Lettura popolare XI TO Anno B (Mc 4,26-34)

 

Lettura popolare XI TO Anno B Mc 4, 26-34

Mc 4,26-34

Le parabole di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia offre le ultime due parabole della sezione marciana delle parabole del Regno, con la conclusione generale della sezione al v. 34.  L’inizio del racconto parabolico va ritrovato in 4,1-2 dove viene presentato l’insegnamento di Gesù presso il mare e la presenza della folla, così ingente da costringere Gesù a imbarcarsi e sedere “sul mare”. La posizione da seduto, tipica del rabbi intento all’insegnamento, è in modo suggestivo posta dentro al mare, quasi un anticipo di quel dominio divino che egli eserciterà sulle onde e sui flutti (cf. 4,41). Questo dettaglio suggerisce che l’insegnamento parabolico di Gesù abbia a che fare con il mistero della sua persona.

Tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione, si trova un intermezzo sul destinatario del racconto parabolico, le folle, che non comprendono il linguaggio, che comporta tuttavia, in modo paradossale, il perdono di Dio (v. 12, Is 6,9) e la salvezza di un resto di Israele. I discepoli, a cui Gesù spiega le parabole, rappresentano il primo nucleo di questo resto, caratterizzato dalla possibilità di comprendere, nella compagnia di Gesù, il dinamismo dell’agire di Dio nascosto nel linguaggio parabolico.  Essi soli possiedono la chiave di interpretazione, che è la persona di Cristo, e proprio perché si tratta di una persona e non di un’idea, essi avranno bisogno di camminare dietro a Gesù fino al termine della sua missione terrena, nel mistero della sua morte e resurrezione, per penetrare il significato delle sue parabole. L’itinerario dei discepoli è dunque quello del lettore del Vangelo, chiamato a fare esperienza della Parola, seguendo il messia servo sofferente fino alla morte di croce.

Che il mistero della croce sia al cuore delle parabole può essere evidenziato anche a partire dalle due parabole del Regno di Dio che la liturgia offre in questa domenica del tempo ordinario (26-29; 30-32). La parabola del seme che germoglia manifesta la paradossale rivelazione di un processo che non dipende dalle azioni umane di innaffiare o concimare, ma che avviene in modo spontaneo, senza che il seminatore se ne accorga.  Si sottolinea qui il carattere misterioso, divino di questa potenza della Parola, che opera al di là delle decisioni e della volontà umana (cf. Sal 127,2). Essa infatti fruttifica in diverse tappe finchè arriva la mietitura, che è immagine del giudizio divino (cf. Gio  4,13).

La seconda parabola è invece centrata sul chicco di senapa, più piccolo di tutti gli altri, ma che contiene la potenza di produrre un arbusto più grande di tutte le piante dell’orto. L’immagine degli uccelli che vi nidificano riprende la tradizione allegorica dei profeti a riguardo dei grandi imperi della storia, che fanno ombra a molti regni più piccoli (cf. Ez 31). Il messia, servo sofferente che muore in croce (Is 53) è come un seme insignificante e più piccolo di tutti i poteri di questo mondo. Tuttavia la potenza della Parola che opera nella sapienza della croce è in grado di generare un Regno più grande di tutti i regni umani.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti)

Stare con Gesù e ascoltare la sua Parola. Cosa significa per me in questo periodo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 4,26-34 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Gesù ha appena iniziato il suo ministero pubblico e grandi folle lo seguono, assieme ai discepoli che egli ha chiamato. Tuttavia egli non fa nulla per accrescere la sua pubblicità e sembra piuttosto interessato ad un insegnamento che non è di immediata comprensione. A che punto sono nel mio cammino con Gesù? Penso di averlo già ascoltato abbastanza o rimangono aspetti del suo insegnamento e della sua persona che mi interrogano e stupiscono?

  • Quale luogo?

