lettura popolare XXV TO Anno C

 

 

Lettura popolare XXV TO Anno C

 

Lettura popolare XXV TO Anno C

 

Lc 16,1-13

 

Il messaggio nel contesto

 

Gesù si rivolge ai discepoli, per raccontare una parabola, che ha però come sfondo e come interlocutori anche i farisei (cf. v. 14). La scena è tratta da una situazione di vita ordinaria nell’antichità, sia per i romani che per i giudei, in cui un servo diveniva spesso amministratore dei beni del suo padrone e cresceva notevolmente in importanza sociale ed economica, fino ad essere spesso reso libero dal padrone, per i suoi servigi (v.1-2).

Qui tuttavia il servo ha sperperato i beni dell’uomo ricco ed è chiamato a rendere ragione della sua amministrazione (v. 3). A questo punto un ragionamento del tutto utilitaristico porta l’amministratore a pensare di “farsi amici” i creditori del suo padrone, per poter essere accolto da loro, una volta che sarà cacciato dall’amministrazione (v. 4). La parola chiave del ragionamento del servo e del suo dialogo con i debitori è: “accogliere”, verbo che nel Vangelo di Luca è spesso usato per indicare l’ospitalità. Egli scommette sul fatto che verrà accolto ospitalmente se sarà in grado di accogliere i debitori con un accordo che preveda uno sconto piuttosto largo e abbondante. In effetti ridurre di cinquanta i litri di olio comporta una remissione del debito davvero generosa!

Se l’azione dell’amministratore è disonesta, come ammette Gesù stesso commentando la parabola, in realtà il padrone loda l’amministratore perché è stato scaltro nel farsi nuovi amici, cioè ha capito come funziona il mondo e ha utilizzato il poco tempo che gli era rimasto a capo dell’amministrazione, per costruirsi un futuro stabile. In questo senso i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce, perché questi ultimi dovrebbero capire come funziona la sapienza del mondo a venire, del Regno di Dio e avvantaggiarsi di conseguenza. Ossia dovrebbero procurarsi con la disonesta ricchezza, ossia con la ricchezza di questo mondo, amicizie tra i poveri, che non sono in grado di reciprocare al livello di questo mondo, ma che garantiscono un bene assolutamente superiore, quello celeste (v. 9). Si tratta di vendere i propri beni, come era stato già ricordata d Gesù in 12,33, per acquistare un tesoro che non verrà mai meno.  In altri termini Gesù costruisce un ragionamento a forziori. Se il farsi amici vale nelle logiche di questo mondo e con la ricchezza “disonesta”, tanto più deve valere nella logica del Regno di Dio, in modo del tutto nuovo e trasformato.  Ciò che importa nel nuovo Regno non è più la ricchezza in sé stessa, definita “disonesta” nel senso che appartiene a questo mondo e quindi non appartiene ai figli della luce, ma le relazioni che si sono create, e che rendono possibile una nuova e radicale accoglienza, quella delle “tende” eterne, nuova abitazione, nuovo tempio in cui si cammina come figli.  Gesù esorta quindi a prendere in considerazione seriamente il “vero bene” che ci aspetta e quindi, proprio per questo, ad essere fedele anche nelle cose materiali, nell’ottica del servizio per i più bisognosi.

 

Per la lectio divina

  • Invocolo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggoil brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 16,1-13.
  • Cercodi comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Lc 12,33
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogocon Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il branodel Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 16,1-13 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogoun pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto della parabola evangelica?

-Gesù sta parlando ai discepoli. Essi sono ancora tentati dai beni e da una logica mondana in cui non sono nemmeno troppo esperti.

  • Chi sono i protagonisti della parabola?

– L’uomo ricco e l’amministratore.

  • Cosa accade nella parabola?

-Pur facendo uno sconto notevole e non conveniente per i padrone, quest’ultimo loda l’amministratore, perché ha agito con scaltrezza secondo le regole del mondo patronale, facendosi nuovi amici, che lo accolgano.

