Lettura popolare XX TO Anno B

 

Ogni uomo proviene dal Padre ed entra in comunione di vita con tale origine attraverso il Figlio inviato, la sua carne e il suo sangue.

Lettura popolare XX TO Anno B

 

Gv 6,51-58

Mangiare la mia carne e bere il mio sangue

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

Se la manna, che rappresenta la legge di Israele, non può dare la vita, perchè i Padri che se ne erano nutriti poi sono morti, invece Gesù è il pane del cielo che nutre per la vita e sconfigge definitivamente la morte (v. 49 cf. 5,24). Come è possibile? Egli è colui che dà tutta la sua “carne”, ossia tutta la sua vita fisica per la la vita del mondo (v. 51). Il Verbo di Dio, la Parola di Dio, si è fatta carne e “dona” questa carne con la sua morte, in vista della resurrezione. Questo è il sacrificio che Gesù compirà sulla croce, come vero agnello pasquale, Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. 1,29).

I giudei rifiutano questo dono di Gesù,  non tanto perchè si scandalizzino di dover mangiare la sua carne (comprendono infatti la portata metaforica di questa affermazione di Gesù), ma perchè non accettano di dover dipendere totalmente, per la loro salvezza, dal dono di se di un uomo.

Gesù risponde approfondendo il livello della rivelazione. Egli non è un uomo comune , ma è il figlio dell’uomo (cf. 1,51; 3,14) ossia il salvatore che è sempre in comunicazione col cielo da cui è disceso, per essere “innalzato”. Proprio la sua umanità, ossia la sua carne e il suo sangue (cf. Eb 2,14) sono donati all’uomo, perchè aderisca totalmente con la sua fede al figlio dell’uomo (cf. 6,35), che è morto (sangue) per donare la sua vita (carne) al mondo. Questa vita è poi da comprendere come vita eterna e resurrezione finale (v. 54).

Mangiare la carne e bere il sangue introduce il tema della dimora reciproca del credente e di Gesú. Chi infatti si nutre della presenza celeste del Figlio, entra in un rapporto di intima e reciproca appartenenza, con il Figlio e il Padre , due persone in perfetta comunione tra di loro (v. 56 cf. 10,38). Ogni vita dunque ha origine dal Padre, ed entra in comunione con tale origine attrverso il Figlio inviato (v. 57), la sua carne e il suo sangue. Si tratta di nutrirsi della fede in Gesù, alimentandosi della Parola di Dio e particolarmente di nutrirsi del sacramento dell’eucarestia con cui Gesù e il Padre, per effetto dello Spirito Santo vengono ad abitare nel cuore del credente e nella Chiesa. Infatti il verbo con cui l’evangelista descrive la manducazione della carne di Gesù non è più un generico mangiare (v. 53), ma proprio “masticare” (v. 54.56.57.58). Si tratta di un richiamo realistico e impressionante.

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Sento la fede come una cosa concreta nella mia vita?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,51-58 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? Quale luogo? Siamo nell’imminenza della Pasqua dei Giudei. Il sangue e la carne che Gesù dona per la vita del mondo indicano il suo sacrificio, la sua morte in croce che compie la figura dell’Agnello pasquale. Il dono della vita e della salvezza che vengono da Gesù non è rivolto solo agli ebrei ma a tutto il mondo. Ho mai riflettuto sulla valenza universale della salvezza donata da Gesù? Tutti gli uomini, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti ecc., si salvano per mezzo di lui.
  • Cosa dicono i personaggi?
  • I Giudei litigano tra di loro, scandalizzati. Il loro scandalo a riguardo della pretesa di Gesù, ossia che da un uomo possa scaturire la salvezza del mondo, li porta a dividersi tra loro. La divisione è un frutto del peccato, che impedisce di leggere la realtà secondo la fede. Come interpreto le divisioni nella comunità cristiana?
  • Gesù accentua il carattere “realistico” della manducazione: “Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e il lo resusciterò nell’ultimo giorno”. Non si tratta solo di un simbolo della fede, ma di un vero e proprio nutrimento materiale. A volte siamo portati a pensare in modo astratto e spiritualistico la presenza di Gesù nella nostra vita? Sono convinto che Gesù mi nutre e sostiene nella concretezza della mia esistenza?
  • Rimane in me e io in lui. L’eucarestia mi fa abitare in Dio, Padre e Figlio, e mi trasforma in lui. Come vivo l’eucarestia domenicale?
  • Chi mangia di me vivrà attraverso di me. La vera vita è solo in Gesù, tutto il resto è qualcosa che passa, è figura destinata a scomparire. Quali resistenze profonde e attaccamenti disordinati alle cose?

