I due alberi (Omelia Pentecoste)

Giovani e Lavoro_3

La bontà di un albero si vede dai frutti.  Un albero può essere bellissimo, ma se i frutti sono immangiabili o addirittura nocivi…non serve coltivarlo. Un albero può essere piccolo e poco appariscente, come la vite, ma fare frutti buonissimi.

Così ci sono due alberi che possono crescere nel nostro cuore, l’albero della carne e l’albero dello spirito, come dice san Paolo.

L’albero della carne è quello dell’IO che si mette davanti a tutto e a tutti, la propria autorealizzazione contro gli altri. È quello che diceva Sartre, il drammaturgo francese: l’inferno è l’altro. I frutti dell’albero della carne sono le passioni che ci muovono non ad amare, ma a dominare gli altri e ad essere gelosi, invidiosi, arrabbiati.

L’albero dello spirito è quello che nasce, cresce e fruttifica con il dono dello Spirito Santo: i suoi frutti sono l’autorealizzazione nell’amore, che ci apre all’Altro e agli altri. Esso produce frutti di amore. Infatti nel vangelo di Giovanni lo Spirito che Gesù ci manda è il Paraclito, che, tradotto, significa “colui che è chiamato a stare presso di noi”, per condurci alla verità tutta intera, ossia la verità di Gesù, Figlio di Dio, morto e risorto per noi e del Padre che lo ha mandato nel mondo per amore nostro.

Non è una verità astratta, ma una trasformazione profonda del nostro essere, che si manifesta attraverso la consolazione. Essa è accompagnata da sentimenti di pace e gioia, ma non si riduce ad essi, perché, più ampiamente, è caratterizzata da un aumento di fede, speranza e carità. Questa elevazione e potenziamento del nostro essere ha un impatto decisivo nella nostra esistenza, perché ci conduce alla verità della nostra vita, nelle concrete decisioni quotidiane, che ci portano ad attuare la volontà di Dio e a realizzarci in Cristo.

Lo Spirito Santo, che celebriamo a Pentecoste, rafforza e sostiene la nostra responsabilità vissuta nell’amore, nei confronti dei propri cari e di ogni uomo che incontriamo…specialmente dei piccoli e degli anziani. Se l’albero della carne ha fatto nascere una società individualistica, con una grande disgregazione della famiglia a cui oggi assistiamo, chi paga le conseguenze di tutto questo sono i più piccoli, che crescono spesso con deboli riferimenti valoriali e affettivi, perennemente distratti dai continui stimoli della civiltà dell’immagine e poi diventano adolescenti disturbati e insicuri. Lo Spirito Santo può sostenere la comunità cristiana nella quotidiana lotta delle famiglie e per le famiglie. Seguiamolo come Chiesa lì dove ci sta chiamando, a sostenere le famiglie, specialmente quelle giovani!

Lo Spirito Santo rafforza e sostiene anche la responsabilità nelle grandi decisioni, che rimuovono gli ostacoli alla piena realizzazione della persona. Preghiamo perché chi da cristiano ha responsabilità politiche, lo faccia con grande dedizione rispetto ai nodi cruciali del nostro tempo, uno dei quali è certamente il lavoro per i giovani.  Un lavoro che, pur non essendo così statico e fisso come una volta, garantisca tuttavia quella stabilità che permetta ai giovani di sostenere un progetto familiare nella loro vita. E insieme alla stabilità si richiede anche sicurezza sul lavoro, in un tempo in cui, malgrado le leggi e il lungo cammino fatto dalla società occidentale, si assiste purtroppo ad un aumento di morti e tragedie sul lavoro.

Così l’albero dello Spirito, cresciuto nel cuore di ognuno, darà frutti buoni e abbondanti anche nella società.

 

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La vita come un’unica passeggiata (omelia ascensione)

 

 

Non avevo mai colto bene come oggi che Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare il Vangelo non solo ad ogni uomo, ma a tutta la creazione (la traduzione più corretta infatti non sarebbe “ad ogni creatura”, ma “a tutta la creazione”).

Questa osservazione mi ha portato a riflettere sul Vangelo, come un seme che è destinato a trasformare, attraverso l’umanità, anche ogni essere vivente e tutto il cosmo, le galassie e l’universo!

Oggi infatti meditando sull’ascensione di Gesù, scopriamo come nel Vangelo la nostra umanità sia riplasmata ed elevata al cielo, non come una realtà astratta, ma come la creazione stessa riempita di Dio. Nell’umanità che Gesù risorto porta in cielo, c’è la pienezza, il compimento di tutta la creazione, di tutto il cosmo.

Da questa intuizione ricavo tre aspetti.

