Giovani e poveri: due scelte coraggiose per una parrocchia

Parrocchia crocifisso dei miracoli, via Umberto, pieno centro storico di Catania. Il titolo della parrocchia nasce da un immagine sacra del crocifisso, che situato lungo la strada, ha generato fin dai primi del novecento una devozione popolare. Essa è sempre stata amministrata dai gesuiti.

Oggi vi fanno riferimento non solo gli abitanti del territorio parrocchiale, circa 4000, ma anche molte persone che frequentano il centro storico, per lavoro o per la scuola dei figli, e che hanno scelto questa come la loro parrocchia di adozione. Ciò mostra, se mai vi fosse bisogno di ulteriori prove, che oggi la mobilità è, anche nei territori a forte tradizione culturale cristiana, come quello catanese, un elemento decisivo, che condiziona la scelta e l’appartenenza ad una comunità cristiana, sia essa di movimento/associazione o parrocchiale. La mobilità non va intesa solo in senso funzionale, ossia secondo la comodità del servizio alle persone, per orari e geografia, ma anche e soprattutto in senso vocazionale, ossia per il fatto che le persone sono disponibili a spostarsi, dove si sentono accolte e percepiscono un guadagno interiore e spirituale.

Si tratta indubbiamente di una comunità fortunata, per la presenza di 6 padri, di cui 5 sacerdoti, tra giovani e anziani, in grado di coprire una vasta gamma di attività pastorali, da quelle ordinarie, come le messe, le confessioni, i sacramenti e le visite agli anziani e ammalati, a quelle specifiche, come il cammino degli esercizi per le famiglie, gli evo (esercizi spirituali nella vita ordinaria) per i giovani, la pastorale giovanile e la catechesi con il Meg (Movimento eucaristico giovanile). Ogni settimana ci sono due diversi appuntamenti per la lectio divina (il lunedì sul vangelo domenicale, il venerdì come lectio continua di un libro biblico). Una volta al mese ci sono incontri per il discernimento spirituale. Accanto ai padri un buon numero di laici sembra coinvolto e partecipe, a vari livelli di protagonismo. Al cuore di tutta la pastorale emerge l’ascolto della Parola e il discernimento spirituale.

Due scelte mi sono sembrate particolarmente sagge e forti, per questa comunità, perché aprono un orizzonte pastorale che, come direbbe Papa Francesco, è di periferia. La prima scelta è stata quella di offrire alcuni spazi parrocchiali, almeno tre sale grandi, ai giovani studenti universitari (qui molto presenti per via dell’importanza dell’ateneo catanese), per lo studio. Un gruppo di circa 40/50 persone vi si ritrova abitualmente per studiare e fare pausa insieme e altri girano intorno e si aggregano. Una persona, uno dei padri, una sorella, qualche laico formato, sono disponibili per colloqui personali.

 

L’altra scelta è quella di aver aperto un ulteriore spazio per la mensa e per il dormitorio dei persone senza fissa dimora, chiamato Spazio Erwin, dal nome di un clochard morto assiderato in pieno inverno nei pressi della parrocchia.

Giovani universitari e poveri: i primi se ne andranno al termine dell’università, i secondi passano e vanno a seconda delle necessità e della possibilità di trovare un lavoro e uscire dalla marginalità. Sembrerebbe quindi un dare senza alcun ritorno per la comunità parrocchiale… invece il guadagno è enorme. Si tratta di periferie, ossia di luoghi in cui si può incontrare la vita, nel suo sorgere e formarsi e anche nel suo ferirsi, nella passione per il futuro e anche nella passione della fragilità. In questi luoghi, in cui pulsa la vita, la comunità è chiamata a stare e ad accompagnare. A stare per interpretare il proprio essere comunità cristiana, chiamata a seguire Cristo nelle periferie e nelle ferite della città. Ad accompagnare per favorire l’incontro con Cristo, la guarigione del cuore, le scelte secondo Dio.

Credo che oggi ogni comunità cristiana e specialmente quelle parrocchiali, sono chiamate a questo discernimento e a questo coraggio. Se una periferia è presente, visibile, accanto alla porta della parrocchia, sia essa di giovani, poveri, immigrati, famiglie ecc. si tratta di capire come “starci”. Ma per starci bisogna “darsi” e “dare” spazi, tempi, risorse, accettando anche di affrontare la contrarietà di chi vuole che tutto funzioni come si è sempre fatto e non avere troppi problemi…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Katanè

 

Katanè è il nome greco di Catania.

