Le quattro regole di Gesù educatore (Omelia XXVIII TO Anno B)

 

Le quattro regole di Gesù educatore

 

Ogni tanto capita ai professori di sentirsi fare delle domande particolari dai ragazzi, domande che rivelano intelligenza, sensibilità, desiderio di sapere, di conoscere. Nonostante si pensi spesso male degli adolescenti di oggi, in realtà non è poi così raro che questo accada anche oggi.

Ma nel cuore di ogni ragazzo, adolescente, ma forse anche di ogni uomo, non è sempre facile distinguere e separare il desiderio autentico di sapere dal desiderio di essere ammirato, lodato, stimato per una bella domanda.

Mi sembra un po’ questa l’ambiguità di questo tale, che era un giovane, come ci mostra l’evangelista Matteo, perché fa tutta una sceneggiata inginocchiandosi platealmente ai piedi di Gesù, per poi pronunciare la classica (ma non per questo scontata!) domanda del discepolo al suo rabbi: qual è la strada per ereditare la vita, che nel mondo giudaico equivaleva alla Legge di Mosé che dona la vita al popolo e la sua autentica interpretazione.

Gesù si comporta come un buon educatore dovrebbe fare a questo punto: evitare di mostrare di essere gratificato da questa domanda. A quel punto infatti il ragazzo non avrebbe più potuto capire se seguiva Gesù per gratificarlo e quindi essere gratificato o perché davvero voleva seguirlo. Gesù non lo lega quindi a sé stesso, ma lo rimanda alla propria coscienza e alla propria volontà profonda di seguire la via di Dio, i comandamenti. È solo a quel punto, quando il ragazzo prende contatto con il suo desiderio vero, non quello di essere gratificato perché gli altri sono contenti di lui, come fanno i bambini e gli adolescenti, ma quello di incontrare Dio nel proprio cuore, un desiderio profondo e vero, da adulto.

Lo sguardo di Gesù intuisce le potenzialità di dono, di amore che sono in Lui. Gesù lo ama guardandolo, ossia tira fuori con il suo sguardo, tutto l’amore che c’è dentro di Lui e valorizza la sua ricerca, la sua volontà profonda, il suo autentico desiderio. sapienza, il suo amore come pienezza della nostra vita. Anche qui Gesù si mostra educatore, non si lascia scoraggiare: pur conoscendo bene tutti gli ostacoli, tutti i condizionamenti che ci sono esterni e interni nella vita di questo giovane, Gesù non teme di fargli una proposta alta e bella, sulla spinta di questo amore: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Quindi le caratteristiche di Gesù educatore sono:

  1. fa una proposta dentro ad una relazione con questo giovane. Non una proposta teorica, astratta, ma un’esperienza di Dio nella vita, attraverso il dialogo, l’amicizia, la comprensione del cuore.
  2. si tratta di una relazione libera tra il giovane e Gesù È il desiderio di Dio che sta orientando questo ragazzo a seguire Gesù e non un movimento affettivo disordinato ed egocentrico. Così l’educatore può stimolare il desiderio di Dio, la ricerca personale, facilitando il lavoro dello Spirito Santo. Il lavoro dell’educatore è per 60 per cento rimuovere gli ostacoli del cuore e 30 per cento predisporre le occasioni e i contesti per incontrare Gesù. Solo il 10 percento lo fanno le sue parole, nel cuore del giovane.
  3. Gesù non ha paura di essere ad un livello troppo alto né di scontrarsi con delle difficoltà interiori del giovane. Sa discernere le potenzialità della persona e anche i suoi attuali limiti. Per cui accoglie i tempi di Dio: se non è adesso, sarà tra un po’ o quando, nel mistero del cammino di ciascuno, Dio vorrà.
  4. Gesù sa affrontare il fallimento di essere lasciato. Un buon educatore e catechista sa di non essere il centro e quindi sa offrire il ragazzo o la ragazza a Dio, sapendo che il seme, quando Dio vorrà, potrò portare frutto. A Dio nulla è impossibile!
Annunci

Metterci la faccia (Omelia XXIV TO Anno B)

 

Qualche giorno una rivista internazionale ha pubblicato in copertina la foto della faccia di un noto politico italiano.