-Gesù prende spunto da questo in modo provocatorio e urtante, per sottolineare come anche i figli della luce dovrebbero prendere spunto dalle regole del Regno, per utilizzarle a loro vantaggio. Si tratta dunque di utilizzare le ricchezze di questo mondo, per farsi nuovi amici, i poveri, e aprire la strada verso la pienezza del Regno di Dio. Come utilizzo i miei beni? Quale libertà intoriore ho nei confronti di essi? Sono convinto che l’amore di Dio è l’unico vero bene della mia vita?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La relazione e non la ricchezza in sé è in grado di salvare l’uomo. Si tratta di una relazione con Dio, che passa attraverso il riconoscimento del “vero bene” dell’uomo e dell’utilizzo conseguente delle ricchezze di questo mondo,. Si tratta di far crescere il capitale della gratuità, del dono, dell’amore, anche attraverso l’economia materiale. Quali scelte e cambiamenti mi attendono, per essere evangelicamente orientato a portare frutto nella mia vita? Quali attaccamenti mi impediscono ancora di portare frutto?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera(5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

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Lettura popolare XXIV TO Anno C

Lc 15,1-3.15-32

Il Padre misericordioso

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Il contesto di questa sezione di parabole è rappresentato dalla critica che farisei e scribi facevano a Gesù, di mangiare, ossia, di entrare in una profonda comunione, con i peccatori e i pubblicani (cf. 15,1-3). I pubblicani erano per eccellenza peccatori a causa del loro mestiere di esattori delle tasse per conto di una potenza straniera, e perché resi impuri dal loro contatto con i romani. Gesù invece attua fin d’ora quella comunione dei tempi ultimi che sovvertirà le umane aspettative (Lc 13,25-29).

Gesù nel discorso parabolico che segue, rivolto agli scribi e farisei, parlerà di sé e del suo ministero non direttamente, ma sempre in rapporto al mistero di Dio. Il lettore si trova dunque confrontato con gli scribi e i farisei nel suo modo di seguire Gesù e nella concezione di Dio che egli ha.

Il testo liturgico dopo il v. 3 salta le due parabole, della pecora perduta e della dramma smarrita, e si ricollega all’ ultima parabola, quella del “padre misericordioso e dei suoi due figli” al v. 11. In essa il figlio maggiore, che osserva fedelmente La legge che è a servizio del padre corrisponde bene all’immagine del fariseo propria di Luca. Il figlio minore che spende le sostanze del padre con le prostitute e poi si ritrova a lavorare con i porci corrisponde al peccatore che vive nell’impurità dovuta alla lontananza con il Padre.

Se il peccato del figlio minore è più evidente, quello del figlio maggiore sembra esserlo meno, ma in realtà la parabola mostra che così non è. Entrambi partono da una distanza siderale nei confronti del Padre, e se è sicuro che il figlio minore si convertirà alla luce dell’amore del Padre, non altrettanto si può dire di quello maggiore. In effetti di lui non sappiamo come risponderà all’invito del Padre.  Questa modalità di condurre il discorso parabolico rivela che gli interlocutori sono sempre gli scribi e i farisei che si credevano giusti e dunque il discorso al figlio maggiore è rivolto a loro e al lettore. Per il Gesù lucano colui che corre più pericoli non è chi vive nell’aperta ribellione, ma chi presume di essere nel giusto: la sua è una lontananza da Dio più difficile da guarire, perché comporta un inganno maggiore, che si situa sottilmente nelle pieghe della concezione di Dio e della sua giustizia.

Il figlio maggiore è lontano da Dio e la parabola del figlio minore può forse aiutarlo a comprendere la sua attuale lontananza da Dio. Egli ha sempre “pensato” di essere in buon rapporto con il Padre, ma in realtà non lo è “mai” stato fino in fondo, così che questo suo ultimo rifiuto di entrare alla festa organizzata dal Padre per il figlio minore non è una crisi improvvisa nelle relazioni, ma la manifestazione improvvisa di una crisi, di un’incomprensione relazionale esistita da sempre.

