Introduzione a Marco

 

 

5. IL VANGELO SECONDO MARCO

 5.1. Autore / lettore implicito

Secondo Atti 15, 37 – 39 un certo Giovanni, il cui soprannome era Marco, è associato alla missione di Paolo e Barnaba (cfr. At 13, 5). Precedentemente in At 12, 12 si era già parlato di un Giovanni, detto Marco, la cui madre, Maria, accoglieva la comunità di Gerusalemme in preghiera nella sua casa. Questa persona, collaboratore di Paolo e Barnaba (e forse suo cugino cfr. Col 4, 10) era dunque un giudeo cristiano proveniente da Gerusalemme.  Un certo Marco (forse la stessa persona) è poi citato da Paolo nella lettera a Fm (v. 24), come un collaboratore (cfr. anche 2 Tm 4, 11) che si trova nel luogo dove sta Paolo (Roma o forse Efeso). In 1 Pt 5, 13 Marco è definito “figlio” di Pietro e si trova accanto a lui, a Roma. In effetti il vescovo Papia di Gerapoli (120 – 130)[1] in una tradizione riportata da Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesastica afferma che Marco fu l’interprete e il traduttore di Pietro e che non aveva conosciuto Gesù di persona. Il Marco di cui testimonia Papia di Gerapoli nell’opera di Eusebio è lo stessa persona di cui si parla negli Atti degli Apostoli, come collaboratore di Paolo e Barnaba? Alcune difficoltà ci sono in questa identificazione. Infatti il nome latino Marcus era frequentissimo nell’antichità. Inoltre il Giovanni detto Marco degli Atti è un giudeo cristiano di Gerusalemme e ciò contrasta col fatto che l’autore del Vangelo di Marco mostra di conoscere ben poco la geografia palestinese. Certamente non si tratta di difficoltà insuperabili e l’ipotesi rimane aperta.

Sembra comunque plausibile che Marco nel suo scritto su Gesù organizzò i contenuti di una predicazione ormai tradizionale, di provenienza apostolica, forse petrina. Anche per Ireneo di Lione (II sec. d.C.), infatti, Marco è colui che ha messo per iscritto la predicazione di Pietro[2].

Per quanto riguarda il lettore implicito, diversi elementi confermano che si tratta di una persona di lingua e cultura latina. Abbiamo già parlato dell’imprecisione dei dettagli geografici riguardati la Palestina. Inoltre  la presenza di prestiti greci derivati dal latino e di calchi della grammatica latina suggeriscono che il lettore implicito di Marco provenisse da un ambiente in cui si parlava latino (cfr. leghiòn in 5, 9. 15; kentoùrion in 15, 39; hodòn poièin ossia iter facere in 2, 23). Vi sono poi dei termini aramaici  tradotti per persone che non conoscono l’aramaico, (cfr. Mc 3, 17 “Boanerghes, cioè figli del tuono”).  L’evangelista deve spiegare  le pratiche di purificazione giudaica (cfr. 7, 3 – 4) rivelando che il suo scritto è destinato a persone che non le praticano. Infine anche l’invito a non divorziare rivolto non solo agli uomini, ma anche alle donne, consuetudine presente nel mondo romano e non in quello giudaico, è un ulteriore conferma dell’identità romana del lettore di Marco (cfr. Mc 10, 1 – 12).

Alla fine del II sec. Clemente di Alessandria[3] cita Roma come il luogo in cui Marco scrisse il Vangelo, una tesi sostenuta da un ampio numero di studiosi. Assieme a lui anche Ireneo, Origene, Eusebio di Cesarea, Efrem il Siro appoggiano questa notizia.  Data la forte critica contro il governo dei gentili in Mc 10, 42, si ammette un’importante persecuzione da parte dei gentili nei confronti degli ebrei prima del 70 d.C.. Solo a Roma essa è testimoniata da Tacito negli Annales (15, 44)  e nella  prima lettera di Clemente romano  (1 Clemente 5, 2 – 7). Tuttavia la notizia di questi disordini (cfr. Mc 13, 7) arriva in tutto l’impero e può essere registrata anche al di fuori di Roma, dalla comunità dove risiede Marco. Altri studiosi infatti affermano l’origine del Vangelo di Marco nella Siria, ad Antiochia, a Efeso, ad Alessandria. Non ci sono elementi probanti per sostenere una di queste ipotesi.

