La luce vince le tenebre

 

 

Le tenebre, come chiusura e mancanza di speranza, non sono solo uno stato del nostro cuore, di mancanza, di vuoto, ma anche una potenza attiva nel mondo, che causa ostilità, guerra, tenebra appunto. Pensate solamente in questi giorni alla guerra che è ripresa tra Iran e Stati Uniti, come in pochi anni si sia interrotto un processo di pace e di denuclearizzazione e come la strategia militare, da una parte all’altra abbia preso il sopravvento.

Di fronte ad un mondo così, siamo costretti a riconoscere che le tenebre sono davvero una forza attiva nel mondo.

Contro le tenebre vi è però la luce della vita, che è più forte della morte, perché essa illumina ogni uomo e le tenebre non l’hanno vinta, ci dice il prologo del Vangelo di Giovanni. Cosa vuol dire questa frase così sintetica e potente ma anche misteriosa? Vuol dire che al cuore della creazione, di ogni particella di materia, del cosmo, della natura vivente e dell’uomo c’è una sapienza, che è parola, vita e luce. Dio ha parlato fin dall’inizio e la sua parola è azione, processo, creazione, vita, e al contempo luce, più forte delle tenebre, perché essa è originaria. Qui non si parla tanto della luce creata, della luce del sole, per intenderci, che è un simbolo. Piuttosto si parla della luce come quella caratteristica di Dio che vince il caos originario del nulla, delle tenebre, e che è portatrice di essere e di vita.

Allora certo che le tenebre sono anche una potenza attiva nel mondo, un male all’opera che porta con sé la morte, ma la luce, essendo una parola originaria di Dio è più potente e le vince. Noi poi siamo testimoni del fatto che questa luce della Parola si fa carne, entra nella nostra vita umana. Essa ha abitato prima in un tempio di tende nel deserto, poi nel tempio di pietre a Gerusalemme, poi in un tempio di corpo umano, il corpo stesso di una persona, di Gesù di Nazareth. In lui noi tutti riceviamo quella luce originaria che è in grado di sconfiggere le tenebre nel nostro cuore, e veniamo trasformati nella sua immagine luminosa, come ci dice la lettera agli efesini: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.”

Abbiamo dunque in lui la possibilità di sconfiggere definitivamente le tenebre del nostro cuore: le tenebre della fatica che diventa scoraggiamento, della delusione e addirittura pessimismo e rassegnazione. Fino a chiudersi nell’egoismo e in atteggiamenti autoconsolatori. Il cristiano non si rassegna mai, perché la luce che è nel suo cuore, è una risorsa infinita, che, di fronte alla sfida delle tenebre, lo trasforma sempre più ad immagine del Cristo stesso.  Noi abbiamo un’eredità, l’eredità che è il nostro essere Figli, che ci spinge ad abbandonarci sempre più al Padre, senza timori e ogni volta con maggiore convinzione e determinazione.

Mi viene un esempio: il babbo di Greta Thunberg ha testimoniato che Greta prima di iniziare il suo sciopero scolastico per l’ambiente soffriva fortemente per la sua forma di autismo lieve. Aveva una sorta di depressione, di buio, di tenebra nel cuore: è stato a quel punto che, misteriosamente, una luce ha brillato nel suo cuore e l’ha portata a sentire in sé la potenza, la luce, la forza che ha aperto in lei una nuova missione. Così accade quando Dio agisce: nel cuore dei poveri, dei piccoli, di coloro che si sentono esclusi Dio agisce trasformando le tenebre in luce e creando testimoni di luce. Così accade anche in ciascuno di noi, con la potenza della fede.

Ce lo dice sempre, con parole bellissime la lettera agli efesini: “vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.”

 

 

Il Natale per Francesca, Giovanni, Ernesto e Pasqualina (Omelia notte Natale)

Nelle trame sfilacciate delle nostre esistenze familiari c’è ancora la possibilità di sentirsi comunità, se ritroviamo nella nostra fede, radicata nella saggezza degli anziani, implicita nel desiderio e nel cammino dei giovani, riscoperta come novità dagli adulti, ciò che ci rende uniti, che ci rende popolo. Si tratta di un popolo che, come i pastori al tempo di Gesù, con la concreta umiltà del suo cammino, testimonia l’attesa del messia Gesù ed è in grado di accoglierlo anche oggi. Questa umiltà è proprio la mangiatoia in cui il bambino viene ad abitare e ad alimentarci con l’amore di Dio. Questa umiltà è ciò che regge le sorti del Paese e ci fa ben sperare per il nostro futuro!

