Lettura popolare XXXIII TO Anno C

Lettura popolare XXXIII TO Anno C

 
Lc 21,5-19
La fine del mondo
Il messaggio nel contesto
Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme e qui insegna al popolo di Israele come autentico profeta (v. 5). Egli annuncia quel che Geremia aveva già profetizzato per i suoi tempi, ossia la distruzione del tempio (cfr. Ger 26,1-6). Come aveva predetto in 19,44 riguardo a Gerusalemme, anche qui con una simile formulazione (non resterà pietra su pietra) avverte di non confidare su una bellezza esteriore, segno di una religiosità che indurisce il cuore piuttosto che disporlo ad incontrare Dio (vv. 5-6). Il popolo, stimolato dalla curiosità per un annuncio che evoca scenari apocalittici, chiede al maestro di esplicitare i segni che indicheranno questo avvenimento di distruzione (v. 7). Ma Gesù non risponde direttamente, limitandosi a prevenire quell’agitazione e quel turbamento che colgono gli uomini di fronte agli annunci di sventura. Le guerre, le rivolte non sono segni della fine del mondo e chi lo afferma finisce per fare il mestiere del falso profeta, che identifica il messia con sé stesso (8-9). Certo alla fine dei tempi ci saranno anche terremoti, carestie e pestilenze e segni grandi nel cielo (vv. 10-11), ma solo dopo che sarà trascorso il tempo della storia, caratterizzato dall’umile presenza dei profeti cristiani (v. 12).  A partire dal v. 12 infatti Gesù si rivolge più chiaramente ai suoi discepoli, descritti come profeti. Finchè ci sono loro a testimoniare Gesù con una sapienza ispirata (v. 15)  di fronte ai persecutori (vv. 12-13), la storia continuerà a svolgere il suo percorso nell’attesa del ritorno del messia. Sono loro che tengono in piedi il cosmo, finché il vangelo non sia arrivato fin ai confini del mondo con la loro testimonianza perseverante (v. 19 cf. At 1,8). Gesù stesso, signore della storia, donerà ai suoi lo Spirito Santo (v. 15) per renderli testimoni credibili della sua resurrezione (cfr. At 2, 1-4). Questo significa che il discepolo deve privarsi di mezzi umani che possano ostacolare l’opera di Dio attraverso lo Spirito Santo (v. 14) e fortificarsi contro le divisioni e i contrasti che possono sollevarsi anche all’interno delle famiglie (vv. 16-17).  Il discepolo avrà la forza della perseveranza, della costanza in mezzo alle avversità e proprio attraverso tale costanza egli porterà un frutto che rimane per sempre.

Per la lectio divina
Invoco lo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
Leggo il brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 21,5-19.
Cerco di comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente.
Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
Dialogo con Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

Per la lettura popolare
Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

Ricordiamo la vita. (15 minuti)
Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 21,5-19 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.
3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

Qual è il contesto spazio-temporale del racconto
Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo simbolo del culto e della storia di Israele. L’intero discorso di Gesù ruota intorno a questo simbolo e alla sua comprensione. Se il tempio di mattoni in cui confida Israele verrà distrutto, quale sarà il tempio del Signore, la sua presenza permanente nella storia?
Chi sono i personaggi del racconto e cosa dicono?
Gesù sta parlando alla folla, radunata davanti al tempio. Si tratta del popolo di Israele, simbolicamente rappresentato da questa folla. Tuttavia nel discorso di Gesù risuona già la preoccupazione per la comunità cristiana, nel tempo della storia, caratterizzato dalle rivolte e dalle persecuzioni. A partire dal v. 12 gli interlocutori sono chiaramente i suoi discepoli, che testimoniano la Sua presenza nella storia.
-Di quello che vedete, non resterà pietra su pietra. Quali strutture, sociali e pastorali, sono il nostro tempio? In che cosa io personalmente confido, senza accorgermi che si tratta di apparenza?
Quale rivelazione?
I discepoli di Gesù vivranno le persecuzioni ai loro danni come occasione per rendere testimonianza a Gesù. Egli è il Signore della storia e donerà loro parola e sapienza (la potenza dello Spirito Santo cfr. At 1, 8) per rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15). Tutto questo accadrà prima dei segni che caratterizzano la fine dei tempi (v. 11-12), dunque nel tempo della storia. È la comunità cristiana, testimonianza profetica nella storia, il vero tempio.
-Non preparate prima la vostra difesa. Ci sono ansie eccessive che io ho, nelle ostilità e fatiche, e che mi portano a confidare più in me stesso?
-Io vi darò parola e Sapienza. So confidare nella Parola di Dio?
-Sarete traditi. Come vivo l’incomprensione e il tradimento? Riesco a trasformarlo in un’ occasione di testimonianza?
– con la vostra perseveranza salverete la vostra vita. Dove mi è chiesta pazienza e perseveranza nel bene?
Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

