Il fuoco della Parola e gli ostacoli del cuore

 

Il fuoco è la Parola di Dio, che con la potenza dello Spirito Santo entra nella carne umana, nel grembo della vergine Maria, e così entra anche nella nostra vita. Per accogliere questo fuoco della Parola, che tutto trasforma con la potenza dello Spirito d’amore, dobbiamo preparare il cuore, liberandolo da quegli ostacoli che impediscono alla grazia di agire.

Quali sono gli ostacoli? Come liberare il cuore da essi?

Gli ostacoli sono le nostre strutture interiori, che ci piegano all’orgoglio, al risentimento, alla frustrazione, alle dipendenze.  Ma gli ostacoli sono anche le strutture sociali esteriori che piegano gli uomini all’umiliazione. Si tratta ad esempio di forme sociali ed economiche che portano gli uni ad arricchirsi sempre di più e gli altri ad impoverirsi; o anche dell’egoismo delle nazioni, che porta con sé guerra e sfruttamento delle persone e dell’ambiente naturale.

Come liberare il cuore dell’uomo da questi ostacoli per far sì che la grazia agisca? C’è una preparazione delle persone e della società, che Giovanni il Battista condensa nel suo battesimo con acqua, che possiamo riassumere con una sola parola, da intendere bene: penitenza.

Essa non esige pratiche ascetiche speciali, ma un cambiamento di prospettiva nello svolgere gli stessi impegni quotidiani. Giovanni il Battista fornisce alcune indicazioni concrete a coloro che lo interrogano: sono soldati, a cui egli chiede di non fare un uso arbitrario della forza, maltrattando ed estorcendo denaro, ma un uso equilibrato e prudente. Sono pubblicani, ai quali chiede di non esigere nulla di più di quanto richiesto dallo Stato, attraverso una tassazione moderata. Sono persone comuni alle quali chiede uno stile di condivisione e generosità.

Sembra poco, ma in realtà è un cambiamento radicale: significa porre un seme di gratuità e sobrietà che finisce per trasformare le strutture dal di dentro, anche quelle repressive, e donare ad esse un significato diverso, orientato al bene comune e alla pace.  Questo lo possiamo fare anche in ogni situazione della nostra vita, trasformando le difficoltà in opportunità di condivisione, carità, semplicità, umiltà.

Ci lamentiamo perché siamo più poveri a causa della crisi. Viviamo uno stile di sobrietà e condivisione nel festeggiare il Natale e orientiamo i nostri consumi verso ciò che ci fa crescere, nelle relazioni, nella cultura, nel rispetto dell’ambiente: il nostro sviluppo sarà allora di qualità e non solo di quantità. Sarà una crescita nella felicità.

Ci lamentiamo perché siamo più insicuri a causa del terrorismo. Aiutiamo tutti i bambini, i giovani e le famiglie, di qualsiasi colore e provenienza, a sentirsi accolti e ad integrarsi con i valori di una società libera e democratica, e prepareremo un futuro senza terrorismo.

Ci lamentiamo perché ci sentiamo soli. Visitiamo le persone sole ed anziane, i vicini di casa, i nonni e parenti, gli amici e anche noi ci sentiremo pieni di vita e di relazioni.

Ci lamentiamo perché la nostra società è litigiosa. Cominciamo ad avere rispetto delle istituzioni e a non pronunciare giudizi superficiali, manovrati dalla propaganda, da una parte e dall’altra. Componiamo le liti, cerchiamo il compromesso, chiediamo scusa quando serve. E saremo in pace noi per primi.

Questa è la penitenza che lascia spazio al fuoco d’amore del messia Gesù, che viene per Natale.

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Fare deserto per ascoltare la vita come Parola di Dio

 

 

I luoghi del potere sono luoghi di una parola gridata, che però spesso non dura, perché viene superata da un’altra parola contraria che grida più forte.

In contrasto con questa parola gridata c’è la parola di Dio che viene su Giovanni nel deserto, nel silenzio del deserto. Il deserto è il luogo dove si cammina, per arrivare all’acqua; è il luogo dove bisogna trovare la strada giusta e l’unico modo per orientarsi è guardare le stelle in cielo e trovare la direzione.