L’origine greca di Catania è ancor oggi evidente nella città. Se si percorre la via etnea verso piazza duomo, con alle spalle il colosso dell’Etna che fa capolino dietro ai palazzi, ad un certo punto si arriva a piazza Stesicoro, dove un ampio anfiteatro compare all’improvviso sotto il livello della strada. Proseguendo attraverso via dei crociferi, con tante belle Chiese barocche, si giunge lungo via Vittorio Emanuele al teatro greco. Vi si accede pagando il biglietto. Ne vale la pena: si tratta di una stratificazione che corre lungo 5 secoli, dall’epoca ellenistica al tardo impero romano, con successivi ampliamenti, ma ancora in gran parte integra.

 

Secoli di storia separano queste opere dal celebre castello Ursino, costruito da Federico II di Svevia, e abitato dai cadetti aragonesi negli anni del dominio spagnolo, dal XIII secolo fino alla fine del medioevo e oltre. La costruzione è davvero imponente, le sale sono ampie e caratterizzata da una mostra permanente sia di materiale storico catanese (dalle anfore greche alla numismatica romana) sia di pittori importanti, per la gran parte imitatori cinque-seicenteschi del Caravaggio.  I palazzi più belli appartengono all’Università, una delle più antiche d’Italia, fondata dai re aragonesi nel XV secolo: mi riferisco soprattutto alla splendida Villa Cerami, dove si trova la facoltà di giurisprudenza e al fastoso complesso dell’abbazia benedettina, ora sede di varie facoltà universitarie.

 

Passeggiando in questo periodo per piazza duomo, potrebbe accadervi di vedere una “candelora“: si tratta di imponenti steli fiorite, arricchite di simboli religiosi e statue di santi, che camminano lentamente, accompagnate da bande che suonano musiche, non sempre di tipo religioso. Nel periodo di Sant’Agata infatti, ossia da fine gennaio per tutto il mese di febbraio, la città celebra la sua grande patrona, la martire sant’Agata, iniziando con le candelore, e proseguendo con una processione che percorre nell’arco di più giorni tutta la città, con la statua della martire. Se le candelore sono eventi civili e gestiti dal comune, attraverso la collaborazione delle “corporazioni” (fiorai, macellai, falegnami ecc.), invece la processione è gestita dalla Diocesi e coinvolge le parrocchie del centro. C’è grande afflusso di gente e forte devozione, in qualche caso da purificare: qualche anno fa il parroco della cattedrale ha impedito che i portatori facessero di corso la via San Giuliano in salita, gesto tradizionale ma fortemente pericoloso. Ne seguirono grandi proteste e forti resistenze, soprattutto da alcune “famiglie”.  Ogni palazzo importante o Chiesa, alla finestre o al balcone, mostra uno stendardo rosso con la lettera A, iniziale di Agata.  Difficile capire quanto vi sia di sincero e genuino in questa devozione popolare. In alcuni tratti può infastidire e sembrare eccessiva. In realtà si tratta di uno straordinario patrimonio di religiosità “naturale”, che va accolto, integrato e trasformato dall’annuncio del Vangelo, in ogni stagione della storia.

 

Dentro al duomo mi ha colpito il feretro del beato cardinale Dusmet, che è stato vescovo di Catania nel XIX secolo. Egli veniva dal monachesimo benedettino, e ha amato profondamente il suo popolo e il suo presbiterio, riformandone i costumi, a partire da una rigorosa testimonianza di ascesi personale. Ancora oggi è celebrato e amato dai catanesi, che lo chiamano affettuosamente in dialetto, lo “sdummet”.

Tutto a Catania fa pensare ad una fede incarnata nella storia, con tanti ordini religiosi presenti, i Benedettini, i francescani, i gesuiti e più recentemente i salesiani, che hanno lasciato testimonianze d’arte e cultura, ma che ordinariamente non sono più presenti in questi palazzi simbolo del loro fasto. Ciò fa pensare ai cicli di ascesa e decadimento che vi sono nelle varie epoche del cristianesimo e come l’avventura della fede sia davvero da ricominciare ogni volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quartiere Librino

Catania, quartiere Librino, situato a sud-ovest della città, avrebbe dovuto essere, nell’intenzione urbanistica originaria, un modello di pianificazione e di edilizia popolare, con grandi strutture condominiali e ampie aree verdi. Progettato nel 1970 da un architetto giapponese, Kenzo Tange, in modo da diventare un quartiere funzionante e indipendente dal centro di Catania, con tutti i servizi necessari, poi in realtà si è trasformato, dopo alcuni decenni, in una periferia degradata, come è accaduto in altri quartiere di grandi città Italiane, come Scampia a Napoli.

