Gesù entra a Gerusalemme (Lettura e preghiera Domenica delle Palme Anno A)

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI Palme

 

Lettura

Il testo di Matteo si apre con l’arrivo di Gesù a Betfage, verso il monte degli Ulivi. Matteo a differenza di Marco e di Luca non cita Betania, ma mette in maggiore rilievo la menzione del monte degli Ulivi e di Betfage. Come mai? Anzitutto dobbiamo notare la menzione del termine “Signore”: “Se qualcuno vi dirà qualcosa, gli risponderete che il Signore ne ha bisogno”(v. 2). Questo termine indica il riconoscimento dell’autorità stessa di Dio in Gesù (cfr. Mt 14, 28. 30). La duplice menzione del termine Signore e della notazione geografica sul monte degli Ulivi si trova in Zc 14, 3 – 4, testo in cui si parla del combattimento finale di Dio contro le nazioni che culmina sul monte degli Ulivi dove si instaura definitivamente la Signoria regale di Dio su tutta la terra (v. 9). Tale regalità sarà adorata nel giorno di Sukkot, o festa della capanne, in cui tutti  i superstiti delle nazioni andranno ad adorare il re, il Signore degli eserciti (v. 16). Inoltre a Betfage (casa del fico, secondo il Talmud) si preparavano i pani della proposizione che dovevano essere portati al Tempio di Gerusalemme. Quindi la menzione di Betfage rimanda al Tempio, dove Gesù entrerà al v. 12. Queste notazioni geografiche indicano dunque che il tempo definitivo è arrivato e il Signore prende possesso del tempio in Gerusalemme. Gesùè un messia regale che porta la definitiva presenza di Dio con noi nel suo tempio!  Non a caso la folla accoglie Gesù con le parole del Salmo 118, 26a: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Questo Salmo viene cantato nella festa popolare delle tende (sukkot) nella quale il popolo, ricordando il cammino nel deserto e l’attesa della terra promessa, attende l’arrivo del messia regale. La liturgia di questa festa, accennata dal Salmo (cfr. v. 27b), prevede l’uso di rami frondosi in corteo, fino ad arrivare ai lati dell’altare, e richiama certamente la descrizione dei rami tagliati dagli alberi e disposti lungo la strada (v. 8). Anche il grido “Osanna”è ripreso dal Salmo 118 al v. 25, dove il testo ebraico recita: “hoshî‘ah nna’” che si traduce: “ dona la salvezza”.  

Quanto detto viene confermato dalla narrazione che si può suddividere in tre parti: 1. ordine di Gesù e citazione profetica (1 – 3) 2. esecuzione dei discepoli ed entrata trionfale (6-9) 3. reazione di Gerusalemme (10 – 11). Tra l’ ordine di Gesù (1-3) e l’ esecuzione dei discepoli (6-7) c’è al centro la citazione di compimento del profeta (4 -5), che ha grande importanza per chiarire la portata rivelativa dell’ingresso di Gesù. Si tratta delle citazioni esplicite di Zc 9, 9 e di Is 62, 11. Riguardo alla citazione di Zaccaria è  interessante notare che Matteo la modifica, tralasciando le due qualifiche iniziali date al Re messia, ossia “giusto e vittorioso”. In tal modo risalta quasi unicamente l’umiltà e la mitezza di questo re che entra in Gerusalemme. L’umiltàè segnalata dall’asino, sul dorso del quale Gesù entra e che è una cavalcature propria del tempo di pace, come conferma il prosieguo della citazione di Zaccaria: “Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti…” (Zc 9, 10). Questi è il re mite e umile di cuore che dona pace e consolazione a tutti coloro che sono oppressi (Mt 11, 29). L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è un annuncio che richiede una conversione, un riconoscimento da parte di Gerusalemme, perché la vittoria non è ancora stata ottenuta.  Come Gerusalemme accoglierà il suo re mite ed umile? È evidente l’intento narrativo di Matteo. Gesùè certamente il re – messia, ma nella forma del servo sofferente, che instaura il suo regno passando attraverso il rifiuto del suo popolo e la morte. La folla reagisce alla fine rispondendo alle domande agitate dei cittadini: “Chi è costui?”: è il profeta Gesù da nazareth d Galilea”. (v. 11). Ma Gesùè certamente più che un profeta! In questo  modo essa esprime e quasi inaugura il futuro rifiuto di Gerusalemme nei confronti nel messia regale umile e pacifico che è arrivato a lei.

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che per me ha affrontato la passione, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù che entra in Gerusalemme in mezzo alla folla ed entro nello sconcerto di tutta la città, che si interroga: “Chi è costui?” e nelle grida gioiose della folla. Quando Gesù entra nella nostra vita, c’è stupore e a volte sconcerto,  ma insieme anche esultanza inarrestabile.