Il deserto è il luogo in cui per camminare bisogna utilizzare il discernimento, e nel silenzio dalle tante parole, la Parola risuona nel cuore. Per vivere l’esperienza del deserto è necessario un po’ di digiuno, soprattutto dalle parole inutili.

Digiuno dai luoghi di comunicazione: telegiornali, applicazioni che danno notizie in tempo reale, per essere sempre aggiornati e discutere sull’ultima notizia con gli altri.

Digiuno dai luoghi di comunicazione in cui dobbiamo dire la nostra: o perché riteniamo necessario gridare la nostra opinione o il nostro scandalo, o perché ci sentiamo costretti ad esprimerci perché qualcuno non se la prenda. Sono comunque tutte parole che passano.

Digiuno dalla nostra curiosità per le immagini, degli altri o di noi stessi, che nascono dalla nostra fame di emozioni, che sembrano nutrirci, ma in realtà ci tolgono quello che promettono.

Questo digiuno ci toglie quello che non ci serve per aiutarci a capire che ciò che ci sazia viene non dalle immagini o dalle parole gridate, ma dall’ascolto: dall’ascolto del Vangelo, dall’ ascolto della vita.

A contatto con il volto dei poveri, dei bambini di chi non ha nulla e per questo ha tutto, ritroviamo la Parola che risuona nel cuore, e fa sorgere in noi i desideri più veri. Quelli che nessuno e nulla ci potrà mai togliere, perché vengono da Dio e appartengono a Lui: sono una Parola di Dio per noi.

Desideri di comunione, desideri di verità, desideri di autenticità, desideri di vita.

Per questo motivo abbiamo scelto con i ragazzi di San Lorenzo di vivere un’esperienza, a contatto con il Vangelo e con i bambini in Africa, anche per questo Natala, a Nairobi in Kenia, in un luogo dove ci sono molte meno certezze e garanzie materiali, ma dove la vita pulsa di continuo e scorre, in un affidamento totale a Dio e alla Sua Provvidenza.

 

 

 

Omelia I Avvento Anno C

 

Vegliate e pregate in ogni momento

Hands closed in prayer on an open bible

 

Con una macchina che va in salita, carica di bagagli, dobbiamo mettere la prima e il motore va su di giri. Spesso anche noi ci sentiamo pesanti come questa macchina, perché tante cose ci affannano, siamo sovraccarichi e la strada è in salita; non c’è la prospettiva della discesa e questo raddoppia la fatica e la pesantezza. Inoltre la realtà intorno a noi ci comunica paura: tutto, a partire dalle notizie sulla politica, sul mondo, lascia presagire qualcosa di peggio.

Allora cerchiamo un’evasione: può essere una agognata vacanza, può essere invece qualche ora della giornata nella quale distrarsi e non pensare a niente, con il rischio però che proprio quelle cose con cui ci distraiamo possano diventare dipendenze: gioco, sigarette, alcool, in qualche caso, specialmente i giovani, anche le droghe, per non parlare dei nostri smartphone e computer. Per alcuni anche il lavoro diventa qualcosa a cui votare l’intera esistenza, per evadere le contraddizioni. Evasione disordinata e affanni del cuore sono due facce della stessa medaglia, che nascono da una radice comune, che risiede non al di fuori di noi, ma dentro a noi, nel più profondo del nostro cuore, che si affatica ed arranca dietro a tante cose e poi non potendo tenerle tutte insieme, tende ad evadere e ad addormentarsi.

Ma se vogliamo rimanere vivi, invece il cuore ha bisogno di rimanere sveglio. Ce lo dice Gesù: vegliate in ogni momento…non significa non dormire o stare continuamente in preghiera, ma un vivere la nostra vita costantemente orientati al fine ultimo che è Dio e sapendo collocare al giusto posto tutto il resto. Allora il cuore impara a riposare, non nelle evasioni artificiali ed esteriori, ma dentro sé stesso, nella presenza di Dio. Questo riposo, questa pace, può accadere in noi perfino in mezzo alle tempeste della vita: perché è un dono che riceviamo quando abbiamo il cuore aperto ad ospitarlo.