I motivi per cui ciò che dovrebbe essere modello di sviluppo diviene poi emblema di degrado sono profondi e radicati non solo in carenze di programmazione urbanistica e politica, ma anche in una cultura dominante, che si accontenta del controllo del territorio e non lavora per la sua trasformazione positiva. Ciò che i palazzi dicono, con la corrosione dei loro pilastri, da cui emergono alla luce i cavi arrugginiti di acciaio, con i vani delle condutture fognarie aperti in vari tratti, con le aree verdi incolte e piene di rifiuti bruciati, con il campetto da calcio inutilizzato e con l’erba altissima… ciò che questi palazzi ci dicono è una cultura in cui marginalità sociale e arretratezza economica impediscono di aspirare a quel decoro, che è segno di una cultura che tiene a sé stessa, al proprio ambiente e lo vuole bello.  Appartamenti occupati, ragazzi che girano, a piedi o con i motorini, apparentemente senza un lavoro, sguardi che dalle finestre occhieggiano agli estranei con un implicita domanda: “che fai qui? Cosa vuoi o cerchi?”, lasciano immaginare un controllo per ricavare risorse e denaro attraverso attività che nulla hanno a che fare con uno sviluppo ordinato del territorio. Commercio di droga con aggravante di metodo mafioso: così l’ordinanza cautelare del GIP che a luglio 2019 ha portato i carabinieri ad arrestare 25 persone appartenenti ad un clan, proprio in questo quartiere.

Ma ciò più rattrista è  l’assenza dei servizi: non un bar come si deve, non un centro dove gli anziani possano trovarsi per giocare a carte, non un parco dove i bambini possano giocare: certo qualche area verde c’è, ma con l’erba alta e con la spazzatura gettata a mucchi. Non un supermercato, non una farmacia, in mezzo a palazzi che possono contare forse anche un migliaio di residenti…non un ufficio postale, non una stazione dei carabinieri…almeno non vicino.  E la Chiesa? Quella si c’è. Ma forse sarebbe meglio non ci fosse: l’edificio, un prefabbricato, appare sciatto, grigio, triste: non un immagine, non una statua, non una pianta ad abbellire la Chiesa e il suo cortile di cemento…

Sembra che la parrocchia non abbia neppure dei locali, dove poter fare attività…la Chiesa così investe sulle sue periferie, proprio li dove dovrebbe essere più presente? Proprio li dove dovrebbe sorgere il sole di Gesù, nelle tenebre di tanta gente disorientata, di tanti bambini che crescono in questo contesto sociale e non possono immaginare qualcosa di diverso?  Ci sarebbe tanto da fare qui…dov’è la Chiesa? Dove siamo? Chi annuncia Gesù a questa gente? Chi indica una speranza, una possibilità di riscatto, di vita buona, felice, onesta? Chi offre una prospettiva a questi bambini, adolescenti, giovani, facile preda di guadagni disonesti?

Mentre con padre Gianni ci confrontavamo su queste cose, nel mio cuore si agitavano domande, desideri, quasi un grido: Gesù tu sei la luce che illumina, anche qui. Fa che qualcuno ti porti, nel cuore che ama e nelle mani che servono…

 

 

 

 

 

 

Vedi Napoli e poi muori…

Ogni angolo è uno strato di storia che emerge e dialoga con il presente.

Dal barocco maestoso del Gesù nuovo al silenzioso e austero romanico di S. Chiara, fino a giungere, ancora più indietro nella storia alla basilica di San Giovanni maggiore, il cui abside paleocristiano è tuttora ben visibile.

Le varie epoche storiche di sovrappongono e si mescolano, come accade a san Gregorio Armeno, dove un rivestimento ricco e dorato del barocco riempie un complesso risalente al VII secolo. Ancor più radicalmente il complesso monumentale di San Lorenzo mostra le varie età di Napoli, dalla muratura greca e romana alle ricostruzioni medievali, alla basilica sei-settecentesca.

Svevi, Angiò e Borboni hanno lasciato le loro traccie, insieme ai vari ordini religiosi, coi loro santi, Domenicani, Francescani, Gesuiti ecc…

Non si tratta di una ricchezza del passato: tutto a Napoli dialoga con un presente ricco e vitale. Penso soprattutto agli studenti universitari che ho incontrato nella sede centrale dell’università Federico II. Mi è parso di scorgere una potenzialità enorme di futuro in questi giovani vocianti, tra un corridoio e l’altro.

La potenza del Vangelo, che oggi non è diminuita, troverà qualcuno disponibile ad annunciarlo, nel dialogo con questi ragazzi? Sapranno coltivare con responsabilità le competenze che acquisiscono, per il bene della società e non per gli interessi di qualcuno?

La resilienza a Scampia e non solo…

 

Ieri e oggi ho fatto un po’ di attività coi bambini di Scampia, assieme ad un gruppo di giovanissimi e giovani di una parrocchia di Monza.