5. Ascolto la folla che acclama Gesù come re/figlio di Davide  e penso che quella stessa folla lo rifiuterà. Ma Gesùè re, proprio perchèè mite e umile. Se la gloria umana dura poco, quella di Dio è in grado di compiersi attraverso le sconfitte e i fallimenti.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

 

 

 

 

 

Lettura e preghiera per Domenica V Quaresima (Gv 11, 1-45)

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI V Quaresima Anno A

 

Gv 11, 1 – 45
Lettura
Gesù è amico di Lazzaro e delle sorelle, Marta e Maria più volte lungo il racconto questo amore di amicizia viene sottolineato, all’inizio (v. 3. 5) e nel commento che i giudei fanno quando Gesù si commuove (v. 36). Il turbamento di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro e il suo pianto mostrano il grande legame affettivo tra Gesù e questa famiglia e ci rivelano l’intensità umana dei sentimenti di Gesù. D’altra parte però il pianto può essere considerato anche un segno di debolezza e di impotenza dell’uomo di fronte ad una realtà che lo sovrasta, come la morte. È esattamente questo il dubbio dei Giudei (v. 37) e l’implicito rimprovero delle sorelle (v. 21. 32): se Gesù fosse stato presente, Lazzaro non sarebbe morto. Perché non è intervenuto prima? Perché non ha agito?
Il mistero del racconto è tutto contenuto in queste domande drammatiche, che fanno eco al comportamento di Gesù, strano fino all’inverosimile. Egli infatti ha aspettato intenzionalmente due giorni ad intervenire (v. 6). Nel dialogo con i discepoli Gesù fornisce una risposta, non facilmente comprensibile per loro: se per la concezione giudaica la malattia e la morte sono segno di punizione divina, Gesù ribalta radicalmente la prospettiva: la morte accade perché il Figlio di Dio sia glorificato (v. 4). Egli non stava parlando solo della morte di Lazzaro, ma anche della sua morte. Non a caso l’accenno al fatto che Maria di Betaniaera la stessa ad aver unto di olio e asciugato i piedi di Gesù (cfr. 12, 3) rimanda alla morte di Gesù perché ella ha unto Gesù in vista della sua sepoltura (12, 7). Allora come la morte di Lazzaro anticipa quella di Gesù, così anche la risurrezione di Lazzaro anticipa quella di Gesù e la gloria di cui Gesù parla è quella dell’ora suo innalzamento nella croce, che già prelude alla sua resurrezione (cfr. 17, 1. 4-5).
Il racconto porta il lettore a considerare che Gesù non è un superman che evita in modo magico la morte, ma è in grado di distruggere la morte proprio attraversandola da dentro, condividendola fino in fondo nell’amore per Lazzaro, che rappresenta ogni uomo che muore. Gesù non prende l’iniziativa da solo, ma obbedisce al disegno misterioso del Padre, secondo cui la resurrezione avviene il terzo giorno. Egli non attribuisce a se stesso la propria gloria, ma la riceve dal Padre (v. 22). Per tale motivo egli può chiedere al Padre la cosa più importante, la resurrezione e la vita, ed essere esaudito (v. 22. 42). Anche Marta ha intuito questo (v. 22) ma non ha ancora compreso che questa resurrezione non è solo un dono degli ultimi tempi (v. 24) ma è la persona stessa di Gesù, il Figlio di Dio, che dona la vita eterna (cfr. 3, 15; 4, 14). Chi crede in lui ha già adesso la vita (cfr. Gv 20, 30-31). Nonostante la difficoltà a pensare che un uomo morto da quattro giorni possa risorgere ella crede a Gesù (v. 27) e con lei anche molti dei giudei presenti (v. 42. 45). Saranno poi alcuni di questi giudei a recarsi dai Farisei e a causare la definitiva determinazione del Sinedrio a mettere a morte Gesù.
Nonostante questo scenario, Gesù può rallegrarsi fin d’ora per i discepoli (v. 15) e in particolare per Tommaso, perché questo segno sarà per la loro fede, che essi matureranno dopo la sua morte e resurrezione (20, 28).

Suggerimenti di preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, resurrezione e vita, per amarlo e seguirlo sempre più.
4. Vedo Gesù che piange ed entro nei suoi sentimenti. Egli voleva bene a Lazzaro e alle sorelle.
5. Ascolto la parola di Gesù: “io sono la resurrezione e la vita”. Medito sul mistero della sua persona. Lui è il figlio che obbedisce al Padre fino a prendere su di se la nostra morte e a darci la vita eterna. Chi crede in lui anche se muore vivrà.
7. Concludo con un Padre Nostro.