Gesù proclama la parola seduto sul mare, mentre la folla lo ascolta dalla spiaggia. C’è una separazione tra Gesù e la folla, che non può essere colmata se non dall’azione misteriosa della Parola. Mi confronto con il mistero della Parola, che è per me la croce del Signore, capace di dominare le potenze del male e della morte (mare)?

  • Cosa fa il protagonista della prima parabola, il seminatore? L’unica azione che egli compie è quella di gettare il seme per terra. È il seme della Parola, che porta frutto senza che egli lo sappia, per una potenza intrinseca alla Parola stessa. Vivo lo slancio e il desiderio dell’evangelizzazione, gettando la Parola con fiducia, senza lasciarmi affaticare e deprimere da verifiche solo apparenti?
  • Cosa fa il granello di senapa? Esso è il più piccolo dei semi e diventa il più grande degli arbusti. Vivo l’umiltà, nella mia condizione familiare, lavorativa e pastorale, come la condizione essenziale per la maturazione di frutti spirituali nella mia vita?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Annunci

Lettura popolare Santissimo corpo e sangue del Signore

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare Corpo e Sangue del Signore

Mc 14,12-16.22-26

La Cena di Gesù

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La liturgia ritaglia per la solennità del Corpo e Sangue del Signore due distinti brani del Vangelo di Marco, la preparazione della cena pasquale (12-16) e l’istituzione dell’Eucarestia da parte di Gesù durante la cena (22-26), scene separate dall’annuncio del tradimento di Giuda (17-21).

Nonostante la liturgia preferisca concentrarsi sulle azioni riguardanti la cena, è importante tener conto dell’annuncio del tradimento tra la preparazione della cena e l’istituzione dell’Eucarestia. Infatti l’orribile e inaccettabile destino che Gesù annuncia, ossia la sua consegna alle autorità da parte di un amico e un discepolo (v. 18), viene trasformato dall’atto con cui Gesù consegna se stesso nel pane e nel vino, che sono il suo corpo e il suo sangue (v. 22-23). La violenza che si scarica contro Gesù e che arriva fino al rinnegamento degli affetti e dei vincoli umani più cari viene trasformata dal dono del sangue dell’alleanza, versato per la violenza umana, ma ancor prima donato da un amore che si estende a moltitudini di uomini (v. 24). Si tratta del compiersi del disegno divino, che Gesù realizza con sovrana autorità, quello di diventare il servo sofferente di JHWH (cf. Is 52,13-53,12) per riconciliare gli uomini con Dio. La stessa autorità si manifesta già nelle azioni che Gesù ordina ai discepoli per preparare la Pasqua ebraica e che vengono da loro puntualmente eseguite (v. 16) nel giorno di parasceve, in cui si immolano gli agnelli pasquali nel tempio.  Durante la cena Pasquale, che avviene di sera (cf. v. 17) e che inserisce ogni ebreo nell’evento di liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto e nell’alleanza con Dio sul monte Sinai, Gesù conferisce al pane benedetto e spezzato l’inedito significato del suo stesso corpo e al calice della cena l’identificazione con il suo sangue versato. Così facendo, egli concede ai suoi discepoli di partecipare in anticipo al dono che si compirà dentro al suo destino di servo sofferente che muore in croce per gli uomini e viene resuscitato il terzo giorno.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Cosa mi nutre ogni giorno? (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 14,12-16.22-26. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Siamo nella parasceve, tempo di preparazione della Pasqua, in cui il popolo celebra la sua liberazione dalla schiavitù e il dono della legge da parte di JHWH. Un popolo sottomesso ai Romani, continua a credere nella presenza di Dio che li libera. Come celebrare oggi la liberazione di Dio, in un tempo di nuove schiavitù e dipendenze?

  • Quale luogo?

Ci troviamo a Gerusalemme, la città della pace, come dice il suo nome, la città che dovrà accogliere la rivelazione di Dio per tutti i popoli. Eppure in questa città Gesù sta per essere tradito e subire violenza. Come pormi nell’atteggiamento di seguire Gesù nel compiersi del suo cammino?

  • Cosa fanno i discepoli?