Nel mondo dell’immagine la faccia è tutto…c’è una cura dettagliata delle espressioni del corpo, dei vestiti, perché ad esempio un politico possa colpire il proprio target elettorale.

Nella lettura di Isaia troviamo invece la testimonianza di un servo di Dio, espone la propria faccia agli insulti e agli sputi, la guancia a coloro che strappano la barba… senza alcun sostegno umano. Lo sguardo degli uomini attorno a lui sembra unanimemente negativo e giudicante. Si tratta di uno che perde la faccia, radicalmente e senza mezzi termini.

Se un politico ci mette la faccia, perché sa che ci sarà qualcuno che lo difenderà, sa di avere consenso e dunque forza, invece questo servo sembra assolutamente solo e indifeso. È come se quest’uomo avesse scelto di accettare la propria debolezza, di non averne più paura e dunque di non difendersi più dagli occhi indagatori e accusatori degli uomini. Ma da dove trae costui la sua fiducia, il suo potere se non c’è nessuno che lo segue, lo difende o almeno lo compatisce? Lo afferma egli stesso dicendo di sapere di non restare deluso, perché il Signore Dio lo assiste. Questa è l’esperienza di un profeta, ossia di uno che ha dato a Dio talmente tanto spazio nel suo cuore, che non ha più paura della propria debolezza, l’ha accolta e accettata e ha imparato ad esporsi per amore. Egli infatti sa che l’ultima parola non appartiene al potere umano, cioè al sostegno degli altri uomini, ma appartiene solo a Dio.

È questa anche la logica esigente e fiduciosa di Gesù, che affronta con coraggio il suo cammino verso Gerusalemme, in cui subirà proprio il destino del misterioso servo di Isaia. Egli sa di non avere protettori potenti, sa di non poter contare su gruppi armati, su eserciti, su partiti ecc. ma solo sulla forza di Dio e del suo amore, che si esprime misteriosamente nella resurrezione. È una forza che non opera attraverso mezzi umani o naturali, che non scardina gli equilibri di potere in modo meccanico, che non si esprime in forma magica per impedire in extremis il disastro e condurre la storia al lieto fine. È una forza che più radicalmente può trasformare il male, in un bene più grande, anche se misterioso e in parte invisibile, come l’amore.

È la forza dei martiri: di persone come d. Pino Puglisi, di cui è stato commemorato il 25esimo anniversario. Non era un prete antimafia, era un parroco e basta. Un prete normale che nel suo desiderio di aiutare i ragazzi si è trovato davanti a forze più grandi di lui. E ha scelto di non avere paura. Di parlare chiaro. Di essere un segno, magari debole, ma non ambiguo. Hanno vinto i mafiosi? Apparentemente si, perché d. Pino è stato assassinato. In realtà no, perché d. Pino è e sarà sempre modello in grado di ispirare ed educare tutte le future generazioni!

Questa è la forza della resurrezione, una forza che ci attraversa già e che opera nella storia. Non è qualcosa di eccezionale, anche se ho citato una personalità eccezionale, come quella di Pino Puglisi. Essa infatti si trova all’opera in ciascuno di noi: quando nel lavoro ci comportiamo con generosità, guardando più al fine comune del nostro lavoro che alla carriera personale; quando nel sociale ci comportiamo con onestà, anche se in molti casi avremmo comode occasioni per agire a nostro vantaggio senza troppe ripercussioni; quando nelle relazioni cerchiamo sempre la strada della riconciliazione e del bene, anche se fare il primo passo appare costoso e forse ingiusto.

In tutti questi casi la resurrezione è già all’opera nel nostro cuore, e ci dona la libertà e la fantasia di agire solo per amore.