  1. l’ascensione al cielo di Gesù ci dice che l’uomo è misurato non dalla natura di cui è composto, ma da Dio, cioè il suo fine è la comunione con Dio. Non il piacere, non il potere, non il successo, non la procreazione, non la famiglia, nemmeno il lavoro: questi sono tutti mezzi, ma il fine è arrivare a Dio. Un uomo felice, adulto realizzato è quello che è in cammino con Dio. Questo può accadere anche in situazioni molto difficili, come quella di Etty Hillesum, che proprio nei campi di concentramento nazisti realizza la pienezza del suo essere donna e raggiunge vette altissime di spiritualità. Ella afferma nel suo diario: “Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata.”
  2. in Cristo asceso al cielo vediamo che l’uomo è destinato a trovare in Dio quella pienezza che dà equilibrio e armonia anche al suo rapporto con la natura, con la creazione. Un cristiano dovrebbe vivere in profondità questi valori di integrazione e rispetto della natura, a partire da un rapporto diverso con il tempo, che tiene insieme riposo e lavoro, attività e contemplazione. Oggi si sperimenta un ritmo frenetico che spesso non lascia spazio al gusto delle cose, delle relazioni, alla riflessione. Al contempo la società tende ancora a vivere nell’accumulazione e nello spreco. Siamo chiamati ad un cambiamento nel nostro stile di cristiani, a partire dalle piccole cose di ogni giorno, come il prendere meno la macchina e più la bicicletta, spendere del tempo per fare la raccolta differenziata, non sprecare né buttare cose, saper godere dell’arte, della storia e della cultura, e cogliere ogni cosa come un’opportunità per dare lode a Dio.
  3. Da noi sta iniziando in questo periodo per molti la stagione, che vuol dire, per chi vi lavora, non aver più tempo per nient’altro. Occorrerebbe cercare forme più sostenibili, anche di lavoro, per riplasmare la nostra economia e quindi la nostra vita. Non è solo questione del tempo che manca per andare a messa (anche se anche questo è un aspetto certamente non trascurabile per chi intende vivere da cristiano!). Siamo chiamati ad una stagione di ripensamento globale dei nostri stili e abitudini consolidate: fondare la nostra economia, anche turistica, non sul consumo di esperienze e sull’accumulo dei numeri, ma sulla relazione umana, sulla bellezza del territorio e delle persone, sulla storia, sulla cultura. Anche per di qui passa l’annuncio del Vangelo!

 

Lettura popolare III Pasqua Anno B

 

 

 

Lettura Popolare III Pasqua – anno B

III Pasqua anno a

 

Lc 24, 35-48

Risorto secondo le Scritture

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

I discepoli di Emmaus arrivano a Gerusalemme la sera stessa del giorno in cui Gesù è apparso loro lungo il viaggio e ha cenato con loro. Qui, in quella stessa sera, Gesù appare in modo improvviso agli undici riuniti insieme. L’apparente difficoltà cronologica si risolve dal punto di vista teologico: tutte le manifestazioni di Gesù accadono nel primo giorno dopo il sabato (cf. 24,1), che è il giorno della resurrezione.

Gesù compare improvvisamente e sta in mezzo agli undici (cf. Gv 20,19), secondo una modalità che ricorda la presenza di Dio in mezzo al suo popolo (cf. Mt 18,20 e 1 Sam 4,3). Il saluto che Gesù rivolge loro non è solo una formula convenzionale, ma una parola che produce effetti ben precisi, di gioia e forza interiore (cf. v. 41), non appena la paura e il terrore di questa improvvisa presenza lasceranno il cuore dei discepoli (cfr. v. 37).

L’evangelista insiste particolarmente sui pensieri erronei degli undici, che credono di vedere un fantasma e sono spaventati, e sulla tranquillizzante realtà del corpo risorto di Gesù: si tratta davvero di un corpo, con carne e ossa (vv. 37-38), che si può vedere e toccare (cf. 1 Gv 1,1). Addirittura egli mangia un pesce in mezzo a loro: non si tratta di un angelo, come quello che ha camminato con Tobia (cf. Tb 12,16) ma di una persona con un corpo umano reale. La resurrezione di Gesù è dunque un fatto reale, concreto: egli è risorto con il suo corpo di carne! Al contempo questo corpo supera i limiti della nostra esperienza ordinaria: egli è comparso all’improvviso e porta misteriosamente i segni della sua passione. Non a caso Gesù li richiama fortemente alla sua identità: “sono io stesso” (v. 39), e li invita a riconoscerlo non tanto nel volto, quanto nelle mani e nei piedi. Essi infatti recano i segni della crocifissione: gli apostoli devono identificare nel risorto esattamente quello stesso Gesù che era stato crocifisso! C’è una misteriosa unità tra croce e resurrezione: la resurrezione non è un semplice ritorno in vita, ma la vittoria definitiva contro il male e la morte che si sono manifestati nella croce. Di conseguenza la croce può essere accolta e vissuta solo alla luce della potenza di vita che si rivela nella resurrezione.