 

 

  • Quale rivelazione?

La fede in Gesù, che trova un vertice nell’Eucarestia, è vera bevanda e vero nutrimento dell’uomo.  Gesù è il pane della vita che nutre ogni uomo, senza eccezioni.

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

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Gesù pane proveniente dal Padre

 

Il Padre, che ha inviato Gesù, ci attira misteriosamente a Lui.  Non con poveri ragionamenti, che nascono da una logica ristretta, ma con il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno. .

Lettura popolare XIX TO Anno B Gv 6,41-51

 

Gv 6,41-51

La mormorazione dei giudei

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo offerto dalla liturgia fa parte del lungo e importante discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, al c. 6 del Vangelo di Giovanni. Esso prosegue la lettura della domenica precedente, in cui Gesù si era identificato con il pane della vita, disceso dal cielo (v. 35), in dialogo con la folla. Proprio a questa paradossale affermazione di Gesù reagiscono ora i giudei (v. 41), scandalizzati dalla pretesa di Gesù di identificarsi con il nutrimento celeste, compimento della manna donata da Dio attraverso Mosè nel deserto. Questo nutrimento infatti, nella riflessione giudaica, è assimilabile alla Legge e alla Sapienza stessa di Dio, che si propone come pane e vino, in grado di donare intelligenza al cuore dell’uomo (cf. Pr 9,5-6; Sir 24,21). La folla sarebbe stata disponibile ad accogliere Gesù come un nuovo Mosè che dona il cibo della Legge e della sua interpretazione, ma non poteva essere in grado di comprendere l’identificazione con questo cibo, che comporta un’origine divina da parte di Gesù stesso. È qui che si inseriscono i giudei, un nuovo personaggio, che, pur essendo parte della folla, fino a questo momento avevano taciuto. Ora essi prendono la parola, manifestando il loro scandalo di fronte alla pretesa di Gesù di avere un’origine da Dio. Essi fanno infatti riferimento alla sua origine umana, a Giuseppe suo padre e alla madre (v. 42). Gesù non risponde a tono, ma spiega la loro incredulità a partire dal mistero di un’attrazione che proviene da Dio Padre, e che comporta uno specifico ascolto e insegnamento da parte di Dio (vv. 45-46). Alludendo alla grande visione escatologica del profeta Isaia, in cui alla fine dei tempi Sion-Gerusalemme sarà di nuovo sposata da Dio e i suoi figli saranno tutti da lui istruiti (v. 45), Gesù afferma che questa misteriosa attrazione è un segno della definitiva rivelazione, che risplende nell’Unico che ha visto il Padre perché proviene da Lui (v. 46). A questo punto Gesù ribadisce per la seconda volta di essere il pande disceso dal cielo, che da la vita eterna, con maggiore insistenza sulla differenza con la manna, che non poteva evitare la morte ai padri (v. 50). La manna è figura nella storia di un compimento eccedente, escatologico, che supera la morte con il dono della vita senza fine: esso è appunto il pane disceso dal cielo, che si identifica con la carne, l’umanità concreta di Gesù consegnata sulla croce per la vita del mondo (v. 51).

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). La mia opera e quella di Dio, in questi giorni…

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,41-51(10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?  Siamo nella sinagoga di Cafarnao e Gesù reagisce allo scandalo dei giudei presenti.
  • Cosa dicono i personaggi? I giudei mormorano perché conoscono l’origine umana di Gesù. Quale mormorazione c’è anche nel mio cuore a riguardo del mio cammino di fede? Cosa fatico ad accettare?
  • Gesù risponde affermando che è il Padre ad attirare le persone a lui. Percepisco questa misteriosa attrazione verso Gesù?
  • Nessuno ha visto il Padre se non colui che proviene dal Padre. Attribuisco a Gesù solo questa prerogativa? Oppure ci sono altre “divinità” nel mio cuore?
  • Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Sento che tutta la mia salvezza dipende dalla sua carne, offerta per me sulla croce?
  • Quale rivelazione? L’origine umana di Gesù, la sua provenienza da Nazareth, la presenza di una madre e di un padre legale, Giuseppe, non contraddicono la provenienza di Gesù da Dio. Anzi proprio come uomo che dona la sua carne umana, egli si rivela come il Figlio che proviene dal Padre e ci dona la vita per sempre.

