Vedi Napoli e poi muori…

Ogni angolo è uno strato di storia che emerge e dialoga con il presente.

Dal barocco maestoso del Gesù nuovo al silenzioso e austero romanico di S. Chiara, fino a giungere, ancora più indietro nella storia alla basilica di San Giovanni maggiore, il cui abside paleocristiano è tuttora ben visibile.

Le varie epoche storiche di sovrappongono e si mescolano, come accade a san Gregorio Armeno, dove un rivestimento ricco e dorato del barocco riempie un complesso risalente al VII secolo. Ancor più radicalmente il complesso monumentale di San Lorenzo mostra le varie età di Napoli, dalla muratura greca e romana alle ricostruzioni medievali, alla basilica sei-settecentesca.

Svevi, Angiò e Borboni hanno lasciato le loro traccie, insieme ai vari ordini religiosi, coi loro santi, Domenicani, Francescani, Gesuiti ecc…

Non si tratta di una ricchezza del passato: tutto a Napoli dialoga con un presente ricco e vitale. Penso soprattutto agli studenti universitari che ho incontrato nella sede centrale dell’università Federico II. Mi è parso di scorgere una potenzialità enorme di futuro in questi giovani vocianti, tra un corridoio e l’altro.

La potenza del Vangelo, che oggi non è diminuita, troverà qualcuno disponibile ad annunciarlo, nel dialogo con questi ragazzi? Sapranno coltivare con responsabilità le competenze che acquisiscono, per il bene della società e non per gli interessi di qualcuno?

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La resilienza a Scampia e non solo…

 

Ieri e oggi ho fatto un po’ di attività coi bambini di Scampia, assieme ad un gruppo di giovanissimi e giovani di una parrocchia di Monza.

Li siamo passati a prendere al Lotto P, detto dei Puffi. Io ho avvisato una mamma che saremmo andati alla Villa (il parco comunale). “Riportatemelo qua” mi ha risposto perentoriamente.

Il bambino, Carmine, di 5 anni, vivacissimo, in un quarto d’ora è riuscito a litigare con altri tre bambini: minaccioso e per nulla impaurito li affrontava con aria di sfida.

La stessa aria che un gruppo di sette bambini, capitanati da Ciro, mostravano nei confronti di altri tre bambini, che non erano del nostro gruppo ma erano colpevoli di averci incrociato in senso opposto (e forse di averli provocati con lo sguardo). I nostri magnifici sette li hanno inseguiti e raggiunti in men che non si dica, ignorando completamente i richiami degli adulti. La scaramuccia è terminata con qualche mala parola scagliata ai tre, che non hanno replicato.

“Perché avete fatto questo?”, chiedo a Ciro”eh quelli gridano da lontano ma da vicino stanno zitti!!!”.

Abbiamo giocato un po’ a calcio. Nel pomeriggio il campo era occupato dai più grandi ma Ciro non ha avuto paura di occuparlo e sfidarli. Alla fine se ne è dovuto andare, ma, per la rabbia,  ha trascinato altri suoi amici e sono scappati via”. Inutili i richiami degli “educatori”.

Questi comportamenti sono una chiara imitazione degli adulti, della legge del più forte imparata col latte materno, di una società adulta in cui domina la prepotenza e chi è in grado di incutere un maggiore timore.

In tutto questo è lodevole l’impegno dei gesuiti e di altre realtà con loro, che si impegnano ogni giorno a creare occasioni formative e sociali, ad invitare giovani e adulti a fare attività. È un segno, forse piccolo, ma sicuramente importante anche per le famiglie di Scampia.

Qualcuno ha già fatto crescere nel proprio cuore il seme di questo annuncio evangelico. Altri semi sono destinati a portar frutto in futuro, secondo i tempi di Dio.

“La sua caratteristica più importante era la resilienza” mi ha detto Daniele, gesuita, riferendosi a Fabrizio Valletti, il fondatore del centro Hurtado.

Resilienza è la capacità di ripartire ogni volta, quando la scorza della realtà sembra troppo dura per essere scalfita.

Il punto di vista di Dio

Se dovessimo scrivere un racconto della nostra vita, ci metteremmo i successi e le cose che ci rendono importanti di fronte agli altri.

Non è questo il modo con cui Dio scrive la Sua storia. Il suo punto di vista è quello dell’uomo mezzo morto sul ciglio della strada. Solo lui può vedere quello che i passanti fanno, vedendo e andando oltre. Solo lui può conoscere le azioni del buon samaritano, che gli si avvicina, e si prende cura di lui.