Lettura e preghiera IV Quaresima Anno A

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI IV Quaresima Anno A

 

Gv 9, 1 – 41

Lettura

Il racconto si può suddividere come segue: prima scena (9,1-7): Gesù, l’uomo cieco e i discepoli; seconda scena (9,8-12): il cieco coi vicini e quanti lo avevano visto in precedenza; terza scena (9,13-17): il cieco e i farisei; quarta scena (9,18-23): i giudei e i genitori del cieco; quinta scena (9,24-34): il cieco e i giudei; sesta scena (9,35-38): il cieco e Gesù; settima scena (9,39-41): Gesù e i farisei. Dopo la descrizione del miracolo, la narrazione evolve secondo lo schema di un processo contro Gesù riguardante la legge. I farisei sono i giudici, il cieco e i genitori sono testimoni e Gesù è l’accusato assente. Fin dall’inizio del racconto è presente la questione della legge e del peccato, perché i discepoli si chiedono chi ha peccato se il cieco si trova così dalla nascita. Forse i suoi genitori? (v. 2). Con il termine “peccato” qui si intende non dei peccati particolari, ma l’intera condotta di un uomo che si pone contro la Legge di Dio. La stessa questione del peccato sarà posta nei riguardi di Gesù (v. 24) e poi dei farisei (v. 41).  Gesù nega che ci sia un legame tra la malattia e il peccato (v. 3-4) e afferma piuttosto che questa malattia costituisce un’opportunità perchè siano compiute le opere del padre che lo ha inviato, ossia i segni di salvezza (cfr. v. 16). Egli è infatti la luce del mondo, che sconfigge le tenebre (cfr. 8, 12; 1, 4 -5).  Detto questo compie il miracolo sul cieco, con gesti che ricordano l’atto creatore di Dio nel libro della Genesi (cfr. Gn 2, 7), e il cieco obbedisce alla sua parola di andarsi a lavare alla piscina di Siloe, senza porre domande, con una fiducia totale (v. 7).

Da questo momento in poi inizia la serie di domande poste da vicini e conoscenti e l’interrogatorio dei farisei, che  aiuta noi lettori a comprendere la portata simbolica di quanto avvenuto. Noi siamo infatti invitati ad identificarci nel cieco ormai guarito, che attraverso successive scene di interrogatorio, approfondisce la sua conoscenza di Gesù, passando da un’iniziale incomprensione dell’identità del guaritore (v.12) ad una affermazione sulla qualità profetica del ministero di Gesù (v. 17) fino ad arrivare ad una professione di fede in Gesù fondata sugli eventi accaduti (v. 38). Egli è invitato a riflettere dal dialogo con i farisei, che sono disorientati da segno compiuto da Gesù in giorno di sabato. Se infatti il segno è chiaramente positivo, aver fatto del lavoro di sabato (fare del fango e spalmare gli occhi indicano un lavoro) costituisce un’infrazione della legge. Come è possibile che un miracolo sia accaduto attraverso l’infrazione della legge? Essi, scelgono di mettere in dubbio l’esistenza del miracolo, prima interrogando i genitori del cieco per verificare se vi fosse uno scambio di persona(vv. 18-23), poi interrogando nuovamente il cieco guarito (vv. 24-34).  Non si interessano di Gesù, della sua identità, ma solo del “come” ha realizzato il miracolo, per poter notificare l’infrazione della legge (v. 26). Essi hanno scelto le tenebre, che impediscono loro di conoscere chi è Gesù, la sua provenienza ultima da Dio (v. 29).    Sono loro i veri ciechi, proprio perché credono di vedere e di sapere che Gesù è un peccatore (v. 24) a partire dalla loro conoscenza della legge di Mosè (v. 29; cfr. 5, 46) e invece sono immersi nella tenebra del peccato (v. 41). Il cieco invece constata l’incontrovertibilità del segno straordinario operato su di lui e argomenta a partire da una considerazione di fondo: è impossibile che Dio esaudisca un uomo, se l’esaudimento di tale preghiera comporta di per se un peccato. Dunque quest’uomo non ha peccato e non può che provenire da Dio! (v. 33). Il cieco dalla nascita, colui che i farisei affermano essere nel peccato, è invece colui che vede. La guarigione fisica che egli ha ricevuto diviene il segno di una guarigione spirituale, di una conversione alla fede in Gesù. Egli ha visto e dunque crede in lui, diventando suo discepolo (vv. 37-38 cfr. 20, 8).

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che mi ha guarito dalle mie tenebre, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo il cieco attaccato e ridicolizzato dai farisei (v. 28). Essere discepoli di Gesù comporta qualche volta anche accettare che le persone rifiutino la luce del Vangelo che noi testimoniamo.