Omelia XXII TO Anno B

Il precetto umano non ci libera, ma ci schiavizza. È come un pozzo a cui vai ad attingere ma per quanto tiri su, il secchio non arriva mai. Il comandamento di Dio, la Parola di Dio, invece è come un canale che fa passare l’acqua nel deserto e ti porta da bere. Esso preserva le condizioni di trasmissione della vita!

 

 

 

Con il ’68 la società si sarebbe liberata dalle imposizioni e dai precetti. Infatti sono scomparsi i precettori, e gli insegnanti a scuola hanno incominciato a non dare più i compiti a casa. I ragazzi potevano uscire più facilmente e incontrarsi in discoteca e vivere più liberamente.

Ma forse ci siamo illusi di essere davvero più liberi. Sì, perché i precetti di prima, sono stati sostituiti da altri precetti, anche più pesanti. Oggi quanti precetti abbiamo, con i quali cerchiamo di allentare le nostre tensioni ansie e paure! Siamo peggio dei farisei del tempo di Gesù… indico tre grandi ambiti di precetti, di norme solo umane.

Salutismo: preoccupazione continua per il proprio benessere, fisico e alimentare…che va oltre il ragionevole, diventa un assillo, una preoccupazione continua…non è più qualcosa che dona la vita, ma che la schiavizza.

Perfezionismo: soprattutto al lavoro, chiediamo il massimo a noi stessi…stabiliamo dei precetti, di dover terminare quel lavoro lì per farlo bene, per non pensarci più…e poi magari non riusciamo e rimaniamo ansiosi. Questo succede spesso in famiglia, ai genitori ma più spesso oggi ai nonni. Succede di sentirsi obbligati a dare una serie di servizi ai propri cari, fino al punto che se non li diamo ci sentiamo inutili, mancanti e se li diamo finiamo per essere totalmente assorbiti.

Consumismo: ogni oggetto che noi desideriamo è spesso frutto di un’imitazione, di un bisogno indotto dall’esterno. Obbediamo a dei comandi che abbiamo interiorizzato inconsciamente e che ci invitano a comperare…noi italiani lo facciamo particolarmente con la telefonia, tanto che abbiamo arricchito le compagnie telefoniche.

Questa è la logica del precetto, non ci libera, ma ci schiavizza. È come un pozzo a cui vai ad attingere ma per quanto tiri su, il secchio non arriva mai. Il comandamento di Dio, la Parola di Dio, invece è come un canale che fa passare l’acqua nel deserto e ti porta da bere.

Gesù fa l’esempio dell’onorare il padre e la madre, che è più importante dell’offerta al tempio Ma perché questo onore?  Perché tu onori l’origine e il dono della vita che hai ricevuto da Dio. Non a caso subito prima di questo comandamento c’è quello del sabato, in cui tu sei chiamato a far riposare te stesso, il tuo corpo, la tua famiglia, i figli e perfino gli animali. Cioè sei chiamato a preservare le condizioni della vita, perché essa possa continuare a fluire dopo di te. Così come la onori prima di te, la preservi e onori dopo di te.

Ecco cos’è il comandamento di Dio, qualcosa che onora e preserva il dono della vita! Anche andare a messa può essere un precetto oppure un comandamento. È un precetto se rimane come un invito esteriore, che dà come unico risultato il fatto che mi sento a posto dopo averlo fatto. È un comandamento se è un modo per alimentarmi della vita stessa di Dio, come dono che discende dall’alto, come dice Giacomo.  Allora è una via per la vita, che ci alimenta in modo da impedire il crescere in noi delle radici di peccato, di cui parla Gesù: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». Lo rendono impuro, cioè gli danno la morte.

Tutti le abbiamo queste radici di peccato. Ma spetta a noi fa prevalere la vita rispetto alla morte, irrigando il nostro cuore ogni giorno con il canale d’acqua della Parola di Dio.

 

Riscattare il tempo

 

Gesù è l’unico cibo che non riempie per poco tempo, ma sazia per sempre.