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XVII TO Anno B (Gv 6,1-15)

 

 

Gv 6,1-15

La moltiplicazione dei pani

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Nei primi quattro versetti di questo racconto si situano nello spazio e nel tempo le cose che stanno per accadere. Gesù si ritira presso il Mare di Galilea, detto di Tiberiade (v. 1). La folla lo segue con entusiasmo e numerosa, perché ha visto i segni di guarigione. Non è detto che questo entusiasmo si accompagni ad una reale comprensione dell’identità di Gesù: la folla lo proclamerà profeta (v. 15) ma Gesù si ritirerà, evitando l’acclamazione regale, come a rifiutare un’interpretazione troppo miracolistica della qualità profetico-messianica del suo ministero (cf. 6,26). Egli sale sul monte, solenne ambientazione del dono della Legge da parte di Dio al suo popolo (v. 3). Siamo vicini alla Pasqua, accenno cronologico e simbolico che ci porta vicino alla morte di Gesù, al suo passaggio da questo mondo al Padre (cf. 12,1.7; 13,1).

Al v. 5 inizia il racconto della moltiplicazione dei pani. Diversamente dai vangeli Sinottici (cf. Mc 8,1-10) il miracolo non nasce da una situazione di bisogno, ma dallo sguardo di Gesù che vede arrivare molta gente e così mette alla prova i suoi discepoli, chiedendo da dove prendere pani perchè le gente ne mangi (v. 6). In realtà intende donare egli stesso il pane alla gente, gratuitamente (cf. Is 55,1), aprendo il cuore dei discepoli al vero nutrimento simboleggiato dal pane, la sua Parola (cf. 6,68). Gesù sapeva infatti bene ciò che stava per fare (v. 6), come ci informa l’evangelista. Con cinque pani d’orzo, che richiama il miracolo del profeta Eliseo (2 Re 4,38-42) e due pesciolini, che Gesù benedice e distribuisce egli stesso alla gente, egli si mostra non solo il regista ma anche la fonte di un nutrimento sovrabbondante, di un sovrappiù totale (12 ceste indicano totalità), che non va perduto e che pertanto simboleggia il dono di una vita incorruttibile (cf. 6,27). Diversamente dalla manna donata attraverso Mosè, che non deve essere conservata altrimenti si corrompe (cf. Es 16,3), il nutrimento donato da Gesù non va perduto.

La folla cercherà di impadronirsi di Gesù, dopo questo segno, ma egli non si lascia strumentalizzare, e fa ritorno sul monte, tutto solo (v. 15).

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Quale fonte del mio “nutrimento interiore” in questi giorni?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 6,1-15 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Siamo in prossimità di Pasqua, il tempo in cui Gesù sarà innalzato sulla croce e donerà la sua vita al mondo. Il nucleo centrale della rivelazione di Gesù è la sua morte e resurrezione. Da esso può essere riletta tutta la sua vita e anche la nostra.

  • Quale luogo?

Presso il lago di Tiberiade, sulla montagna. L’indicazione del lago di Tiberiade fa riferimento al luogo ordinario della missione di Gesù. La montagna simbolizza la rivelazione. La rivelazione avviene nella quotidianità del mio vissuto. Ne sono consapevole?

  • Cosa fanno i personaggi?

-La gente segue Gesù perché fa miracoli e Gesù non rifiuta di rivelarsi alla folla, ma al contempo non si identifica mai totalmente con le loro pretese (profeta/re). Essi vogliono “afferrare” Gesù, ma lui non si lascia possedere o strumentalizzare. Di fronte ai benefici che Gesù mi dona, ho la tentazione di possedere Gesù?

-I discepoli stanno con Gesù e lui li mette alla prova. Dove comprare cibo? Come far bastare i cinque pani e i due pesci del garzone? Gesù risponde con le sue azioni, prendendo il pane, benedicendolo e distribuendolo. La condivisione che Gesù attua è il gesto che realizza il miracolo. Cosa implica questo per la mia vita?

-I discepoli raccolgono e riempiono dodici ceste di pezzi avanzati. La loro collaborazione è nel raccogliere più che nel distribuire. Cosa raccolgo dei frutti che la Parola compie nella mia vita?