Le parole del figlio maggiore lo tradiscono: lui ha sempre “servito” da tanti anni senza mai trasgredire un comando, e in cambio non ha mai ricevuto un capretto. Egli pensa il rapporto con suo “padre” non come un figlio, ma come uno schiavo penserebbe il rapporto con il suo “padrone”. Egli ha vissuto da schiavo nei confronti del Padre, senza comprenderne affatto l’amore e senza capire che, come gli risponderà il Padre: “tutto ciò che è mio è tuo”.  Si tratta di una concezione profondamente immatura della relazione, per la quale egli vale nella misura in cui fa qualcosa per il Padre suo e  dunque ne riceve in cambio. Ciò significa un desiderio nascosto di divertirsi come il figlio minore, ma una sostanziale incapacità di farlo, non per aver conosciuto un amore più grande, ma solo per un attaccamento narcisistico a sé stesso, e alla propria immagine di figlio “bravo”. Quindi il fatto che il Padre abbia dato un capretto al figlio minore implicitamente vuole dire al figlio maggiore che egli vale meno di lui. Il Padre invece vuole fargli capire che egli lo ama per se stesso, per quello che egli è e non perché è bravo a “servirlo”.

In fondo il discorso del Padre è il vero trait d’union tra i due versanti della parabola. Egli con i suoi atti rivolti al figlio minore dice esattamente lo stesso amore che proclama a parole nei confronti del maggiore: “tutto ciò che è mio è tuo”. La sua compassione (lett. Stringersi delle viscere di una madre cf. Lc 7,13) si mostra in una serie di atti eccessivi come correre, gettarsi al collo del figlio, baciarlo senza tener conto che il figlio non gli ha ancora chiesto scusa (cfr. 2 Sam 14,33). Il Padre ama gratuitamente e in modo sovrabbondante, al di là di ogni regola di giustizia umana. Solo a questo punto, alla luce dell’amore del Padre, il figlio fa la sua confessione.

I tre seguenti gesti simbolici: il dono della veste lunga per la festa, l’anello che indica l’autorità e i poteri del Padre e i sandali che indicano l’uomo libero (lo schiavo camminava scalzo), sono tutti segni della ristabilita dignità di figlio. Colui che si rende conto dell’amore del Padre (cfr. Ger 31, 19), gratuito e sovrabbondante, può essere ristabilito nella sua dignità di Figlio. Riuscirà a rendersene conto il Figlio maggiore? Riuscirà il figlio maggiore ad uscire dal suo narcisismo e ad amare il fratello? In fin dei conti la sua salvezza è legata a doppio filo con quella del fratello. Se il minore non avesse sperimentato la gratuità del Padre il maggiore sarebbe stato condannato nella sua pretesa di salvarsi con la sua osservanza della legge, senza possibilità di rendersi conto della sua reale lontananza da Dio. La salvezza del fratello maggiore passa così attraverso la sua decisione di far festa per il minore. Ci si salva nella gioia e non nella recriminazione!

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

Ricordiamo la vita.  (15 minuti)
Le mie recriminazioni nei confronti degli altri e della vita

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 15,1-3.15-32 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
Gesù si trova in mezzo a pubblicani e peccatori, che lo ascoltano. Ciò che segue non può che fare riferimento a questa situazione iniziale, che si trova anche in bocca ai farisei e motiva le loro mormorazioni (v.2). Gesù si rivolge dunque proprio ai farisei. Come considero i peccatori? Lo stile di Gesù, che non teme di avvicinare il peccatore, anzi va in cerca di lui, è anche il mio?
Chi sono i personaggi, cosa fanno?
-Il figlio minore parte per un paese lontano e sperpera tutte le sue sostanze. Poi rientra in se stesso. Quali “dispersioni” lontano da Dio nella mia vita? Come sono rientrato in me stesso?

-Il Padre con due figli, quando il figlio minore ritorna, lo vede quando era lontano, ha compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. Questa serie di azioni può sembrare eccessiva, perché è del tutto gratuita e immotivata, su un piano di giustizia retributiva. Come immagino Dio Padre? È uno che “perde la propria dignità” per amore?