Vegliate in ogni momento, perché abbiate la forza di stare in piedi davanti al figlio dell’uomo. Se ci orientiamo a questa vigilanza evangelica, la nostra vita sarà uno stare in piedi, non un procedere ripiegati su noi stessi, a guardarci continuamente l’ombelico con complicate autoanalisi che non risolvono nulla. Stare in piedi significa infatti due cose. La prima è essere davanti a Dio con le braccia alzate, nella figura dell’orante, di colui che supplica, loda e ringrazia, cioè che vive la vita dentro alla corrente amorosa e alternata della supplica e della lode, che sa dunque affidare a Dio ogni cosa e lodarlo per i suoi doni. La seconda è avere la dignità di un uomo che non si piega a ciò che lo fa chiudere in sé stesso e morire, ma che vive della relazione, del servizio, continuamente esposto agli altri e alla vita.

Bello! Mi direte voi…ma non è un po’ ideale? Non è un rischio eccessivo in una vita sempre così esposta e quasi senza difese? La nostra sicurezza viene dal figlio dell’uomo, che verrà alla fine dei tempi con grande potenza e gloria sulle nubi del cielo: cosa vogliono dire queste immagini? Che egli ha già vinto la storia e dunque è come un germoglio in grado di trasformarla dal di dentro, fino alla manifestazione finale. Il nostro cuore può essere così libero e vigilante, perché nel Cuore di Cristo si trova il principio della trasformazione del mondo: l’amore.

“Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”

 

 

 

Risplenderemo come le stelle (Omelia XXXIII TO Anno B)

 

 

Corriamo, corriamo, corriamo tutto il giorno per mettere a posto le cose, per lavorare, andare a prendere i figli o i nipoti, portarli agli impegni pomeridiani. Oppure ci sono i genitori anziani, che hanno bisogno di visita e di sostegno e ci si divide tra una cosa e l’altra, tra un impegno e l’altro, correndo sempre per riordinare le cose e le persone di casa.

L’ansia con cui tendiamo a vivere così le nostre giornate, sempre proiettati in avanti, nasce anche da uno sguardo volto all’esterno. Siamo sempre proiettati a sistemare le cose fuori di noi, esteriormente, e a volte ci perdiamo un po’ nei dettagli e nelle piccolezze che ci sembrano forse più importanti di quel che realmente sono. Ce ne rendiamo conto quando viene a mancarci qualcosa o qualcuno di realmente importante, per cui diventa necessario resettare tutto e trovare un nuovo equilibrio, non basato su qualcosa di esterno, ma su qualcuno di interno al nostro cuore, più di quanto lo siamo noi stessi. Basato sulla Sua Parola

Infatti dice Gesù nel Vangelo che la nostra vita è caratterizzata dalla precarietà di una serie di cose in cui ogni giorno confidiamo, e che caratterizzano le nostre sicurezze materiali ed economiche, ma che in realtà sono di passaggio, perché tutto passa, perfino il sole, la luna e le stelle, la terra e il cielo. C’è un’unica cosa che non passa e che rimane stabile in eterno, ed è la Sua Parola!

Ciò significa che l’equilibrio e la serenità con cui affrontare e riordinare le cose della vita non dipendono dalle sicurezze che ci siamo creati né da una qualche abilità organizzativa acquisita, ma anzitutto dalla nostra interiorità, in ascolto della Sua Parola.

Dove la si trova questa Parola? Essa risuona nel cuore e richiede un po’ di silenzio quotidiano e di ascolto del nostro cuore davanti a Lui, in un contesto riservato, personale, intimo. C’è chi lo crea in casa, c’è chi lo vive in Chiesa. L’importante è avere questi tempi e momenti intimi, per dialogare con Dio nel nostro cuore. Ricordiamoci sempre: chi non si occupa delle cose del cuore, difficilmente potrà giungere al cuore delle cose. Chi non ha tempo per ascoltare sé stesso, difficilmente potrà trovarlo per ascoltare gli altri. Solo l’ascolto di quella Parola che risuona nel cuore, che può farci giungere alla dolcezza di cui parla il Salmo:

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Come concretamente farla risuonare in noi? Ci sono due ambiti irrinunciabili di ascolto:

  1. La Parola del Vangelo, specialmente quello domenicale, da preparare in un momento di preghiera settimanale.
  2. La Parola che viene dall’ascolto della vita, non solo della nostra ma anche di quella dei poveri che ci circondano, che magari ci danno fastidio: povertà materiale, accattonaggio e immigrazione, povertà degli adolescenti, povertà culturale e spirituale. Si tratta di aiutare le persone a crescere, con uno sguardo di simpatia e di stimolo a migliorare e soprattutto si tratta di mettere queste persone davanti a Dio nel nostro cuore, chiedendo a Lui di farci capire come aiutarle.

