Il ponte incrollabile

 

 

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso

 

 

Apocalisse è una parola che ci spaventa. Rimanda all’idea di caos, distruzione, segni potenti di una creazione che si ribella all’uomo e lo distrugge. Un ponte che crolla e porta decine di persone a morire sembra un segno apocalittico. Sembra richiamarci il fatto che l’uomo, pur con tutta la sua scienza e la sua tecnica, è condannato da forze che lo sovrastano.

Eppure se con calma riprendiamo la prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, forse possiamo anche riconsiderare tutte quello che accade nel mondo, anche un ponte che crolla, in modo diverso. Come? Anzitutto nell’Apocalisse non esistono forze negative che sovrastano l’uomo, ma solo positive. Le forze negative sono già state sconfitte in partenza. Tuttavia c’è una situazione intermedia, storica, in cui il sistema terrestre, che si oppone a Dio, cerca di fare più danni possibili, pur essendo già stato sconfitto.  La storia quindi si configura come il frutto di un paradossale contrasto tra una vittoria già ottenuta e una condizione di fatica, limite e dolore.

È proprio la donna dell’Apocalisse ad indicarcelo. Essa ha la luna sotto i piedi, segno di un dominio assoluto sul tempo e di una condizione già celeste, di vittorio ottenuta. La corona di dodici stelle indica il riferimento di questa donna alle dodici tribù di Israele e ai dodici apostoli, cioè al popolo di Dio che ha vinto il male e la morte. Tuttavia essa grida dal dolore nelle doglie del parto, finché non partorisce un figlio maschio destinato a governare il mondo, subito rapito in cielo. Il parto con dolore e il figlio maschio indicano una generazione dei figli di Dio nella storia umana, con un passaggio improvviso e paradossale dal dolore alla gioia, che ricorda proprio il parto naturale. La donna infatti quando il bimbo riposa su di lei, non si ricorda più del dolore attraversato. Questa donna rappresenta la Chiesa che partecipa del mistero pasquale, della morte e resurrezione di Gesù e lo vive nella storia, passando costantemente dal dolore alla gioia e in tal modo partorendo nuovi figli di Dio.

Non c’è evento della storia, non c’è guerra, crisi economica, disastro civile o sociale, che letto alla luce della fede, non venga assunto dal mistero pasquale del Cristo e riscattato radicalmente.

Solo questo ci salva dalla tentazione, ogni volta che siamo davanti ad un evento negativo, o di sentirci sovrastati da forze più grandi di noi o di scaricare tutta la responsabilità sugli uomini. Gli uomini certamente hanno le loro responsabilità. È inoltre vero che esistono aspetti a volte imponderabili e fatali. Ma noi non saremo per sempre prigionieri né negli errori altrui né del fato. Il dolore che viviamo è un parto verso qualcosa di nuovo e di più bello, a cui crediamo nella Speranza.

Questo ci indica oggi la solennità dell’Assunta, applicandolo a Maria. Quello che si dice della Chiesa si può infatti dire anche personalmente di Maria. Lei ha sofferto sotto la croce del figlio e in tal modo è stata resa partecipe del parto dei figli di Dio, accettando di diventare la madre del discepolo amato. La sua assunzione racconta una partecipazione di Maria, della sua umanità e del suo corpo, alla gloria del Figlio, fino in fondo, oltre il deserto, oltre il tunnel del dolore e della morte. Per una vita che non finisce mai!

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso.

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L’edera rampicante della croce

 

La croce di Gesù, il dono della sua carne per la vita del mondo, è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente.  Quando la pianta fiorisce, anche la casa della nostra vita si adorna dei colori più belli.

 

 

In un convegno internazionale sul dialogo interreligioso, ad un certo punto un relatore apre la pagina del power point con l’immagine di un crocefisso. Subito un brivido di orrore ha attraversato la sala piena di monaci buddisti, alla vista dell’uomo dolorante e inchiodato sulla croce.