lettura popolare XXV TO Anno C

 

 

Lettura popolare XXV TO Anno C

 

Lettura popolare XXV TO Anno C

 

Lc 16,1-13

 

Il messaggio nel contesto

 

Gesù si rivolge ai discepoli, per raccontare una parabola, che ha però come sfondo e come interlocutori anche i farisei (cf. v. 14). La scena è tratta da una situazione di vita ordinaria nell’antichità, sia per i romani che per i giudei, in cui un servo diveniva spesso amministratore dei beni del suo padrone e cresceva notevolmente in importanza sociale ed economica, fino ad essere spesso reso libero dal padrone, per i suoi servigi (v.1-2).

Qui tuttavia il servo ha sperperato i beni dell’uomo ricco ed è chiamato a rendere ragione della sua amministrazione (v. 3). A questo punto un ragionamento del tutto utilitaristico porta l’amministratore a pensare di “farsi amici” i creditori del suo padrone, per poter essere accolto da loro, una volta che sarà cacciato dall’amministrazione (v. 4). La parola chiave del ragionamento del servo e del suo dialogo con i debitori è: “accogliere”, verbo che nel Vangelo di Luca è spesso usato per indicare l’ospitalità. Egli scommette sul fatto che verrà accolto ospitalmente se sarà in grado di accogliere i debitori con un accordo che preveda uno sconto piuttosto largo e abbondante. In effetti ridurre di cinquanta i litri di olio comporta una remissione del debito davvero generosa!

Se l’azione dell’amministratore è disonesta, come ammette Gesù stesso commentando la parabola, in realtà il padrone loda l’amministratore perché è stato scaltro nel farsi nuovi amici, cioè ha capito come funziona il mondo e ha utilizzato il poco tempo che gli era rimasto a capo dell’amministrazione, per costruirsi un futuro stabile. In questo senso i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce, perché questi ultimi dovrebbero capire come funziona la sapienza del mondo a venire, del Regno di Dio e avvantaggiarsi di conseguenza. Ossia dovrebbero procurarsi con la disonesta ricchezza, ossia con la ricchezza di questo mondo, amicizie tra i poveri, che non sono in grado di reciprocare al livello di questo mondo, ma che garantiscono un bene assolutamente superiore, quello celeste (v. 9). Si tratta di vendere i propri beni, come era stato già ricordata d Gesù in 12,33, per acquistare un tesoro che non verrà mai meno.  In altri termini Gesù costruisce un ragionamento a forziori. Se il farsi amici vale nelle logiche di questo mondo e con la ricchezza “disonesta”, tanto più deve valere nella logica del Regno di Dio, in modo del tutto nuovo e trasformato.  Ciò che importa nel nuovo Regno non è più la ricchezza in sé stessa, definita “disonesta” nel senso che appartiene a questo mondo e quindi non appartiene ai figli della luce, ma le relazioni che si sono create, e che rendono possibile una nuova e radicale accoglienza, quella delle “tende” eterne, nuova abitazione, nuovo tempio in cui si cammina come figli.  Gesù esorta quindi a prendere in considerazione seriamente il “vero bene” che ci aspetta e quindi, proprio per questo, ad essere fedele anche nelle cose materiali, nell’ottica del servizio per i più bisognosi.