Gesù intende chiarire ai discepoli proprio questo mistero, aprendo la loro intelligenza alle Scritture dell’Antico Testamento (cfr. vv. 44-45), suddivise in Mosè (Pentateuco) Profeti (libri storici e profetici) e Salmi (libri sapienziali). Tutto il mistero delle Scritture si riassume nella passione e resurrezione il terzo giorno, intimamente connesse tra loro!

Il compimento delle Scritture chiede però un ulteriore passaggio: l’annuncio del mistero Pasquale, con gli effetti di conversione e remissione dei peccati a tutti i popoli (v. 47) La testimonianza degli undici si diffonderà tra giudei e pagani a partire da Gerusalemme, per successivi cerchi concentrici, fino a giungere al cuore del mondo intero allora conosciuto, Roma (v. 48). È l’itinerario degli Atti degli apostoli che viene qui succintamente descritto (cfr. At 1, 8).

L’evangelista Luca fa in modo che proprio gli undici, scelti da Gesù prima della sua passione, divengano i testimoni ufficiali e accreditati del mistero pasquale di Gesù, grazie a tale reale e insieme misteriosa esperienza del risorto in mezzo a loro.

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.  Come mi pongo dinanzi alla realtà della mia morte e di qualche persona cara? La resurrezione è per me una realtà? (15 minuti)

 

Questa  ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico. Un Gesù che “risolve” le situazioni fa parte di una fede ancora ingenua, come quella di Pietro, che rifiuta la logica della croce.

 Questo collegamento non deve essere esplicitato dall’accompagnatore, perchè saranno gli stessi partecipanti a scoprirlo nell’approfondire la lettura.

 

 

  1. Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce:  Lc 24, 35-48 (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perchè il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande che possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuzioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, tempi, personaggi, verbi di azione. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi e nelle loro reazioni davanti a Gesù.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

 

Siamo il primo giorno dopo il sabato. Gesù è morto da tre giorni. L’apparizione ai discepoli di Emmaus e a Pietro (accennata al v. 34) precede questa manifestazione più “ufficiale” all’intero gruppo degli undici e agli altri discepoli.

 

Ci troviamo nello stesso luogo in cui la comunità degli apostoli e discepoli è riunita fin dal giorno di sabato, dopo la morte di Gesù e la sua sepoltura.

 

Ci soffermiamo sui verbi e le azioni dei personaggi, con alcune domande più esistenziali, a titolo di esempio.

Sullo sfondo i discepoli di Emmaus stanno ancora parlando, mentre Gesù compare in mezzo ai suoi discepoli. Egli sta in mezzo come JHWH in mezzo al suo popolo. La posizione eretta ricorda il mistero della resurrezione.  Il risorto dona la pace e la gioia con il suo saluto: “pace a voi”.

  • Sono consapevole che dentro alla comunità cristiana, in mezzo a noi, è presente il risorto?

 

I discepoli hanno paura e sono spaventati (si usano due verbi per insistere su questo sentimento). La paura li trae in inganno: essi giudicano male pensando di avere davanti a loro un fantasma. Poi hanno gioia e meraviglia, ma ancora non credono.

  • Spesso anche a me la paura trae in inganno, in ogni ambito della vita. Sono disponibile a lasciarmi correggere da Gesù? Mi lascio sorprendere dal dono improvviso della gioia? Mi fido di Lui?

 

Gesù invita i discepoli a vedere e toccare. Prende e mangia un pesce davanti a loro. Il risorto ha caratteristiche estremamente reali e concrete.

  • Cos’è per me la fede nella resurrezione?

 

Gesù apre la mente dei discepoli a comprendere le Scritture.

  • Sono aperto ad una lettura spirituale della Scrittura, antico e nuovo testamento, alla luce del mistero di Gesù morto e risorto?

 

Gesù mostra agli undici le mani e i piedi

  • Il mistero del crocifisso/risorto è per me il segno che dentro ogni morte nella mia vita germoglia il seme della resurrezione pasquale?

 

Le Scritture si compiono con l’annuncio.

  • Sono convinto che anche la mia testimonianza cristiana si realizza attraverso il compiersi della Parola di Dio nella mia vita?

 

 

 

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

Lettura popolare e traccia di omelia III Quaresima B

-III Quaresima Anno B Gv 2, 14-22

 III domenica di quaresima B

Gv 2,13-22

Gesù tempio spirituale

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Nel Vangelo di Giovanni l’episodio della purificazione del tempio si colloca all’inizio dell’attività ministeriale di Gesù, per mostrare il segno che sintetizza tutta la rivelazione di Cristo, ossia il tempio del suo corpo, distrutto nella morte in croce e ricostruito dopo tre giorni con la resurrezione. Gesù sale a Gerusalemme (v. 13) in prossimità della festa di Pasqua, come tutti i giudei. Dal momento che Gesù morirà anche, durante questa festa (cfr. 19, 14), il richiamo conferma il collegamento con la morte e resurrezione di Gesù.