 

 

Vorrei descrivere questo Natale con gli occhi di Francesca, Giovanni, Ernesto e Pasqualina. Francesca è un’adolescente di 14 anni, che in questi mesi, oltre a sognare un futuro come ballerina di danza classica – si allena infatti tutti i pomeriggi ed è un impegno notevole che si aggiunge a quello della scuola superiore che ha appena iniziato – ha anche incominciato ad interessarsi al futuro del mondo e si è impegnata a scendere in piazza in alcuni venerdì dell’anno, non per perdere la scuola, ma per costruire insieme ad altri giovani, come dice lei, una possibilità di sopravvivenza all’umanità del futuro. Francesca frequenta la parrocchia in un gruppo di ragazzi della sua età: nonostante non abbia ancora tutte le idee chiare su Dio, sente che quella parte di sé che lei chiama Dio la porta ad aprirsi agli altri e a dare il meglio di sé.

Giovanni è un giovane di 23 anni. Sta facendo un erasmus in Svezia ed è molto contento di poter imparare meglio l’inglese e conoscere una realtà diversa dalla sua. Nonostante quest’anno sia stato fuori dall’Italia, mantiene molti contatti con i suoi amici e si aggiorna costantemente su ciò che accade in Italia. Infatti non vorrebbe rimanere all’estero, ma desidera poter spendere le sue competenze per servire il proprio Paese. Assieme a tanti giovani coetanei e anche più grandi di lui sogna un Paese dove le competenze e lo studio vengano premiati e dove chi ha responsabilità politiche sia sobrio e puntuale nelle sue dichiarazioni e preparato per le grandi e complesse sfide della nostra società. La fede è per lui un combattimento quotidiano, tra mille dubbi, e con un rapporto ormai un po’ distante dalla comunità parrocchiale frequentata da adolescente.

Ernesto è un uomo sposato, di 55 anni, che lavora come impiegato e riesce a dedicare parte del suo tempo, tra i figli, la famiglia e il lavoro, per la sua passione: il servizio delle famiglie e persone povere nella Caritas parrocchiale. Dopo anni di preparazione, ha ricevuto il ministero del diaconato e ha spinto i parroci, nella sua zona pastorale, ad offrire una delle vuote canoniche della zona ad una famiglia di siriani immigrati in Italia, di religione islamica. Nonostante le proteste di alcune teste calde del paesino dove era situata la canonica, la famiglia siriana si è ben integrata e i bambini hanno cominciato ad imparare l’italiano e ad andare a scuola, grazie anche ad un servizio di volontari, coordinati da Ernesto, che hanno accompagnato i primi passi e favorito l’inserimento della famiglia  nel paese. Ernesto sente che per trasmettere la fede ai propri figli è necessario anzitutto testimoniarla, più con le opere che con le parole, e con uno stile di gratuità e servizio intelligente ai più poveri.

Pasqualina è una nonna, anzi bisnonna, di 86 anni. Nonostante gli inevitabili acciacchi, conserva uno spirito vigile e la parola pronta. In gioventù ha studiato poco, a causa della guerra, ma la sua intelligenza si è nutrita di una costante riflessione a partire dalla vita. Con una battuta sa fotografare persone e situazioni, ed è in grado di dare buoni consigli a figli e nipoti. In particolare, visto che ormai di forza fisica ne ha poca, la sua principale missione è pregare: per la fede dei figli e nipoti, per i bambini poveri del mondo, per le nazioni che vivono in guerra. È una riserva di saggezza e spiritualità e con la sua presenza tiene unite famiglie e generazioni di figli e nipoti, che durante le feste di Natale si ritrovano con lei.