Ciò ci può forse stupire ma è assolutamente normale. A noi cristiani occidentali, dopo duemila anni di cristianesimo, la croce e il crocefisso non ci riportano più così direttamente all’estremo realismo di questa sofferenza. Noi pensiamo alle croci bizantine, ai crocifissi di Giotto e via via a tutta l’iconografia cristiana che è arrivata sino a noi oggi e di cui le nostre Chiesa sono piene. Ma c’è stato un tempo in cui i cristiani stessi non raffiguravano la croce, almeno fino al quarto secolo. I simboli che essi condividevano per dichiararsi cristiani erano altri: il buon pastore, il pesce, l’ancora ecc. Poi lentamente si è raffigurato il Cristo bizantino, già glorioso e risorto, e solo dopo si è arrivati al Cristo sofferente. Tanto tempo è stato necessario per poter leggere nel crocifisso un messaggio di dono, d’amore, di speranza.

Questo è un percorso che oggi dobbiamo rifare con gli uomini del nostro tempo. Vedere la croce come un dono d’amore cosa significa? Non c’è forse il rischio di riproporre una forma moralistica di cristianesimo, in cui la croce è la mia sofferenza? Ma che cosa c’è di bello e di utile nella sofferenza? Ancor prima di ascoltarlo, gli uomini di oggi rifiuterebbero questo messaggio. La croce infatti non è la sofferenza nostra…essa è anzitutto, come ci mostra il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, il dono della sua carne per la vita del mondo.

Essa cioè non può essere separata dalla fede nell’uomo Gesù di Nazareth, nella sua carne, ossia nella sua umanità concreta, storica, che ci ha rivelato un modo di vivere nuovo, totalmente decentrato da sé stesso e totalmente rivolto e donato al Padre e agli altri uomini. Così anche la sua morte risplende di questa unicità, essa è dono della sua umanità, della sua carne, dono che trasforma la morte in una rinnovata potenza di vita e di amore.

Quando ero un ragazzo, mi ricordo che ad un certo punto ero ritornato a sentire la presenza di Dio e a credere in Lui, ma mi ponevo delle domande su Gesù di Nazareth, su come possiamo noi cristiani credere che Lui sia Dio. Un giorno, in un momento di ritiro con gli universitari, il primo della mia vita, contemplando il crocifisso ho percepito la dolcezza di Dio, scolpita nel mio cuore. È un mistero di attrazione, che trova nella croce il suo centro e che ci porta direttamente a Gesù come Figlio, al suo rapporto col Padre, al dono dell’amore. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre. È una dolcezza, un amore struggente e tenero, che non si preoccupa di sé ma si sbilancia totalmente verso di noi e ci attira costantemente a Lui.

Questa fede non si raggiunge con i nostri poveri ragionamenti, spesso prigionieri di una logica ristretta, come quella di alcuni dei giudei che mormoravano di fronte alle parole di Gesù. Essa può essere solo sperimentata come il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno: alla luce di questa esperienza la nostra riflessione si amplia e anche la croce diventa così un simbolo di vita.

La croce è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente. Quando la pianta fiorisce, anche la casa si adorna dei colori più belli. Come sono belli quei terrazzi che traboccano di fiori e rallegrano lo sguardo dei passanti.

Quella casa è la nostra vita e i terrazzi sono la nostra testimonianza.

Il nutrimento della fede

Dio non ha bisogno delle nostre opere buone, perché è lui stesso che opera in noi per attirarci a Suo Figlio. Questa è la fede, che nasce dalla terra ed è dono del cielo, come la manna. Essa è cibo che nutre e trasforma.

 

Quando i giornali hanno riportato la morte del manager Marchionne, ho condiviso lo stupore e in parte lo sgomento di tanti italiani. Un uomo che ha ottenuto tanti successi imprenditoriali, che ha trasformato con la sua visione e la sua leadership la vita non solo di un’azienda ma della stessa società, è stato portato via così d’improvviso, nel bel mezzo del suo lavoro. Saremmo portati a fare nostra l’affermazione di Qohelet: tutto è vacuità, qual è il senso di tanto daffare in cui siamo immersi?