Egli dona l’unico vino che non da assuefazione, ma dona un’ebbrezza quanto mai sobria.

Egli apre l’uomo alla vita che proviene dal Padre e riscatta il tempo dalle schiavitù.

Cellulare e televisione hanno ormai riempito il nostro tempo. In particolare quando accadono fatti molto gravi di cronaca o di politica siamo sempre bersagliati da notizie, aggiornamenti, dichiarazioni. Si perde quasi di vista la realtà dei fatti, perché l’informazione diventa intrattenimento e finisce per solleticare le corde più basse dei nostri istinti, la curiosità morbosa, la rabbia, quando non addirittura l’odio e questi sentimenti alimentano la fruizione dei contenuti, in cui circolo vizioso, che rischia di avvelenare la nostra vita.

La seconda lettura di oggi ci invita ad assumere la medicina giusta per guarirci da questo avvelenamento del cuore. Ci dice l’autore di questa lettera, che la tradizione attribuisce a San Paolo, di far buon uso del tempo. Ma la traduzione italiana non rende giustizia, perché, detta così, sembra una massima di buon senso, abbastanza banale. In realtà dal testo originale si potrebbe tradurre nel modo seguente: camminate non da stolti ma da saggi, riscattando il tempo opportuno. Il verbo utilizzato è quello di Gesù che con il dono della sua vita riscatta, ossia paga il prezzo del peccato e ci acquista dalla nostra schiavitù per renderci liberi. Così il tempo viene liberato dalle schiavitù e diventa tempo opportuno, nuovo e bello, per poter gustare la presenza di Dio.

Proseguendo nella terapia, l’autore entra maggiormente nei dettagli: non datevi al vino, alle dipendenze, in cui c’è la perdita di voi stessi, ma siate ripieni dello Spirito, intrattenendovi con Salmi, inni e cantici spirituali, lodando e cantando a Dio con tutto il cuore, ringraziando Dio Padre sempre per ogni cosa nel nome del signore nostro Gesù Cristo.

Tutte le cose umane e terrene, se sono prese come un rifugio consolatorio, ci fanno ammalare. Il vino è solo un simbolo, ed esprime tutto quanto ci illude di donarci la vita, ma in realtà ce la toglie. Ci illude di riempirci, in realtà nel soddisfare una pulsione finisce per renderla ancora più insoddisfatta. Più la nostra vita è povera di relazioni vere, più rischia di cadere in questa trappola, alimentata da una società consumistica, in ogni cosa: nel cibo, nell’acquisto compulsivo, nello sport, nella fruizione dei social e di internet, nella pornografia, nel gioco d’azzardo, fino ad arrivare all’alcool e alle droghe.

Non per tutti, ovviamente, la dipendenza è patologica, ma siamo tutti immersi in questo rischio, e per tutti risuona l’invito della lettera agli Efesini: non datevi al vino, ma siate ripieni dello Spirito. Ciò significa che c’è una pienezza, un’ebbrezza, che non proviene dal vino, che non stordisce ed assuefà, ma che libera e rende più acuti ed intelligenti. È una sobria ebbrezza, che si manifesta nel culto condiviso, con salmi, inni e cantici, nel nutrirci della Parola di Dio, che diventa fonte di lode e ringraziamento, fonte di una gioia e di una vita che nessuno potrà mai toglierci. Essa non ci chiude in noi stessi, ma ci apre alla comunione con Dio e con gli altri, facendoci gustare il sapore delle relazioni umane, dell’amicizia e dell’amore.

Chi mangia di me vivrà per me, come io vivo per il Padre. È una catena di relazioni attraverso cui viene trasmessa una vita nuova, che proviene dal Padre attraverso Gesù. Si tratta di un mangiare e un bere, che non riempie solo per un certo tempo, ma per sempre. È un nutrirsi della vita che viene da lui.