Li siamo passati a prendere al Lotto P, detto dei Puffi. Io ho avvisato una mamma che saremmo andati alla Villa (il parco comunale). “Riportatemelo qua” mi ha risposto perentoriamente.

Il bambino, Carmine, di 5 anni, vivacissimo, in un quarto d’ora è riuscito a litigare con altri tre bambini: minaccioso e per nulla impaurito li affrontava con aria di sfida.

La stessa aria che un gruppo di sette bambini, capitanati da Ciro, mostravano nei confronti di altri tre bambini, che non erano del nostro gruppo ma erano colpevoli di averci incrociato in senso opposto (e forse di averli provocati con lo sguardo). I nostri magnifici sette li hanno inseguiti e raggiunti in men che non si dica, ignorando completamente i richiami degli adulti. La scaramuccia è terminata con qualche mala parola scagliata ai tre, che non hanno replicato.

“Perché avete fatto questo?”, chiedo a Ciro”eh quelli gridano da lontano ma da vicino stanno zitti!!!”.

Abbiamo giocato un po’ a calcio. Nel pomeriggio il campo era occupato dai più grandi ma Ciro non ha avuto paura di occuparlo e sfidarli. Alla fine se ne è dovuto andare, ma, per la rabbia,  ha trascinato altri suoi amici e sono scappati via”. Inutili i richiami degli “educatori”.

Questi comportamenti sono una chiara imitazione degli adulti, della legge del più forte imparata col latte materno, di una società adulta in cui domina la prepotenza e chi è in grado di incutere un maggiore timore.

In tutto questo è lodevole l’impegno dei gesuiti e di altre realtà con loro, che si impegnano ogni giorno a creare occasioni formative e sociali, ad invitare giovani e adulti a fare attività. È un segno, forse piccolo, ma sicuramente importante anche per le famiglie di Scampia.

Qualcuno ha già fatto crescere nel proprio cuore il seme di questo annuncio evangelico. Altri semi sono destinati a portar frutto in futuro, secondo i tempi di Dio.

“La sua caratteristica più importante era la resilienza” mi ha detto Daniele, gesuita, riferendosi a Fabrizio Valletti, il fondatore del centro Hurtado.

Resilienza è la capacità di ripartire ogni volta, quando la scorza della realtà sembra troppo dura per essere scalfita.

Il punto di vista di Dio

Se dovessimo scrivere un racconto della nostra vita, ci metteremmo i successi e le cose che ci rendono importanti di fronte agli altri.

Non è questo il modo con cui Dio scrive la Sua storia. Il suo punto di vista è quello dell’uomo mezzo morto sul ciglio della strada. Solo lui può vedere quello che i passanti fanno, vedendo e andando oltre. Solo lui può conoscere le azioni del buon samaritano, che gli si avvicina, e si prende cura di lui.

Solo lui può apprezzare lo sguardo di tenerezza di colui che si è messo nei suoi panni. È la tenerezza che parte dalle viscere profonde dell’amore, che sa vedere in ogni uomo un piccolo bambino bisognoso di tutto, e soprattutto desideroso che le sue ferite vengano curate e guarite.

Un bambino che si muove su un triciclo, in una strada sgangherata, piena di rifiuti, e ha bisogno di stima e incoraggiamento.

 

Museo di Capodimonte

Questa foto mostra il panorama che si osserva dal giardino reale di Capodimonte. Si nota il porto di Napoli e le diverse cupole delle Chiese del centro città.

Con un amico biblista che insegna alla facoltà teologica di Napoli abbiamo fatto una bella passeggiata, visitando anche il museo di Capodimonte e la mostra del Caravaggio installata in questi giorni, aperta al pubblico. È il Caravaggio maturo, quello del periodo napoletano, venato da una sfumatura drammatica, come nella celebre flagellazione di Cristo.

Un’attrice vestita con i costumi dell’epoca ci ha portato dentro l’ambiente di corte di Carlo e Federico, sovrani Borboni che hanno costruito e abitato la residenza.

Un pizzico di nostalgia traspariva dalle parole dell’attrice, come se davvero il popolo napoletano, con la fine dei Borboni, abbia perso qualcosa della sua gloria.

Tornando a Scampia osservavo le Vele e i palazzi e ho compreso: la borghesia napoletana ha voluto Scampia, dopo i terremoti, per isolare la massa e impedire ad essa di disturbare il Vomero, il quartiere dei ricchi.

Senza servizi. O meglio solo con quelli necessari alla sopravvivenza, perché non uscissero da li. Perché si autogovernassero, in mano alla camorra, o meglio si autodistruggessero.

Un esperimento da campo di concentramento.  Che tuttavia ha generato, insieme a criminalità e sottosviluppo, anche realtà sociali di servizio e voglia di riscatto.