A Natale nonne come Pasqualina, giovani come Francesca e Giovanni e adulti come Ernesto possono ritrovarsi insieme e sentire che nei loro sforzi e desideri quotidiani non sono soli, ma appartengono ad una famiglia allargata, ad una comunità che cammina insieme. Nelle trame sfilacciate delle nostre esistenze familiari c’è ancora la possibilità di sentirsi comunità, se ritroviamo nella nostra fede, radicata nella saggezza degli anziani, implicita nel desiderio e nel cammino dei giovani, riscoperta come novità dagli adulti, ciò che ci rende uniti, che ci rende popolo. Si tratta di un popolo che, come i pastori al tempo di Gesù, con la concreta umiltà del suo cammino, testimonia l’attesa del messia Gesù ed è in grado di accoglierlo anche oggi. Questa umiltà è proprio la mangiatoia in cui il bambino viene ad abitare e ad alimentarci con l’amore di Dio. Questa umiltà è ciò che regge le sorti del Paese e ci fa ben sperare per il nostro futuro!

Giuseppe e la cultura dell’onore, Omelia IV Avvento

 

 

In tutte le epoche di decadenza, la società perde la capacità di elaborare culturalmente il rapporto tra l’uomo e la donna ed emergono gli istinti peggiori, spesso perfino giustificati da apparenti ragioni culturali. Quando oggi molti italiani ritengono che la violenza sessuale sulle donne è dovuta agli abbigliamenti provocanti delle donne stesse, siamo dentro a questa giustificazione assurda propria di una cultura decadente, in cui il rapporto uomo-donna si gioca sul dominio e sulla violenza. Paradossalmente si tratta di un segno di enorme debolezza dell’uomo, che si sente minacciato dal protagonismo e dalla libertà della donna, dalla sua capacità di pensare e progettare in autonomia, dal fascino e dal potere che essa esercita e che mette in discussione il suo “onore” maschile e quindi non trova altra via che riaffermarlo con la violenza, fisica o morale. Quante donne ancora oggi accettano di vivere per anni rapporti in cui sono vittime dell’egoismo e della possessività dei loro partner! Quante donne ancora oggi accettano di passare attraverso degradanti servizi al potente di turno, pur di avere in cambio un’opportunità di ascesa sociale e lavorativa! Per poi magari metterlo alla berlina dopo anni…Tutto questo oggi sembra non lenito ma acuito da una crisi dell’uomo, da un senso di inferiorità latente che si traduce in una riaffermazione violenta.

Credo che gli uomini di oggi possano guardare a Giuseppe, per ritrovare il vero senso e la vera vocazione dell’essere uomo.  Giuseppe è ben lontano da una cultura dell’ “onore”, frutto dell’orgoglio e di un malinteso senso di superiorità e di dominio. Di per sé la legge di Mosé era molto restrittiva: considerando l’adulterio come una rottura del legame stesso di Alleanza con Dio, prevedeva la lapidazione degli adulteri. Quindi un uomo offeso nel suo onore avrebbe trovato di che soddisfare gli impulsi di un orgoglio ferito. Ma Giuseppe, come dice il Vangelo di Matteo, era uomo giusto, ossia un uomo che sapeva bene che la Legge di per sé non basta a ordinare la vita, perché la si deve interpretare e incarnare nelle circostanze della vita, con l’amore. Essa infatti è anzitutto un segno di amore, di tenerezza, di scelta preferenziale da parte di Dio, sposo, nei confronti di Israele, sua sposa.

Giuseppe trova nella stessa Legge gli anticorpi per vincere una cultura dell’”onore”, che non rispondeva all’amore ma all’orgoglio ferito, che avrebbe potuto “strumentalizzare” la Legge, per affermare una propria superiorità. Egli non intende esporre Maria pubblicamente, ma pensa di gestire le cose per salvaguardare la sua vita, con tenerezza, tutto in segreto. La famiglia avrebbe potuto tenere nascosta la cosa e attribuire il bambino ad una delle sorelle, già sposate…forse avrà pensato che si sarebbe potuto trattare di una violenza e Maria poteva non avere alcune colpa… forse se ci sarà stato dialogo tra i due…o più probabilmente no, perché in quella cultura non c’era davvero possibilità di dialogo intimo e personale, tra un uomo e una donna, prima che andassero a vivere insieme. Giuseppe probabilmente non aveva alcuna possibilità di chiarire bene la causa e l’eventuale colpevolezza o meno di Maria.  Una parola imbarazzata sarà corsa di bocca in bocca fino ad arrivare a Giuseppe, e lui, accertatosi meglio della cosa, avrà cominciato a ragionare in questo modo, con una certa angoscia, ma anche con grande delicatezza e sensibilità verso questa giovanissima donna, che ancora non conosceva, lui giovane uomo, ma già grande di animo.