Non abbiamo mai tempo per pregare e facciamo fatica a trovarlo per celebrare insieme l’Eucarestia domenicale. Eppure ne perdiamo tanto di tempo! Chiediamo al Signore di riscattare il nostro tempo, di liberarlo dall’ansia e aprirlo al gusto della vita!

Il ponte incrollabile

 

 

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso

 

 

Apocalisse è una parola che ci spaventa. Rimanda all’idea di caos, distruzione, segni potenti di una creazione che si ribella all’uomo e lo distrugge. Un ponte che crolla e porta decine di persone a morire sembra un segno apocalittico. Sembra richiamarci il fatto che l’uomo, pur con tutta la sua scienza e la sua tecnica, è condannato da forze che lo sovrastano.

Eppure se con calma riprendiamo la prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, forse possiamo anche riconsiderare tutte quello che accade nel mondo, anche un ponte che crolla, in modo diverso. Come? Anzitutto nell’Apocalisse non esistono forze negative che sovrastano l’uomo, ma solo positive. Le forze negative sono già state sconfitte in partenza. Tuttavia c’è una situazione intermedia, storica, in cui il sistema terrestre, che si oppone a Dio, cerca di fare più danni possibili, pur essendo già stato sconfitto.  La storia quindi si configura come il frutto di un paradossale contrasto tra una vittoria già ottenuta e una condizione di fatica, limite e dolore.

È proprio la donna dell’Apocalisse ad indicarcelo. Essa ha la luna sotto i piedi, segno di un dominio assoluto sul tempo e di una condizione già celeste, di vittorio ottenuta. La corona di dodici stelle indica il riferimento di questa donna alle dodici tribù di Israele e ai dodici apostoli, cioè al popolo di Dio che ha vinto il male e la morte. Tuttavia essa grida dal dolore nelle doglie del parto, finché non partorisce un figlio maschio destinato a governare il mondo, subito rapito in cielo. Il parto con dolore e il figlio maschio indicano una generazione dei figli di Dio nella storia umana, con un passaggio improvviso e paradossale dal dolore alla gioia, che ricorda proprio il parto naturale. La donna infatti quando il bimbo riposa su di lei, non si ricorda più del dolore attraversato. Questa donna rappresenta la Chiesa che partecipa del mistero pasquale, della morte e resurrezione di Gesù e lo vive nella storia, passando costantemente dal dolore alla gioia e in tal modo partorendo nuovi figli di Dio.

Non c’è evento della storia, non c’è guerra, crisi economica, disastro civile o sociale, che letto alla luce della fede, non venga assunto dal mistero pasquale del Cristo e riscattato radicalmente.

Solo questo ci salva dalla tentazione, ogni volta che siamo davanti ad un evento negativo, o di sentirci sovrastati da forze più grandi di noi o di scaricare tutta la responsabilità sugli uomini. Gli uomini certamente hanno le loro responsabilità. È inoltre vero che esistono aspetti a volte imponderabili e fatali. Ma noi non saremo per sempre prigionieri né negli errori altrui né del fato. Il dolore che viviamo è un parto verso qualcosa di nuovo e di più bello, a cui crediamo nella Speranza.

Questo ci indica oggi la solennità dell’Assunta, applicandolo a Maria. Quello che si dice della Chiesa si può infatti dire anche personalmente di Maria. Lei ha sofferto sotto la croce del figlio e in tal modo è stata resa partecipe del parto dei figli di Dio, accettando di diventare la madre del discepolo amato. La sua assunzione racconta una partecipazione di Maria, della sua umanità e del suo corpo, alla gloria del Figlio, fino in fondo, oltre il deserto, oltre il tunnel del dolore e della morte. Per una vita che non finisce mai!

Maria assunta in cielo ci conduce al ponte davvero incrollabile che unisce il cielo e la terra, suo Figlio Gesù, morto e risorto nel suo vero corpo glorioso.

L’edera rampicante della croce

 

La croce di Gesù, il dono della sua carne per la vita del mondo, è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente.  Quando la pianta fiorisce, anche la casa della nostra vita si adorna dei colori più belli.