 

Per la lectio divina

  • Invocolo Spirito Santo (con un canto o con la Sequenza)
  • Leggoil brano del Vangelo, almeno due volte con attenzione: Lc 16,1-13.
  • Cercodi comprendere maggiormente il significato del testo, con l’aiuto del breve commento precedente e di alcuni passi paralleli: Lc 12,33
  • Prego, rileggendo la mia vita alla luce della Parola appena compresa.
  • Dialogocon Gesù e con il Padre, lasciandomi trasportare, nel chiedere, nel ringraziare, nel lodare, nel contemplare, a seconda di ciò che sento.

 

Per la lettura popolare

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)

 

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il branodel Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 16,1-13 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogoun pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il contesto della parabola evangelica?

-Gesù sta parlando ai discepoli. Essi sono ancora tentati dai beni e da una logica mondana in cui non sono nemmeno troppo esperti.

  • Chi sono i protagonisti della parabola?

– L’uomo ricco e l’amministratore.

  • Cosa accade nella parabola?

-Pur facendo uno sconto notevole e non conveniente per i padrone, quest’ultimo loda l’amministratore, perché ha agito con scaltrezza secondo le regole del mondo patronale, facendosi nuovi amici, che lo accolgano.

-Gesù prende spunto da questo in modo provocatorio e urtante, per sottolineare come anche i figli della luce dovrebbero prendere spunto dalle regole del Regno, per utilizzarle a loro vantaggio. Si tratta dunque di utilizzare le ricchezze di questo mondo, per farsi nuovi amici, i poveri, e aprire la strada verso la pienezza del Regno di Dio. Come utilizzo i miei beni? Quale libertà intoriore ho nei confronti di essi? Sono convinto che l’amore di Dio è l’unico vero bene della mia vita?

  • Quale rivelazione è contenuta qui?

La relazione e non la ricchezza in sé è in grado di salvare l’uomo. Si tratta di una relazione con Dio, che passa attraverso il riconoscimento del “vero bene” dell’uomo e dell’utilizzo conseguente delle ricchezze di questo mondo,. Si tratta di far crescere il capitale della gratuità, del dono, dell’amore, anche attraverso l’economia materiale. Quali scelte e cambiamenti mi attendono, per essere evangelicamente orientato a portare frutto nella mia vita? Quali attaccamenti mi impediscono ancora di portare frutto?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera(5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare XXIV TO Anno C

Lc 15,1-3.15-32

Il Padre misericordioso

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Il contesto di questa sezione di parabole è rappresentato dalla critica che farisei e scribi facevano a Gesù, di mangiare, ossia, di entrare in una profonda comunione, con i peccatori e i pubblicani (cf. 15,1-3). I pubblicani erano per eccellenza peccatori a causa del loro mestiere di esattori delle tasse per conto di una potenza straniera, e perché resi impuri dal loro contatto con i romani. Gesù invece attua fin d’ora quella comunione dei tempi ultimi che sovvertirà le umane aspettative (Lc 13,25-29).

Gesù nel discorso parabolico che segue, rivolto agli scribi e farisei, parlerà di sé e del suo ministero non direttamente, ma sempre in rapporto al mistero di Dio. Il lettore si trova dunque confrontato con gli scribi e i farisei nel suo modo di seguire Gesù e nella concezione di Dio che egli ha.

