocca in bocca fino ad arrivare a Giuseppe, e lui, accertatosi meglio della cosa, avrà cominciato a ragionare in questo modo, con una certa angoscia, ma anche con grande delicatezza e sensibilità verso questa giovanissima donna, che ancora non conosceva, lui giovane uomo, ma già grande di animo.

 

È in questo contesto di angoscia, ma anche di grande rispetto e pudore, che Giuseppe riceve la comunicazione dell’angelo in sogno. Come il suo predecessore, patriarca, Giuseppe, uomo dei sogni, anche lui è in grado di interpretare, attraverso i propri sogni tracce di desiderio profondo, che lo conducono a conoscere il disegno di Dio. Lui voleva una famiglia, un figlio, sognava una felicità domestica e Dio gli risponde, affidandogli un Figlio che, pur non essendo il suo, diverrà inequivocabilmente anche il suo.

In Maria Giuseppe è invitato a cogliere la libertà di un disegno che appartiene a Dio stesso. Egli è in grado di mettere da parte il proprio “onore”, per valorizzare il particolare “carisma” della donna, che lungi dal togliere a lui una paternità, gliene darà una ancora più bella e piena.

Gesù, il messia Figlio di Dio, avrà qualcosa di Giuseppe, suo babbo umano. Imparerà da lui ad essere un uomo giusto, ad amare con delicatezza le donne, specialmente quelle più deboli, tormentate, possedute, perse. Per restituirle alla loro dignità di donne.

Lettura popolare per immacolata concezione

 

 

Lc 1,26-38

L’Annunciazione

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da ripetere”  ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

La visita dell’Arcangelo Gabriele a Maria evoca le visite di Dio a diverse donne dell’AT : Sara, madre di Isacco (Gen 18,9-15); Anna, madre di Samuele (1 Sam 1,9-18) e la madre di Sansone (Gde 13,2-5). A tutte loro fu annunziata la nascita di un figlio con una missione importante da realizzare inserita nel piano salvifico di Dio.

La narrazione inizia con la menzione temporale del “sesto mese”: il racconto dell’annunciazione intende agganciarsi al precedente episodio che ha per protagonista Zaccaria ed Elisabetta Il “sesto mese” è infatti riferito al mese di gravidanza di Elisabetta, una donna in età avanzata che ancora aspetta il suo primo figlio. Elisabetta è menzionata all’inizio del brano (Lc 1,26) e alla fine della visita dell’angelo (Lc 1,36-39). Anche l’invio dell’angelo Gabriele richiama quanto accaduto a Zaccaria (v. 26). Cambia però lo scenario: non siamo più nel tempio di Gerusalemme ma in una borgata semisconosciuta della Galilea, totalmente ignota all’Antico Testamento, Nazareth. L’angelo appare ad una giovane donna, definita vergine e insieme promessa sposa, condizione particolare di quelle ragazze tra i 12 e i 15 anni che, pur avendo stipulato un contratto di matrimonio, non sono ancora andate a convivere col marito e pertanto sono in condizione di verginità. Il marito, Giuseppe, è della famiglia di Davide, cosa che rende possibile, legalmente, la discendenza del nascituro dalla stirpe regale da cui germoglierà il messia (cf.  Is 7,14). L’angelo saluta Maria con l’imperativo: “Rallegrati”, che non corrisponde al normale saluto ebraico (shalom: pace).  Esso riprende infatti l’invito di Dio nell’AT rivolto alla figlia di Sion (Gerusalemme) di gioire per la salvezza operata da Dio in modo inaspettato nel giorno del suo intervento (cf. Sof 3,14). L’espressione “piena di grazia” viene da un verbo (charitòo) che indica il risultato di una trasformazione, resa possibile dallo sguardo di favore e di amore di Dio.  Dio l’ha vista bella e questa bellezza l’ha pienamente trasformata e colmata. Anche il saluto dell’angelo: “il Signore è con te” richiama racconti di vocazione di importanti personaggi della storia della salvezza (cf. Gn 26,3.24; Gn 28,15; Es 3,12; Gdc 6,12). Come già Zaccaria, anche Maria è turbata, ma non dalla visione dell’angelo, bensì dalle sue parole. Essa, infatti, è pronta a chiedersi il significato di un così eccezionale saluto. L’angelo la invita alla fiducia: “Non temere” e le dice che “ha trovato grazia presso Dio” (v. 30). Questa grazia trasformante è in vista del meraviglioso evento del concepimento verginale (v. 31). Questo bambino si chiamerà Gesù e al contempo sarà chiamato figlio dell’Altissimo (v. 32). Tale particolare duplice identità viene descritta sia come compimento della profezia riguardante il messia davidico (v. 32-33), destinato a governare per sempre sul trono di Davide e sia come rivelazione del Figlio di Dio (v. 34-35) per opera dello Spirito Santo.