  • Quale trama e rivelazione?

Si passa da cinque pani e due pesci ad una quantità di nutrimento capace di sfamare una folla di cinquemila persone, e di cui rimane un sovrappiù che non va perduto. Questo dono simbolizza il dono della vita divina che Gesù sta per fare, sulla croce, il dono di una vita sovrabbondante e senza fine. Sento che l’unica fonte del mio nutrimento, sovrabbondante e senza fine, è in Lui?

 

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata lascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XVI TO Anno B

 

 

 

Lettura popolare XVI TO Anno B Mc 6, 30-34

 

Mc 6,30-34

Il cuore del pastore

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo ritagliato dalla liturgia per questa domenica presenta l’esordio del miracolo della moltiplicazione dei pani (vv. 30-44). I discepoli ritornano dalla missione a cui li aveva inviati Gesù e raccontano, Gesù li invita a ritirarsi per un po’ di riposo, ma la folla li segue fin nel luogo deserto dove si erano recati e Gesù, vedendo queste persone, si commuove e inizia ad insegnare (vv. 30-34). Al termine di questo insegnamento egli compirà il segno della moltiplicazione dei pani (vv. 35-44).

Dopo essere stati inviati e aver compiuto tutto ciò di cui erano stati incaricati, i discepoli, per la prima volta chiamati apostoli (=inviati) ritornano da Gesù e raccontano tutto quello che hanno fatto e insegnato. Questi due verbi, fare e insegnare, racchiudono l’intera missione dell’apostolo, che ha il compito di annunciare il Vangelo (insegnare) e di guarire i malati e scacciare i demoni (cf. 3,13-15; 6,12-13). Gesù stesso aveva fatto così ed essi non fanno altro che renderlo presente lì dove egli li invia (cf. 1,39). Annuncio e azioni di misericordia, che manifestano la potenza del Vangelo e la sua vittoria contro il male, costituiscono la globalità della testimonianza cristiana e rimandano alla persona stessa di Gesù.

Certamente anche il discepolo è un uomo e vive momenti di stanchezza e fatica. Per questo motivo Gesù li invita a riposarsi un poco, in un luogo deserto, in disparte. L’espressione “in disparte” è molto importante, perché aggiunge un elemento al carattere solitario del luogo: l’intimità con Gesù. Essi quando sono stanchi, sono invitati a “stare con lui” (cf. 3,14), aspetto che caratterizza l’identità stessa del discepolo inviato. Stare con Gesù significa affidarsi a lui, vivere una profonda familiarità e quotidianità con lui, assumendo le sue disposizioni interiori ad obbedire al progetto del Padre (1,37-38) e i suoi stessi sentimenti verso le persone.  I discepoli impareranno così la sua compassione verso il popolo che lo cerca (v. 34).

Sembra che il tentativo di Gesù che i discepoli stessero in disparte con lui sia fallito a causa della folla che lo ha preceduto lì dove aveva in mente di andare. Forse era un luogo di abituale riposo per Gesù e i suoi discepoli e la folla ormai lo aveva imparato. In ogni caso ora l’iniziativa è di Gesù e non più dei discepoli, egli vede, ha compassione e comincia ad insegnare loro. I discepoli rimangono “in disparte” con Gesù, riposandosi e vedendolo amare ed agire. Quello che le loro forze non possono realizzare, lo compie lui.

I verbi che hanno Gesù per soggetto sono da sottolineare: vedere, che indica lo sguardo vigile di Gesù e la sua attenzione rivolta alle persone; insegnare, che indica la sua propensione a indicare la strada come buon pastore.  Al centro si trova il verbo più importante: avere compassione. Esso si richiama alla compassione di Dio per il suo popolo nell’AT (cf. Es 34,6-7), un popolo che non ha guide e perciò si trova sbandato, come pecore senza pastore (cf. Ez 34,5; Zc 13,7). L’insegnamento di Gesù non ci viene riportato esplicitamente dall’evangelista Marco, quasi a sottolineare che Dio parla e guida il suo popolo attraverso la persona stessa di Gesù. Prima ancora delle sue parole è la sua persona che conta.

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti). Avere compassione, amare con misericordia. È un sentimento che provo?