 

 

In un convegno internazionale sul dialogo interreligioso, ad un certo punto un relatore apre la pagina del power point con l’immagine di un crocefisso. Subito un brivido di orrore ha attraversato la sala piena di monaci buddisti, alla vista dell’uomo dolorante e inchiodato sulla croce.

Ciò ci può forse stupire ma è assolutamente normale. A noi cristiani occidentali, dopo duemila anni di cristianesimo, la croce e il crocefisso non ci riportano più così direttamente all’estremo realismo di questa sofferenza. Noi pensiamo alle croci bizantine, ai crocifissi di Giotto e via via a tutta l’iconografia cristiana che è arrivata sino a noi oggi e di cui le nostre Chiesa sono piene. Ma c’è stato un tempo in cui i cristiani stessi non raffiguravano la croce, almeno fino al quarto secolo. I simboli che essi condividevano per dichiararsi cristiani erano altri: il buon pastore, il pesce, l’ancora ecc. Poi lentamente si è raffigurato il Cristo bizantino, già glorioso e risorto, e solo dopo si è arrivati al Cristo sofferente. Tanto tempo è stato necessario per poter leggere nel crocifisso un messaggio di dono, d’amore, di speranza.

Questo è un percorso che oggi dobbiamo rifare con gli uomini del nostro tempo. Vedere la croce come un dono d’amore cosa significa? Non c’è forse il rischio di riproporre una forma moralistica di cristianesimo, in cui la croce è la mia sofferenza? Ma che cosa c’è di bello e di utile nella sofferenza? Ancor prima di ascoltarlo, gli uomini di oggi rifiuterebbero questo messaggio. La croce infatti non è la sofferenza nostra…essa è anzitutto, come ci mostra il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, il dono della sua carne per la vita del mondo.

Essa cioè non può essere separata dalla fede nell’uomo Gesù di Nazareth, nella sua carne, ossia nella sua umanità concreta, storica, che ci ha rivelato un modo di vivere nuovo, totalmente decentrato da sé stesso e totalmente rivolto e donato al Padre e agli altri uomini. Così anche la sua morte risplende di questa unicità, essa è dono della sua umanità, della sua carne, dono che trasforma la morte in una rinnovata potenza di vita e di amore.

Quando ero un ragazzo, mi ricordo che ad un certo punto ero ritornato a sentire la presenza di Dio e a credere in Lui, ma mi ponevo delle domande su Gesù di Nazareth, su come possiamo noi cristiani credere che Lui sia Dio. Un giorno, in un momento di ritiro con gli universitari, il primo della mia vita, contemplando il crocifisso ho percepito la dolcezza di Dio, scolpita nel mio cuore. È un mistero di attrazione, che trova nella croce il suo centro e che ci porta direttamente a Gesù come Figlio, al suo rapporto col Padre, al dono dell’amore. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre. È una dolcezza, un amore struggente e tenero, che non si preoccupa di sé ma si sbilancia totalmente verso di noi e ci attira costantemente a Lui.

Questa fede non si raggiunge con i nostri poveri ragionamenti, spesso prigionieri di una logica ristretta, come quella di alcuni dei giudei che mormoravano di fronte alle parole di Gesù. Essa può essere solo sperimentata come il dono della vita, che scaturisce da un amore eterno: alla luce di questa esperienza la nostra riflessione si amplia e anche la croce diventa così un simbolo di vita.

La croce è come una pianta rampicante, che abbraccia ogni angolo e lato della casa e aderisce ad essa strettamente. Quando la pianta fiorisce, anche la casa si adorna dei colori più belli. Come sono belli quei terrazzi che traboccano di fiori e rallegrano lo sguardo dei passanti.

Quella casa è la nostra vita e i terrazzi sono la nostra testimonianza.

Il nutrimento della fede

Dio non ha bisogno delle nostre opere buone, perché è lui stesso che opera in noi per attirarci a Suo Figlio. Questa è la fede, che nasce dalla terra ed è dono del cielo, come la manna. Essa è cibo che nutre e trasforma.