Entrando nel tempio Gesù incontra subito, nella parte più esterna, detta atrio dei gentili, i venditori di animali destinati al sacrificio e i cambiavalute e li caccia con una sferza di cordicelle (v. 15). Poi spiega questo suo gesto con il riferimento al “Padre suo” (v. 16): la coscienza che Gesù ha di essere “Figlio” lo porta ad indignarsi per il mercato che si crea all’interno di un luogo santo (cfr. Zc 14, 21) e a compiere un gesto dal forte sapore “profetico”. La casa del padre non può infatti diventare un luogo in cui l’attività principale sia il commercio, per il profitto dei venditori e il potere della classe sacerdotale. Il suo è uno zelo che “lo divora” e che gli toglie la vita, nel senso che provoca lo scherno e l’ingiuria dei nemici, come a ogni profeta (v. 17, cfr. Sal 68,10). I giudei, probabilmente coloro che erano a guardia del tempio, chiedono a Gesù quale autorizzazione egli abbia per poter compiere questo gesto. La richiesta di un “segno” orienta il lettore a intuire fin d’ora la loro incredulità nei confronti di Gesù. Essi reagiscono in modo ironico all’affermazione di Gesù, identificando nell’espressione “questo tempio”, il tempio materiale ricostruito a Gerusalemme con il ritorno dall’esilio babilonese, ampliato e arricchito da Erode il Grande con una serie di lavori iniziati 46 anni prima. Gesù invece, come chiarisce il narratore, parlava del tempio del suo corpo (v. 21). Con le espressioni “abbattere” e “risollevare” ci si può infatti ambiguamente riferire sia ad una costruzione che ad un corpo umano. È il corpo morto e risorto di Gesù il luogo dell’adorazione del Padre (cfr. 4,23) da cui scaturisce l’acqua viva dello Spirito Santo (cfr. 7,38; 19,34).

I discepoli, alla luce della resurrezione di Gesù, si ricordano della Scrittura (v. 17) e della parola di Gesù (v. 22). Entrambe si compiono nel mistero della morte e resurrezione di Gesù, attraverso cui il corpo di Gesù diviene il tempio escatologico (cfr. Ez 47).

 

 

 

 

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita. La mia indignazione per una realtà che diventa fine a se stessa, come burocrazia, finanza, servizi…ma anche nella Chiesa può esserci un mercato…  (15 minuti)

 

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al Cenacolo a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

  • Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Gv 2,13-22. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il contesto simbolico in cui Gesù si trova? Siamo nel tempio di Gerusalemme, il luogo centrale del culto di Israele. Si può pensare a quel luogo come all’edificio fisico che rappresenta tutta la storia della rivelazione veterotestamentaria e anche al suo compimento alla fine dei tempi, con il tempio profetizzato da Ezechiele (Ez 47).
  • Qual è il tempo in cui avviene il fatto? Siamo in prossimità della festa di Pasqua che richiama al momento più importante per il culto di Israele e al sacrificio degli agnelli. Questa festività di Pasqua richiama l’ultima, quella in cui Gesù morirà in croce. Dunque questo episodio in un certo senso anticipa l’ora dell’innalzamento in croce di Gesù.
  • Chi sono i personaggi in gioco? Gesù, i venditori e i cambiavalute, i giudei, i discepoli. Gesù rimane il protagonista indiscusso di tutto l’episodio, che si può suddividere in due scene: cacciata dei venditori e dialogo con loro; dialogo con i giudei. Entrambe le scene si concludono con il ricordo dei discepoli. I Giudei mostrano già qui, con la loro domanda ironica, l’incomprensione e la mancanza di fede nei confronti di Gesù. I discepoli invece sono in cammino per comprendere l’identità di Gesù. Un cammino che si compirà con la resurrezione di Gesù.

La gestione del potere è un servizio che apre la mia vita a Dio e ai fratelli oppure mi isola e allontana dagli altri?

  • Quale trama si svolge? Gesù compie un segno “profetico” nel tempio, scacciando i venditori, per il quale egli è autorizzato dal “Padre suo”. Questo segno ha a che fare con la Scrittura che i discepoli ricordano (Sal 68,10). Tuttavia in esso è contenuto un elemento molto più profondo, a cui la parola di Gesù, in risposta ai giudei, intende fare allusione. Questo tempio è il suo corpo, morto e risorto, nel quale si compiono tutte le Scritture e tutta la rivelazione dell’AT.

Sono in grado di porre nella mia vita anche dei gesti profetici di rottura nei confronti di abitudini consolidate, vizi, mentalità che allontanano le persone da Dio?