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6,30-34 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione? I discepoli sono tornati dalla loro missione. Mentre erano in missione Giovanni il Battista ha subito il martirio (6,17-29). La missione sembra accompagnata dall’esempio del Battista, disponibile a dare la vita.  I discepoli raccontano a Gesù quello che hanno fatto e insegnato. So vivere il mio impegno quotidiano con Gesù, mettendolo nelle sue mani?
  • Quale luogo? Gesù intende ritirarsi con i suoi in un luogo deserto, in disparte. Quando sono stanco, fisicamente o psicologicamente, rispondo a questo invito di Gesù?
  • Cosa accade? La folla li precede e il progetto del riposo sembra essere rimandato. Tuttavia è Gesù a prendere in mano la situazione. Quando non ho più molte risorse di fronte all’infinito moltiplicarsi dei bisogni nella missione a cui il Signore mi chiama, so affidarmi a lui?
  • Cosa fa Gesù?

Egli vede, ha compassione e insegna. Entro nella compassione, nell’amore di Gesù per ogni persona, specialmente per quella più sofferente e affaticata.

 

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XV TO Anno B

Lettura popolare XV TO Anno B Mc 6, 6b-13

 

Mc 6,6b-13
Imparare ad evangelizzare
Il messaggio nel contesto

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

E’ importante leggere questo brano tenendo conto del suo contesto: Gesù ha chiamato i Dodici “perché stessero con lui” (Mc 3, 14), e finora li ha preparati al secondo momento cruciale della loro chiamata, ovvero la missione, insegnando loro che il Regno di Dio è come un seme: sa arricchire la vita se accolto con gioia, fede e perseveranza (parabola del seminatore), non è un’entità controllabile e manipolabile, ma agisce nel silenzio e a volte inspiegabilmente (parabola del seme), apparentemente insignificante, sa germogliare nel cuore dell’uomo fino ad essere “più grande di tutte le piante dell’orto” (parabola del granello di senapa).
In Mc 6,1-6 – la pericope direttamente precedente a questa – Gesù è tornato a Nazaret e lì ha dovuto sperimentare il rifiuto, l’incomprensione, il pregiudizio (“era per loro motivo di scandalo”) e l’impotenza (“non poteva compiere nessun prodigio”, perché è la fede che suscita il miracolo, e non il contrario!): anche in questo, i discepoli vengono preparati al “no” che l’uomo può dire di fronte alla salvezza proposta dal Maestro.
Mentre sono con lui a condividere la sua missione per i villaggi (v. 6b), a questo punto Gesù chiama di nuovo i suoi discepoli, per inviarli verso le “periferie”, per predicare la conversione, scacciare i demoni, guarire i malati (v. 7. 12); ovvero, le stesse attività compiute precedentemente da lui (cfr. 1, 39). Essi diventano suo specchio e suo tramite nel mondo, con l’annuncio di una parola di salvezza e di gioia che essi per primi hanno sperimentato e vissuto. Non si tratta dunque solo di una “parola”, ma di una potenza di vita che si trasmette attraverso la parola e che rende nuovamente possibile l’azione benefica del passaggio di Cristo.
In questo discorso di invio secondo l’evangelista Marco, Gesù non si sofferma tanto su cosa i discepoli dovranno fare nella loro missione, ma sullo stile di vita che Gesù propone loro. Infatti, oltre a “predicare”, “scacciare”, “guarire”(v. 12), in un binomio fra parola e fatti, devono testimoniare in se stessi lo spirito interiore ed esteriore con cui si apprestano a compiere la missione.
I discepoli vengono inviati a due a due (v. 7). Questa espressione tecnica è da ricondurre al diritto biblico, per cui l’attendibilità di una testimonianza è resa possibile dal convergere di due persone. Tale espressione indica anche la comunità, come luogo di una testimonianza attendibile.
Inoltre Gesù vuole che i suoi discepoli siano figli liberi, non schiavi delle cose e dell’attaccamento ad esse; li invita a riconoscersi bisognosi di tutto, anche del nutrimento essenziale (il pane v. 8), e quindi implicitamente a porsi in atteggiamento di umiltà nei confronti dei loro futuri ascoltatori, nella condizione di chi ha qualcosa da dare (l’annuncio del Regno) ma anche tanto da ricevere. Essi infatti possono portare solo lo stretto necessario per camminare, il bastone, una sola tunica e i calzari.
La missione dei discepoli parte per le case, perchè i discepoli sono chiamati a condividere la vita delle persone, come già aveva fatto Gesù (cf. 1,29), anche affrontando il rischio di non essere accolti (v. 11). Gesù infatti non promette successi straordinari, ma educa i suoi discepoli a comprendere la missione secondo la sapienza della parabola del seme, che porta frutto quando cade nel terreno buono. Il segno dello scuotimento della polvere dai piedi è un gesto di rottura tipicamente ebreo, per il quale il giudeo che ritorna in territorio ebraico deve scuotere la terra straniera, impura.
Si tratta dunque di sottolinare come la Chiesa che nasce dall’annuncio del Vangelo, sia un popolo santo, che per testimoniare Dio deve essere distinto dal mondo al quale annuncia la rivelazione.