Questa potenza infatti viene su di lei con una presenza gloriosa, simile a quella della nube sul monte Sinai (cf. Es 40,35). Quest’ultima spiegazione dell’angelo è una risposta alla domanda di Maria (v. 34), che non va interpretata come un’obiezione ma come una richiesta di maggiore comprensione, a causa dell’ostacolo della verginità. Per il narratore ciò che importa è sottolineare l’onnipotenza di Dio nel contrasto tra il concepimento della sterile Elisabetta (v. 37) e il ben più straordinario segno del concepimento di una vergine. Risalta dunque maggiormente la differenza tra l’incredulità di Zaccaria, che si scandalizza del messaggio dell’angelo, e la fede di Maria, aperta a comprendere la Parola di Dio e disposta a far sì che essa si compia in lei (v. 38).

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Nella mia vita c’è presenza di gioia, ma anche di dubbi. Mi esercito a fare della buone domande a Dio? Sono capace di ascoltare quando qualcuno mi pone delle domande?(15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 1,26-38 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Quale tempo e luogo?

Siamo nel sesto mese dall’apparizione dell’angelo a Zaccaria.  Le due scene sono dunque collegate, anche per contrasto. Il tempio di Gerusalemme contrasta con l’ignota Nazareth così come un umile adolescente con il sacerdote Zaccaria nell’esercizio delle sue funzioni. La Parola di Dio si compie nelle “periferie” nascoste ed umili. Nella mia vita coltivo una mentalità legata al potere umano o sono disposto ad accogliere un Dio che si rivela nell’umiltà e nel nascondimento?

  • Come agiscono i personaggi?

-L’angelo saluta Maria con espressioni legate all’AT. Essa rappresenta la figlia di Sion, trasformata e colmata dalla grazia di Dio. Sento anch’io su di me lo sguardo di Dio che mi dona favore e bellezza? C’è in me la consapevolezza di un progetto misterioso e originario, che riguarda anche la mia persona? Sento la gioia di un dono di Dio che si rinnova nella mia vita ogni giorno?Sono capace di pregare fidandomi di Dio, senza chiedere un segno?

-Il turbamento di Maria indica la straordinaria grandezza della Parola di Dio in rapporto alla creatura umana. La sua domanda all’angelo indica anche la disponibilità a comprendere una Parola che oltrepassa i limiti della natura. Turbamento di fronte alle sfide della vita, ma anche  disponibilità a mettersi in ascolto di Dio: mi ritrovo in questo atteggiamento di Maria o mi lascio travolgere da preoccupazione e percezione di disordine e disorientamento?La paura di ciò che scopro di fronte a me accentua la mia attenzione verso questa nuova circostanza o mi porta a fuggire in altre direzioni?Ho timore di ciò che non conosco o mi fermo a guardare ed ascoltare per capire cosa di nuovo ho di fronte?