Solo lui può apprezzare lo sguardo di tenerezza di colui che si è messo nei suoi panni. È la tenerezza che parte dalle viscere profonde dell’amore, che sa vedere in ogni uomo un piccolo bambino bisognoso di tutto, e soprattutto desideroso che le sue ferite vengano curate e guarite.

Un bambino che si muove su un triciclo, in una strada sgangherata, piena di rifiuti, e ha bisogno di stima e incoraggiamento.

 

Museo di Capodimonte

Questa foto mostra il panorama che si osserva dal giardino reale di Capodimonte. Si nota il porto di Napoli e le diverse cupole delle Chiese del centro città.

Con un amico biblista che insegna alla facoltà teologica di Napoli abbiamo fatto una bella passeggiata, visitando anche il museo di Capodimonte e la mostra del Caravaggio installata in questi giorni, aperta al pubblico. È il Caravaggio maturo, quello del periodo napoletano, venato da una sfumatura drammatica, come nella celebre flagellazione di Cristo.

Un’attrice vestita con i costumi dell’epoca ci ha portato dentro l’ambiente di corte di Carlo e Federico, sovrani Borboni che hanno costruito e abitato la residenza.

Un pizzico di nostalgia traspariva dalle parole dell’attrice, come se davvero il popolo napoletano, con la fine dei Borboni, abbia perso qualcosa della sua gloria.

Tornando a Scampia osservavo le Vele e i palazzi e ho compreso: la borghesia napoletana ha voluto Scampia, dopo i terremoti, per isolare la massa e impedire ad essa di disturbare il Vomero, il quartiere dei ricchi.

Senza servizi. O meglio solo con quelli necessari alla sopravvivenza, perché non uscissero da li. Perché si autogovernassero, in mano alla camorra, o meglio si autodistruggessero.

Un esperimento da campo di concentramento.  Che tuttavia ha generato, insieme a criminalità e sottosviluppo, anche realtà sociali di servizio e voglia di riscatto.

 

 

 

 

 

Scampia, campo rom

Ieri ho iniziato a lavorare al campo rom di Scampia.

Insieme con Michael, gesuita scolastico di Malta, abbiamo aiutato Mile, un “operaio edile” della comunità rom, a ricostruire la baracca di Biserca una donna di 32 anni con 5 figli rimasta sola e che sta dormendo da due settimane all’addiaccio.

Mentre aiutavo a montare finestre o lamiere del tetto, Biserca mi ha fatto vedere le foto del funerale del babbo. Poi abbiamo chiacchierato un po’ e ho fatto amicizia coi suoi figli e con altri bambini del campo.

Come si vede dalla foto, le baracche si sviluppano sotto la sopraelevata dell’asse mediano e sono così più protette da pioggia e vento. L’elettricità è ottenuta tramite dei fili che si collegano ai lampioni del viadotto, non più funzionanti. L’acqua è attinta dalle tubature dell’acquedotto che arrivano ad una scuola confinante.

Tutto intorno tanti rifiuti, che non provengono solo dai rom,  si accumulano paradossalmente proprio intorno ad un’isola ecologica con molti mezzi di trasporto dell’azienda pubblica per la nettezza urbana.

La vita di questa comunità rom sembra scorrere tranquilla, in mezzo a tanta precarietà. Eppure i problemi non mancano. I figli sono tanti e gli adulti sembrano non lavorare granché. Furti e accattonaggio costituiscono probabilmente  la fonte maggiore di introiti economici.

Qualche mese fa la casa di Biserca era andata in fumo. L’incendio è stato appiccato da esterni o da qualcuno nel campo rom?  Certamente le rivalità e i dispetti tra di loro non mancano, ma  l’odio alberga anche nel cuore dei parrocchiani: uno di loro, sapendo che saremmo andati ad aiutare nel campo ha detto: “portatevi un accendino e una buona tanica di benzina…”

Poi, vedendo il mio sgomento in faccia, si è messo a ridere: “Era solo una battuta”.

Proprio una bella battuta, buon uomo!

 

Il bosco di Scampia

 

 

 

Dove ci troviamo in questa foto? A Villa Borghese a Roma? O a Villa Ada? O sulla via Appia?

Siamo nel cuore di Scampia a Napoli. Si tratta del parco comunale, intitolato a Ciro Esposito, un tifoso del Napoli morto a Roma durante una partita allo stadio. Questo parco è una specie di Circo massimo moderno, pieno di alberi e di verde pubblico, ben curato, intorno al quale si sviluppano i complessi residenziali famosi di Scampia, come ad esempio le Vele.