5. Ascolto la parola di Gesù: “tu credi nel figlio dell’uomo?” (v. 36). Ripenso al modo con cui egli si è manifestato nella mia vita e mi ha guarito dalla cecità e reso suo discepolo. Riaffermo la mia decisione di credere in Lui e di seguirlo.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Lettura e preghiera III Quaresima Anno A (Gv 4, 4 – 42)

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI III Quaresima Anno A

 

Gv 4, 4 – 42

Lettura

Questo lungo racconto del Vangelo di Giovanni comprende due dialoghi (Gesù con la samaritana vv. 7-26; Gesù con i discepoli vv. 31 – 38) , che accadono mentre i personaggi si spostano tra la città e il pozzo di Giacobbe, dove sta Gesù. Prima si spostano i discepoli (cfr. v. 8), mentre Gesù parla con la donna, poi si spostano i Samaritani (cfr. v. 30), mentre Gesù parla con i suoi discepoli.  Non appena Gesù chiede da bere alla donna (v. 7), ci viene ricordato che i discepoli erano partiti per comprare cibo (v. 8). Tornati da Gesù, lo esortano a mangiare, ma egli afferma che il suo cibo è fare la volontà del Padre e compiere la sua opera (vv. 31 – 34).  Sete e fame di Gesù sono in realtà simbolo del suo desiderio di donare il Suo Spirito (l’acqua viva) alla donna e di accendere la fede in lei e in tutto il villaggio dei Samaritani. Attraverso la testimonianza della donna infatti un intero popolo di Samaritani viene generato alla fede nel messia Gesù (v. 39). L’immagine simbolica della mietitura (v. 35) rappresenta proprio il frutto dell’annuncio del Vangelo (cfr. Lc 10, 2), raccolto dai discepoli con il Battesimo e seminato da Gesù con la sua parola (v. 36).

Come è potuta accadere questa nascita straordinaria di un popolo, della Chiesa? Tutto parte dal dialogo tra Gesù e la donna presso il pozzo di Giacobbe, che rimanda agli incontri dei patriarchi con le loro future spose (cfr. Gen 29, 1-9). La donna non è però una vergine in attesa di matrimonio, ma una divorziata/risposata cinque volte, attualmente convivente con un sesto uomo (vv. 16 – 18) e Gesù non vuole semplicemente far bere la donna al pozzo, ma donarle un’acqua che diventa fonte zampillante per l’eternità (v. 14).  La donna rappresenta il popolo di Israele, sposa che si prostituisce con i suoi amanti, idoli e divinità che non sono JHWH suo sposo (cfr. Os 2, 4 – 25). Gesù è nella posizione di Dio stesso, in grado di donare ad Israele l’acqua dello Spirito, che compie tutta la rivelazione dell’Antico testamento (l’acqua del pozzo di Giacobbe per i rabbini è simbolo della Legge e della rivelazione) e costituisce il vero luogo dell’adorazione del Padre (v. 23).

Nell’ora dell’elevazione sulla croce Gesù consegnerà ad una donna, la madre, e al discepolo prediletto  lo Spirito (19, 30), simbolizzato dall’acqua che scaturisce dal costato trafitto di Gesù (19, 34). Nella madre e nel discepolo prediletto si trova il primo nucleo della Chiesa. Quest’acqua che Gesù dona alla Samaritana può così richiamare il Battesimo, con il quale ogni uomo riceve lo Spirito Santo, diventa capace di adorare il Padre nella verità di Cristo ed entra a far parte della comunità dei credenti che è la Chiesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che mi parla come ha fatto con la donna, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù che dialoga con la donna. Con i miei fallimenti e i miei peccati sono anch’io nella posizione di questa donna, divorziata e risposata tante volte. Eppure il Signore vuole farmi dono del Suo Spirito.

5. Ascolto la parola di Gesù: “il mio cibo è fare la volontà del Padre”. Supplico il Signore che il desiderio divorante di comunicare e testimoniare il Vangelo possa motivare ogni mia scelta.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Lettura e preghiera II Quaresima Anno A

 

 

SCHEDA PER ACCOMPAGNATORI II Quaresima Anno A

 

Mt 17, 1 – 9

 

Lettura

Il racconto della trasfigurazione si trova dopo l’episodio in cui Pietro proclama Gesù come il Cristo, Figlio del Dio vivente (16, 16) e Gesù inizia a mostrare ai discepoli la necessità della croce e della morte del messia perché egli entri nella resurrezione (16, 21). Pietro e i discepoli non possono ancora comprendere (16, 22-23), sono nel panico (cfr. 17, 6) e proprio per questo il Signore li invita ad entrare nel mistero della sua morte e resurrezione tramite l’evento straordinario della trasfigurazione sul monte alto (17, 1).

Non appena avviene la trasfigurazione e l’incontro di Gesù con Mosè ed Elia i discepoliEssi per bocca di Pietro, si rivolgono al loro Signore (v. 4) con la proposta di costruire tre capanne per Lui e per Mosè ed Elia. Comprendono che tutta la gloria di Dio rivelata nell’AT attraverso legge e profeti (Mosè ed Elia) ora coinvolge anche Gesù. Essi sono entrati in una  nube luminosa, come quella che  accompagnava il popolo dentro la tenda del santuario (cfr. Es 40, 34 – 38), la nube del mistero di Dio.