 

  • Quale rivelazione è qui contenuta? Nella trama dell’umanità si compie la Parola di Dio. Gesù, uomo della stirpe di Davide, è anche il Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo. Sono consapevole che anche nella mia umanità, umile e peccatrice, prende carne la Parola di Dio, sul modello del Figlio?Sono consapevole di essere uno strumento nelle mani di Dio? Lo lascio operare in me oppure mi chiudo nella mia paura?

 

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Sicuri dalle nostre paure (Omelia I Avv Anno C)

Se non lo aspettiamo perché cerchiamo altrove la nostra sicurezza, egli ci potrebbe anche disturbare, potremmo percepirlo come un ladro di notte. Se invece lo attendiamo, se gli apriamo la porta del nostro cuore, egli viene in noi e la sua venuta ogni giorno diviene per noi fonte di dolcezza e sicurezza.

 

 

La routine, il fare le cose, ogni giorno sempre le stesse, rischia di impedirci di conquistare una percezione del senso profondo che ci avvolge. Se facessimo attenzione alle cose che accadono però intorno a noi, alle disgrazie che succedono, dai terremoti agli atti terroristici che insanguinano l’Europa, allora potremmo percepire che la nostra vita è davvero fragile. Ma il nostro rischio è ancora più grave: siamo anestetizzati da tutto quello che sentiamo nei media, come se a noi non riguardasse e andiamo avanti con la nostra routine.

 

Siamo come la generazione di Noè, che non si accorgeva di nulla, finché venne il diluvio e come quella generazione, cerchiamo nella nostra routine umana delle risposte alle nostre paure profonde, qualcosa che ci dia sicurezza. Spesso ad esempio la cerchiamo negli uomini potenti e nelle istituzioni. Salvo poi renderci conto che per lo più la sicurezza vera non dipende da certe scelte politiche securitarie, che sono sempre provvisorie e piene di controindicazioni. Si possono riempire di armi i cittadini per farli sentire più sicuri: ma poi lo saranno davvero?

 

Noi cristiani abbiamo un’altra risposta alla paura, più radicale, perché non si accontenta di rimedi esteriori, ma va al nostro cuore. Svegliatevi dal sonno, la sua venuta è vicina, dice san Paolo nella seconda lettura: cosa significa questo?  Il Vangelo ce lo spiega bene: si tratta della venuta del figlio dell’uomo, di Gesù, che porta a termine e riassume tutta la storia umana. Si tratta dell’instaurazione del Regno dell’amore attraverso colui che ha donato la sua vita per noi, è morto ed è risorto. Se non lo aspettiamo perché cerchiamo altrove la nostra sicurezza, egli ci potrebbe anche disturbare, potremmo percepirlo come un ladro di notte. Se invece lo attendiamo, se gli apriamo la porta del nostro cuore, egli viene in noi e la sua venuta ogni giorno diviene per noi fonte di dolcezza e sicurezza.

 

Se lo accogliamo, saremo come gli ebrei che salivano a Gerusalemme, città della pace. Non vi è città al mondo che abbia conosciuto tante guerre come Gerusalemme, eppure essa è la città della pace, perché rappresenta la rivelazione di un Dio d’amore, che unisce tutti in un Regno di pace. Così dice il rotolo del profeta Isaia:

venite, saliamo sul monte del Signore,

al tempio del Dio di Giacobbe.

Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.

È il rotolo della Parola di Dio, che oggi leggiamo e che ogni giorno entra nel nostro cuore, ci consola e ci da speranza. Essa fa del nostro cuore il tempio di Gerusalemme, in cui Dio dona la pace, anche in mezzo a tante contraddizioni e segni negativi. E così saremo costruttori di pace nel concreto della nostra vita.

 

Penso oggi, in questo tempo di divisioni, guerre e riarmo delle grandi potenze, ad una persona come Giorgio la Pira, il sindaco santo di Firenze, che fece dialogare tra loro cristiani, ebrei e musulmani, che portò il suo messaggio di pace ai grandi capi di stato e pregò per scongiurare un possibile olocausto atomico.