Il testo liturgico dopo il v. 3 salta le due parabole, della pecora perduta e della dramma smarrita, e si ricollega all’ ultima parabola, quella del “padre misericordioso e dei suoi due figli” al v. 11. In essa il figlio maggiore, che osserva fedelmente La legge che è a servizio del padre corrisponde bene all’immagine del fariseo propria di Luca. Il figlio minore che spende le sostanze del padre con le prostitute e poi si ritrova a lavorare con i porci corrisponde al peccatore che vive nell’impurità dovuta alla lontananza con il Padre.

Se il peccato del figlio minore è più evidente, quello del figlio maggiore sembra esserlo meno, ma in realtà la parabola mostra che così non è. Entrambi partono da una distanza siderale nei confronti del Padre, e se è sicuro che il figlio minore si convertirà alla luce dell’amore del Padre, non altrettanto si può dire di quello maggiore. In effetti di lui non sappiamo come risponderà all’invito del Padre.  Questa modalità di condurre il discorso parabolico rivela che gli interlocutori sono sempre gli scribi e i farisei che si credevano giusti e dunque il discorso al figlio maggiore è rivolto a loro e al lettore. Per il Gesù lucano colui che corre più pericoli non è chi vive nell’aperta ribellione, ma chi presume di essere nel giusto: la sua è una lontananza da Dio più difficile da guarire, perché comporta un inganno maggiore, che si situa sottilmente nelle pieghe della concezione di Dio e della sua giustizia.

Il figlio maggiore è lontano da Dio e la parabola del figlio minore può forse aiutarlo a comprendere la sua attuale lontananza da Dio. Egli ha sempre “pensato” di essere in buon rapporto con il Padre, ma in realtà non lo è “mai” stato fino in fondo, così che questo suo ultimo rifiuto di entrare alla festa organizzata dal Padre per il figlio minore non è una crisi improvvisa nelle relazioni, ma la manifestazione improvvisa di una crisi, di un’incomprensione relazionale esistita da sempre.

Le parole del figlio maggiore lo tradiscono: lui ha sempre “servito” da tanti anni senza mai trasgredire un comando, e in cambio non ha mai ricevuto un capretto. Egli pensa il rapporto con suo “padre” non come un figlio, ma come uno schiavo penserebbe il rapporto con il suo “padrone”. Egli ha vissuto da schiavo nei confronti del Padre, senza comprenderne affatto l’amore e senza capire che, come gli risponderà il Padre: “tutto ciò che è mio è tuo”.  Si tratta di una concezione profondamente immatura della relazione, per la quale egli vale nella misura in cui fa qualcosa per il Padre suo e  dunque ne riceve in cambio. Ciò significa un desiderio nascosto di divertirsi come il figlio minore, ma una sostanziale incapacità di farlo, non per aver conosciuto un amore più grande, ma solo per un attaccamento narcisistico a sé stesso, e alla propria immagine di figlio “bravo”. Quindi il fatto che il Padre abbia dato un capretto al figlio minore implicitamente vuole dire al figlio maggiore che egli vale meno di lui. Il Padre invece vuole fargli capire che egli lo ama per se stesso, per quello che egli è e non perché è bravo a “servirlo”.

In fondo il discorso del Padre è il vero trait d’union tra i due versanti della parabola. Egli con i suoi atti rivolti al figlio minore dice esattamente lo stesso amore che proclama a parole nei confronti del maggiore: “tutto ciò che è mio è tuo”. La sua compassione (lett. Stringersi delle viscere di una madre cf. Lc 7,13) si mostra in una serie di atti eccessivi come correre, gettarsi al collo del figlio, baciarlo senza tener conto che il figlio non gli ha ancora chiesto scusa (cfr. 2 Sam 14,33). Il Padre ama gratuitamente e in modo sovrabbondante, al di là di ogni regola di giustizia umana. Solo a questo punto, alla luce dell’amore del Padre, il figlio fa la sua confessione.