 

Quando i giornali hanno riportato la morte del manager Marchionne, ho condiviso lo stupore e in parte lo sgomento di tanti italiani. Un uomo che ha ottenuto tanti successi imprenditoriali, che ha trasformato con la sua visione e la sua leadership la vita non solo di un’azienda ma della stessa società, è stato portato via così d’improvviso, nel bel mezzo del suo lavoro. Saremmo portati a fare nostra l’affermazione di Qohelet: tutto è vacuità, qual è il senso di tanto daffare in cui siamo immersi?

Anche la nostra vita è continuamente proiettata al di fuori di noi stessi, in tante opere e realizzazioni, materiali e relazionali. In esse noi ci identifichiamo, troviamo una parte di noi stessi nel mondo. Tutta il nostro modo di vivere è un perenne movimento di azione, produzione, impegno lavorativo, aiuto familiare, in cui ci riconosciamo e siamo dagli altri riconosciuti. Ma c’è una parte più profonda di noi, che chiede di essere ascoltata. Una parte che chiede silenzio per fare spazio ad una Parola che non proviene da noi stessi, ma che riceviamo, come nutrimento più profondo.

Dice Gesù alla folla: “Datevi da fare non per il cibo che perisce ma per quello che dura per la vita eterna e che il figlio dell’uomo vi darà.” Se la folla interpreta questo cibo come un fare le opere di Dio, cioè secondo la Legge donata da Mosè sul monte, Gesù invece risponde che la vera opera di Dio è credere in colui che egli ha inviato. In altri termini la vera opera non è ciò che noi possiamo fare per Dio, come se Lui avesse bisogno di noi, fosse anche l’azione più santa, ma ciò che Lui fa per noi e in noi, accendendo la fede nel nostro cuore, nutrendoci di quel solo pane che può alimentarci nel profondo.

Questa riflessione si può ampliare, fino ad interpretare tutta la storia degli uomini e il modo in cui Dio interviene in essa. La storia umana è fatta attraverso opere che trasformano il mondo e a volte lo stravolgono, portando un disequilibrio, una disarmonia tra cielo e terra. Esse sono più spesso il frutto di una volontà di dominio che di una custodia amorevole della creazione. Dio interviene con il dono della manna: essa proviene dal cielo ed insieme è frutto della creazione. Ha un aspetto celeste e insieme profondamente terrestre. Come Gesù che è insieme e inseparabilmente, uomo e Dio. In lui, nella sua umanità, trova sintesi tutta la materia dell’universo, tutta la creazione e tutta la storia. Gesù è la manna, il vero pane proveniente dal cielo, cioè dal Padre. Nella sua umanità tutta la materia e tutta la creazione viene elevata e unita personalmente al Figlio che ci rivela il volto di un Dio buono e misericordioso. In Lui anche tutta la nostra umanità può davvero essere saziata e dissetata: chi viene a me non avrà più sete, mai, in eterno.

È la nostra sete e fame di amore, che solo Lui può saziare, espandendo la nostra persona oltre i limiti delle nostre fragilità, paure e angosce e trasformandoci in un processo lungo e paziente, che dura anni, conosce tempi di salita, apparenti battute d’arresto o addirittura regressioni, si confronta con ostacoli più grandi della volontà, ma alla fine non può non arrivare alla meta, quella di un amore puro e profondo, che non chiede più nulla se non la semplice e costante presenza di Lui in noi. In tutto questo processo di trasformazione non contano tanto le cose che facciamo, ma ciò che noi diventiamo attraverso di esse.

Questa Parola che è Gesù è essa stessa vita, proveniente da Dio e trasforma tutto: essa risuona nel silenzio del nostro cuore, alla lettura profonda del Vangelo, nel respiro del nostro spirito che avverte il dono della Pace.

Chiediamo Gesù-Pace, invochiamolo, attendiamolo con fiducia: non si farà attendere tanto!