Anche la nostra vita è continuamente proiettata al di fuori di noi stessi, in tante opere e realizzazioni, materiali e relazionali. In esse noi ci identifichiamo, troviamo una parte di noi stessi nel mondo. Tutta il nostro modo di vivere è un perenne movimento di azione, produzione, impegno lavorativo, aiuto familiare, in cui ci riconosciamo e siamo dagli altri riconosciuti. Ma c’è una parte più profonda di noi, che chiede di essere ascoltata. Una parte che chiede silenzio per fare spazio ad una Parola che non proviene da noi stessi, ma che riceviamo, come nutrimento più profondo.

Dice Gesù alla folla: “Datevi da fare non per il cibo che perisce ma per quello che dura per la vita eterna e che il figlio dell’uomo vi darà.” Se la folla interpreta questo cibo come un fare le opere di Dio, cioè secondo la Legge donata da Mosè sul monte, Gesù invece risponde che la vera opera di Dio è credere in colui che egli ha inviato. In altri termini la vera opera non è ciò che noi possiamo fare per Dio, come se Lui avesse bisogno di noi, fosse anche l’azione più santa, ma ciò che Lui fa per noi e in noi, accendendo la fede nel nostro cuore, nutrendoci di quel solo pane che può alimentarci nel profondo.

Questa riflessione si può ampliare, fino ad interpretare tutta la storia degli uomini e il modo in cui Dio interviene in essa. La storia umana è fatta attraverso opere che trasformano il mondo e a volte lo stravolgono, portando un disequilibrio, una disarmonia tra cielo e terra. Esse sono più spesso il frutto di una volontà di dominio che di una custodia amorevole della creazione. Dio interviene con il dono della manna: essa proviene dal cielo ed insieme è frutto della creazione. Ha un aspetto celeste e insieme profondamente terrestre. Come Gesù che è insieme e inseparabilmente, uomo e Dio. In lui, nella sua umanità, trova sintesi tutta la materia dell’universo, tutta la creazione e tutta la storia. Gesù è la manna, il vero pane proveniente dal cielo, cioè dal Padre. Nella sua umanità tutta la materia e tutta la creazione viene elevata e unita personalmente al Figlio che ci rivela il volto di un Dio buono e misericordioso. In Lui anche tutta la nostra umanità può davvero essere saziata e dissetata: chi viene a me non avrà più sete, mai, in eterno.

È la nostra sete e fame di amore, che solo Lui può saziare, espandendo la nostra persona oltre i limiti delle nostre fragilità, paure e angosce e trasformandoci in un processo lungo e paziente, che dura anni, conosce tempi di salita, apparenti battute d’arresto o addirittura regressioni, si confronta con ostacoli più grandi della volontà, ma alla fine non può non arrivare alla meta, quella di un amore puro e profondo, che non chiede più nulla se non la semplice e costante presenza di Lui in noi. In tutto questo processo di trasformazione non contano tanto le cose che facciamo, ma ciò che noi diventiamo attraverso di esse.

Questa Parola che è Gesù è essa stessa vita, proveniente da Dio e trasforma tutto: essa risuona nel silenzio del nostro cuore, alla lettura profonda del Vangelo, nel respiro del nostro spirito che avverte il dono della Pace.

Chiediamo Gesù-Pace, invochiamolo, attendiamolo con fiducia: non si farà attendere tanto!

 

Nulla va perduto

Di ogni briciola del nostro impegno, del nostro amore, per quanto fragile e limitato, nulla va perduto, per la potenza della Sua Parola

 

 

Quando qualcosa cambia nella nostra vita, magari si cambia lavoro, oppure ci si trasferisce di casa o addirittura di città, oppure purtroppo ci viene a mancare una persona molto cara non è raro che il senso della perdita divenga molto forte e finisca per avvolgere la vita e farci percepire con acutezza la provvisorietà di tutto, nelle persone con cui costruiamo la vita e del nostro impegno quotidiano.

Nel racconto evangelico che abbiamo ascoltato Gesù ordina, a differenza di Mosè con la manna, di raccogliere tutto il pane avanzato dal pasto, perché nulla vada perduto. Obbedendo a questo invito di Gesù, anche noi sentiamo di raccogliere nel ricordo tutto quanto è importante per noi, perché grazie a Lui non c’è nulla nella nostra vita, nessuna esperienza, nessun lavoro, nessuna persona, che “vada perduto”.