Gesù, con sovrana autorità da ordini ai suoi discepoli ed essi preparano la Pasqua. Cosa significa per me oggi obbedire al Signore perché egli possa compiere il suo disegno d’amore?

  • Cosa fa Gesù?

Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo da loro. Il gesto della benedizione e della condivisione del pane quotidiano diviene fondamento di un nuovo dono: “questo è il mio corpo”. Gesù porta a compimento ogni dono umano, ogni atto di comunione e di solidarietà nel dono del Suo corpo. Riesco a contemplare l’Eucarestia come vertice e fondamento di ogni progetto umano di giustizia e di solidarietà?

  • Cosa dice Gesù?

Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per le moltitudini. Vivo nell’Eucarestia il dono che Cristo ha fatto sulla croce per ogni uomo, senza eccezioni? Cosa può significare per la mia vita che l’amore di Dio rivelato in Gesù sia inclusivo, e sempre aperto ad ogni uomo?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare Trinità Santissima

 

 

Lettura popolare Santissima Trinità Anno B

 

 

Mt 28,16-20

La rivelazione della Trinità

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere”  ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il gruppo dei dodici, ridotto a undici dopo il tradimento e la morte di Giuda, si reca sul monte in Galilea, come ordinato da Gesù attraverso l’annuncio pasquale delle donne  (28,10). La Galilea rappresenta la terra dei popoli pagani, a cui è rivolto l’annuncio del Vangelo (4,15-17). Il monte  richiama la parola del maestro che compie la legge (5,1) e del Figlio che rivela definitivamente il volto del Padre (17,5).  Essi «vedono» Gesù e gli si prostrano in segno di adorazione, come già avevano fatto le donne (28,9) ma ciò non gli impedisce di avere ancora dei dubbi e delle paure. Sono ancora degli uomini di poca fede (8,26), deboli e insicuri, di fronte alla potenza del male che si è scatenata sul loro maestro.

Solo la parola di Gesù può superare questi dubbi e fragilità, per mezzo di un potere, che è dono del Padre. Egli è infatti il Figlio che con la sua resurrezione ha ricevuto ogni cosa dal Padre suo (cf. 11,27) e in particolare il potere di rivelare e compiere la Sua volontà nel cielo e nella terra (cf. 7,29; 9,6). Egli è il re/messia figlio di Davide, che istituisce il Regno definitivo di Dio nella storia degli uomini, restaurando Israele e rendendolo al contempo segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano. Infatti con questo potere regale Gesù invia i suoi discepoli non più alle pecore perdute della casa di Israele (16,5-6) ma a tutti i popoli, per renderli discepoli con il dono dello Spirito Santo, attraverso il sacramento del battesimo. Essi sono così inseriti dentro al mistero del Figlio e del Padre, rivelato ai piccoli (11,25-26).  Oltre che a battezzare i discepoli sono inviati a condurre con la loro parola gli uomini dentro al mistero del Figlio di Dio. Si tratta di una “mistagogia” ossia di quell’insegnamento che propone ad ogni battezzato la via di una sovrabbondante giustizia, nel compiere la volontà del Padre (cf. 19,21; 5,20.48). L’efficacia di questa missione dipende solo dalla presenza di Gesù, che, in quanto risorto, è l’Emmanuele, il Re/messia-Dio con noi (Mt 1,22-23) per tutti i giorni fino al compimento del tempo.

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  (15 minuti)

I dubbi e le conferme nel cammino di fede

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. La domanda contribuisce a mettere il partecipante nella posizione dei discepoli.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mt 28,16-20 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti tempi, luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande (a scopo puramente esemplificativo, cioè non devono essere poste con qualche ordine particolare, ma servono unicamente all’accompagnatore per suggerire ai partecipanti possibili identificazioni interiori):

 

  •  Qual è il contesto spazio-temporale del racconto evangelico?