I tre seguenti gesti simbolici: il dono della veste lunga per la festa, l’anello che indica l’autorità e i poteri del Padre e i sandali che indicano l’uomo libero (lo schiavo camminava scalzo), sono tutti segni della ristabilita dignità di figlio. Colui che si rende conto dell’amore del Padre (cfr. Ger 31, 19), gratuito e sovrabbondante, può essere ristabilito nella sua dignità di Figlio. Riuscirà a rendersene conto il Figlio maggiore? Riuscirà il figlio maggiore ad uscire dal suo narcisismo e ad amare il fratello? In fin dei conti la sua salvezza è legata a doppio filo con quella del fratello. Se il minore non avesse sperimentato la gratuità del Padre il maggiore sarebbe stato condannato nella sua pretesa di salvarsi con la sua osservanza della legge, senza possibilità di rendersi conto della sua reale lontananza da Dio. La salvezza del fratello maggiore passa così attraverso la sua decisione di far festa per il minore. Ci si salva nella gioia e non nella recriminazione!

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

Ricordiamo la vita.  (15 minuti)
Le mie recriminazioni nei confronti degli altri e della vita

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 15,1-3.15-32 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
Gesù si trova in mezzo a pubblicani e peccatori, che lo ascoltano. Ciò che segue non può che fare riferimento a questa situazione iniziale, che si trova anche in bocca ai farisei e motiva le loro mormorazioni (v.2). Gesù si rivolge dunque proprio ai farisei. Come considero i peccatori? Lo stile di Gesù, che non teme di avvicinare il peccatore, anzi va in cerca di lui, è anche il mio?
Chi sono i personaggi, cosa fanno?
-Il figlio minore parte per un paese lontano e sperpera tutte le sue sostanze. Poi rientra in se stesso. Quali “dispersioni” lontano da Dio nella mia vita? Come sono rientrato in me stesso?

-Il Padre con due figli, quando il figlio minore ritorna, lo vede quando era lontano, ha compassione, gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia. Questa serie di azioni può sembrare eccessiva, perché è del tutto gratuita e immotivata, su un piano di giustizia retributiva. Come immagino Dio Padre? È uno che “perde la propria dignità” per amore?

-il figlio maggiore si indigna e non vuole entrare. Cosa ritengo assolutamente inaccettabile, un’ingiustizia che lede e offende i miei diritti? Quali sono le mie recriminazioni davanti a Dio?

Cosa dicono i personaggi?
Il figlio minore afferma di “morire di fame”, a confronto dei servi di suo Padre. Di che cosa ho fame e profonda nostalgia, fino a “morirne”?
Il padre afferma, riferendosi al figlio minore: “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Quali sono stati i miei passaggi di “morte” e “resurrezione”?
Rivolgendosi al figlio maggiore il padre dice: “Figlio, tu sei sempre con me e quello che è mio è tuo”. Sono capace di gioire e far festa per i doni che Dio fa agli altri, sentendoli come miei?
Quale rivelazione è contenuta qui?
-L’amore di Dio è gratuito e per questo contraddice una logica “contabile” tipicamente umana. Sono in grado di condividere questa prospettiva di Dio e di gioire per ogni uomo che si converte a Lui?

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.
 

 

 

Lettura popolare XVIII TO Anno C

 

Lettura popolare XVIII TO Anno C

Lc 12,13-21
Arricchirsi presso Dio
Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