-il figlio maggiore si indigna e non vuole entrare. Cosa ritengo assolutamente inaccettabile, un’ingiustizia che lede e offende i miei diritti? Quali sono le mie recriminazioni davanti a Dio?

Cosa dicono i personaggi?
Il figlio minore afferma di “morire di fame”, a confronto dei servi di suo Padre. Di che cosa ho fame e profonda nostalgia, fino a “morirne”?
Il padre afferma, riferendosi al figlio minore: “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Quali sono stati i miei passaggi di “morte” e “resurrezione”?
Rivolgendosi al figlio maggiore il padre dice: “Figlio, tu sei sempre con me e quello che è mio è tuo”. Sono capace di gioire e far festa per i doni che Dio fa agli altri, sentendoli come miei?
Quale rivelazione è contenuta qui?
-L’amore di Dio è gratuito e per questo contraddice una logica “contabile” tipicamente umana. Sono in grado di condividere questa prospettiva di Dio e di gioire per ogni uomo che si converte a Lui?

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
 

 

 

la superiore eredità (Omelia XVIII TO Anno C)

 

 

Se uno studente ha come suo obiettivo solo ottenere una buona pagella a giugno e poi mettersi a riposo e non pensa mai a ciò che sta costruendo con la cultura che acquisisce, ai suoi sogni e alle sue scelte future, cosa dovremmo dire? Non è ancora maturo…sta faticando al massimo per far contenti i propri genitori. Prima o poi sarà costretto dalla vita a chiedersi dove vuole davvero andare.

È la stessa situazione dell’uomo ricco della parabola di Gesù. L’unica sua domanda è cosa farne dei suoi raccolti, di tutto ciò possiede, in un’ottica autocentrata: prima o poi, anzi molto presto, la vita gli chiederà il conto.
Egli è stolto. La stoltezza è frutto di una incapacità di comprendere la realtà, di andare oltre il proprio naso, di vincere una cupidigia ristretta, infantile. Infatti la ricchezza, ogni ricchezza, materiale, ma anche umana, intellettuale, spirituale ecc. è fatta per generare un valore superiore, attraverso la relazione, la condivisione. L’uomo è un animale strutturalmente sociale e relazionale. In tal modo entra in gioco un fattore moltiplicativo, che permette alla ricchezza personale di generare valore e di conseguenza felicità. Ogni buona teoria economica dovrebbe tenere conto della felicità. Un imprenditore non è felice se guadagna milioni di euro ogni anno, ma se la sua azienda ha dato lavoro, ha generato sviluppo, ha trasformato e arricchito la vita di altri. E invece ancora oggi vi è chi pensa che l’economia abbia come fine solo la massimizzazione del profitto personale e tutto il resto ne discenderebbe di conseguenza, per una mano magica redistributiva.

Se questo lo allarghiamo al mondo intero e alle relazioni tra stati, troviamo oggi all’opera un preoccupante ritorno alle logiche del XIX secolo, che hanno generato poi ben due guerre mondiali. Gli Stati più potenti pensano ad arricchire per sé, imponendo dazi ed instaurando guerre commerciali che minano alla crescita globale e preparano ostililità ben peggiori di quelle economiche. Addirittura c’è una corsa al riarmo di testate missilistiche tra Nato e Russia. È di ieri la notizia dell’abbandono di un trattato stipulato nel 1987 tra Usa e Urss sulla proliferazione di missili di media gittata, che apre a sperimentazioni, e nel 2021 potrebbe saltare anche il trattato Start, sui missili nucleari di lunga gittata. Invece di allargare ad altri stati, come Cina e India, la cooperazione per il disarmo, si sta investendo fior di quattrini per un riarmo che prospetta futuri scenari peggiori della guerra fredda, con il ritorno della paura del conflitto nucleare.
La logica dell’arricchire per sé è profondamente stolta e autodistruttiva. In un mondo in cui il riscaldamento globale sta mettendo a rischio il futuro di milioni di famiglie e forse la nostra stessa sopravvivenza come genere umano, non abbiamo il coraggio di investire la nostra ricchezza nel valore ambientale, che farebbe crescere la nostra economia non verso il guadagno di pochi e la povertà di molti, ma verso uno sviluppo veramente sostenibile. Anzi finanziamo armamenti destinati a produrre distruzione e morte. È veramente una cultura di morte, senza futuro e senza speranza.