Come realizzare concretamente l’incontro?

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

1. Ricordiamo la vita. (15 minuti). I dialoghi e gli incontri di oggi. Come Ho vissuto e testimoniato il Vangelo?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

2. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 6, 6b-13 (10 minuti)

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

3. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)
Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.
Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.
Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.
Ecco uno schema possibile di domande:

• Qual è il tempo in cui avviene l’azione?
Gesù ha già iniziato la sua missione e ha già chiamato i suoi discepoli a stare con lui e condividere la sua esperienza. Ora li coinvolge al punto da inviarli a compiere ciò che lui sta facendo: predicare, guarire, scacciare i demoni. Sono consapevole che per essere inviato da Gesù devo essere chiamato da lui e stare con lui?
• Quale luogo?
Siamo lungo i villaggi di Galilea, dove Gesù sta insegnando (cf 6,6b). Immagino Gesù insegnare e predicare di villaggio in villaggio. Mi sento partecipe di questo annuncio e di questa missione?
• Cosa dice Gesù e quale rivelazione per il missionario?
– Gesù invia i suoi discepoli a due a due, che rappresentano la comunità cristiana nel suo complesso Sento che evangelizzare non è un opera da delegare a professionisti, ma è il compito della comunità cristiana in quanto tale?
– Gesù dà potere sugli spiriti impuri. Avverto che l’invio di Gesù mi trasforma in lui, specialmente nella forza di combattere e vincere il male?
– Non prendere nient’altro che un bastone. La missione è caratterizzata da quella povertà di mezzi che ti porta a chiedere e condividere con l’altro, a cui annunci il Vangelo. La missione è condivisione, con uno stile di semplicità. In quali occasioni e momenti sento di essere evangelizzatore?
– Dovunque entriate in una casa. La missione è semplicità, gratuità e condivisione di vita. Sento di avere questo stile?

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare XIII TO Anno B

 

 

Lettura popolare XIII TO Anno B Mc 5, 21-43

 

Mc 5,21-43

Guarire il cuore

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

La particolarità di questo racconto è l’intreccio di due storie, quella della figlia di un capo della sinagoga di nome Giairo e quella della donna affetta da emorragie. Apparentemente i due miracoli non hanno motivo per essere legati, se non per l’esatta sequenza dei fatti.

Ma ci sono delle analogie più profonde: in  entrambi beneficiaria dell’azione salvifica di Dio è una figura femminile: la prima  è una donna considerata impura a causa di un’emorragia che le durava da 12 anni. L’altra è una bambina di 12 anni malata molto gravemente. Inoltre sia Giairo che l’emorroissa si gettano ai piedi di Gesù, segno di adorazione ed espressione di fede. Nel caso della donna è Gesù che lo sottolinea.“La tua fede ti ha salvata!”, mentre per il capo della sinagoga, non c’è una dichiarazione esplicita del Signore, ma c’è la convinta decisione dell’uomo di andare con Lui, senza parlare,  fidandosi di Lui :“… affinché sia salvata e viva”.

Marco ci da in questo modo la chiave di lettura di ogni miracolo compiuto da Gesù, che porta non solo una guarigione fisica, ma una salvezza radicale dell’uomo, un anticipo della vita eterna.