La voce del Padre, di fronte alla quale i discepoli cadono col volto a terra, pieni di paura (17, 5 – 6) proclama Gesù come il figlio prediletto, nel quale egli si compiace (cfr. Is 42, 1; Sal 2, 7), come già aveva fatto nella scena del Battesimo al fiume Giordano (cfr. 3, 17). Gesù, che aveva rifiutato sul monte alto la gloria del mondo che Satana gli prometteva (cfr. 4, 8-10), ora accoglie una gloria che proviene dal Padre, come Figlio obbediente. Più di Mosè ed Elia egli è colui a cui il Padre ha donato ogni cosa (11, 27), perché è il Figlio obbediente fino alla sofferenza che sperimenterà al Getsemani (26, 37), sempre alla presenza di Pietro Giacomo e Giovanni.

Dopo essere stati invitati ad ascoltare Gesù dalla voce (v. 5) essi alzati gli occhi vedono Gesù solo (v. 8) che li tocca ej li incoraggia ad alzarsi e a non avere paura (v.7).

Ascoltare Gesù e seguirlo nel suo cammino verso Gerusalemme è l’unico criterio che i discepoli hanno per comprendere il senso della visione e la gloria di Dio che è stato loro manifestata.

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti di preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo e riprendo i passi paralleli che mi sono stati proposti.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ha manifestato la sua gloria ai suoi discepoli sul monte Tabor, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù che sale sul monte con i suoi discepoli. Anch’io mi trovo in privato con lui, sul monte assieme ai suoi discepoli, per condividere assieme l’esperienza di Dio.

5. Entro nella paura di Pietro e dei discepoli di fronte alla voce di Dio. Si tratta di qualcosa di radicalmente nuovo e inaspettato, che mi scuote e mi spaventa.

6. Seguo Gesù solo. Avverto la sua solitudine in ciò che dovrà vivere nel suo cammino verso Gerusalemme e mi riprometto di stargli accanto. La sua solitudine è insieme anche la mia, nelle sofferenze e nelle fatiche. Mi rivolgo a lui chiedendogli di sentire sempre l’amore del Padre, come lui lo percepiva, anche quando era solo. Entro in dialogo con Gesù, supplicandolo o ringraziandolo, a seconda di ciò che mi sembra importante nella mia vita attuale.

7. Concludo con un Padre Nostro.

 

Lettura e preghiera Mt 4, 1 – 11

Mt 4, 1 -  11 I Quaresima Anno A

Lettura

Il diavolo prende spunto dalla fame di Gesù (v. 2) per tentarlo. Come Mosè che sta sul monte per 40 giorni e 40 notti, come Elia che cammina fino al monte Oreb per 40 giorni e 40 notti, come il popolo che cammina nel deserto per 40 anni, anche Gesù passa attraverso la prova del limite umano, del bisogno, della debolezza, per scoprire la propria dipendenza da Dio come uomo e come Figlio di Dio.

C’è un crescendo in queste tentazioni fino al definitivo smascheramento del tentatore, Satana.

Satana parte proprio dalla sua condizione di Figlio di Dio, per indurlo a usare un potere divino, capace di autonutrirlo, trasformando le pietre in pane. Gesù risponde con il testo di  Dt 8, 3: “non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Questo testo fa riferimento all’esperienza della manna nel deserto, dove il popolo di Israele ha paura di morire di fame e Dio lo nutre con un cibo quotidiano. Noi uomini per paura di morire tentiamo di darci la vita da soli. In realtà abbiamo solo bisogno dell’amore di Dio, che riceviamo ogni giorno come dono, senza pretenderlo. Ce lo mostra il Figlio di Dio, colui che per definizione dipende dal Padre suo.

Nella seconda tentazione Satana porta Gesù sul pinnacolo del tempio e gli dice di buttarsi giù, citando il Salmo 91, 11 – 12. Gesù risponde con la frase di Dt 6, 16: “non tenterai il Signore Dio tuo”, che si riferiva all’episodio di Massa, quando Dio aveva fatto scaturire l’acqua nel deserto. È l’esperienza di chi ha paura che Dio non lo accompagni e comincia a chiedergli un segno, per costringerlo a rivelarsi.

Nella terza tentazione Gesù sul monte altissimo fa l’esperienza del potere che Dio dà al messia secondo i Salmi (cfr. Sal 2. 110). Ma egli lo deve “ricevere” come dono da Dio, e non pretendere attraverso le sue forze o l’adorazione di un potere alternativo a Dio. Gesù infatti risponde con il testo di Dt 6, 13 “temerai il Signore Dio tuo” dove Mosè contempla il  dono della terra di Israele sul monte altissimo (Dt 34, 1 – 4). La gloria del Regno di Dio e del potere può essere solo dono di Dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che ha affrontato e superato la prova nel deserto, per amarlo e seguirlo sempre più.