 

È in questo contesto di angoscia, ma anche di grande rispetto e pudore, che Giuseppe riceve la comunicazione dell’angelo in sogno. Come il suo predecessore, patriarca, Giuseppe, uomo dei sogni, anche lui è in grado di interpretare, attraverso i propri sogni tracce di desiderio profondo, che lo conducono a conoscere il disegno di Dio. Lui voleva una famiglia, un figlio, sognava una felicità domestica e Dio gli risponde, affidandogli un Figlio che, pur non essendo il suo, diverrà inequivocabilmente anche il suo.

In Maria Giuseppe è invitato a cogliere la libertà di un disegno che appartiene a Dio stesso. Egli è in grado di mettere da parte il proprio “onore”, per valorizzare il particolare “carisma” della donna, che lungi dal togliere a lui una paternità, gliene darà una ancora più bella e piena.

Gesù, il messia Figlio di Dio, avrà qualcosa di Giuseppe, suo babbo umano. Imparerà da lui ad essere un uomo giusto, ad amare con delicatezza le donne, specialmente quelle più deboli, tormentate, possedute, perse. Per restituirle alla loro dignità di donne.

Sicuri dalle nostre paure (Omelia I Avv Anno C)

Se non lo aspettiamo perché cerchiamo altrove la nostra sicurezza, egli ci potrebbe anche disturbare, potremmo percepirlo come un ladro di notte. Se invece lo attendiamo, se gli apriamo la porta del nostro cuore, egli viene in noi e la sua venuta ogni giorno diviene per noi fonte di dolcezza e sicurezza.

 

 

La routine, il fare le cose, ogni giorno sempre le stesse, rischia di impedirci di conquistare una percezione del senso profondo che ci avvolge. Se facessimo attenzione alle cose che accadono però intorno a noi, alle disgrazie che succedono, dai terremoti agli atti terroristici che insanguinano l’Europa, allora potremmo percepire che la nostra vita è davvero fragile. Ma il nostro rischio è ancora più grave: siamo anestetizzati da tutto quello che sentiamo nei media, come se a noi non riguardasse e andiamo avanti con la nostra routine.

 

Siamo come la generazione di Noè, che non si accorgeva di nulla, finché venne il diluvio e come quella generazione, cerchiamo nella nostra routine umana delle risposte alle nostre paure profonde, qualcosa che ci dia sicurezza. Spesso ad esempio la cerchiamo negli uomini potenti e nelle istituzioni. Salvo poi renderci conto che per lo più la sicurezza vera non dipende da certe scelte politiche securitarie, che sono sempre provvisorie e piene di controindicazioni. Si possono riempire di armi i cittadini per farli sentire più sicuri: ma poi lo saranno davvero?

 

Noi cristiani abbiamo un’altra risposta alla paura, più radicale, perché non si accontenta di rimedi esteriori, ma va al nostro cuore. Svegliatevi dal sonno, la sua venuta è vicina, dice san Paolo nella seconda lettura: cosa significa questo?  Il Vangelo ce lo spiega bene: si tratta della venuta del figlio dell’uomo, di Gesù, che porta a termine e riassume tutta la storia umana. Si tratta dell’instaurazione del Regno dell’amore attraverso colui che ha donato la sua vita per noi, è morto ed è risorto. Se non lo aspettiamo perché cerchiamo altrove la nostra sicurezza, egli ci potrebbe anche disturbare, potremmo percepirlo come un ladro di notte. Se invece lo attendiamo, se gli apriamo la porta del nostro cuore, egli viene in noi e la sua venuta ogni giorno diviene per noi fonte di dolcezza e sicurezza.

 

Se lo accogliamo, saremo come gli ebrei che salivano a Gerusalemme, città della pace. Non vi è città al mondo che abbia conosciuto tante guerre come Gerusalemme, eppure essa è la città della pace, perché rappresenta la rivelazione di un Dio d’amore, che unisce tutti in un Regno di pace. Così dice il rotolo del profeta Isaia:

venite, saliamo sul monte del Signore,

al tempio del Dio di Giacobbe.

Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.