Come cristiani dobbiamo essere consapevoli che l’arricchire presso Dio, di cui parla il Vangelo, comporta una scelta di campo. Siamo chiamati ad investire tutti i nostri doni, talenti, capacità, ricchezze in una rete con infinite connessioni, capace di avvolgere tutto il mondo. Siamo chiamati ad una competizione santa, che non punta ad escludere l’altro, ma a far sì che ciascuno trovi e coltivi i propri carismi. E a far sì che chi è più debole o fragile, possa fare di questa fragilità un tesoro in grado di arricchire ancor più il patrimonio dell’umanità. Di fronte ad una cultura di morte, dobbiamo costruire una rete per la vita, per salvare l’Uomo dalla sua stoltezza. Ecco allora che possederemo l’eredità, non quella di due fratelli che litigano, ma quella di una civiltà d’amore, che il Padre ci ha lasciato, perché potessimo collaborare con lui a questa costruzione. E ci ha dato il suo Figlio, il vero mediatore di questa eredità superiore.
In Lui sappiamo che questa meravigliosa rete non si spezza, ma si rigenera continuamente, come una pianta continuamente alimentata dalla sorgente di vita che scaturisce dalla croce.

Lettura popolare XVIII TO Anno C

 

Lettura popolare XVIII TO Anno C

Lc 12,13-21
Arricchirsi presso Dio
Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

L’insegnamento di Gesù che è contenuto in questa pericope si trova all’interno di un discorso di Gesù ai discepoli a riguardo dell’annuncio del Vangelo e dei contrasti e opposizioni che esso suscita (cf. 12,4-12.22-32). Esso nasce dalla domanda di un anonimo personaggio, in mezzo alla folla, che lo interpella come «maestro» e gli chiede di giudicare il suo caso di eredità, in una controversia tra fratelli (v. 13), come già aveva fatto Mosè (cf. Nm 27,8-11) e come facevano comunemente i maestri della Legge anche al tempo di Gesù. Gesù però si rifiuta di giudicare questi aspetti, perché intende rivelare una dimensione più profonda del giudizio. Egli è certamente un maestro in grado di giudicare, ma il suo giudizio oltrepassa i criteri di una giustizia umana, per accedere ad un livello «profetico» e «rivelato». Egli infatti è il profeta degli ultimi tempi, al pari di Mosè, la cui parola va accolta quale parola di Dio (cf. Dt 18,18).
Gesù va dunque al cuore della questione, con un invito a custodire la coscienza da quella cupidigia che nasce quando si fa consistere la prospettiva di vita (fisica e spirituale) solo sui «beni» (v. 15). Per far comprendere questo Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco e ci fa accedere alla riflessione profonda di un uomo che ha avuto successo nella vita e a cui gli affari sono andati bene. Di per sé il suo ragionamento è corretto e non sembra essere guidato da cupidigia: si tratta di costruire granai più grandi per contenere e amministrare il patrimonio (v. 18). Il problema risiede piuttosto nel fatto che egli si considera proprietario di quei beni e non semplicemente amministratore: così egli intende godere per sé (v.19), e non far fruttificare il patrimonio per altri. Egli sarebbe arricchito per Dio se solo avesse utilizzato il valore materiale per creare un valore più alto e più vero, la relazione umana e l’amore che circola e cresce tra gli uomini. In modo simile i primi cristiani degli Atti degli Apostoli considerano anzitutto il dono dell’amore nella comunione ecclesiale il valore supremo a cui finalizzare i beni e le proprietà personali (cf. At 5,1-11). L’uomo ricco della parabola dunque non è veramente sapiente (cf. Sir 11,18-19), perché non considera ciò che ha ricevuto come un dono di Dio e dunque pensa che le ricchezze bastino a dargli la vita. Egli è diventato idolatra, perché ha sostituito Dio con la ricchezza e i «beni».
In fondo Gesù, pur non essendo giudice e mediatore in senso umano, lo è in un altro senso, perché mostra di essere il mediatore di «beni» che provengono dal Padre, l’unico che può assicurare il dono della vita. Chi è consapevole di avere questo dono dal Padre, in fondo ha già ricevuto l’eredità, quella che spetta ai figli di Dio, e non ha più bisogno di discutere a riguardo dell’eredità paterna.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)
Le mie preoccupazioni concrete e quotidiane