L’amore di Dio è tale che non solo ogni sforzo umano, ogni ricerca, ogni lavoro trova il suo significato e il suo ruolo nel quadro più ampio del Regno di Dio, anche se per noi non è facile crederlo, ma anche ogni relazione e ogni persona, pur con i suoi limiti e le sue fragilità, ha un’importanza decisiva nel costruire il Regno di Dio nel nostro cuore e nella nostra vita.

Questo ci porta a dire tre cose. La prima è la responsabilità di partire dalle piccole/grandi realtà della nostra vita, la nostra persona, le nostre relazioni familiari, lavorative, il nostro impegno quotidiano, che sono i cinque pani e due pesci che il Signore ci chiede perché lui possa moltiplicarli. Gesù sceglie di non partire da zero, non è un mago che fa comparire cose che non esistono! Egli parte sempre da noi, da quanto Dio suo Padre ha creato, dalla natura che ci circonda, dalle nostre persone e dal nostro impegno, per moltiplicare il dono con la potenza dello Spirito Santo. Questi cinque pani e due pesci siamo noi stessi, le nostre persone, anche con la nostra fragile e limitata capacità di fare e soprattutto di amare.

La seconda cosa è appunto la sproporzione tra questi cinque pani e due pesci e la folla, ossia tra la nostra fragile realtà personale, e l’immenso campo del Regno di Dio a cui siamo da lui inviati. Dobbiamo ringraziare il Signore perché se da un lato non vuole fare nulla senza di noi, dall’altro ci lascia costantemente in questa fragilità, che è il luogo della prova. Sì Gesù ha messa alla prova i suoi discepoli, sapeva perfettamente che cosa avrebbe realizzato ma dialogando con loro voleva partire dalle loro risorse limitate e insieme dalla loro fiducia in Lui. Ciò che fa la differenza è la fede in Lui, nella Sua Parola. E allora anche la nostra o altrui fragilità non sarà più uno scandalo, ma il luogo della prova, per fidarci di Dio e affidarci a Lui.

L’ultima cosa che vorrei dire è una considerazione che riguarda il modo in cui oggi si tende a comunicare, privilegiando i fatti più clamorosi e spesso piuttosto negativi che positivi. Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Questo significa che nel nostro mondo interconnesso e globale si perde di vista spesso proprio l’essenziale, ossia quei cinque pani e due pesci che, moltiplicati per ogni giovane o uomo che abita sulla terra, costituiscono tutta la potenzialità di vita e di amore da cui il Signore parte per costruire il suo Regno di amore sovrabbondante.

Così partiamo dalla nostra vita, dal nostro corpo, dal respiro che ci attraversa, dalla madre terra che ogni giorno ci custodisce e dona acqua e cibo, dalle amicizie e dalle relazioni, per lodare ogni giorno il Signore e affidare tutto quanto a Lui, che moltiplica e rinnova, senza che nulla vada davvero perduto!

I due alberi (Omelia Pentecoste)

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La bontà di un albero si vede dai frutti.  Un albero può essere bellissimo, ma se i frutti sono immangiabili o addirittura nocivi…non serve coltivarlo. Un albero può essere piccolo e poco appariscente, come la vite, ma fare frutti buonissimi.

Così ci sono due alberi che possono crescere nel nostro cuore, l’albero della carne e l’albero dello spirito, come dice san Paolo.

L’albero della carne è quello dell’IO che si mette davanti a tutto e a tutti, la propria autorealizzazione contro gli altri. È quello che diceva Sartre, il drammaturgo francese: l’inferno è l’altro. I frutti dell’albero della carne sono le passioni che ci muovono non ad amare, ma a dominare gli altri e ad essere gelosi, invidiosi, arrabbiati.