L’insegnamento di Gesù che è contenuto in questa pericope si trova all’interno di un discorso di Gesù ai discepoli a riguardo dell’annuncio del Vangelo e dei contrasti e opposizioni che esso suscita (cf. 12,4-12.22-32). Esso nasce dalla domanda di un anonimo personaggio, in mezzo alla folla, che lo interpella come «maestro» e gli chiede di giudicare il suo caso di eredità, in una controversia tra fratelli (v. 13), come già aveva fatto Mosè (cf. Nm 27,8-11) e come facevano comunemente i maestri della Legge anche al tempo di Gesù. Gesù però si rifiuta di giudicare questi aspetti, perché intende rivelare una dimensione più profonda del giudizio. Egli è certamente un maestro in grado di giudicare, ma il suo giudizio oltrepassa i criteri di una giustizia umana, per accedere ad un livello «profetico» e «rivelato». Egli infatti è il profeta degli ultimi tempi, al pari di Mosè, la cui parola va accolta quale parola di Dio (cf. Dt 18,18).
Gesù va dunque al cuore della questione, con un invito a custodire la coscienza da quella cupidigia che nasce quando si fa consistere la prospettiva di vita (fisica e spirituale) solo sui «beni» (v. 15). Per far comprendere questo Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco e ci fa accedere alla riflessione profonda di un uomo che ha avuto successo nella vita e a cui gli affari sono andati bene. Di per sé il suo ragionamento è corretto e non sembra essere guidato da cupidigia: si tratta di costruire granai più grandi per contenere e amministrare il patrimonio (v. 18). Il problema risiede piuttosto nel fatto che egli si considera proprietario di quei beni e non semplicemente amministratore: così egli intende godere per sé (v.19), e non far fruttificare il patrimonio per altri. Egli sarebbe arricchito per Dio se solo avesse utilizzato il valore materiale per creare un valore più alto e più vero, la relazione umana e l’amore che circola e cresce tra gli uomini. In modo simile i primi cristiani degli Atti degli Apostoli considerano anzitutto il dono dell’amore nella comunione ecclesiale il valore supremo a cui finalizzare i beni e le proprietà personali (cf. At 5,1-11). L’uomo ricco della parabola dunque non è veramente sapiente (cf. Sir 11,18-19), perché non considera ciò che ha ricevuto come un dono di Dio e dunque pensa che le ricchezze bastino a dargli la vita. Egli è diventato idolatra, perché ha sostituito Dio con la ricchezza e i «beni».
In fondo Gesù, pur non essendo giudice e mediatore in senso umano, lo è in un altro senso, perché mostra di essere il mediatore di «beni» che provengono dal Padre, l’unico che può assicurare il dono della vita. Chi è consapevole di avere questo dono dal Padre, in fondo ha già ricevuto l’eredità, quella che spetta ai figli di Dio, e non ha più bisogno di discutere a riguardo dell’eredità paterna.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti)
Le mie preoccupazioni concrete e quotidiane

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei servi della parabola.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Lc 12,13-21(10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Qual è il contesto geografico e narrativo del racconto evangelico?
Siamo in un contesto di contrasto con i capi e accusa. Qui emerge l’autorità di Gesù, che non entra nel merito della gestione diretta del potere giudiziario o politico, ma intende far emergere i pensieri profondi della coscienza umana. Il giudizio può essere dato da un punto di vista esteriore e da uno interiore. Come giudico io le situazioni e le persone?
Chi sono i personaggi, cosa fanno?
-Un uomo chiede a Gesù di giudicare la sua eredità. Quale eredità desidero possedere?
-Gesù rifiuta di giudicare una simile questione. Con quali intenzioni e finalità mi rivolgo a Gesù? Come penso che egli entri nella mia vita?
-Anche nella sovrabbondanza, la vita non dipende dai beni. Come giudico e ricerco il benessere materiale?
– Cosa dicono i personaggi?
-Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco, che parla con sé stesso. Nei miei pensieri profondi parlo con me stesso o mi rivolgo a Dio?
– Dio risponde: «questa sera ti sarà richiesta la tua vita». Ho considerato il rapporto tra la vita e i beni che possiedo?
-Gesù sollecita ad arricchirsi in Dio. Come e di cosa intendo arricchirmi? Cosa ho paura di perdere?
Quale rivelazione è contenuta qui?
La vera eredità, quella che non viene meno e di cui Gesù è mediatore e giudice, è l’eredità dei figli di Dio. Questa è l’eredità dell’amore che, nella misura in cui è messo in comune e condiviso, non diminuisce ma si moltiplica.
4. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.