È il rotolo della Parola di Dio, che oggi leggiamo e che ogni giorno entra nel nostro cuore, ci consola e ci da speranza. Essa fa del nostro cuore il tempio di Gerusalemme, in cui Dio dona la pace, anche in mezzo a tante contraddizioni e segni negativi. E così saremo costruttori di pace nel concreto della nostra vita.

 

Penso oggi, in questo tempo di divisioni, guerre e riarmo delle grandi potenze, ad una persona come Giorgio la Pira, il sindaco santo di Firenze, che fece dialogare tra loro cristiani, ebrei e musulmani, che portò il suo messaggio di pace ai grandi capi di stato e pregò per scongiurare un possibile olocausto atomico.

Questo lo fece non solo perché era sindaco di Firenze, ma perché nel suo fare il sindaco ha messo in gioco la pace del Regno, quella che solo il figlio dell’uomo può donare.

 

Il pesce piccolo vince il drago (Omelia Cristo re dell’universo, Anno C)

 

I primi cristiani usavano simbolizzare la loro fede con un’immagine: quella del pesce. In greco pesce si dice ICHTHUS, che è la formula acrostica di Iesus Christhos Theou Uios Soter, Gesù Cristo Figlio di Dio salvatore. Essi nelle catacombe contrassegnavano i loro defunti con il pesce, per indicare la loro appartenenza a Cristo, nel tempo dell’impero romano, in cui essere cristiani non era un fatto pubblico e nessuno poteva ostentarlo di fronte agli altri, ammesso che il farlo sia di per se stesso un bene.  L’immagine del piccolo pesce si contrappone nelle catacombe a quella del drago che inghiotte Giona.  Se il drago indica la violenza della morte, ossia di chi per avere la pace prepara la guerra, il piccolo pesce indica la vita del vangelo, ben più forte della morte. Con il tempo il pesce piccolo ha ingoiato il pesce grande e il vangelo ha potuto unire gli uomini ben più dell’impero romano. La regalità di Cristo ha cambiato la storia più degli imperatori.

Attraverso il pesce i primi cristiani indicavano quindi ciò che oggi intendiamo quando parliamo di Cristo re dell’universo, ossia una regalità che non obbedisce ad una logica di potere che si fonda sulla violenza e sull’esclusione, ma ad un potere più alto e onnipotente, quello dell’amore, che costituisce la più radicale offerta di pace e unità per ogni uomo, di ogni cultura, lingua, popolo, religione. Gli evangelisti ci mostrano narrativamente questo potere dell’amore, contrapposto al potere della violenza, in particolare nei racconti della passione di Gesù, dove si scontrano due punti di vista, quello degli attori umani intorno alla croce, e quello paradossale di Dio. Lo possiamo vedere ad esempio nel racconto lucano, che abbiamo ascoltato.  Da un lato il popolo vede e il suo sguardo è contemplativo, cerca di capire.  I capi invece assumono un’interpretazione ben precisa: lo deridono, con l’accusa che viene rivolta nel Sal 22 dai nemici al giusto che soffre: se è l’eletto di Dio, perché non si può salvare? Se Dio è con lui, perché non interviene? Essi sono potenti e il loro punto di vista fa opinione, si diffonde, allarga, e viene fatto proprio da altri personaggi. Infatti la soldataglia romana gli porge aceto, forse come anestetico, ma anche per derisione e gli rivolge la stessa provocazione: se è re dei giudei, perché non si salva? Infine anche uno dei due malfattori, al grado più infimo della scala sociale, lo provoca allo stesso modo: “se sei il Cristo, salva te stesso e anche noi.” È la stessa identica interpretazione di tutti e tre i personaggi, dalla scala sociale più elevata a quella più bassa: l’innocenza di Gesù non lo scagiona affatto, anzi lo mette al di sotto di tutti, diventa colpevolezza, perché è un’innocenza inutile, non provoca nulla, non cambia le cose e non ha alcun potere dal punto di vista umano. Dal capo al malfattore concrocifisso, tutti possono sentirsi autorizzati ad essere superiori a lui, ad avere qualche potere in più, se non altro quello di prendere in giro una vittima. È la logica chiusa e implacabile del cerchio accusatorio, che crea vittime per scagionarsi.