L’albero dello spirito è quello che nasce, cresce e fruttifica con il dono dello Spirito Santo: i suoi frutti sono l’autorealizzazione nell’amore, che ci apre all’Altro e agli altri. Esso produce frutti di amore. Infatti nel vangelo di Giovanni lo Spirito che Gesù ci manda è il Paraclito, che, tradotto, significa “colui che è chiamato a stare presso di noi”, per condurci alla verità tutta intera, ossia la verità di Gesù, Figlio di Dio, morto e risorto per noi e del Padre che lo ha mandato nel mondo per amore nostro.

Non è una verità astratta, ma una trasformazione profonda del nostro essere, che si manifesta attraverso la consolazione. Essa è accompagnata da sentimenti di pace e gioia, ma non si riduce ad essi, perché, più ampiamente, è caratterizzata da un aumento di fede, speranza e carità. Questa elevazione e potenziamento del nostro essere ha un impatto decisivo nella nostra esistenza, perché ci conduce alla verità della nostra vita, nelle concrete decisioni quotidiane, che ci portano ad attuare la volontà di Dio e a realizzarci in Cristo.

Lo Spirito Santo, che celebriamo a Pentecoste, rafforza e sostiene la nostra responsabilità vissuta nell’amore, nei confronti dei propri cari e di ogni uomo che incontriamo…specialmente dei piccoli e degli anziani. Se l’albero della carne ha fatto nascere una società individualistica, con una grande disgregazione della famiglia a cui oggi assistiamo, chi paga le conseguenze di tutto questo sono i più piccoli, che crescono spesso con deboli riferimenti valoriali e affettivi, perennemente distratti dai continui stimoli della civiltà dell’immagine e poi diventano adolescenti disturbati e insicuri. Lo Spirito Santo può sostenere la comunità cristiana nella quotidiana lotta delle famiglie e per le famiglie. Seguiamolo come Chiesa lì dove ci sta chiamando, a sostenere le famiglie, specialmente quelle giovani!

Lo Spirito Santo rafforza e sostiene anche la responsabilità nelle grandi decisioni, che rimuovono gli ostacoli alla piena realizzazione della persona. Preghiamo perché chi da cristiano ha responsabilità politiche, lo faccia con grande dedizione rispetto ai nodi cruciali del nostro tempo, uno dei quali è certamente il lavoro per i giovani.  Un lavoro che, pur non essendo così statico e fisso come una volta, garantisca tuttavia quella stabilità che permetta ai giovani di sostenere un progetto familiare nella loro vita. E insieme alla stabilità si richiede anche sicurezza sul lavoro, in un tempo in cui, malgrado le leggi e il lungo cammino fatto dalla società occidentale, si assiste purtroppo ad un aumento di morti e tragedie sul lavoro.

Così l’albero dello Spirito, cresciuto nel cuore di ognuno, darà frutti buoni e abbondanti anche nella società.

 

La vita come un’unica passeggiata (omelia ascensione)

 

 

Non avevo mai colto bene come oggi che Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare il Vangelo non solo ad ogni uomo, ma a tutta la creazione (la traduzione più corretta infatti non sarebbe “ad ogni creatura”, ma “a tutta la creazione”).

Questa osservazione mi ha portato a riflettere sul Vangelo, come un seme che è destinato a trasformare, attraverso l’umanità, anche ogni essere vivente e tutto il cosmo, le galassie e l’universo!

Oggi infatti meditando sull’ascensione di Gesù, scopriamo come nel Vangelo la nostra umanità sia riplasmata ed elevata al cielo, non come una realtà astratta, ma come la creazione stessa riempita di Dio. Nell’umanità che Gesù risorto porta in cielo, c’è la pienezza, il compimento di tutta la creazione, di tutto il cosmo.

Da questa intuizione ricavo tre aspetti.