4. Vedo Gesù nel deserto, che dopo quaranta giorni prova fame ed è da solo. Osservo come il demonio gli si avvicina tentandolo a partire dai suoi bisogni e necessità di uomo, per distoglierlo dalla sua obbedienza al Padre. Fame di pane materiale, ma soprattutto fame di affetto, di compagnia, di riconoscimento da parte degli altri. Anche a noi capita spesso che le situazioni di bisogno e di difficoltà, quanto ci sentiamo poco amati dagli altri, siano anche momenti di prova. Il rischio è quello di svendersi, pur di elemosinare qualcosa dagli altri, oppure di chiudersi nell’idea di bastare a me stesso e nella vanità… Gesù tiene duro, sapendo benissimo che è Dio che basta, in ogni momento.

5. Vedo Gesù sul pinnacolo del tempio. Qui la tentazione è di strumentalizzare Dio per i miei bisogni. Dio diventa un po’ come una l’alcool o la droga, producono gli effetti voluti su tuo comando. Infatti il denaro, il gioco, il sesso e ogni cosa buona  può essere usata in modo egoistico, per consolare se stessi. Ma alla fine è un gioco che non ti libera, anzi ti rende schiavo di te stesso. Solo l’amore che nasce dal rapporto personale con Dio e con i fratelli, quello ti libera. Anche nel rapporto con Dio la tentazione è quella di usarlo! Prendo io una decisione e poi costringo Dio a seguirmi, pretendendo il suo favore e la sua protezione. Quante volte l’ho fatto!  Quante volte invece avrei potuto interrogarmi su cosa realmente vuole il Padre da me, per fare la sua volontà ed essere felice.

6. Vedo Gesù sul monte altissimo e penso che tutta la violenza del mondo nasce da questa pretesa umana di gestire in proprio un potere, che invece è solo un dono di Dio da amministrare. Quante situazioni di potere nella mia vita, che io gestisco in proprio e non “per conto” di Dio? Un’altra tentazione grande è anche quella di possedere la mia vita e di farla terminare quando non mi va più bene… Le guerre, la violenza, ogni imposizione di un potere umano, che nulla ha a che fare con Dio, derivano da questa tentazione.

6. Entro in colloquio con Gesù, che ha accettato di obbedire al Padre  fino alla morte di croce e in questa obbedienza mi ha salvato.

 

Lettura e preghiera di Mt 6, 25 – 34 (VIII TO Anno A)

Lettura di Mt 6, 25 – 34
Questo passo del discorso della montagna non è un invito a non lavorare, ma è una forte accusa nei confronti dell’ansia di chi si preoccupa di ogni cosa, tutto preso dal controllo dei dettagli della propria esistenza. Il paragone con gli uccelli del cielo e con i gigli del campo, che non lavorano, è efficace perché offre una testimonianza dell’interesse di Dio, come Padre, nei confronti di tutta la creazione (v. 26. 28). Se è Padre nei confronti degli uccelli e dei gigli, lo è a maggior ragione nei confronti degli uomini, anche di quelli che fanno fatica a trovare il lavoro, ad arare, seminare o filare.
Dunque l’uomo deve sforzarsi non verso i dettagli dell’esistenza, che lo disperdono in mille rivoli, ma verso il Regno di Dio e la sua giustizia. Il Padre, che sa ciò di cui abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo (6, 8), ci chiede di agire concretamente secondo la sua giustizia, che in definitiva è il suo disegno d’amore nei nostri confronti (5, 20. 38-48).
Proprio dentro a tale ricerca quotidiana della volontà di Dio e del suo amore, emerge il di più aggiunto da Dio. Se l’uomo non può aggiungere neanche poco tempo alla sua vita, Dio invece può aggiungere ogni bene alla vita e all’amore dell’uomo (v. 30. 33).
Al cuore di questo passo evangelico si trova l’interrogazione rivolta ai discepoli, che termina con un appellativo forte. “Non farà assai più per voi, gente di poca fede?” (v. 30). Tutta questa esortazione deve dunque essere riletta da tutti i cristiani, e non solo da chi ha fatto voto di povertà, come un richiamo pressante alla fede, che fa poggiare le nostre sicurezze non sui beni che assicurano il domani (cfr. v. 34) ma sulla roccia del Padre, tramite un agire conforme alla sua giustizia (v. 34 cfr. 7, 24). Così i discepoli di Gesù possono gustare il loro oggi, senza lasciarsi rovinare dall’ansia per il domani (v. 34).

Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Mt 6, 25 – 34.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, che si affida al Padre ogni giorno, perché più lo ami e lo segua.
4. Osservo la bellezza della creazione. Tutta la vita che pulsa intorno a me è segno della provvidenza del Padre.
5. Ascolto la parola di Gesù: “non farà assai più per voi, gente di poca fede?”. Rifletto sulle mie ansie e chiedo che il Signore aiuti la mia incredulità (cfr. Mc 9, 24) .
6. Concludo con un Padre nostro.