Questo lo fece non solo perché era sindaco di Firenze, ma perché nel suo fare il sindaco ha messo in gioco la pace del Regno, quella che solo il figlio dell’uomo può donare.

 

Lettura popolare I Avvento Anno A

 

Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà

Hands closed in prayer on an open bible

 

Lettura popolare I Avvento Anno A

 

 

Mt 24,37-44

La parusìa del figlio dell’uomo

Il messaggio nel contesto

 

Questo discorso di Gesù che leggiamo nella prima domenica di Avvento è parte di un più ampio contesto, in cui Gesù risponde alla domanda dei discepoli: «dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo (Mt 24,3b)».  Il cuore del messaggio di Gesù è l’attesa della sua venuta, la “parusìa”.  Egli è il risorto e nel tempo della storia è colui che guida il diffondersi del vangelo fino ai confini del mondo (24,14) mentre si diffondono segnali di distruzione (guerre, carestie e terremoti) ma che non sono ancora segno della fine (cfr. vv. 6-8). L’ora della fine è infatti sconosciuta (v. 36). Si tratta di qualcosa di improvviso, di cui gli uomini non si rendono conto, immersi come sono nei loro affari quotidiani, esattamente come era accaduto per la generazione di Noè (v. 37).  In superficie tutto sembra scorrere secondo l’ordinarietà più tranquilla: la vita continua attraverso le routine quotidiane del mangiare e bere e la formazione di nuove famiglie (v. 38). L’apparenza di una vita che continua nella sua autonomia sembra costituire una buona motivazione per non porsi troppe domande sul senso delle cose e su Dio.  Tuttavia il giudizio è già in atto, un giudizio che riguarda le azioni degli uomini e il loro orientamento al vero e al bene e che improvvisamente viene manifestato attraverso il diluvio (cfr. 1Ts 5,1-11). Perchè il diluvio? Perché solo la distruzione di ciò in cui l’uomo confida gli consente di rendersi conto che la verità della sua esistenza non risiede in sé stesso e nella superfice della sua esistenza, ma in Dio (vv.40-42). Vegliare (v.42) significa mantenere costantemente questa consapevolezza, che l’esistente è provvisorio. Poiché l’ora della venuta del figlio dell’uomo è sconosciuta, si deve vivere nella costante attesa del suo ritorno (v. 44). Se per coloro che non l’aspettano il figlio dell’uomo viene come un ladro, nella prospettiva del giudizio (v. 43, cf. Ap 3,3), invece per coloro che l’aspettano l’incontro sarà fonte di gioia e di pace (cf. Ap 3,20).

 

 

 

 

Per la lectio divina

  • Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Mt 24,37-44.
  • Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 24,37-44 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto spazio-temporale del racconto

Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo simbolo del culto e della storia di Israele. L’intero discorso di Gesù ruota intorno a questo simbolo e alla sua comprensione. La distruzione del tempio prevista da Gesù indica più in generale il venir meno dei punti fermi in cui l’umanità confida.  Quali i punti fermi illusori sono quelli in cui oggi confidiamo?

 

  • Quale rivelazione?

Non se ne resero conto finchè non venne il diluvio: la nostra generazione vive come ai tempi di Noè: fa tutto quello che riguarda la vita (bere, mangiare, prendere moglie e marito) senza rendersi conto del tempo in cui vive. Quale visione ho della vita? Sono unicamente occupato da ciò che mio riguarda giorno per giorno o riesco ad avere uno sguardo più ampio?

Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora: cosa significa per me vegliare? Penso di avere in mano il mio destino o mi lascio coinvolgere da un disegno più grande che è quello di Dio?

il ladro viene: il figlio dell’uomo, che è Gesù, viene per me come un ladro o come un ospite atteso?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.