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 12,13-21(10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
Siamo in un contesto di contrasto con i capi e accusa. Qui emerge l’autorità di Gesù, che non entra nel merito della gestione diretta del potere giudiziario o politico, ma intende far emergere i pensieri profondi della coscienza umana. Il giudizio può essere dato da un punto di vista esteriore e da uno interiore. Come giudico io le situazioni e le persone?
Chi sono i personaggi, cosa fanno?
-Un uomo chiede a Gesù di giudicare la sua eredità. Quale eredità desidero possedere?
-Gesù rifiuta di giudicare una simile questione. Con quali intenzioni e finalità mi rivolgo a Gesù? Come penso che egli entri nella mia vita?
-Anche nella sovrabbondanza, la vita non dipende dai beni. Come giudico e ricerco il benessere materiale?
– Cosa dicono i personaggi?
-Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco, che parla con sé stesso. Nei miei pensieri profondi parlo con me stesso o mi rivolgo a Dio?
– Dio risponde: «questa sera ti sarà richiesta la tua vita». Ho considerato il rapporto tra la vita e i beni che possiedo?
-Gesù sollecita ad arricchirsi in Dio. Come e di cosa intendo arricchirmi? Cosa ho paura di perdere?
Quale rivelazione è contenuta qui?
La vera eredità, quella che non viene meno e di cui Gesù è mediatore e giudice, è l’eredità dei figli di Dio. Questa è l’eredità dell’amore che, nella misura in cui è messo in comune e condiviso, non diminuisce ma si moltiplica.
4. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

La preghiera non è una tecnica

 

 

 

 

 

Meditare…se digito questa parola su google mi vengono fuori tanti siti dove si propongono tecniche, che comportano il rilassamento corporeo, il benessere psicofisico, lo yoga e alcuni riferimenti alle religioni orientali. Alcune tradizioni orientali ci aiutano a capire meglio l’importanza del corpo anche per la concentrazione e la preghiera. Tuttavia la preghiera per noi cristiani non è una tecnica ma una relazione, un rapporto personale.

Questo è anche ciò che ha affascinato i discepoli di Gesù, quando erano con lui, in disparte, mentre lui pregava. Essi erano come avvolti dalle energie d’amore che sprigionavano dal mistero della preghiera di Gesù, dal suo modo del tutto unico e particolare di rivolgersi al Padre, con un’intimità sconvolgente e paradossale. Non erano stati abituati a rivolgersi in questo modo al Dio di Israele, nelle liturgie della sinagoga, dove si ascoltava la Parola di Dio e il commento dei rabbi, perché nessuno entrava mai in un contatto così diretto, così immediato con il Signore Dio.
I suoi discepoli sono rimasti colpiti, anche per il fatto che se la preghiera sinagogale era un precetto, una norma a cui tutto il popolo doveva obbedire, invece questo modo del tutto personale di Gesù di rivolgersi a Dio era piuttosto il frutto di un desiderio. Il desiderio di un figlio di chiedere al padre, di abbandonarsi a lui, di fidarsi e affidarsi, di sentirsi amato, riconosciuto, stimato, abbracciato.
La preghiera di Gesù è frutto del desiderio. Ogni figlio è frutto del desiderio dei suoi genitori, e il desiderio porta il figlio a rivolgersi continuamente a loro, come ad un porto sicuro e felice. In modo analogo il desiderio del padre genera il figlio e i figlio si rivolge continuamente al padre per mezzo dello stesso desiderio, che ha un nome preciso: lo spirito santo. Gesù, nella sua umanità, ha manifestato il mistero di essere figlio proprio nella sua preghiera, in cui ha sempre cercato di entrare nell’amore e nella volontà del Padre suo. Era anzitutto una preghiera di richiesta, di domanda, di supplica. Anche il Padre Nostro, il modello della preghiera che Gesù ci ha insegnato, è costituito da una serie di richieste: richiesta del pane, cioè di tutto ciò che alimenta la nostra vita fisica, psicologica, spirituale e la rende una vita felice. Richiesta del perdono. Richiesta del sostegno nella tentazione. Richiesta che venga il suo regno di pace e che il suo nome, cioè la sua potenza di misericordia e di amore si manifesti al mondo.