Lettura e preghiera Mt 5, 38-48 (VII TO Anno A)

Lettura di Mt 5, 38 – 48

La legge che Gesù qui richiama (Lv 24, 20) è nota fin dall’antichità come norma del taglione. Essa non è affatto guidata da un’intenzione violenta, ma dalla necessità di porre un argine alla violenza umana tramite un principio di retribuzione. Nella Bibbia la troviamo enunciata per la prima volta dopo il diluvio (Gn 9, 6), come dispositivo dell’Alleanza di Dio con Noè, in antitesi alla spirale di vendette che caratterizzava la generazione antediluviana (cfr. Gn 4, 23 – 24).
Gesù Maestro va alla radice della legge e ne compie l’intenzione nonviolenta proprio abolendola. Le immagini concrete che vengono proposte (porgere l’altra guancia, lasciare il mantello a chi vuole sequestrare la tunica, fare due miglia con chi ti costringe ad accompagnarlo per uno) non vanno comprese alla lettera, ma come una provocazione a spezzare con fantasia il circolo inevitabile di azioni e opposizioni che la legge stessa concede per canalizzare la violenza umana. Si tratta infatti di “non fare opposizione al malvagio” (v. 39), usando le sue stesse armi.
Una comunità perseguitata e sottoposta a diverse prove trova nella mitezza del suo Maestro (cfr. 5, 5; 26, 67) il modello per sconfiggere la violenza alla sua radice, partecipando della sua croce e resurrezione. Egli è il Figlio che rinuncia a farsi giustizia da se, perché intende compiere le Scritture facendo la volontà del Padre (cfr. 26, 53 – 54). Si tratta allora di amare anche i propri nemici, in modo sovrabbondante (v. 47), capace di andare oltre i confini degli di Israele, popolo eletto, o della comunità cristiana, proprio come il Padre, che ama giusti e ingiusti in modo gratuito.
Ogni cristiano è chiamato a diventare figlio, sul modello di Gesù, facendo del Padre la roccia su cui poggiare tutta la propria esistenza (cfr 7, 26 – 27).

Suggerimenti per la preghiera
1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.
2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo Mt 5, 38 – 48.
3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, maestro mite, perché più lo ami e lo segua.
4. Osservo Gesù che impedisce a Pietro di usare la spada. Gli chiedo di darmi la forza di riporre le armi e la corazza con cui cammino ogni giorno nella mia vita.
5. Ascolto la parola di Gesù: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano. Aiutami, Signore, a vincere con la preghiera i miei rancori per le ingiustizie subite.
6. Concludo con un Padre nostro.

Lettura e preghiera di Mt 5, 17 – 37 (VI Domenica TO Anno A)

Lettura di Mt 5, 17 – 37

Il Cristo maestro è in grado di dare pieno compimento a tutta la legge, fin nei minimi precetti (17. 19), che rimarranno validi finchè durano il cielo e la terra. La modalità con cui egli lo realizza non è però quella degli scribi e dei farisei, ma comporta una sovrabbondanza di significato nell’interpretazione della legge stessa (v. 20).

 

Come si concretizza tale sovrabbondanza? Lo possiamo osservare nella serie delle quattro antitesi seguenti, introdotte dalla frase: “Avete inteso che fu detto…ma io vi dico”. Vengono citati  precetti della legge come: “non uccidere” (v. 13 cfr. Es 20, 13); “non commettere adulterio” (v. 27 cfr. Es 20, 14); “chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio” (v. 31; cfr. Dt 24, 1ss);  “non giurare il falso” (v. 33; cfr. Lv 19, 12). Ognuno di essi viene radicalizzato in modo tale da preservarne la motivazione originaria e impedirne applicazioni moralistiche e formali. Non c’è infatti solo l’uccisione fisica, ma anche quella realizzata con le parole (v. 22); l’adulterio proviene dall’intimo dell’uomo e può essere evitato solo se si custodisce il cuore (vv. 28 – 30); il giuramento implica una mancanza di fede nei confronti di Dio, cui tutto appartiene (vv. 33 – 37).

 

Tale interpretazione radicale e sovrabbondante della legge nasce dall’immagine che Cristo Maestro ci offre di Dio, un Padre misericordioso e liberale nei confronti dei buoni e dei cattivi (cfr. vv. 45 – 46), la cui giustizia appare ispirata ad estrema gratuità nei confronti degli uomini (cfr. v. 47).  Ad un Dio così non è possibile offrire un dono, senza prima essersi riconciliati con il proprio fratello (vv. 23 – 24). Inoltre non serve a nulla realizzare una propria vendetta (v. 38), perché tutto appartiene a Dio e noi non abbiamo il potere di cambiare nulla – neanche il colore di un capello (v. 36) – per costringere Dio a fare ciò che noi abbiamo giurato (v. 33). Giurare infatti equivale a sostituire a Dio le nostre parole, equivale a ripudiare Dio e tale atto non è molto distante dal consegnare il libretto di ripudio alla propria sposa (v. 31), esponendo se stessi e il prossimo all’adulterio.