-Ci troviamo al termine del Vangelo, in Galilea, lì dove era iniziata la missione del maestro, in un territorio fortemente mescolato con genti pagane. L’orientamento universale della missione di Gesù trova così una definitiva conferma. Quali confini e periferie dell’umano incontro quotidianamente? Qual è la mia Galilea delle genti?

-Gesù dà appuntamento ai suoi discepoli sul monte. Qual è per me, nella mia vita, il monte, ossia il luogo e il tempo in cui incontro Gesù?

  • Chi sono i personaggi, cosa fanno?

Gesù risorto e i discepoli.  

I discepoli vanno sul monte in Galilea. Mi metto anch’io in cammino per andare dove Gesù mi chiama o perdo i suoi appuntamenti?

I discepoli vedono Gesù e si prostrano. Quale esperienza di Gesù risorto e del Padre nella mia vita? Come lo adoro?

Essi dubitano. Che ruolo gioca il dubbio nel mio cammino di fede?

Gesù si avvicinò. Gesù non ci lascia soli, ma si fa presente e vicino. Mi sento accompagnato dalla Sua presenza e da quella del Padre?

  • Cosa dicono i personaggi?

– a me è stato dato ogni potere. Quale potere Gesù esercita nella mia vita e a quale livello?

Andate e fate discepoli. Mi sento inviato ad annunciare il Vangelo?

Tutti i popoli. Come considero le altre culture e religioni del mondo? Sono aperto a vedere in essi dei semi del Vangelo che possono essere coltivati?

Io sono con voi. Come vivo l’appartenenza al “voi” della Chiesa, del popolo di Dio? Incontro Gesù nel popolo di Dio?

 

Quale rivelazione è contenuta qui?

Gesù è l’Emmanuele, il messia Dio con noi il Figlio che ci rivela il volto del Padre e con la sua resurrezione il suo Regno inizia ad instaurarsi, attraverso l’annuncio del Vangelo, l’insegnamento dei discepoli e i sacramenti.

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

Lettura popolare Ascensione di Gesù Anno B (Mc 16,15-20)

 

 

Lettura Popolare Ascensione – anno B

 

Mc 16,15-20

Il risorto “preso in alto”

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La pericope ritagliata dalla liturgia per la domenica dell’ascensione dell’anno B presenta i versetti conclusivi del Vangelo di Marco. Si tratta del secondo quadro dell’epilogo del Vangelo (vv.15-20): nel primo quadro si trova una sintesi delle apparizioni di Gesù ai discepoli (vv. 9-14); nel secondo c’è un discorso di commiato (vv. 15-18), l’assunzione e intronizzazione di Gesù (v. 19) e l’esecuzione dell’invio in missione da parte dei discepoli (v. 20).

Il discorso di commiato può essere ulteriormente suddiviso in due parti: l’invio (vv. 15-16) e i segni che contraddistinguono la missione (17-18).

L’annuncio del Vangelo è al cuore dell’invio di Gesù. Si tratta per i discepoli di annunciare il Regno di Dio (cf. 1,14-15), come già aveva fatto Gesù, solo che ora questo annuncio ha come contenuto la morte e resurrezione di Gesù e ha una destinazione universale (cf. 13,10; 14,9). Esso deve attraversare tutto il mondo e deve rivolgersi a «tutta la creazione» (v. 15).  Tale annuncio ha dunque una valenza cosmica, ed è in grado di attraversare e trasformare l’uomo e il mondo, nella globalità dei suoi elementi, con due possibili scenari: o l’accoglienza di fede e il battesimo oppure il rifiuto e il giudizio (v. 16). Il carattere definitivo dell’annuncio evangelico dopo la morte e resurrezione di Gesù è dovuto ad una salvezza ormai non più dilazionabile. Essa si manifesta in segni miracolosi, che già avevano caratterizzato il ministero storico di Gesù, come ad esempio il cacciare i demoni (cf. 1,34.39) o l’imporre le mani ai malati (cf. 6,5).  Si aggiungono ulteriori segni come il parlare in altre lingue (cf. At 2,4) o prendere in mano i serpenti, come Paolo che, morso da una vipera, ne esce guarito (At 28,3-6). Con un linguaggio molto vicino a quello di Luca (cf. Lc 10,19), questa finale marciana descrive il carattere cosmico dell’annuncio evangelico, che si manifesta nella forma di un dominio sulle forze di morte operanti nella creazione, grazie alla potenza della resurrezione.  I segni infatti sono compiuti “nel suo nome”, ossia nel nome di Gesù risorto (v. 17).