 

5.2. DATAZIONE

Siccome Marco mostra di non conoscere dettagli sulla caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., si può ipotizzare che sia stato scritto prima o a cavallo di tale data. Infatti anche le diverse affermazioni sul tempio di Mc 13 (cfr. Mc 13, 2 sono troppo generiche e rientrano facilmente nei discorsi stereotipici dell’apocalittica giudaica. Si potrebbe retrodatare Marco fino al 50 – 40 d.C., ma la maggioranza degli studiosi pensa che il livello di elaborazione teologica della tradizione implichi il passaggio di diversi decenni dopo la morte di Gesù.

 

5.3. COMPOSIZIONE NARRATIVA

Le indicazioni geografiche possiedono una certa forza strutturante per il vangelo di Marco. In 1, 14b l’indicazione del ministero di Gesù in Galilea è di fondamentale importanza. Gesù, pur con diversi spostamenti interni, rimane in Galilea fino a 7, 24, quando si sposterà in terra pagana, a Tiro e Sidone e nei monti della Decapoli, in territorio pagano. In 8, 27 dopo essere passato a Betsaida di Galilea si trova a Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della palestina, sotto le pendici del monte Ermon. Dunque il suo ministero riceve un inaspettato allargamento in territori fondamentalmente pagani.  In 9, 30 il narratore chiarisce che Gesù sta attraversando la Galilea per uscirne e in 10, 1 si trova in Giudea al di la del fiume Giordano. Dopo il passaggio a Gerico (10, 46 – 52) Gesù giunge a Gerusalemme in 11, 11 e entra nel tempio per rimanervi fino a 13, 1. Da qui in poi Gesù rimane a Gerusalemme / Betania ruotando intorno al tempio di Gerusalemme. Riassumendo, si può dire che il ministero di Gesù, iniziato in Galilea, si allarghi in territori pagani a partire da 7, 24, e si diriga a Gerusalemme con gli annunci della passione da 8, 31/9, 30 in poi, per arrivare al tempio di Gerusalemme in 11, 11.  Il criterio geografico è dunque importante per un quadro complessivo del ministero di Gesù, ma non consente di determinare troppo nei dettagli la composizione narrativa del Vangelo.

Una certa funzione strutturante è svolta anche dai sommari, ossia interventi del narratore nella diegesi per riassumere un certo periodo di tempo e una serie di azioni ripetute con verbi all’imperfetto. 1, 14 – 15 introduce la predicazione di Gesù in Galilea. Poi troviamo, ad esempio, 3, 7 – 12; 4, 1 – 2; 4, 33 – 34; 5, 21; 6, 6b; 6, 12; 6, 53 – 56; 9, 30 – 32; 10, 32. Il problema di questi sommari è non sempre gli autori sono concordi nell’individuarli e soprattutto c’è una certa arbitrarietà nel dare ad alcuni di loro più importanza rispetto ad altri. Infine a partire dal c. 11 questi sommari spariscono completamente.

Un ulteriore criterio è quello di seguire le domande, specie quelle che rimangono  senza risposta e che sollecitano il lettore a proseguire la storia per trovare una risposta. Una serie di domande (cfr. 1, 27; 2, 7. 16. 24; 4, 41; 6, 2; 7, 5; 8, 14 – 21) riguardano l’identità di Gesù e il comportamento suo e dei suoi discepoli. Da quando, in 8, 27 – 30, si arriva alla risposta fondamentale sull’identità di Gesù come messia, queste domande non si trovano più. Iniziano invece gli annunci della passione (8, 31; 9, 31; 10, 32 – 34) che descrivono la modalità con cui dovrà manifestarsi l’identità messianica di Gesù.