Allora saremo anche noi tra coloro che avranno indotto molti alla giustizia e risplenderemo come le stelle per sempre.

La spiritualità della vedova (Omelia XXXII TO Anno B)

 

Spirito d’amore, aiutaci a non avere paura del Padre: lui non ci chiederà mai qualcosa di male, né vuole metterci alla prova, ma vuole solo la nostra felicità. Fà che ci abbandoniamo a Lui, dandogli tutto, senza riserve. Sperimenteremo un amore senza riserve, quello di colui che dà la sua vita per noi!

 

Come un miraggio inganna il viandante e lo porta ancor più fuori strada, in mezzo al deserto, così questi uomini ricchi che andavano al tempio erano deviati nel loro cammino di fede dall’illusione di essere salvati per il solo fatto che gli affari andavano bene e quindi potevano fare offerte cospicue nel tesoro del tempio.

Gesù smaschera questa illusione: non è l’entità dell’offerta a permettere la salvezza. Non è forse un Dio venale, interessato, corrotto e corruttore quello che hanno in mente questi uomini ricchi? Un Dio che concede loro fortuna nel business per poi farsi ripagare con una mancetta? No, Dio non è così e Gesù svela l’inganno, che accade con l’illusione: ossia quando proprio ciò su cui cerchiamo la salvezza diventa ciò che ci allontana maggiormente dalla vera salvezza. Quante illusioni ci allontanano dalla vera salvezza.

L’illusione dei soldi: noi italiani siamo tra le popolazioni al mondo che spendono più nel gioco d’azzardo, al punto che lo stesso nostro stato sostiene i suoi bilanci sulle macchinette, generando un vizio che colpisce proprio i più poveri. Da dove nasce? Dall’illusione del denaro, che promette potere e felicità e poi non mantiene le sue promesse. Anche laddove c’è, il denaro, non garantisce felicità, ma genera spesso preoccupazioni, egoismi, amicizie interessate.

L’altra illusione è quella della bellezza fisica. La cerchiamo nel raggiungere modelli fisici del tutto sproporzionati, oggi non solo nelle ragazze ma anche nei ragazzi. Se gli adolescenti di oggi passassero a leggere qualche buon libro tutto il tempo che trascorrono in palestra…diventerebbero degli uomini di cultura in pochi anni. Ma anche negli adulti i modelli sono del tutto irreali, basta guardare le pubblicità, dove donne mature (non anziane, perché questo termine si deve abolire…) sono presentate come ragazze.

L’altra illusione è quella del potere e delle sue scorciatoie. Cercare di diventare persone importanti, attraverso contatti e protezioni, attraverso carriere sociali o politiche basate sulla cura della propria immagine, ma senza una solidità nella formazione, nella professione, è come costruire un castello di carte. Quanto poco oggi vale la competenza, la professionalità, frutto di fatica e di lungo apprendimento, in un mondo in cui le opinioni sono messe tutte sullo stesso piano! Alla fine chi ci guadagna? Nessuno, perché costruiamo un futuro senza fondamenta.

Infine l’ultima illusione è quella di cercare un Dio di comodo, a cui diamo del nostro superfluo per avere in cambio una protezione. Il Dio tappabuchi, che ci toglie un po’ del nostro senso di colpa e anche un po’ delle nostre responsabilità e che alla fine ci tranquillizza, perché è facilmente manipolabile. È un Dio con cui facciamo dei compromessi, perché in fondo ne abbiamo paura. Meglio non avvicinarsi troppo e dargli qualcosa per accontentarlo. Ma anche questa è un’illusione, perché Dio non è così!!

Dio è relazione, amicizia, passione, amore: sono tutte esperienze che richiedono di mettersi in gioco, senza calcolare prima il proprio vantaggio, ma solo per un impulso di bene che ci spinge ad uscire da noi stessi e a donarci. Quindi l’unico atteggiamento vero con Dio è quello della vedova: lei che non aveva la pensione di reversibilità del marito (al tempo di Gesù non esisteva), ha dato tutta la sua vita in quei due spiccioli. Dare tutto a Lui, senza tenersi niente, senza alcuna riserva, abbandonandosi alla potenza della Sua provvidenza e del Suo Spirito, anche quando le circostanze, interiori od esteriori, sembrano essere avverse: questo è il vero culto.