In modo simile agli Atti questa finale descrive poi l’ascensione di Gesù (cf. At 1,9-11) che è stato “preso verso l’alto” (v. 19). Qui viene usato un verbo di voce passiva, che sottintende l’azione di Dio. È Dio che lo ha elevato a sé ed egli, messia sofferente, ora è intronizzato alla destra del Padre (cf. 14,62), secondo le promesse dei Salmi messianici (cfr. Sal 110,1; 8,7). Ora egli condivide l’autorità del Padre sulla storia e può aiutare la missione dei suoi discepoli (v. 20). Il frutto universale della Parola infatti è infatti assicurato dalla cooperazione di Gesù risorto, attraverso i segni che l’accompagnano.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Sperimento la potenza della Parola di Dio nella mia vita?  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  • Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 16,15-20. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Annunciate il Vangelo a tutta la creazione: mi sento inviato anch’io da Gesù ad una missione universale?
  • Chi non crede verrà condannato: come mi pongo rispetto al carattere decisivo della testimonianza evangelica? Sono consapevole della mia responsabilità?
  • Nel suo nome: i segni di vittoria contro la morte sono fatti nel nome Gesù. Credo che in questo nome è contenuta la potenza della resurrezione, che opera non magicamente, ma realmente nella mia vita?
  • È stato elevato in alto: il mio rapporto con Gesù è con una persona vivente, che opera dappertutto, nella storia e nella mia vita?
  • Confermando la Parola: sono convinto che la Parola di Dio è viva, perché in essa opera il Risorto?

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

Lettura popolare VI Pasqua Anno B

 

 

Lettura Popolare VI Pasqua – anno B

Gv 15,9-17

Vi ho chiamato amici!

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Questi versetti che la liturgia offre (15,9-17) costituiscono la continuazione del discorso sulla vite vera (15,1-8).  Se nei versetti precedenti l’immagine della vite e dei tralci sottolinea l’appartenenza reciproca dei discepoli in Gesù e di Gesù nei discepoli, in questi versetti (9-17) emerge la natura di questo legame, che rende possibile il rimanere in Gesù: l’amore. Gesù esplode infatti in un grido di esortazione alla cui luce vanno interpretati tutti i passaggi successivi del suo discorso: “Rimanete nell’amore, il mio!” (v. 9).  Gesù rivela qui anche l’origine di tale amore: il Padre. L’amore tra Gesù e i discepoli è lo stesso amore che lega Gesù e il Padre suo (v. 10). Anzi, potremmo dire che l’amore del Padre e del Figlio è la fonte del legame tra Gesù e i suoi discepoli, e rende possibile una comunione delle volontà: osservare i comandamenti infatti significa che tale amore non può ridursi al sentimento, ma riguarda la decisione di rimanere unito a lui, esercitando l’amore nei confronti degli altri (cf. v. 12.17).