Da quest’ultima osservazione emerge la centralità di 8, 27 – 31. Infatti appena Gesù è riconosciuto come Cristo, egli stesso si preoccupa di chiarire la modalità con cui intende realizzare la sua identità messianica, ossia come messia sofferente, rifiutato dai capi del suo popolo. Da questo momento aumenterà l’incomprensione dei discepoli e il conflitto con le autorità. In questo punto del vangelo fanno un passo in avanti le due trame che percorrono interamente il Vangelo, ossia la trama di rivelazione di Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio, che inizia in 1, 1 e culmina in 15, 39 con il riconoscimento definitivo del centurione sotto la croce, e la trama di risoluzione, innescata dal conflitto con le autorità (3, 6; 3, 21 – 30; 11, 18; 14, 1 – 2. 10 – 11) e dall’incomprensione dei discepoli  (8, 33; 9, 10. 32; 14, 50. 51 – 52. 66 – 72) che culmina con la crocefissione e la morte di Gesù. Dunque l’identità messianica di Gesù, che progressivamente si rivela e che ha un punto culminante in 8, 29 con la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, da qui in poi non potrà essere adeguatamente compresa se non in relazione al rifiuto del suo popolo e alla sconfitta del messia  che culmina nella croce. Qui, nella crocefissione, le due trame di rivelazione e di risoluzione si incrociano e saldano definitivamente quando il centurione afferma l’identità di Gesù proprio da come lo vede morire (cfr. 15, 29).Da quanto detto si può individuare una composizione narrativa fondamentalmente bipartita, con un’introduzione in 1, 1 – 13 e un primo versante da 1, 14 a 8, 30 e un secondo versante da 8, 31 a 16, 8 con al centro la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo e un culmine narrativo in 15, 39. Al loro interno sommari e spostamenti geografici consentono di individuare le sequenze minori

1, 14 – 3, 6: avvio dell’attività messianica (cfr. sommario di 1, 14 -15), chiamata dei discepoli e primi contrasti con le autorità.

3, 7 – 6, 6a:  attività terapeutica di Gesù (cfr. sommario di 3, 7 – 12) convocazione dei dodici, insegnamento e guarigioni.

6, 6b – 8, 30: Gesù dona il pane a Israele e ai pagani e educa i discepoli a riconoscerlo come messia.

8, 31 – 10, 52: Gesù in viaggio verso Gerusalemme educa i discepoli a comprendere la modalità della sua manifestazione messianica.

11, 1 – 13, 37: Attività di Gesù a Gerusalemme, scontro definitivo con le autorità.

14, 1 – 15, 41: Passione e morte di Gesù e definitiva manifestazione messianica

15, 42 – 16, 8: epilogo di resurrezione.

[1] Il vescovo Papia cita il presbitero Giovanni, che è vissuto nell’ambiente efesino tra il 90 e il 120 d.C. e afferma: “Il presbitero diceva questo: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza ma senza ordine, tutto ciò che ricordava delle parole e delle azioni del Signore; non aveva udito e seguito il Signore, ma più tardi, come già dissi, Pietro. Orbene, poiché Pietro insegnava adattandosi ai vari biosgni degli ascoltatori, senza curarsi affatto di offrire loro una composizione ordinata delle sentenze del Signore, Marco non ci ingannò scrivendo secondo ciò che si ricordava; ebbe solo questa preoccupazione: di nulla tralasciare di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna.”cfr. Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica 3,39,15 (a cura di S. Borzì – F. Migliori, 3 voll., Città Nuova, Roma 2001).

[2] Cfr. Ireneo di Lione, Contro le eresie 3,1,1 (a cusa di E. Bellini, Jaca Book, Milano 1981).

[3] Clemente di Alessandria, Stromata 6, 14, 6.