Spirito d’amore, aiutaci a non avere paura del Padre: lui non ci chiederà mai qualcosa di male, né vuole metterci alla prova, ma vuole solo la nostra felicità. Fà che ci abbandoniamo a Lui, dandogli tutto, senza riserve. Sperimenteremo un amore senza riserve, quello di colui che dà la sua vita per noi!

Lungo la strada (Omelia XXX TO Anno B)

 

Lungo la strada si può ascoltare il grido dell’uomo: “Signore, figlio di Davide, abbi pietà di me”. Oggi è il grido di migranti senza casa, il grido di giovani senza padre e madre, il grido di quanti, oppressi da dipendenze e difficoltà della vita, possono confidare solo in Lui.

 

 

Gesù entra ed esce da Gerico, senza che nulla ci venga riferito di ciò che Gesù fa in questa città, della sua predicazione e attività.  Il silenzio dell’evangelista sottolinea l’importanza del fatto che Gesù compie i segni della sua rivelazione fuori dalla città, lungo la strada, che è simbolo della periferia dell’umano. Infatti proprio lungo la strada Gesù incontra questo cieco che grida forte: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me”. Ma cosa indica la strada per il Vangelo di Marco?

Anzitutto essa simbolizza la via di Gesù verso Gerusalemme, verso il luogo della sua passione, morte e resurrezione, che non a caso si colloca anch’esso fuori della città. Inoltre la strada è un luogo che indica tanti luoghi, dove pulsa la vita umana, anche quella più offesa e umiliata, quella che una casa non ce l’ha e quindi vive prevalentemente sulla strada.

Penso ai 10000 migranti onduregni che in queste ore stanno viaggiando per il Messico, senza una casa, solo con l’aiuto di altra povera gente. E ai tanti altri migranti che non hanno una casa, in particolare le famiglie e i bambini. Il loro grido è quello del cieco Bartimeo!

Penso ai giovani del muretto, che girano tra le nostre piazze e centri commerciali, facile preda di spacciatori. Chissà perché vengono sempre vicino alle Chiese. Forse c’è qualcosa o qualcuno che, senza che loro lo sappiano, li attrae. Anche il loro grido, anche se inconsapevole e inarticolato, è quello del cieco Bartimeo!

Penso alle tante persone che sono vittima di dipendenze, soprattutto la dipendenza da gioco, che porta le persone a spendere tutto il loro stipendio, in una spirale di vergogna e di gravi difficoltà. Penso infine a ciascun uomo che, nel profondo del suo cuore, ha bisogno di incontrare Gesù ed essere guarito.

Il Signore ascolta questo grido e con la sua parola: «chiamatelo», trasforma la folla da ostacolo, che vuol far tacere Bartimeo perché urla e infastidisce, a strumento che chiama Bartimeo ad incontrare Gesù, dicendo: “coraggio, alzati, ti chiama”. Noi dovremmo essere un po’ come questa folla, che favorisce così l’incontro con Gesù. Come si può fare?

Prima di tutto si tratta di sospendere i pregiudizi. Le persone in difficoltà gridano in tanti modi, che ci possono sembrare fastidiosi, disdicevoli: ma noi dobbiamo vedere in essi dei figli di Dio, chiamati come noi ad incontrare Gesù, ad essere felici nella loro vita. Non sono persone senza nome: anche a loro come a noi, Dio ha dato un nome!

Poi possiamo fare molto attraverso la preghiera, che sale a Dio…ci penserà il Signore a fare poi quello che noi non possiamo con le sole nostre forze.

Infine si tratta di operare attraverso la carità concreta, fatta di gesti, di sguardi, di attenzione, di umanità. Non basta dare soldi a sgravio di coscienza, come quelli che chiamano il numero verde che compare nella pubblicità di agenzie benefiche per i bambini africani…così contribuiscono a pagare quelle pubblicità milionarie. Il bene facciamolo bene. Prima di tutto con i gesti e le parole, non alimentando una cultura di diffidenza e pregiudizio e non avendo paura di un contatto più personale con chi ha bisogno. Poi se vogliamo contribuire anche coi nostri soldi, facciamolo senza troppe intermediazioni, privilegiando canali più diretti, ad esempio attraverso la nostra Caritas e il Centro Missionario. Non spendono soldi per farsi pubblicità.