  • Quale rivelazione di Gesù per la mia vita? Tutta la storia della salvezza si compie nel corpo di Gesù e nel dono dell’acqua viva, che è lo Spirito Santo. Ciò significa che non c’è alcuna istituzione umana che può avere questa pretesa, contro ogni assolutismo e ideologia. Tutte le realizzazioni umane che non si pongono a servizio dell’uomo ma divengono autoreferenziali, come, per certi aspetti, il mercato finanziario oggi, sono da purificare. Ma questo vale anche per ogni realtà che attraversa la mia vita, dal lavoro, all’impegno ecclesiale, alle relazioni di amicizia. Ogni aspetto deve comporre un quadro che mi aiuti a fare della mia vita la “casa” di Dio, nel corpo di Cristo.

Come fare della casa della mia vita il corpo stesso del Signore Gesù? Come aprire le realtà del mondo alla presenza di Dio e al servizio dell’uomo?

 

  1. Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

Lettura popolare e omelia II Quaresima Anno B

 

 

 

 

 

II Quaresima Anno B

-II Quaresima Anno B Mc 9, 2-10

 

Mc 9,2-10

Gesù trasfigurato sul monte

 

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

 

Il racconto della trasfigurazione in Marco segue direttamente, così come in Matteo, l’annuncio della passione, morte e resurrezione (cf. 8,27-9,1). C’è dunque uno stretto legame tra queste due scene, che dovrà essere esplicitato. Gesù prende con sé i suoi discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, come già aveva fatto nella scena della resurrezione della figlia di Giairo (cf. 5,37) e come farà quando dovrà spiegar loro i fatti relativi al tempio e alla sua distruzione (cf. 13,3), con l’aggiunta di Andrea) o quando vorrà condividere la sua agonia per la passione imminente (cf. 14,33). Egli li porta “in disparte”, espressione che indica spesso una rivelazione riservata ai discepoli (cf. 4,34; 6,31), sul monte alto, che allude alla rivelazione di JHWH nel libro dell’Esodo (cf. Es 19,16; 24,15). La trasformazione che Gesù subisce è descritta da Marco con la caratterisca di un biancore così sfolgorante, che nessun lavandaio sarebbe in grado di produrlo (v. 3), secondo una modalità descrittiva che appartiene alla tradizione apocalittica (cf. Dn 12, 3) per indicare la sfera divina.

Il dialogo con Elia e Mosè (v. 4) è descritto come una prolungata conversazione, che tuttavia non viene riportata, ma che può essere suggerita dall’insieme dei richiami biblici cui rimandano le figure di Mosè ed Elia. Mediatore della legge e primo profeta Mosè e figura più rilevante tra i profeti Elia, essi rappresentano la legge e i profeti, formula che può indicare l’integralità dell’Antico Testamento, passando attraverso il rifiuto e la persecuzione da parte del loro popolo (cf. Es 17,2; 1 Re 18,7-19). Le due figure anticipano dunque il destino di sofferenza e di morte che anche Gesù dovrà subire.

L’intervento di Pietro (vv. 5-6) rivela la sua incomprensione del significato di questa visione: egli pretende di immortalare la gloria di Dio con la costruzione di tende, in una sorta di celebrazione che potrebbe avere come sfondo la festa delle Capanne (cfr. Lv 23,34), che rievoca la presenza di Dio in mezzo al popolo accampato nel deserto. Marco aggiunge subito che queste parole di Pietro sono in realtà motivate dalla paura: egli non capisce il progetto di Dio che si compie nel messia Gesù e lo fraintende, accogliendo la gloria divina ma senza comprendere il passaggio attraverso l’umiltà della croce.

Dalla nube che indica la presenza di Dio sul monte (cf. Es 19,9.16; 24,15- 16) esce la voce celeste che indica Gesù come Figlio di Dio, l‘amato (cfr. Is 42,1; Sal 2,7) e invita i discepoli all’ascolto.  Subito dopo essi non vedono nessuno se non Gesù solo. Seguire Gesù, che nella sua condizione umana va a subire la passione, è l’unica strada che i discepoli possono percorrere per comprendere la sua natura di Figlio di Dio ed entrare nel mistero della sua gloria divina. L’ascolto che la voce divina chiede indica la sequela del figlio dell’uomo, fino alla sua passione.

Essi dovranno poi tacere riguardo a questa visione, fino alla resurrezione. Infatti il mistero contenuto nella trasfigurazione non si può comprendere se non in relazione all’evento della morte e resurrezione di Gesù (v. 9).

 

 

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti)

Momenti di trasfigurazione…la consolazione di Dio appare in un momento e poi passa…ci è mai capitato?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  • Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 9,2-10. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisce l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché”   ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Subito dopo la proclamazione messianica di Pietro e l’annuncio della passione da parte di Gesù, che supera e ribalta le aspettative di Pietro.  Ciò che sta per accadere ha dunque a che fare con il mistero della passone e morte di Gesù. I discepoli sono soli con Gesù, in disparte.