 

In generale amare Dio e amare il prossimo sono talmente legati tra loro da costituire un unico comandamento, capace di riassumere tutta la legge. Non a caso il compimento della legge (v. 17) viene sintetizzato da Gesù con la regola aurea: “ Tutto quanto volete che vi facciano gli uomini, anche voi fatelo loro: questa è la legge e i profeti” (cfr. 7, 12). Gesù non ha solo insegnato questo comandamento, ma lo ha mostrato in atto sulla croce, pieno compimento dell’amore di Dio e dell’uomo.

 

Suggerimenti per la preghiera

1. Mi dispongo davanti a Dio in preghiera. Sto in ginocchio o seduto, per entrare in colloquio con il Signore, o meditare su ciò che leggo, a seconda di ciò che voglio.

2. Leggo con attenzione il brano di Vangelo Mt 5, 17 – 37.

3. Chiedo al Signore il dono di una conoscenza interiore di lui, maestro che compie la legge, perché più lo ami e lo segua.

4. Ascolto la parola di Gesù: “non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento”. Chiedo al Signore la Sapienza per vedere nella sua croce il fine paradossale di ogni legge, valore e istituzione.

Alleanza di sale (Omelia V TO Anno C)

Nel tempo dell’IMU e della TARES siamo ormai abituati a pagare un conto salato della crisi. Ma perché diciamo “salato”, per significare “costoso”?  Perché una volta il sale aveva un grande valore e lo si usava per i pagamenti

Ancor più per gli ebrei,  perché il sale veniva usato per offrire al signore i sacrifici, che servivano per consolidare l’alleanza con il Signore Dio. Si diceva infatti alleanza di sale, per indicare un’alleanza eterna, – non a caso il sale permetteva anche agli alimenti di essere conservati (non c’erano i frigoriferi…).

Cosa significa allora che Gesù ci dice: siete il sale della terra? Gesù pensa a qualcosa di simile ai sacrifici, non però quelli fatti con gli animali, ma quelli spirituali. Si tratta di offrire se stessi, tutto il mondo e tutte le persone che conosciamo al Padre….come fa Gesù che offre tutto se stesso sulla croce. Lui per primo è il sale della terra, colui che consolida l’alleanza di tutta la terra con il Padre, perché la offre sulla croce. ( leggi Paolo, nella seconda lettura: io ritenni di non sapere nient’altro in mezzo a voi se non Gesù cristo Crocifisso, che offre tutto al Padre.)  Quella di Gesù è davvero un’alleanza di sale, eterna e in lui anche noi diventiamo sale della terra. Per questo ci dice: siete sale della terra! Perché fate l’offerta di tutta la vostra vita al Padre, fate con lui l’alleanza di sale. Siete un regale sacerdozio, gente santa, popolo che Dio si è acquistato e appartenete a Lui, e attraverso di voi, tutto il mondo appartiene a lui.

Gesù ci dice anche: siete luce del mondo: questa offerta che facciamo al Padre ritorna nella nostra vita come luce che viene dallo Spirito Santo. È una luce che ci porta a sconfiggere la tentazione dell’egoismo, del pensare a noi stessi e ci spinge a consolare gli altri. è la luce di chi fascia il cuore degli afflitti, rinuncia a puntare il dito e sazia gli affamati. Soprattutto gli affamati di affetto, di amore.

Sto andando a fare le benedizioni e vedo molti anziani soli. In questa società dove siamo presi dall’ansia del fare, dove la famiglia si è disgregata in tanti nuclei, gli anziani non sono più considerati quella risorsa di saggezza che erano un tempo. Ma con la crisi qualcuno si sta rendendo conto che la vita vale la pena di essere vissuta per le relazioni, prima ancora che per ciò che si guadagna a fine mese.  E gli anziani sono i primi ad avere bisogno di vita, di calore familiare, di affetto e così possono restituire in amore e saggezza.

Nelle case vedo anche persone (soprattutto donne!) che si sacrificano per il marito, il babbo, la mamma o il nonno, assistendoli quotidianamente, con premura e attenzione. Sono esempi di dedizione, di generosità, a volte tra numerose difficoltà, causate dalla malattia e dall’impossibilità di spostarsi da casa. È veramente da cristiani non voler abbandonare i propri genitori nella debolezza dell’anzianità, ma accompagnarli personalmente, pur con gli aiuti che badanti o strutture specializzate possono fornire. Questo sacrificio, questa offerta di se vuol dire anche essere luce del mondo oggi! Martedì prossimo sarà la giornata del malato e in parrocchia celebreremo l’unzione degli infermi. Sarà un’occasione di vivere nella fede la malattia anche per i familiari e per tutti coloro che aiutano gli anziani ad attraversare con dignità l’ultima fase del loro percorso su questa terra.