Ciò che mi ha più colpito ad un primo impatto visivo è stato proprio questo parco e i ragazzi che giocavano a calcio: segno di una immaginario diverso da quello che i media hanno costruito  su Scampia; segno di una vita normale, di un possibile equilibrio umano e sociale anche in un quartiere difficile come questo.

 

 

 

 

 

 

 

Cos’è il cielo? Una metafora…(omelia sull’Ascensione di Gesù)

 

Cos è il cielo? È una metafora…il cielo di per sé non esiste, perché se andiamo nello spazio l’azzurro diventa buio e l’uomo non può sopravvivere. Il cielo vero, quello che indichiamo quando parliamo di Gesù “asceso in cielo” lo ha creato lui, Gesù stesso, con la sua resurrezione. Prima non esisteva, è il luogo creato dal suo corpo umano risorto, che domina tutta la storia nella piena comunione con Dio Padre. È da questo luogo che Gesù governa la terra e manda i suoi discepoli a testimoniarlo.

“Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra.”  Questo invio di Gesù implica tre cose.

  1. lui ci manda, ci invia. Il nostro essere cristiani non viene da noi, non è una scelta nostra, originariamente. Ma è un dono che abbiamo ricevuto e un invio verso la missione, con tutta la nostra vita. Di fronte agli scoraggiamenti, al senso di impotenza che ci afferra, dobbiamo riaffermare che la missione non dipende da noi, non è una scelta nostra, ma è un dono che abbiamo ricevuto da Gesù risorto.
  2. Lui è il contenuto della nostra testimonianza. Pensiamo di dover dire chissà che cosa o spiegare o insegnare: niente di ciò, ma mostrare con la nostra vita e gioia la potenza della resurrezione di Gesù.
  3. Lui testimonia in noi e attraverso di noi, con quella misteriosa attrazione che viene dalla segreta gioia della lode di Dio. I discepoli stavano sempre nel tempio lodando Dio. La preghiera era il modo privilegiato per entrare in contatto con Dio, proprio dentro alle fatiche, alla difficoltà, al senso di solitudine che li afferrava perché il loro maestro non era più con loro. Quella preghiera li ha portati ad accogliere il dono dello Spirito e a partire per una missione fino ai confini del mondo. A volte qualcuno si lamenta perché si fanno meno cose, non ci sono proposte spirituali, non si prega…grazie a Dio se ci sono questi desideri personali e comunitari di pregare di più. Allora invece di lamentarsi e attendere sempre che qualcun altro, vescovo, prete o diacono che sia, debba prendere l’iniziativa, perché non iniziare davvero a pregare insieme? La Chiesa siamo tutti ed è di tutti…tutti siamo responsabili perché la preghiera e la lode di Dio possano sempre rilanciare la nostra iniziativa e il nostro entusiasmo missionario, che deve arrivare fino ai confini del mondo.

Fino ai confini del mondo? Cosa significa? Non è solo relativa alla geografia…ci sono confini temporali, confini spirituali e confini relazionali che noi ogni giorno attraversiamo. La nostra missione deve giungere in ogni angolo della nostra giornata, del nostro tempo, deve attraversare la consapevolezza di ogni più piccolo gesto del quotidiano, dal fare la spesa, al badare i nipotini, al programmare le vacanze. In ogni cosa entra Dio, con il suo amore, la sua presenza, e ogni cosa fatta con questo Spirito diviene testimonianza.  Poi ci sono i confini spirituali, quelli delle nostre zone d’ombra, oscure: dei nostri sensi di colpa, delle nostre angosce e ansie, delle nostre tristezze e malinconie. Anche lì deve arrivare la sua testimonianza, per afferrarci dal più profondo del nostro cuore e portare la luce e la gioia della resurrezione. Infine ci sono i confini relazionali: relazioni che si sono lacerate e che possono essere rinnovate e ricucite, se non altro con la disponibilità del proprio cuore ad aprirsi e a pregare per le persone verso le quali si ha qualche difficoltà nel rapporto. Anche e soprattutto la pazienza e la mitezza nel ricucire artigianalmente ogni giorno le relazioni e l’amore, e nel portare la pace e la serenità sono una testimonianza di Lui, che arriva fino ai confini di ogni cuore.

Maria aiutaci tu, con la tua preghiera, a dominare tutte le potenze di divisione che ci sono in noi e tra noi, e ad arrivare fino ai confini del cuore, di ogni cuore!