  1. l’ascensione al cielo di Gesù ci dice che l’uomo è misurato non dalla natura di cui è composto, ma da Dio, cioè il suo fine è la comunione con Dio. Non il piacere, non il potere, non il successo, non la procreazione, non la famiglia, nemmeno il lavoro: questi sono tutti mezzi, ma il fine è arrivare a Dio. Un uomo felice, adulto realizzato è quello che è in cammino con Dio. Questo può accadere anche in situazioni molto difficili, come quella di Etty Hillesum, che proprio nei campi di concentramento nazisti realizza la pienezza del suo essere donna e raggiunge vette altissime di spiritualità. Ella afferma nel suo diario: “Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata.”
  2. in Cristo asceso al cielo vediamo che l’uomo è destinato a trovare in Dio quella pienezza che dà equilibrio e armonia anche al suo rapporto con la natura, con la creazione. Un cristiano dovrebbe vivere in profondità questi valori di integrazione e rispetto della natura, a partire da un rapporto diverso con il tempo, che tiene insieme riposo e lavoro, attività e contemplazione. Oggi si sperimenta un ritmo frenetico che spesso non lascia spazio al gusto delle cose, delle relazioni, alla riflessione. Al contempo la società tende ancora a vivere nell’accumulazione e nello spreco. Siamo chiamati ad un cambiamento nel nostro stile di cristiani, a partire dalle piccole cose di ogni giorno, come il prendere meno la macchina e più la bicicletta, spendere del tempo per fare la raccolta differenziata, non sprecare né buttare cose, saper godere dell’arte, della storia e della cultura, e cogliere ogni cosa come un’opportunità per dare lode a Dio.
  3. Da noi sta iniziando in questo periodo per molti la stagione, che vuol dire, per chi vi lavora, non aver più tempo per nient’altro. Occorrerebbe cercare forme più sostenibili, anche di lavoro, per riplasmare la nostra economia e quindi la nostra vita. Non è solo questione del tempo che manca per andare a messa (anche se anche questo è un aspetto certamente non trascurabile per chi intende vivere da cristiano!). Siamo chiamati ad una stagione di ripensamento globale dei nostri stili e abitudini consolidate: fondare la nostra economia, anche turistica, non sul consumo di esperienze e sull’accumulo dei numeri, ma sulla relazione umana, sulla bellezza del territorio e delle persone, sulla storia, sulla cultura. Anche per di qui passa l’annuncio del Vangelo!

 

Lettura popolare III Pasqua Anno B

 

 

 

Lettura Popolare III Pasqua – anno B

III Pasqua anno a

 

Lc 24, 35-48

Risorto secondo le Scritture

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

I discepoli di Emmaus arrivano a Gerusalemme la sera stessa del giorno in cui Gesù è apparso loro lungo il viaggio e ha cenato con loro. Qui, in quella stessa sera, Gesù appare in modo improvviso agli undici riuniti insieme. L’apparente difficoltà cronologica si risolve dal punto di vista teologico: tutte le manifestazioni di Gesù accadono nel primo giorno dopo il sabato (cf. 24,1), che è il giorno della resurrezione.

Gesù compare improvvisamente e sta in mezzo agli undici (cf. Gv 20,19), secondo una modalità che ricorda la presenza di Dio in mezzo al suo popolo (cf. Mt 18,20 e 1 Sam 4,3). Il saluto che Gesù rivolge loro non è solo una formula convenzionale, ma una parola che produce effetti ben precisi, di gioia e forza interiore (cf. v. 41), non appena la paura e il terrore di questa improvvisa presenza lasceranno il cuore dei discepoli (cfr. v. 37).

L’evangelista insiste particolarmente sui pensieri erronei degli undici, che credono di vedere un fantasma e sono spaventati, e sulla tranquillizzante realtà del corpo risorto di Gesù: si tratta davvero di un corpo, con carne e ossa (vv. 37-38), che si può vedere e toccare (cf. 1 Gv 1,1). Addirittura egli mangia un pesce in mezzo a loro: non si tratta di un angelo, come quello che ha camminato con Tobia (cf. Tb 12,16) ma di una persona con un corpo umano reale. La resurrezione di Gesù è dunque un fatto reale, concreto: egli è risorto con il suo corpo di carne! Al contempo questo corpo supera i limiti della nostra esperienza ordinaria: egli è comparso all’improvviso e porta misteriosamente i segni della sua passione. Non a caso Gesù li richiama fortemente alla sua identità: “sono io stesso” (v. 39), e li invita a riconoscerlo non tanto nel volto, quanto nelle mani e nei piedi. Essi infatti recano i segni della crocifissione: gli apostoli devono identificare nel risorto esattamente quello stesso Gesù che era stato crocifisso! C’è una misteriosa unità tra croce e resurrezione: la resurrezione non è un semplice ritorno in vita, ma la vittoria definitiva contro il male e la morte che si sono manifestati nella croce. Di conseguenza la croce può essere accolta e vissuta solo alla luce della potenza di vita che si rivela nella resurrezione.