Gesù evoca qui la sua morte, come testimonianza suprema di un dono volontario (v. 13). Solo l’amore per gli amici può rendere ragione della croce! Ma chi sono questi amici? Si potrebbe risalire ad Abramo e Mosè (cf. Is 41,8; Es 33,11) a cui Dio ha comunicato intimamente il suo disegno di salvezza: in effetti anche per Gesù l’amicizia è il frutto di una comunicazione, di una conoscenza del mistero di Dio, che inserisce ogni uomo nella rivelazione che il Figlio fa del suo rapporto con il Padre (“ciò che ho udito dal Padre mio”, v. 15).   Questi amici non si scelgono tra di loro, come capita nelle relazioni umane, ma vengono costituiti tali da una scelta che parte dalla libera e gratuita iniziativa di Gesù (v. 16), che sceglie solo alcuni, perché attraverso di essi tale comunicazione di amore possa raggiungere ogni uomo. Va interpretato così il frutto che essi portano e che dovrà rimanere (v. 16): l’amico di Gesù è in grado di fare anche opere più grandi di quelle che ha fatto lui (cf. 14,12-13), opere che orientano la storia al suo compimento, ossia il raduno di tutti i figli di Dio dispersi, nella gloria del Padre e del Figlio che si è manifestata sulla croce (cf. 12,27-33). Il segno di questo compimento sarà la gioia del Figlio che si trasmette ai discepoli (v. 11).  La gioia infatti è sempre il segno della pienezza e compimento delle promesse di Dio nell’annuncio evangelico: è la gioia del Vangelo (cf. At 8,8; Gv 4,36).

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.(15 minuti)

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura. Posso considerarmi amico di Dio? Quali ostacoli interiori mi impediscono eventualmente di considerare appropriata l’immagine dell’amicizia per descrivere il mio rapporto con Dio?

 

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 15,9-17 (10 minuti).

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

-come il Padre mi ha amato: questo amore si è manifestato una volta per sempre sulla croce. Percepisco la croce di Gesù come un dono d’amore?

rimanete nel mio amore. Sento l’amore di Dio per me? Lo accetto, lo accolgo, vi rimango anche nelle difficoltà?

-se osserverete i comandamenti. I comandamenti riguardano l’amore per gli altri. Quali decisioni e atteggiamenti concreti sono conseguenti a tale obbedienza?

la mia gioia sia in voi. Dentro alle paure e difficoltà sento la gioia del Vangelo, che mi porta ad annunciarlo?

dare la propria vita per gli amici. Vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal Padre. Considero la Chiesa come il luogo di questa intima conoscenza del dono che Gesù ci ha fatto?

– io vi ho scelti. Provo a ripercorrere il mio cammino di fede fino ad ora, e avverto non il mio protagonismo, ma l’iniziativa di Gesù?

– perché andiate e portiate frutto. Quale orientamento missionario emerge nel mio cammino?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare V Pasqua Gv 15,1-8

 

 

Lettura Popolare V Pasqua – anno B

 

Gv 15,1-8

La vite vera

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Gesù racconta un’allegoria (mashal) centrata sul simbolo della vigna, tradizionalmente usato dai profeti per indicare Israele come popolo eletto di Dio, il cui rapporto d’amore con JHWH è messo in questione dal tradimento (cf. Os 10,1; Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 17,2-10; 19,12; Is 27,2.6 ecc.). Nei vangeli sinottici questa immagine viene usata per indicare il Regno di Dio (cf. Mt 20,1-16), mentre nel Vangelo di Giovanni essa passa da un plurale collettivo (ampelon=vigna) ad un singolare (ampelos=vite), per indicare Gesù stesso. La sua autodefinizione (io sono la vite vera) è una rivelazione di carattere divino, evidenziata dalla formula “io sono” (cf. Gv 6,20.35) e dall’aggettivo “vera”, che viene utilizzato in altri contesti, per indicare simboli che si riferiscono a Cristo, come la luce e il pane (cf. 6,32; 8,12). Il contadino è associato invece al Padre. Il tralcio della vite può essere caratterizzato da due situazioni: o non portare frutto, ed essere tolto, o portare frutto ed essere purificato/potato per portare più frutto (v. 2). Al v. 3 si chiarisce l’identificazione del tralcio con i destinatari del discorso di Gesù, i suoi discepoli, che sono già purificati per la parola annunciata da Gesù, una parola che porta i discepoli a credere (cf. 4,41), a conoscere la verità (8,31-32) ad avere la vita eterna (5,24) ad essere amati dal Padre e diventare dimora del Padre e del Figlio (14,23).