Ma improvvisamente, proprio a partire dagli ultimi, avviene un ribaltamento del punto di vista, l’altro malfattore mostra di interpretare diversamente tutta la scena: egli vede nell’innocenza di Gesù non una condanna, ma un segno paradossale del Regno di Dio, una via d’amore. Egli esce miracolosamente, per un dono dello Spirito Santo, dal cerchio chiuso della logica vittimaria ed entra nell’umile riconoscimento del proprio peccato, di fronte ad un amore senza limiti. Gesù è venuto ad assumere e prendere su di sé il suo peccato e a morire con lui, per entrare con lui nel Regno di Dio.  Questa offerta d’amore è in grado di sconfiggere la logica del peccato che crea vittime, con una logica più alta e radicale, quella del perdono, che Gesù stesso grida sulla croce: “padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

 

Il granello di senape e i polmoni spirituali

 

 

 

Se prendiamo in mano un semino di senape, non potremmo mai immaginare, se non lo sapessimo prima, le potenzialità di quel seme, e come esso sia in grado di trasformarsi, cambiare e diventare un albero piuttosto grande, se viene seminato in terra.

 

Così siamo noi, quando moriamo, siamo seminati nella morte per raggiungere il cielo, come un grande albero che collega il cielo e la terra. D’altra parte che senso avrebbe la vita, se da essa non scaturisse una vita più piena? Tutta la nostra vita qui sulla terra è come un gigantesco grembo, in cui noi siamo custoditi per poi uscire alla Vita attraverso le doglie della morte, che è come un parto. Dopo il parto impariamo a respirare, come fanno i bimbi appena nati attraverso il pianto, e il nostro respiro sarà lo Spirito Santo, l’amore che unisce i figli di Dio al Padre.

 

E come il bambino già nella pancia della mamma si forma i polmoni, per poter respirare dopo, così anche nella nostra vita sulla terra ci formiamo i polmoni spirituali, che ci aiutano fin d’ora a vivere da figli di Dio e un giorno saranno la nostra dotazione più importante: non ci porteremo le proprietà e i beni, non ci porteremo le conoscenze e le capacità: ci porteremo soltanto i nostri polmoni spirituali che ci faranno respirare da Figli di Dio.

 

C’è gente che, vedendo solo le cose immediate e materiali, non è in grado di contemplare queste verità, perché vede il seme e non può immaginare l’albero. Gesù però è venuto a rivelarci in modo pieno e senza ambiguità il senso profondo del disegno di Dio contenuto nelle Scritture.

Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Questo significa, spiega Gesù, che Dio si presenta in relazione con noi uomini, con noi che viviamo. Dio è tale perché appartiene a coloro che vivono e dà la vita a tutti. Questo è il segreto dell’alleanza: Dio è il nostro Dio perché è per la nostra vita, e noi gli apparteniamo, siamo per lui. “Ciò significa”, dice Gesù, “che l’uomo non si definisce per avere o non avere una moglie o un marito.” Lo puoi avere se è la tua vocazione, se Dio ti chiama a vivere la tua vita così. L’uomo invece si definisce per il suo rapporto, per la sua appartenenza a Dio, solo questo lo riempie, lo completa, lo realizza totalmente come persona.

 

In una parola possiamo riassumere questo rapporto di appartenenza e di alleanza tra Dio e l’uomo, come un essere figli di Dio. “Vedete un po’”, dice Gesù, “voi sapete tante cose, conoscete il funzionamento della materia, il tempo dell’universo, le meraviglie della biologia e della vita…eppure non conoscete l’essenziale, che la Bibbia ci trasmette, che è l’amore di Dio. Esso è vita per sempre, senza fine, in durata e in intensità. La promessa fatta ad Abramo, di avere una discendenza numerosa come le stelle del cielo, è solo una figura di ciò che si compie in noi nella nostra vita e alla sua definitiva trasformazione: è il dono di una vita così grande, così bella, così piena, che non ci sarà più bisogno di nient’altro”.

 

Lo ha scoperto anche sant’Agostino, che dopo tanto tempo dedicato ad una ricerca affannosa e ansiosa della verità, avendola trovata nelle Scritture, afferma:

“il mio cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Lo hanno scoperto anche i tanti martiri, persone che, come i maccabei nella prima lettura, hanno preferito rimanere fedeli all’Amore, affrontando anche la morte, invece di rinnegarlo. Sapevano bene che l’Amore è vita che non può morire.