Gesù intende chiarire ai discepoli proprio questo mistero, aprendo la loro intelligenza alle Scritture dell’Antico Testamento (cfr. vv. 44-45), suddivise in Mosè (Pentateuco) Profeti (libri storici e profetici) e Salmi (libri sapienziali). Tutto il mistero delle Scritture si riassume nella passione e resurrezione il terzo giorno, intimamente connesse tra loro!

Il compimento delle Scritture chiede però un ulteriore passaggio: l’annuncio del mistero Pasquale, con gli effetti di conversione e remissione dei peccati a tutti i popoli (v. 47) La testimonianza degli undici si diffonderà tra giudei e pagani a partire da Gerusalemme, per successivi cerchi concentrici, fino a giungere al cuore del mondo intero allora conosciuto, Roma (v. 48). È l’itinerario degli Atti degli apostoli che viene qui succintamente descritto (cfr. At 1, 8).

L’evangelista Luca fa in modo che proprio gli undici, scelti da Gesù prima della sua passione, divengano i testimoni ufficiali e accreditati del mistero pasquale di Gesù, grazie a tale reale e insieme misteriosa esperienza del risorto in mezzo a loro.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come mi pongo dinanzi alla realtà della mia morte e di qualche persona cara? La resurrezione è per me una realtà? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 24, 35-48 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

Siamo il primo giorno dopo il sabato. Gesù è morto da tre giorni. L’apparizione ai discepoli di Emmaus e a Pietro (accennata al v. 34) precede questa manifestazione più “ufficiale” all’intero gruppo degli undici e agli altri discepoli.

 

Ci troviamo nello stesso luogo in cui la comunità degli apostoli e discepoli è riunita fin dal giorno di sabato, dopo la morte di Gesù e la sua sepoltura.

 

Ci soffermiamo sui verbi e le azioni dei personaggi, con alcune domande più esistenziali, a titolo di esempio.

Sullo sfondo i discepoli di Emmaus stanno ancora parlando, mentre Gesù compare in mezzo ai suoi discepoli. Egli sta in mezzo come JHWH in mezzo al suo popolo. La posizione eretta ricorda il mistero della resurrezione.  Il risorto dona la pace e la gioia con il suo saluto: “pace a voi”.

  • Sono consapevole che dentro alla comunità cristiana, in mezzo a noi, è presente il risorto?

 

I discepoli hanno paura e sono spaventati (si usano due verbi per insistere su questo sentimento). La paura li trae in inganno: essi giudicano male pensando di avere davanti a loro un fantasma. Poi hanno gioia e meraviglia, ma ancora non credono.

  • Spesso anche a me la paura trae in inganno, in ogni ambito della vita. Sono disponibile a lasciarmi correggere da Gesù? Mi lascio sorprendere dal dono improvviso della gioia? Mi fido di Lui?

 

Gesù invita i discepoli a vedere e toccare. Prende e mangia un pesce davanti a loro. Il risorto ha caratteristiche estremamente reali e concrete.

  • Cos’è per me la fede nella resurrezione?

 

Gesù apre la mente dei discepoli a comprendere le Scritture.

  • Sono aperto ad una lettura spirituale della Scrittura, antico e nuovo testamento, alla luce del mistero di Gesù morto e risorto?

 

Gesù mostra agli undici le mani e i piedi

  • Il mistero del crocifisso/risorto è per me il segno che dentro ogni morte nella mia vita germoglia il seme della resurrezione pasquale?

 

Le Scritture si compiono con l’annuncio.

  • Sono convinto che anche la mia testimonianza cristiana si realizza attraverso il compiersi della Parola di Dio nella mia vita?

 

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.