Un’ulteriore analogia è che in entrambi i miracoli si assiste ad un tocco. Gesù prende per mano la bambina e l’emorroissa tocca Gesù. Da notare che si tratta di persone impure per la legge di Mosè (per perdite di sangue o per morte) e che quindi dovrebbero estendere l’impurità anche a Gesù. Invece proprio dal tocco scaturisce la salvezza ed emerge la pienezza dell’incontro personale col Signore e dell’adesione di fede. Il “gesto proibito” dell’emorroissa  esprime sicuramente una disperata volontà di guarire  ma anche una fede assoluta in Gesù, ben più forte d’ogni timore. Grazie alla sua fede ella è risanata, e chiamata “figlia”, reintegrata cioè nella comunità dei salvati. La sua, infatti, è una fede già implicitamente “pasquale”, nella potenza della resurrezione.

La guarigione fisica che Gesù compie è dunque segno di una ben più radicale guarigione, quella del cuore, che è risanato e rigenerato dalla fede nella resurrezione.

Anche nel secondo miracolo l’evangelista ci fa intuire la dimensione pasquale dei miracoli di Gesù.  Innanzitutto Gesù sceglie come testimoni  i tre discepoli che lo accompagneranno sul monte della Trasfigurazione e nella notte dell’agonia nel Getsemani, ossia Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi Gesù le prende la mano della bambina e dice: “Talitha kum”. E’ un ordine perentorio, che viene tradotto dal narratore col verbo della “resurrezione”: alzati, risorgi! Come il profeta Elia, Gesù compie miracoli di ritorno alla vita (cfr. 1Re 17,17-24). Più di Elia, è Gesù stesso, con la potenza della sua parola, a compiere il miracolo. Egli è più che un profeta, è Dio, lo sposo che restituisce ad Israele la sua fecondità. Le due donne, infatti, ora hanno la possibilità di generare figli, l’emorroissa perchè guarita, dopo una malattia durata 12 anni, la fanciulla perchè ritornata in vita, all’età del menarca (12 anni).

Lo stupore dei presenti è un misto di meraviglia e di panico che prende ogni uomo quando si trova davanti alla presenza di Dio.                                          

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti)

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti).

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 5,21-43 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

  1. Iniziare un dialogo un pò più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un pò più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perchè” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  • Qual è il tempo in cui avviene l’azione?  Le due azioni miracolose di Gesù avvengono una dentro l’altra, perchè mentre Gesù si reca a guarire la figlia di Giairo avviene l’incontro con la donna che aveva perdite di sangue.  Si tratta dunque di un’unica azione, con un unico significato da comprendere.
  • Quale luogo? Gesù era ancora con la folla lungo il mare, quando Giairo lo chiama. Il dominio di Gesù sul mare che rappresenta la morte, verrà esplicitato da queste guarigioni di due donne, a cui viene restituita la capacità di generare. Quali sentimenti e atteggiamenti di fronte al mistero della morte e alla persona di Gesù?
  • Cosa fanno i personaggi? Sono da sottolineare i verbi che esprimono l’azione di Giairo e della donna: gettarsi ai piedi, supplicare, toccare il mantello. Essi indicano una fede incondizionata nei confronti di Gesù. I discepoli invece si pongono in una prospettiva umana e raziocinante, quando interloquiscono con Gesù, quasi scandalizzati:”hai tanta gente intorno e chiedi chi ti ha toccato?”. Come loro anche la gente che si trova in casa della bambina morta non è nella giusta prospettiva per conoscere Gesù, ma lo deride. Da che parte mi pongo e con chi mi identifico in questi racconti. Quale atteggiamento prevalente nella mia vita?
  • Cosa fa Gesù? Gesù tocca bimba per le mani. Viene toccato nel mantello dalla donna. Incoraggia Giairo:”non temere abbi soltanto fede”. Riconosce la fede della donna: “Figlia, la tua fede ti ha salvato”. Egli mostra come la potenza sche scaturisce dai suoi gesti e parole ha a che fare con la fede dei suoi interlocutori nella sua persona. Qual è il mio contatto con Gesù? Si basa sulla fede?
  • Quale rivelazione è qui contenuta? Gesù rivela il Dio sposo dell’umanità, che le restituisce la fecondità perduta. Il dono della resurrezione è misteriosamente indicato nei due miracoli, per la presenza dei tre discepoli che hanno condiviso la trasfigurazione di Gesù, e per la reticenza di Gesù di fronte alla gente: “La fanciulla non è morta, ma dorme”. In questo modo Gesù indica che il significato di questo miracolo si potrà comprendere solo alla luce della sua resurrezione. Avverto il dono della resurrezione come una realtà già presente nella mia vita, che dona fecondità ai miei giorni?

 

 

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può autare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.