La persona di Gesù è un mistero per gli stessi discepoli che vivono con lui. Sono anch’io attratto e affascinato da questo mistero? E a volte turbato da quanto tale mistero supera le mie aspettative?

  • Quale luogo?

Siamo su un monte altissimo, che richiama il dono della legge sul monte Sinai o l’incontro di Elia con Dio sul monte Oreb. Non a caso sono i due personaggi con cui dialogo Gesù nella visione. Qual è il mio monte dove incontro Gesù? La Scrittura, rappresentata da Mosè ed Elia, mi mette in rapporto col mistero di Cristo?

 

  • Che cosa accade?

Gesù si trasfigura e risplende della gloria stessa di Dio. La nube indica la presenza di Dio e la voce dalla nube descrive Gesù come il messia atteso dal popolo, il Figlio prediletto dal Padre.

Pietro ha paura e pretende di gestire la situazione, facendo delle capanne.

Ho anch’io paura come Pietro quando incontro Dio nella mia vita? Pretendo di controllare e gestire questo incontro, invece di seguire Gesù abbandonandomi a lui?

 

  • Quale rivelazione su Gesù?

I discepoli si dovranno ricordare questo momento di gloria sublime quando Gesù vivrà la passione e la morte in croce a Gerusalemme. Egli è il Figlio di Dio, chiamato a compiere le Scritture dell’Antico testamento, come messia di Israele, proprio dentro la sua umanità sofferente sulla croce.

I discepoli infatti non vedono più se non Gesù solo, nella sua umile umanità.

Sono scandalizzato dall’umiltà di Gesù uomo e dalla sua croce, o sono disponibile a seguirlo su questa strada?

 

                                                

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare e omelia I Quaresima

 

-I Quaresima Anno B Mc 1, 12 – 15

I domenica di Quaresima Anno B Omelia

 

Mc 1,12-15

Gesù tentato nel deserto

Il messaggio nel contesto

 

IMPORTANTE: questa breve contestualizzazione e spiegazione del brano evangelico serve da preparazione remota per l’accompagnatore, prima dell’incontro. Si tratta di mettersi in preghiera personalmente, leggere il brano evangelico e poi approfondirlo con attenzione. Le considerazioni svolte sotto non sono da “ripetere” ai partecipanti, ma da tenere presente durante l’incontro.

 

Il testo di Marco che la liturgia ci presenta è suddiviso in due parti: il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto e un sommario dell’attività ministeriale di Gesù (vv. 14-15).

Il racconto delle tentazioni segue il battesimo di Gesù nel fiume Giordano, collegandosi ad esso

sia per il rapido movimento con cui si susseguono i due eventi, segnalato dall’avverbio «subito», sia dalla menzione dello Spirito Santo che scende su Gesù in forma di colomba e poi lo sospinge nel deserto per essere tentato.

Gesù, solennemente dichiarato come Figlio dalla voce celeste dopo il battesimo ora deve essere messo alla prova per confermare la sua adesione a questo statuto. Che si tratti di una volontà divina è sottolineato dal verbo «sospingere», che ha per soggetto lo Spirito Santo, e che connota un’azione improvvisa e quasi violenta.  Il deserto è dunque il luogo della prova (cf. Dt 8,2), che ricorda i quarant’anni del popolo nel deserto (Dt 9, 9; Es 34, 28) o i quaranta giorni di Elia prima di arrivare al monte Oreb (1 Re 19, 8).  Egli è il messia di Israele, che è tentato come Adamo, ma a differenza sua, rimane fedele e vive in un’armonia cosmica (cf. Is 11,8), come una nuova comunione tra cielo e terra, segnalata dalla presenza delle bestie e del servizio degli angeli

Nei successivi versetti il narratore introduce il contesto spazio-temporale dell’azione ministeriale di Gesù, che inizia per la prima volta qui.  Giovanni il Battista è appena stato arrestato e probabilmente diventa particolarmente pericoloso rimanere in Giudea e Gesù si sposta in Galilea. Tuttavia non viene qui specificato il motivo dello spostamento di Gesù; il lettore deve intuirlo dal fatto che la Galilea sarà la terra in cui Gesù risorto precede i suoi discepoli (16,7) e in cui risuonerà il primo annuncio della resurrezione. Si può quindi intuire che Gesù, compiuto il tempo della preparazione caratterizzato dalla missione del Battista, inizia il suo ministero di annuncio proprio in Galilea, da dove l’annuncio del vangelo sarà propagato dopo la sua resurrezione. Il tempo delle promesse è infatti ormai compiuto (v. 15) e Gesù proclama la vicinanza del Regno di Dio. Con Gesù è giunto l’oggi in cui si riceve il centuplo (Mc 10,30), il tempo della maturazione dei frutti (cf. 12,2), il compimento di tutte le speranze contenute nelle promesse dell’Antico Testamento. Si tratta del Regno di Dio che è giunto e si sta propagando, a partire dall’annuncio stesso di Gesù e dalla sua persona, piccolo seme destinato a fare frutto (cf. Mc 4,11). L’invito conseguente di Gesù è di convertirsi, cambiare mentalità e credere al Vangelo (15).  C’è un Regno di Dio che è instaurato nella presenza del Figlio di Dio, in una nuova creazione nella quale entrare con la conversione.