 

 

 

I puristi e la società divisa (Omelia XXI TO Anno C)

 

 

Noi siamo i puri, i senza peccato, gli altri hanno sbagliato e devono pagare. Ecco come alcuni si esprimono pubblicamente, salvo poi risultare anche loro dopo qualche tempo tutt’altro che puri.Nei nostri tempi troviamo giudizi duri, pronunciati da un tribunale senza appello, che è quello della comunicazione, della televisione, dei social, dei giornali.Questo poi alimenta il circolo vizioso del disprezzo, della condanna, dell’odio reciproco, che divide le persone, i cittadini, in bolle comunicative, ormai incapaci di dialogare, di parlarsi. Da una parte ci sarebbe solo il buono e dall’altra solo il cattivo. E ciò fa tutt’uno con una certa forma di idolatria, di culto del proprio capo, quello dei buoni.

Quanto è diverso il modo con cui Dio vede le cose e le persone e quanto dovremmo davvero imparare da lui un atteggiamento che potrebbe trasformare profondamente la nostra società divisa e litigiosa.Sentiamo un po’ questo passaggio del libro della Sapienza:

“Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,

Signore, amante della vita.

Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.

Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano

e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato”.

Se chi fa il duro e puro, in realtà per affermare sé stesso giunge ad odiare gli altri, Dio invece, che non ha bisogno di fare il puro, perché lo è già, può permettersi di essere magnanimo, mostrando la sua più intima essenza: l’amore alla vita. È ciò che la Scrittura ci comunica utilizzando anche un’altra parola, importantissima, la parola misericordia, che definisce l’essenza di Dio stesso, così come si è rivelato al suo popolo Israele:

“Misericordioso e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.”

La pazienza di Dio si esercita per ogni generazione e assume la forma di un amore in grado di rinnovare ogni volta il suo progetto, riplasmando in profondità il cuore del popolo, dopo ogni svolta negativa, dopo ogni sconfitta, dopo ogni fallimento che è frutto del suo peccato, della sua distanza da Dio. Tutto ciò si condensa nel nuovo testamento, nell’agire di Gesù, attraverso le sue parole, i suoi gesti, ma, ancor, prima il suo sguardo.  Quando Gesù entra in Gerico e l’attraversa, un uomo di bassa statura, un pubblicano, lo cerca con lo sguardo. Addirittura sale su un sicomoro, su un piccolo albero, per poterlo vedere quando passa. In realtà il primo a sollevare lo sguardo e a fissarlo è Gesù. Zaccheo vorrebbe vedere e invece viene visto lui per primo da Gesù. Se Zaccheo cercava di vedere Gesù, è in realtà Gesù, il figlio dell’uomo, a venire a Gerico per cercare il peccatore, l’uomo perduto e allontanato dai buoni. Tutto è accaduto in un tempo preciso, in un oggi della salvezza, in cui il cuore di quest’uomo si è sentito per la prima volta penetrato da uno sguardo di amore, gratuito, totale e da un’offerta di amicizia, compagnia, del tutto inaspettata: “oggi devo rimanere a casa tua”. Abituato a sentirsi costantemente giudicato e separato dai “buoni”, quest’uomo coglie ora una insperata possibilità di riscatto. Attenti bene, Gesù non fa compromessi con il peccato, non chiude un occhio, non dice che in fondo va tutto bene. No, piuttosto il suo atteggiamento di ricerca e amore, produce degli effetti di conversione: “se ho frodato qualcuno, intendo restituire quattro volte tanto”.

La messa domenicale è il luogo in cui ciascuno di noi, nella sua vita, e tutti insieme come comunità cristiana impariamo a percepire lo sguardo di amore di Gesù e ad esercitarlo sugli altri, distinguendo sempre il peccato dal peccatore. Anche nelle nostre comunità infatti spesso intrappoliamo le persone in giudizi senza appello e senza amore. Quanto bisogno c’è nella nostra società divisa e bloccata dal giudizio dell’altro, di comunità cristiane che offrano uno sguardo di riconciliazione, al di là degli steccati dei buoni e dei cattivi! Dove straparlano i puri e i moralisti, dove i faziosi esaltano i loro capi e condannano gli altri, possa la comunità cristiana mostrare uno stile di sobrietà, dialogo e accoglienza, per superare la guerra delle parole e far emergere il bene concretamente raggiungibile dalla nostra società.