Questa inabitazione divina nei discepoli è il cuore dell’allegoria del tralcio e della vite. L’immagine è pertinente, dal momento che la pianta della vite non si distingue dai suoi tralci, ma ne è interamente costituita. I tralci appartengono alla vite, ma anche, in un certo senso, la vite appartiene ai suoi tralci, perché manifesta in essi la sua identità di arbusto e la sua fruttificazione. Questa reciproca appartenenza si mostra tra Gesù e i discepoli: se essi rimangono in lui e lui in loro, possono portare frutto (vv. 4-5). Se invece i tralci non rimangono in lui, si seccano, vengono raccolti, gettati nel fuoco e bruciati (v. 6): fuori di Gesù infatti non si può far nulla (cfr. 1,3). Rimanere in Gesù significa far sì che la sua parola rimanga in loro (v. 7): questo chiarisce meglio anche il significato dell’espressione “portare frutto”, che non indica tanto delle azioni particolari, ma la vita spirituale, caratterizzata da quella preghiera che trasforma la realtà (“chiedete ciò che volete e vi accadrà” v. 7). La preghiera del discepolo ne trasforma la vita e la rende un prolungamento di Cristo stesso nella storia: infatti essa è radicata non in una volontà arbitraria, ma in quei desideri che sono suscitati dalla parola stessa di Gesù. Il discepolo infatti è un tralcio nella vite, egli è intimamente trasfigurato perché il suo più vero essere è quello del Figlio, nel quale il Padre viene glorificato. Così il discepolo, con la sua vita e preghiera, glorificherà anch’egli il Padre (v. 8).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. (15 minuti) La mia vita sta portando frutto? Dove vedo i frutti e dove vedo le prove e le aridità?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 15, 1-8 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

lo purifica, perché porti più frutto: quale purificazione, potatura nella mia vita?

– siete puri per la parola che vi ho annunziato sento la parola di Gesù, ossia la sua presenza e rivelazione per la mia vita, come qualcosa che ha cambiato la mia vita?

– se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi: cosa significa per me rimanere in Gesù, vivere in lui?

senza di me non potete fare nulla: su quale base costruisco i miei progetti e le mie speranze?

– chi rimane in me e io in lui porta molto frutto: Ho avuto esperienza di frutti interiori e vitali proprio nei passaggi difficili e nelle strettoie della vita?

chiedete quello che volete e vi sarà dato. Che cosa chiedo al Signore, che cosa desidero?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare IV Pasqua Anno B

 

Lettura Popolare IV Pasqua – anno B

Gv 10,11-18

Il Buon Pastore

 

Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Dopo aver introdotto il quadro simbolico del pastore che entra per la porta e conduce le pecorelle fuori dall’ovile chiamandole per nome (vv 10,1-5), Gesù approfondisce questa similitudine identificandosi prima con la porta del recinto (vv 7-10) e poi con il pastore (vv 11-18). La liturgia ci offre esattamente quest’ultima parte del discorso, in cui Gesù si autodefinisce il “bel pastore”, con un’espressione che in greco (kalos, che si può tradurre bello o buono) indica un perfetto adeguamento alla sua funzione.  Se infatti il pastore ha il compito di custodire e proteggere il suo gregge, a rischio anche della sua vita, Gesù è il pastore per eccellenza che depone, o meglio ancora, espone la sua vita per le pecore (v. 11). L’espressione “esporre la propria vita” non indica un ricercare volontariamente e arbitrariamente la propria morte, ma un metterla in gioco, per uno scopo preciso, che nel caso del pastore è la difesa del gregge. Così faceva anche l’umile pastorello Davide, per difendere le pecore di suo padre Iesse (cfr. 1 Sam 17,34; 19,5; 28,21), quale figura del suo futuro compito di re/pastore di Israele. Su tale modello già i profeti avevano elaborato un’immagine messianica del pastore, come un nuovo Davide, nel quale sarà Dio stesso a pascolare il suo popolo (cfr. Ger 23,1-6). Il profeta Ezechiele ha in particolare sviluppato questa metafora di Dio e del suo servo Davide (cfr. Ez 34) come vero pastore, in polemica con i re e i capi di Israele nella storia dei due Regni, accusati di aver abbandonato il gregge di Dio e aver causato la dispersione delle pecore (cfr. Ez 34,3-6).  Anche nel nostro testo i mercenari sono coloro che, invece di dare la vita per le pecore, fuggono alla vista del lupo e causano la dispersione del gregge (v. 12). Vi è qui una sintesi folgorante di tutta la storia di Israele, che ad ogni tornante della storia ha confidato più su istituzioni umane che sul suo Dio. Perché i re non sono stati all’altezza della loro chiamata, perché i mercenari di cui parla il Vangelo fuggono all’arrivo del lupo? Perché le pecore non sono le loro, non gli appartengono (v. 12-13), e dunque non c’è un rapporto di fiducia e di amore con esse. Invece il bel pastore è colui che conosce le sue pecore e le sue pecore lo conoscono. Nel verbo “conoscere” si concentra una notevole densità semantica e teologica: non si tratta di una conoscenza esteriore o intellettuale, ma di una relazione che porta ad una reciproca appartenenza esistenziale. Nella Bibbia questo verbo descrive ad esempio la relazione sessuale tra l’uomo e la donna (cfr. Mt 1,25) e insieme anche la relazione di alleanza tra Dio e il suo popolo (cfr. Ger 31,34). Questo rapporto di reciproca appartenenza è il frutto di una potenza d’amore divina, che opera attraverso Gesù e che scaturisce dall’amore e dalla reciproca conoscenza tra il Padre e il Figlio (v. 15). Non si tratta qui solo di un paragone, ma proprio di una relazione causale permanente: le pecore possono entrare nella relazione d’amore con il loro pastore in forza dello stesso amore che unisce il Padre e il Figlio, un amore che si manifesta nel dono della vita per le pecorelle. Si tratta di un libero atto d’amore che Gesù compie, nel deporre la sua vita sulla croce, in piena obbedienza alla volontà del Padre, per poi riprendere la vita con la resurrezione (vv. 17-18). Il Padre e il Figlio operano infatti in piena unità di intenti, volontà ed amore, e in tal modo va inteso il termine “comando-legge” (“questo comando ho ricevuto dal Padre mio”). Da questa loro comunione, offerta dal Figlio sulla croce, scaturisce l’unità per tutto il genere umano e non solo per le pecorelle del popolo di Israele (v. 16). Proprio la morte di Gesù sarà l’atto definitivo con il quale Dio riporta ad unità il popolo e tutti i figli di Dio dispersi (cfr. 11, 51-52)

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. Dispersione o unità in questi giorni? Dove ritrovo la mia unità con me stesso e con gli altri? (15 minuti)

 

Questa domanda  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Gv 10, 11-18 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso ma, seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

  • Il bel pastore espone la propria vita per le pecorelle. Percepisco il dono totale che Gesù ha fatto per me, per salvarmi dalla dispersione e dalla morte?
  • Il mercenario lascia le pecore e fugge. A quali realtà umane, persone, gruppi, istituzioni, idee mi aggrappo come se fossero il bel pastore, salvo poi sperimentare che esse non reggono all’urto della prova?
  • Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Ho un rapporto di conoscenza vera, profonda, intima con Gesù? Vivo la Chiesa come il gregge, che appartiene solo a Lui? Sento che questa appartenenza porta ad unità anche nella mia vita?
  • Ho altre pecore…saranno un solo gregge, un solo pastore. Il mistero della Chiesa e del Regno di Dio supera i confini visibili all’uomo. Ho questo sguardo aperto sul cuore di ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura o religione?
  • Ho ricevuto questo comando dal Padre mio. Come concepisco il ruolo del Padre nella morte/resurrezione di Gesù? Ne colgo la volontà d’amore e lo straordinario e paradossale disegno di comunione per tutta l’umanità?

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.