Il bene fatto bene è un invito ad alzarsi, ad avere coraggio e a rispondere alla chiamata di Gesù!

Il gran cancelliere Ferrer (Omelia XXIX TO Anno B)

 

Nei promessi sposi si narra che il gran cancelliere Antonio Ferrer aveva fissato il prezzo del pane ad un livello più accessibile alla povera gente ma senza tener conto del livello dell’offerta di farina, estremamente bassa a causa della carestia.  Quello stesso cancelliere va in mezzo alla folla per salvare il vicario di provvisione, a ripetere i luoghi comuni della gente, salvo poi disprezzarla in cuor suo. Riprendiamo le stesse parole del Manzoni-: «“pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia”…Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sè: — por mi vida, que de gente! — “ Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane! ” “Si; pane, pane, ” rispondeva Ferrer: “ abbondanza; lo prometto io, ” e metteva la mano al petto.”».

Mi pare che le parole del Manzoni siano le più adatte a descrivere l’effetto del potere, quando è utilizzato per acquisire consenso, ma senza una presa in carico delle responsabilità delle scelte e delle loro conseguenze.  Nella vita pubblica, dice Gesù, i capi spesso dominano e opprimono. Si parte da idee di giustizia, certamente in sé buone, ma che divengono pretese che poi cancellano ogni obiezione, anche quando l’obiezione è ragionevole. E allora il potere diventa autoreferenziale, incapace di guardare più in là, al bene comune, interessato solo alla propria immagine e a scaricare sugli altri la responsabilità degli inevitabili fallimenti.

Ma così accade anche nella nostra vita personale, quando le pretese di giustizia diventano pretesa di riconoscimento da parte degli altri e ci portano a scontrarci, a farne delle questioni personali, a non vedere più il bene che va al di là della nostra persona.

Questa è anche la pulsione che spinge i discepoli Giacomo e Giovanni a chiedere a Gesù di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, nella sua gloria. Per un attimo, di fronte alla paura che suscitava in loro il destino di passione appena annunciato da Gesù, essi pensano a loro stessi, pensano cioè a salvaguardare il loro futuro di gloria. Bypassando completamente la passione e la morte di Gesù, saltano direttamente alla resurrezione, e puntano ad assicurarsi un posto d’onore nel regno futuro.

Gesù non si arrabbia, ma cerca di farli ragionare attraverso delle domande, per farli andare oltre a sé stessi. Il calice e il battesimo rappresentano la passione e la morte del maestro, ossia il dono della sua vita ed essi ammettono di essere disponibili a condividerlo, ma non senza una gloria in qualche modo assicurata. Gesù invece toglie loro questa assicurazione, per mostrare loro una diversa prospettiva, in cui il mondo non è più guardato a partire dal proprio ombelico, ma a partire da una prospettiva universale, in cui nessuno è escluso: quella del servizio di tutti. Chi vuol essere il primo tra voi, sia il servo di tutti. Esattamente come il figlio dell’uomo che è venuto a servire e a dare la propria vita in riscatto per tutti.

Sembra una cosa difficile e irrealizzabile. In realtà si tratta semplicemente di cambiare il criterio-guida delle proprie azioni, da ciò che mi piace e mi gratifica, a ciò che è bene in sé, per ciascuno e per tutti. Poi si scoprirà che ciò che è bene in sé e per tutti, è anche molto più gratificante sul piano personale. Il modello del servizio è quello della mamma con il proprio figlio, in cui ogni gesto di affetto da parte del bambino è un dono, ma in cui la mamma non agisce per avere in cambio dei gesti d’affetto ma per il bene in sé del proprio figlio.

Questo è un principio di responsabilità che vale per la famiglia, il lavoro fino ad arrivare alla politica: guardare al bene, donarsi senza aspettare sempre una gratificazione, un riconoscimento immediato. Il riconoscimento, quello vero, verrà dopo. “Sedere alla mia destra o alla mia sinistra è per coloro per cui è stato preparato…da Dio”.