Spesso disprezziamo la preghiera di richiesta, come se non dovessimo mai chiedere ma solo ringraziare. Questo è sbagliato, è frutto di un segreto orgoglio dentro al nostro cuore. La preghiera cristiana è anzitutto preghiera di richiesta, supplica, come tanti salmi, che sono la scuola di preghiera più completa e più ricca. Tutti i nostri bisogni, desideri, aspirazioni, prospettive e scelte per il futuro costituiscono la materia della preghiera di richiesta. Essa si concentra sulle relazioni, sulla necessità del perdono, della riconciliazione, dell’amicizia, in particolare nella comunità cristiana: quanto abbiamo bisogno di chiedere il perdono e la comunione tra di noi!
È naturale che chi chiede, lo fa perché sa di essere esaudito, in un modo che solo il Signore conosce, ma ne ha la certezza, perché si abbondona all’infinita potenza dell’amore di Dio. È così allora che il cuore, aprendosi e sperimentando tale potenza, diviene capace di passare, in un attimo, dalla supplica alla lode, per unirsi sempre più al Signore e contemplarlo presente nella mia vita. Questo lo si può fare bene nell’adorazione, dove tutte le nostre parole terminano nel silenzio pieno di Dio.

Infine una preghiera molto bella e importante che la Bibbia ci insegna è l’intercessione, come quella di Abramo. È un affidare al padre le persone e le situazioni che ci stanno a cuore. Anche le notizie terribili che ascoltiamo al telegiornale possono essere trasformate in preghiera di intercessione, che ci aiuta a sconfiggere la paura e la curiosità morbosa di sapere. Essa è anche un’offerta delle proprie sofferenze e fatiche, perché si trasformino in un’energia d’amore a favore di altri, che il Signore stesso usa come vuole. Soprattutto chi è anziano può vivere questa offerta quotidiana dei propri dolori e limitazioni fisiche, per il mondo intero, sperimentando un modo nuovo, più profondo e interiore, di vivere per gli altri.

Vedi Napoli e poi muori…

Ogni angolo è uno strato di storia che emerge e dialoga con il presente.

Dal barocco maestoso del Gesù nuovo al silenzioso e austero romanico di S. Chiara, fino a giungere, ancora più indietro nella storia alla basilica di San Giovanni maggiore, il cui abside paleocristiano è tuttora ben visibile.

Le varie epoche storiche di sovrappongono e si mescolano, come accade a san Gregorio Armeno, dove un rivestimento ricco e dorato del barocco riempie un complesso risalente al VII secolo. Ancor più radicalmente il complesso monumentale di San Lorenzo mostra le varie età di Napoli, dalla muratura greca e romana alle ricostruzioni medievali, alla basilica sei-settecentesca.

Svevi, Angiò e Borboni hanno lasciato le loro traccie, insieme ai vari ordini religiosi, coi loro santi, Domenicani, Francescani, Gesuiti ecc…

Non si tratta di una ricchezza del passato: tutto a Napoli dialoga con un presente ricco e vitale. Penso soprattutto agli studenti universitari che ho incontrato nella sede centrale dell’università Federico II. Mi è parso di scorgere una potenzialità enorme di futuro in questi giovani vocianti, tra un corridoio e l’altro.

La potenza del Vangelo, che oggi non è diminuita, troverà qualcuno disponibile ad annunciarlo, nel dialogo con questi ragazzi? Sapranno coltivare con responsabilità le competenze che acquisiscono, per il bene della società e non per gli interessi di qualcuno?