 

 

Come realizzare concretamente l’incontro?

 

Collocazione spaziale: è bene curare particolarmente la collocazione spaziale dei partecipanti all’incontro. È opportuno scegliere configurazioni geometriche che favoriscano la percezione dei partecipanti di trovarsi coinvolti allo stesso livello e senza distinzioni gerarchiche con gli accompagnatori (meglio un cerchio di sedie che un tavolo “da relatore” con le file di sedie davanti),

 

durata: 1h (tutte le indicazioni temporali sono puramente indicative dei rapporti che dovrebbero stabilirsi tra le fasi dell’incontro, ma non sono da prendere alla lettera)

 

  1. Ricordiamo la vita.   (15 minuti) Le prove della vita come passaggio…verso un di più, una novità… lo sperimentiamo?

Questa domanda ha l’obiettivo di coinvolgere i partecipanti al gruppo di preghiera a partire dalla loro vita. Deve essere posta in modo molto informale e quasi naturale, come se l’incontro non fosse ancora iniziato realmente. L’accompagnatore sa invece che con questa domanda i partecipanti iniziano a condividere le loro esperienze dentro al contesto interpretativo del racconto evangelico.

 

  • Leggere con attenzione il brano del Vangelo (almeno due volte) e soffermarsi su una parola che colpisce: Mc 1,12-15. (10 minuti)

 

La lettura può essere condivisa, un versetto a testa, perché il tesoro della parola sia concretamente partecipato da tutti, allo stesso livello. Poi si danno cinque minuti per scegliere una parola che colpisca l’attenzione e la curiosità di ciascuna persona e per condividerla, uno dopo l’altro.

 

 

 

  1. Iniziare un dialogo un po’ più approfondito a partire dalla lettura (30 min)

Partendo dalla condivisione della parola si può invitare qualcuno, che sembra un po’ più estroverso e a suo agio nel gruppo, ad esplicitare il “perché” ha scelto quella parola. A questo punto si aiutano anche gli altri, ponendo delle domande, a condividere le loro impressioni e valutazioni.

Alcune domande possono essere poste, senza pretendere di seguire un ordine logico preciso, ma seguendo le intuizioni condivise dai partecipanti.

Può essere utile partire da domande riguardanti luoghi, personaggi, verbi. Si tratta non solo di aiutarli a comprendere il testo, ma anche a condividere la loro vita, identificandosi nei personaggi.

Ecco uno schema possibile di domande:

 

  •  Qual è il tempo in cui avviene l’azione?

Subito dopo il battesimo Gesù è spinto dallo Spirito Santo nel deserto, per mettere alla prova quell’identità di Figlio che si era rivelata nella scena precedente.

Lo Spirito Santo spinge anche me, dove spesso non vorrei. Ne sento l’azione e il richiamo?

  • Quale luogo?

Il deserto è luogo della prova, ma anche dell’incontro con Dio, per Israele e per i profeti. Qui Gesù vive la complessa situazione umana, suddivisa tra cielo e terra, tra bisogni, istinti naturali, ispirazioni e consolazioni divine. Egli infatti sta con le bestie e gli angeli lo servono.

Il deserto, luogo della prova, ci mette a contatto con la nostra umanità, fatta di corpo e spirito. Quali luoghi di deserto nella mia vita? So prendere contatto con il mio corpo e con le esigenze profonde del mio spirito, mentre sono afferrato dalle tante preoccupazioni?

  • Che cosa accade?

Gesù viene tentato da Satana nella sua natura umana ma ne esce vincitore con l’inizio del suo ministero in Galilea.

Il deserto è anche luogo per svelare le tentazioni. In che cosa mi sento tentato in questo periodo?

  • Quale rivelazione su Gesù?

Con il suo ministero e il dono dello Spirito Santo Gesù inaugura il Regno di Dio. Egli è il Figlio che mostra nella sua persona una misteriosa comunione tra il cielo e la terra.

Chi è per me Gesù, Figlio di Dio, e come seguirlo?

 

 

                                                

Condivisione della vita nella preghiera (5/10 min). L’ultimo passo, dopo la condivisione della vita, è invitare ad una breve preghiera, magari formulata inizialmente dall’accompagnatore. Qualche minuto di silenzio può aiutare a far risuonare la vita e la Parola condivise e raccogliere alcuni elementi che possono essere stimoli per una preghiera. Il partecipante che non intende pregare sentirà comunque che la propria condivisione è stata ascoltata e che la sua vita è stata messa davanti a Dio nella preghiera di altre persone.

 

 

 

 

 

 

Lettura popolare e traccia di omelia per Domenica VI TO Anno B

 

Lettura popolare VI TO Anno B (Mc 1,40-45)

VI TO Anno B

Oggi il verbo “imitare” non va più di moda, perché ognuno di noi pretende di essere originale. Ed è una pretesa giusta! Eppure l’invito di Paolo può essere ancora attuale: “Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”. Non si tratta infatti di un’imitazione esteriore – tra l’altro sarebbe assai arduo vivere come San Paolo, non trovate? – si tratta invece di vedere in lui un modello spirituale, che rispecchia Cristo stesso. “Fate tutto per la gloria di Dio e non per interesse”: questo è il nucleo spirituale, fare le cose per Dio, per la gloria che, tradotto, significa il suo amore. L’amore è il contrario dell’interesse, del dare per avere, del contraccambio…

Troviamo una figura di questo amore nel racconto evangelico di oggi, in cui il miracolo della guarigione del lebbroso nasce dalla compassione, ossia dall’amore misericordioso di Gesù. Il verbo con cui in greco si esprime questo sentimento richiama il sommovimento interno delle viscere di una mamma, quando il proprio figlio è in pericolo. Quello stesso verbo è attribuito a Dio nell’Antico Testamento quando interviene per salvare il suo popolo Israele dai suoi nemici: è una specie di tenerezza struggente, che ha la forza di un cuore paterno e la delicatezza della mamma.  Questo è l’amore che muove Gesù, al vedere le piaghe del lebbroso, fino all’atto estremo di toccarle, atto proibito dalla legge – come abbiamo visto nella prima lettura –. Ma Gesù va oltre la legge, perché quell’impurità non ha alcun potere di fronte alla forza dell’amore di Dio in lui. Egli arriva a toccare la piaga, a prendere su di se la malattia, farsene carico, per distruggere la morte con la sua solidarietà. In effetti la lebbra era una malattia terribile non solo per gli effetti fisici, ma anche perché isolava una persona dalla comunità e con questo tocco Gesù vince non solo la morte fisica, ma anche l’isolamento, la morte sociale.

Paolo ci invita ad imitare, secondo la nostra particolare misura, lo smisurato desiderio di bene che motiva il ministero di Gesù a favore dei piccoli e degli ammalati. Come comunità cristiana dobbiamo esercitarci anche noi, senza paura, a toccare le piaghe degli uomini, mossi non da interesse, ma dall’amore misericordioso. Penso almeno a tre categorie: anziani, famiglie e giovani.

  1. Quanti anziani soli nei condomini attendono soltanto un saluto, un sorriso, qualche chiacchera o qualche attenzione o piccolo servizio da parte dei vicini di casa. Penso anche a tante persone non autosufficienti che non riescono a venire a messa ma lo desidererebbero e magari hanno figli o parenti lontani. Basterebbe così poco, che qualcuno nel condominio le accompagnasse a messa…
  2. Molte famiglie vivono situazioni di disagio, economico, sociale o educativo nei confronti dei figli. Sappiamo metterci in ascolto con discrezione di queste situazioni? Abbiamo paura di confrontarci con la sofferenza degli altri o sappiamo toccarla con amore? Basterebbe a volte anche poco, lo sforzo di mettersi in rete tra famiglie, sia a livello di vicinato o come genitori, magari segnalando i casi più gravi alla parrocchia.
  3. Quanti adolescenti, dopo la scuola e le varie attività sportive, avrebbero bisogno di spazi dove stare insieme con libertà, con un occhio benevolo nei loro confronti, dove impegnarsi in vari hobby e giochi… ma non li trovano. Come parrocchia potremmo offrire, altre ai gruppi di aggregazione, anche un oratorio…ma ci sono adulti volontari che potrebbero dare qualche ora alla settimana per sistemare le strutture e controllare i ragazzi? Eppure sarebbe un’opportunità straordinaria per sottrarre gli adolescenti al pericolo di compagnie cattive, droga, alcool, perdite di tempo al bar… per educare le giovani generazioni all’impegno, all’onestà, alla legalità.

Certo non possiamo risolvere i problemi del mondo, ma sappiamo che Gesù guarisce perché Dio passa attraverso la sua parola: sii risanato; sottinteso “da Dio”. Abbiamo fiducia, come comunità cristiana, che attraverso la carità, espressione concreta della nostra fede, passa la potenza di Dio che può risanare e guarire la società.